Intervista a Maissa Alsoultan

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Antitesi n.6
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
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Intervista a Maissa Alsoultan

Contributo da Gaza – Palestina

Maissa è una compagna, lavoratrice e madre di 5 figli che vive in uno dei principali fronti di guerra imperialista e Resistenza popolare, la Palestina. Le abbiamo posto alcune domande su quanto si sta muovendo nella Striscia di Gaza e sulla condizione delle donne palestinesi.

Dopo diversi mesi dall’inizio, il 30 marzo 2018, della Grande Marcia del Ritorno contro l’occupazione sionista, quali sono le prospettive e le parole d’ordine con cui le masse palestinesi tutti i venerdì si recano ai borders?

Le iniziative legate alla Marcia del Ritorno sono una forte risposta alla politica americana, rappresentata dal presidente Trump, e al suo progetto, “l’accordo del secolo” che riguarda la questione palestinese. In esso viene considerato solo il punto di vista israeliano ed è imposto ai palestinesi e alla comunità internazionale. L’obiettivo è cancellare il diritto al ritorno dei palestinesi, L’idea di Gerusalemme capitale di un eventuale stato palestinese e qualsiasi negoziato per risolvere la questione palestinese.
La Marcia del Ritorno rappresenta un esempio avanzato di unità nazionale e popolare nella Resistenza, contro il progetto sionista – americano per liquidare la questione palestinese.
La Marcia del Ritorno ha riportato l’attenzione internazionale sulla questione palestinese, facendo pagare un costo economico salato all’occupante, anche in termini materiali, ad esempio con l’invenzione geniale degli aquiloni incendiari contro i coloni israeliani confinanti con la Striscia di Gaza. Questa situazione ha creato una grosse difficoltà al governo israeliano che, incapace di far cessare le proteste e le manifestazioni nella Striscia di Gaza, ha cercato di alleggerire l’assedio contro la Striscia di Gaza per calmare la rabbia dei giovani palestinesi. Questa crisi ha portato alle dimissioni del ministro della difesa Lieberman dal governo attuale.
A livello internazionale è aumentata la mobilitazione delle masse in sostegno alla lotta dei palestinesi. Questo ha costretto diversi paesi a guardare la situazione con molta preoccupazione e fare pressione sul governo israeliano per aprire i valichi e far entrare le materie prime nella Striscia. Cosa più importante, però, la Grande Marcia ha riportato la bussola della Resistenza come unica strada per affrontare il progetto sionista in Palestina.

Questa Marcia, costata ormai più di 200 morti e oltre 21.000 feriti, che tipo di dibattito ha alimentato tra i giovani? Si registra una maggiore presa di coscienza della necessità di non abbandonare le diverse opzioni che offre la Lotta di Liberazione?

“Chi resiste rimane” e noi palestinesi abbiamo scelto di rimanere, di resistere e di rivendicare i nostri diritti, in primis quello di vivere sulla nostra terra. La Marcia del Ritorno ha dimostrato il livello della coscienza del popolo palestinese e la volontà di rivendicare il suo diritto alla resistenza come tutti i popoli che vivono sotto occupazione. Non c’è un altro luogo per noi su questa terra oltre alla terra di Palestina, dove vivere e dove essere sepolto.
La Marcia del Ritorno ha riportato di nuovo il popolo palestinese a rivendicare tutte le forme di Resistenza, sia popolare che armata. La cosa più importante di questa esperienza è stata l’unità concreta sul campo tra fazioni di diverse ideologie, tale unità ha dato forza alle mobilitazioni popolari. La Resistenza ha maturato una lunga esperienza, ciò l’ha resa forte del sostegno popolare ed efficace contro l’occupazione, causando un grande conflitto tra i coloni israeliani, che vivono attorno Gaza, i quali hanno protestato contro la politica del governo israeliano. Queste tensioni, alla fine, hanno portato alle dimissioni al ministro della difesa Lieberman.

Da madre e lavoratrice ci puoi descrivere che tipo di contributo danno le donne in questa mobilitazione?

La donna palestinese ha sempre giocato un ruolo importante nella lotta del popolo palestinese, dalla Prima e la Seconda Intifada fino ad oggi. Infatti, durante le manifestazioni della Marcia del Ritorno la troviamo in prima linea, protagonista negli scontri con le forze di occupazione. La donna palestinese è la mamma che semina la cultura della lotta nei propri figli e che racconta loro la ninna nanna di Gerusalemme, Jaffa, Haifa e le storie della lotta del nostro popolo; la donna palestinese è la mamma che saluta i propri figli martiri con orgoglio, fierezza e grande dignità, la donna palestinese sarà sempre una parte attiva generosa e influente nella lotta contro l’occupazione.

Quali sono le contraddizioni economiche e sociali che vivono le donne gazawe?

In realtà, la donna palestinese subisce tante contraddizioni socio – economiche all’interno della nostra società. È una donna progressista, resistente, che affronta tutti i giorni le forze dell’occupazione e non si piega mai. A volte subisce discriminazioni e certe volte subisce forme di violenza per la sua volontà di progredire e di ribellarsi a certi dogmi della nostra società tradizionale.
La donna palestinese di Gaza lotta tutti i giorni per garantire la sopravvivenza ai suoi figli e vive in un contesto di grande contraddizione. Da una parte, l’Autorità Palestinese di Abu Mazen taglia gli stipendi a tutti gli impiegati che vivono a Gaza, come conseguenza della rottura con il movimento di Hamas, il quale gestisce la Striscia di Gaza. Questa politica aggiunge nuova sofferenza alla vita di una mamma, che lotta tutti i giorni per garantire il cibo e le cure mediche ai propri figli. Dall’ altra, l’autorità di Hamas impone una politica oppressiva, con le sue ideologie di stampo religioso, in particolar modo nei confronti della donna e pratica diverse pressioni sulle donne per imporre l’hijab islamico e per impedire ad esse di svolgere diverse attività indipendentemente dall’uomo.
Aggiungo che, purtroppo, non esiste un’alternativa valida, da parte della sinistra palestinese e delle forze progressiste, nella società palestinese, in particolare nella Striscia di Gaza per affrontare queste politiche delle forze borghesi, rappresentate sia dall’Autorità Palestinese di Abu Mazen, sia dal movimento islamico di Hamas.

Quali sono le conseguenze delle politiche dell’Anp (Autorità Nazionale Palestinese) sulle donne di Gaza?

L’Autorità Palestinese di Abu Mazen ha bloccato l’arrivo dei farmaci e i trasferimenti tra gli ospedale della Striscia di Gaza e quelli della Cisgiordania, mettendo a rischio tanti pazienti con malattie croniche come cancro, patologie cardio-vascolari, diabete, ecc. Ci sono diversi casi di pazienti che hanno perso la vita aspettando l’autorizzazione da parte dell’Autorità di Abu Mazen per essere curati negli ospedali in Cisgiordania. La punizione collettiva dell’Autorità di Abu Mazen tramite il blocco totale degli stipendi nella Striscia di Gaza ha messo in grande crisi tante famiglie, togliendo la possibilità di comprare latte e farmaci ai propri figli. Questo assedio ha bloccato tutte le attività economiche nella Striscia e ha creato un esercito di persone che chiedono l’elemosina per le strade di Gaza per poter sopravvivere. Sono aumentati il tasso di suicidio, la criminalità e l’aumento dell’uso di droghe.
La donna palestinese in tutto questo vive la povertà e l’emarginazione, vive spesso senza corrente e spesso nei rifugi, dopo aver perso la propria casa a causa dei bombardamenti israeliani. Ci sono quelle che sono dovute scappare via in altri paesi, per poter garantire una vita migliore ai propri figli. Noi paghiamo in primis la carenza di cure mediche o le diagnosi errate da parte dei medici, oltre a tutte i tipi di violenze familiari, come delitti d’onore, aumentate fino al 70% negli ultimi anni.

Le donne palestinesi che si mobilitano oggi sono figlie di una lunga esperienza di donne che hanno dato il loro contributo alla Resistenza, puoi parlarcene?

La donna palestinese ha sempre condiviso la lotta per la nostra autodeterminazione insieme all’uomo. Dall’inizio del colonialismo britannico, nel 1926, le donne palestinesi hanno fondato il comitato femminile delle donne arabe palestinesi, a Gerusalemme, che ha prodotto un comunicato rivoluzionario per sostenere i gruppi di uomini che lottavano per la liberazione.
La donna palestinese ha partecipato a tutte le attività e le iniziative politiche, ed è stata sempre presente in tutti i campi di battaglia per la liberazione dall’occupante e ha pagato un prezzo molto alto negli anni. Ci sono tante donne martiri come Fatima Ghazal, Jamila Al Ashqar, Aisha Abu Hasan, Ezzeya Salam, Shadia Abu Ghazali, Sana Mhedli e tante altre.
Non dimentichiamo la compagna Leila Khaled che, nata a Haifa, ad oggi vive in esilio, senza poter abbracciare la propria terra, per aver deciso, nel 1969, di essere parte attiva nella lotta palestinese contro l’occupazione israeliana e suoi alleati.
La donna palestinese allatta i propri figli con l’amore per la nostra patria e soffre per i propri figli martiri, feriti e prigionieri; tutto questo perché crede alla giustezza della nostra causa e vuole vivere nella nostra patria, la Palestina, con autodeterminazione e libertà.

Quali sono le condizioni delle prigioniere palestinesi nelle carceri sioniste?

Ci sono circa 6500 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. In generale vivono in condizioni difficili e disumane, 700 prigionieri soffrono di malattie croniche pericolose, 500 prigionieri si trovano in arresto amministrativo illegale senza un capo d’accusa. Nel 2017 le forze dell’occupazione israeliane hanno arrestato circa 370 donne palestinesi. Esse vivono in condizioni molto difficili: dal primo momento del loro arresto subiscono la massima brutalità. Oltre ad essere sottoposte alle torture durante gli interrogatori, vengono messe in isolamento o vengono raggruppate in altissimo numero in piccole stanze, senza cure mediche e senza le cose necessarie per un essere umano. Vengono inoltre impedite le visite dei familiari per lunghi periodi, che arrivano certe volte ad essere anni. In carcere vengono praticati metodi di pressione psicologica, come le incursioni notturne all’interno delle celle con le perquisizioni corporale forzate, senza rispettare la dignità umana. Porto ad esempio la nostra compagna Khaleda Jarrar, un’attivista politica contro l’occupazione, per i diritti umani e per i diritti delle donne, che vive ormai da anni nelle carceri israeliane in arresto amministrativo.

In Italia, da destra a “sinistra” i governi sostengono sempre il progetto sionista di occupazione della Palestina. Qual’è l’effetto nella vita quotidiana dei palestinesi dei Territori Occupati?

Il sostegno da parte dei diversi governi italiani al progetto sionista israeliano uccide ogni prospettiva di una vita dignitosa per i palestinesi, contribuisce alla distruzione delle nostre terre e della nostra società, impedisce ai contadini di poter raggiungere i loro campi, impedisce ai bambini di poter raggiungere le loro scuole, impedisce agli studenti di poter raggiungere le loro università, impedisce ai malati di raggiungere gli ospedali, impedisce a tutti noi la libertà di movimento e di poter avere un angolo sicuro su questa terra. I palestinesi subiscono tutti i giorni la politica israeliana criminale, l’uccisione dei giovani nei checkpoint o dei bombardamenti con gli F16 israeliani. L’occupazione ci impedisce di bere la nostra acqua, di lavorare nella nostra terra, e di pescare nel nostro mare. Gli operai, i pescatori e i contadini sono un obiettivo dei cecchini israeliani in modo sistematico, con lo scopo di impedire ai palestinesi una vita dignitosa.
La politica dell’occupazione continua a cancellare ogni forma di autosufficienza in tutte le attività della popolazione palestinese per renderla sempre più ricattabile. Ad esempio sono state costruite delle barriere a livello delle falde acquifere nella zona delle colline di Hebron per impedire la possibilità ai contadini di Gaza di usufruire delle acque dei pozzi per l’irrigazione.

In Italia assistiamo allo svilupparsi di una mobilitazione reazionaria, promossa dalla borghesia, che mira a dividere gli sfruttati, per garantirsene il controllo, mettendo contro lavoratori italiani e immigrati e colpendo le donne. In questo contesto vengono colpiti molti diritti conquistati dalle donne proletarie in ambito lavorativo e sociale. Qual’è il messaggio delle donne palestinesi che resistono alle donne che lottano in Italia? 

Lancio l’appello al movimento femminile in Italia di unirsi al suo interno e con tutti i movimenti femminili internazionali, per poter strappare i propri diritti e per creare una forza femminile progressista, che possa dare risposte concrete alla regressione socio – politica mondiale che discrimina sempre di più la donna sul posto di lavoro e nella società in cui vive.
Noi, del movimento femminile palestinese, pensiamo che non si possa separare la lotta per l’autodeterminazione da quella per la conquista dei nostri diritti sociali. Crediamo nello spirito di unità tra le masse per lottare insieme, perché è l’unico modo, insieme alla nostra coscienza politica di classe, che ci permette di affrontare il grande attacco della borghesia e i suoi piani di divisione delle masse.
Care compagne, vi stringiamo le mani con forza, vi invitiamo a continuare il vostro percorso fino a ottenere pieni diritti e proseguiremo la strada della lotta fino alla vittoria.

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