Sulla questione dei pastori sardi si evidenzia il cortocircuito sovranista e protezionista

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Sulla questione dei pastori sardi si evidenzia il cortocircuito sovranista e protezionista

Il Sole 24 ore ha messo nero su bianco alcuni numeri che chiariscono la questione: primo il latte di pecora in questione è quello che viene utilizzato per la produzione di Pecorino Romano e non del Pecorino Sardo o del Fioredilatte. Questo non è un dato casuale in quanto si tratta di circa il 90% della produzione di formaggi che l’isola esporta: per il 39% nel resto dello stato italiano e per il restante all’estero con gli USA come maggior acquirente per il 42% del totale delle esportazioni. Il Pecorino Romano è anche il formaggio più esportato nei paesi UE con il 52% e seguito a ruota dai formaggi francesi come il Rocquefort che si attestano soltanto al 28%.
Perché questi dati? Il primo per evidenziare che questa produzione industriale non ha nessun legame con il tessuto produttivo tradizionale sardo, le cui produzioni autoctone continuano ad avere un mercato principalmente nell’isola. Secondo: si tratta di una produzione industriale rivolta all’export verso l’UE e soprattutto extra UE. Il calo del prezzo a 0.60 centesimi è il riflesso della contrattazione delle vendite e delle esportazioni negli USA. Gli industriali, sardi e laziali, scaricano sui pastori le perdite legate all’accumulo di formaggio invenduto.
Si tratta dello stesso meccanismo per cui i padroni in fabbrica si rifanno sui salari dei lavoratori per recuperare i profitti persi a causa della crisi.
Dov’è il cortocircuito per i sovranisti, in primis quelli al governo? Il protezionismo (così come la vulgata neoliberale) non può nulla di fronte a questi processi, se non aprire il portafoglio dello stato e tirar fuori quattro lire per comprarsi un po’ di pace sociale. I sovranisti vorrebbero unire gli interessi “nazionali” al di là della classe di appartenenza contro un nemico esterno. Ma qua il nemico esterno non c’è. Anzi, è stata proprio la liberalizzazione dei mercati ad aver permesso agli industriali latterocaseari di inondare i mercati di quella robaccia che chiamano Pecorino Romano. Gli interessi degli industriali sono interessi “nazionali” da proteggere tanto quanto quelli dei pastori. La contraddizione è di classe tra una piccola borghesia impoverita e una di grande borghesia dove la seconda vive dello sfruttamento e della fame della prima.
Coloro che fanno un raffronto con la vertenza delle cosiddette “quote latte” sbagliano in partenza.

Quindi? L’unica strada è quella della rottura di lacci coloniali con i quali la grande borghesia italiana e la borghesia compradora sarda tiene imbrigliato il popolo sardo, in particolare il proletariato costretto a fare il lavapiatti in nero in qualche villaggio turistico o emigrare. Ben vengano quindi le proteste, i problemi di ordine pubblico e l’accendersi di una mobilitazione generale in tutta l’isola.

https://mobile.ilsole24ore.com/…/crollo-prezzo-lat…/ABJDgWTB

La strada da seguire per i pastori qual è? Cercare alleanze con il resto delle masse popolari sarde perché comune è il nemico: industriali e banchieri. Si può vincere? Si, se si fa affidamento solo sulla propria forza. I pastori, sono solo una parte del popolo sardo, e potranno vincere se faranno capire che la loro guerra è la guerra di tutto il popolo sardo contro i suoi oppressori dentro e fuori della Sardegna.

#pastoresnotarrendaskomo
Solidarietà ai pastori sardi!

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