Alcune riflessioni a freddo sulla questione dell’Ilva di Taranto

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Alcune riflessioni a freddo sulla questione dell’Ilva di Taranto

Riproponiamo un opuscolo scritto nel 2013 dal Collettivo Comunista Tazebao
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Un’analisi necessaria

La questione dell’Ilva di Taranto è stata centrale a livello di politica e stampa nazionale negli ultimi cinque mesi. Ovvero a partire da quel fatidico 25 luglio, quando il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Todisco, ha emanato l’ordinanza che disponeva il blocco del cuore produttivo dello stabilimento e poneva agli arresti domiciliari parte dei suoi dirigenti e padroni. Da allora in poi, le mobilitazioni degli operai e degli abitanti di Taranto contro la nocività ambientale, per la sicurezza del lavoro e la difesa dell’occupazione, sono cresciute potenziandosi per incisività e partecipazione, fino a porsi, per certi versi, come protagoniste fondamentali della vicenda.
Questo protagonismo progressivo delle masse lavoratrici e popolari diviene tendenza alla lotta di classe, smarcandosi dal controllo politico che la classe dominante, seppur divisa al suo interno dai contrastanti interessi e ruoli delle sue fazioni e apparati (proprietà, magistratura, governo…), punta con ogni mezzo a perpetuare ed aggravare, anche e soprattutto in situazioni come questa, potenzialmente esplosive dal punto di vista sociale. All’opposto, il compito dei comunisti è sviluppare proprio la tendenza che, come dicevamo, vede la mobilitazione delle masse e il rafforzarsi della loro lotta e coscienza, scardinando il tentativo della grande borghesia e del suo regime di gestire tali contraddizioni, aprendo la prospettiva della loro evoluzione nei termini dell’antagonismo di classe e infine del loro superamento mediante l’abbattimento del sistema che le determina.
Per fare ciò è necessario elaborare l’analisi della realtà oggettiva, puntare a definire e comprendere i fattori soggettivi che la animano e, infine, prendere posizione politica. In tutte e tre tali direttrici, dialetticamente connesse, è necessario portare avanti il punto di vista, gli interessi immediati e la prospettiva storica della nostra classe, cioè del proletariato, e dunque capire e confrontarsi con la realtà attraverso la concezione del mondo e il patrimonio ideologico del movimento comunista.
Questo testo vuole essere un contributo proprio in tal senso, collocando la contraddizione dell’Ilva nel contesto delle contraddizioni del capitalismo italiano ed internazionale, puntando a comprenderle maggiormente nel loro legame dialettico, costituendo cioè la prima il piano particolare in rapporto al piano generale rappresentato dalle seconde. E, naturalmente, auspicando di stimolare il dibattito e il confronto, anche critico, tra i comunisti e i proletari avanzati.

Ilva e non solo: la crisi e il mercato dell’acciaio a livello globale

Quando, a fine luglio scorso, la questione dell’Ilva è passata dall’essere trattata come vicenda locale a costituire la più grave emergenza ambientale e occupazionale del paese per la politica e i mass media della classe dominante, quest’ultimi non hanno fatto altro che confermare la loro interessata miopia nell’affrontare le contraddizioni generate dal proprio sistema, ovvero il tentativo di separare e isolare l’una dall’altra le situazioni in cui esse si manifestano in tutta la loro gravità e crudezza.
Ciò che infatti vivono le masse lavoratrici e popolari di Taranto, sfruttate, avvelenate e oggi minacciate nel loro futuro occupazionale, è solo l’estrema acutizzazione e generalizzazione ad un’intera città delle contraddizioni vissute quotidianamente dal proletariato e dalle masse popolari nel nostro paese e in tutto il mondo.
L’emergenza dell’avvelenamento di massa – pensiamo solo ai quattromila morti per amianto ogni anno nel nostro paese – o quella dei licenziamenti e della disoccupazione – basti vedere, sempre in Italia, ai mille posti di lavoro persi ogni giorno del 2012 – sono condizioni che lavoratori e masse popolari soffrono quotidianamente e sempre più pesantemente con il procedere della crisi del capitalismo. L’Ilva di Taranto, dal punto di vista generale della classe proletaria, diventa così l’aggravarsi particolare della generale condizione di sfruttamento, miseria ed oppressione: non una singola eccezione emergenziale come vorrebbe la borghesia, ma la conferma, nella sua gravità esponenziale, dell’emergenza sociale costante che il sistema capitalista determina.

Coerentemente a questa prima contestazione e necessaria rottura degli orizzonti limitanti e falsificanti nei quali la classe dominante vorrebbe chiudere lo sguardo delle masse, dobbiamo dunque porci il problema di definire la situazione oggettiva generale, anche dal punto di vista strettamente economico, nella quale la questione di Taranto si iscrive. A partire dal dato della sempre più profonda crisi di sovrapproduzione di merci e di sovraccumulazione di capitali del sistema capitalista a livello mondiale, crisi che investe anche il mercato dell’acciaio, di cui l’Ilva è il più grande stabilimento produttivo a livello europeo e fra i più rilevanti nell’intero globo.
A marzo dell’anno passato è stato raggiunto, infatti, probabilmente il più alto picco mondiale nella produzione di acciaio nella storia dell’industria moderna e, allo stesso tempo, conseguentemente alla saturazione dei mercati e al generale annaspare economico del sistema imperialista a livello internazionale, si è aperta una fase di contrazione della produzione. Esemplari, da tale punto di vista, i dati del calo produttivo della Cina, che detiene il primato mondiale, e della Germania, che detiene quello europeo.
Al dato fondamentale della crisi, si aggiunge, sul mercato dell’acciaio, il piano della contraddizione interimperialista e dunque dell’aggravio nella lotta per la ripartizione dei profitti a livello mondiale tra i capitalisti di diversi paesi o di aggregati di paesi (ad esempio la Ue contro la Cina) e all’interno degli stessi paesi (ad esempio, in Italia, la concorrenza tra i Lucchini e i Riva). [1] Una lotta senza esclusione di colpi, che passa attraverso la promozione di misure protezionistiche, l’utilizzo strumentale di normative ambientali per occultare classici interessi di questo o di quell’altro gruppo imperialistico e, conseguentemente, la sempre più forte tendenza a riconvertire le stesse produzione di acciaio dal campo civile a quello militare. Ad esempio, sono fatti di acciaio i droni delle potenze imperialiste che bombardano quotidianamente l’Afghanistan, il Pakistan, la Palestina e molti altri paesi aggrediti.
In una situazione in cui le contraddizioni della sfera economica sono in sé insuperabili, il capitalismo monopolistico rincorre forsennatamente il settore della guerra, immediatamente produttivo di profitti con le commesse belliche di stato e strategicamente in grado di sostituire alle guerre commerciali quelle vere e proprie. Lo dimostrano la realtà delle attuali guerre di aggressione neocoloniali e la prospettiva della barbarie di un nuovo conflitto mondiale, condotto dalla vecchie potenze imperialiste (Usa, Europa, Giappone) contro le nuove (Cina, Russia, India…).

[1] Non da ultima la tendenza, relativa agli ultimi anni e messa in atto dalla Commissione e dal parlamento europeo, di utilizzare i vincoli ambientali per la fabbricazione di acciaio come strumento di programmazione limitativa della produzione siderurgica nel vecchio continente, ai fini principalmente di promuovere le più convenienti importazioni dalla Cina e di vincolare il settore stante la costante sovrapproduzione che lo affligge. Tendenza che, fin da subito osteggiata dagli industriali europei dell’acciaio, oggi pare messa in discussione, a causa dell’interesse generale degli imperialisti della Ue al contenimento dell’espansione cinese, con l’avvio di politiche protezioniste e di reindustrializzazione.

La crisi attuale all’Ilva

Nel giugno del 2012, un mese prima al provvedimento di sequestro dell’area a caldo, la direzione dello stabilimento Ilva di Taranto aveva deciso di fermare alcuni impianti proprio per la contrazione del mercato mondiale dell’acciaio e aveva posto in ferie forzate o aveva deciso il riutilizzo in altri settori della manodopera ivi impiegata.
A inizio novembre, dopo poco più di tre mesi dalla decisione della magistratura, i padroni decidevano la messa in cassaintegrazione per tredici settimane di duemila addetti all’area a freddo, cioè di quelle parti dello stabilimento allora non ancora interessate dal sequestro.
A cavallo tra il 2012 e il 2013, nella fase di massimo aggravio della vicenda, determinatosi con l’estensione del sequestro, dal 26 novembre in poi, anche all’area a freddo, la direzione dello stabilimento annunciava la cassa in deroga per 1393 dipendenti, di cui 603 a partire dal dicembre e 790 dal gennaio, impiegati sia nell’area a freddo che in quella a caldo e, in entrambi i casi, fino a marzo. Tutto ciò, mentre essa premeva a livello giudiziario e governativo in nome della continuità produttiva.
A metà febbraio, arriva la vera mazzata, nascosta sotto le esigenze di “risanamento ambientale” prescritte dal neo-decreto “salva Ilva”. Nel piano di adeguamento alle prescrizioni, a fronte di un investimento stimato in 2 miliardi e 250 milioni contro i 3 e mezzo prospettati all’inizio, i padroni decidono di cassaintegrare complessivamente 6417 lavoratori, più della metà dei dipendenti complessivi, appartenenti a tutti i reparti produttivi.
Sono solo gli ultimi di una serie di periodici ridimensionamenti della forza lavoro attiva, durante i recenti anni, che dimostrano come l’Ilva fosse fra le grosse realtà industriali italiane più esposte alla crisi internazionale e soprattutto come gli scenari aperti dalla crescita di nuove potenze della produzione d’acciaio (Cina e India) colpissero i monopoli italiani assieme a tutti quelli dell’area dei vecchi imperialismi atlantici. Già i dati dell’autunno del 2009 parlavano infatti di un calo del 40% per l’industria italiana, leggermente più alto rispetto ad una contrazione media del meno 38% in Europa e decisamente più positivo rispetto al drastico taglio del 50% negli Usa. Esemplarmente, nello stesso periodo gli indicatori economici mondiali prendevano atto che Pechino passava in breve dall’occupare una quota del 15% nel mercato mondiale ad oltrepassare la soglia del 50%. Insomma, se oggi persino il gigante asiatico è costretto a diminuire la sua produzione, i monopolisti del cosiddetto occidente erano alle prese con questa necessità già da molti anni.
E infatti il quadriennio tra il 2008 e il 2011 fu nero per gli operai di tutti gli stabilimenti dell’Ilva in Italia. A Taranto, i padroni gestirono la crisi con il continuo ricorso alla cassa integrazione, prontamente firmata dai sindacati collaborazionisti. Nei primi tre di questi anni, come minimo un terzo degli operai dello stabilimento era in cassa per tutti i dodici mesi, mentre nel 2011 vi vennero posti “solo” 1500, ma in compenso 200 optano per la mobilità volontaria.
All’incirca lo stesso trattamento fu riservato ai dipendenti del gruppo in tutta Italia (Genova e altre realtà minori), con ricorso massiccio alla cassaintegrazione e ad altre forme di ammortizzatori sociali, fino al ricorso periodico ai licenziamenti. D’altronde, se guardiamo ad esempio ai dati del 2009, su 69 mila dipendenti dell’intero settore siderurgico ben 20 mila erano in cassa integrazione: a dimostrazione della profonda crisi che già allora affliggeva l’industria italiana.

Se risaliamo ancora nel tempo, troviamo i dati del 2002, anno nel quale si manifesta, in termini occupazionali, la decrescita del mercato dell’acciaio relativa all’area europea e soprattutto nordamericana, iniziata già a partire dal 2001. Allora la direzione dell’Ilva decise di ridurre l’organico colpendo i lavoratori con contratto a tempo determinato e di formazione, espellendone circa 3800.
Se questi sono i dati degli ultimi dieci anni, evidenzianti una produttività a singhiozzo dello stabilimento tarantino, pagata dagli operai con un lavoro e un salario totalmente relativizzati alle esigenze del mercato, d’altra parte si rivela emblematico osservare la distruzione progressiva, con il piano del procedere dei decenni, dei livelli occupazionali del polo siderurgico pugliese.

La storia dello stabilimento di Taranto come storia della crisi del capitalismo

Nel sistema capitalista, la recente tendenza determinata dialetticamente, sul piano fondamentale, dallo sviluppo delle forze produttive (progresso tecnico-scientifico e sua applicazione a livello di tecnologia industriale, macchinari e divisione del lavoro) e sul piano principale dalla crisi generale di sovrapproduzione, ha comportato all’acciaieria di Taranto, come nella gran parte delle unità produttive in Italia e nel mondo, l’esternazionalizzazione e frammentazione delle produzioni o addirittura la loro estinzione, con il conseguente dimezzamento della manodopera per singolo stabilimento e l’espulsione-distruzione di forza lavoro in termini assoluti.
La costruzione dello stabilimento di Taranto con capitali pubblici venne decisa nel 1959 dall’allora governo Segni, sulla base della crescita mondiale del mercato dell’acciaio e, all’interno di esso, dell’aumento della quota di ripartizione in capo al capitalismo monopolistico italiano. La scelta di costituire il più grande polo industriale italiano al Sud rispondeva ad interessi e politiche della classe dominante di sfruttamento e gestione economico-sociale delle zone più povere d’Italia e contemporaneamente di proiezione imperialistica sul bacino del Mediterraneo. In effetti, l’espansione sui mercati e una certa stabilità produttiva e finanziaria venne assicurata per tutti gli anni sessanta, durante i quali il polo siderurgico pugliese s’impose come centro produttivo di primo piano non solo a livello nazionale e continentale, assumendo rilievo globale.
Già negli anni settanta, ai quali si deve far risalire la reale apertura del ciclo di crisi capitalistica oggi aggravatosi con i continui tracolli finanziari, l’Ilva di Taranto è fra le più colpite dalla tendenza alla sovrapproduzione sul mercato dell’acciaio, con un utilizzo degli impianti ridotto al 70% e, contemporaneamente, con una sempre minor remunerazione di investimenti sempre più ingenti (caduta tendenziale del saggio di profitto). Gli anni ottanta, nonostante una breve ripresa congiunturale, segnavano l’ufficializzazione della crisi dello stabilimento e, con essa, l’espulsione di forza lavoro, anche con lo strumento del prepensionamento per evitare resistenze da parte operaia, e il blocco delle assunzioni. Iniziò allora il processo di privatizzazione/svendita che culmina nel 1995 con la vendita dello stabilimento al gruppo Riva, che pose le mani anche sui siti produttivi di Genova, Novi Ligure (Al), Marghera su altre realtà minori finora di proprietà dell’Italsider.
Significativi, ancora una volta, sono i dati sull’occupazione. Nel 1980 lo stabilimento contava 21791 dipendenti, raggiungendo il suo numero massimo. Fu l’anno in cui l’ascesa occupazionale del sito si esauriva, in coincidenza con la dichiarazione ufficiale, da parte della Commissione Europea, della crisi del settore siderurgico. Da allora in poi, il numero di dipendenti cominciò a scendere. Nel 1995, al momento della privatizzazione, gli operai impiegati ammontavano a 11796, ovvero erano diminuiti di quasi la metà.
Il capitalismo monopolistico di stato cedette allora la fetta più rilevante della sua produzione d’acciaio (Taranto più Genova e altri stabilimenti) al capitalismo monopolistico privato dei Riva per un piatto di lenticchie: 1460 miliardi di lire per industrie che ne rendevano 100 miliardi al mese.
Il clima post-tangentopoli, l’imposizione del pensiero unico liberista e la nascita della cosiddetta “seconda repubblica”, segnano i passaggi politici e di egemonia ideologica di massa per coprire, in nome della lotta agli “sprechi” della vecchia classe dirigente “rottamata”, la grande truffa con la quale il capitale monopolistico privato saccheggia a man bassa settori finora in mano del capitale pubblico, aprendo nuovi spazi di profitto e rendita necessari nella fase di crisi aggravata e affossando sempre di più le condizioni di vita degli operai e delle masse popolari del paese.

Nelle fabbriche vengono avviate pesantissime ristrutturazioni non solo a fini produttivi, ma finalizzate anche alla liquidazione della generazione di proletariato più combattivo, formatosi negli anni sessanta, settanta e primi anni ottanta, con l’assunzione di giovani italiani e immigrati più docili, divisi e incapaci a organizzarsi di fronte al padrone, sia per fattori oggettivi (la maggiore ricattabilità e debolezza sul posto di lavoro) e sia per fattori soggettivi (la forte rimonta dell’ideologia ed egemonia borghese tra le masse lavoratrici negli ultimi tre decenni). E per gli operai più coscienti rimasti a lavorare o per i nuovi assunti che osavano alzare la testa, scattavano in molti casi l’isolamento all’interno della stessa struttura produttiva, con la destinazione ai cosiddetti “reparti confino”. Inutile dire che prima Italsider e successivamente Riva furono maestri nel mettere in atto tali dinamiche di controllo e repressione interna.

La strage all’interno

Infatti, la crisi capitalistica non solo ha comportato disoccupazione e precarietà, ma è stata drammaticamente pagata anche dai lavoratori rimasti in fabbrica, con salari proporzionalmente sempre più bassi, ritmi sempre più forti e gravissima insicurezza. In sostanza, le mansioni che prima venivano svolte da due operai adesso sono svolte da uno, con le immaginabili ricadute in logoramento psico-fisico, fatica e pericolo. Basti vedere la vera e propria strage di lavoratori determinatasi negli ultimi anni di gestione dei padroni Riva, nonostante, come dicevamo, vi siano stati una produzione a singhiozzo e consistenti quote di dipendenti sono stati posti in cassaintegrazione. Dalla privatizzazione ad oggi sono stati ammazzati dallo sfruttamento padronale ben 42 operai dell’Ilva di Taranto, con un numero ancora più pesante di feriti più o meno gravi. L’ultimo assassinato è stato l’operaio Claudio Marsella di 29 anni, addetto al reparto del movimento ferroviario, travolto da un locomotore il 30 ottobre scorso. L’ennesimo lutto di cui portano diretta responsabilità non solo il clan Riva, ma anche i sindacalisti venduti di Cgil, Cisl e Uil, che nel 2010 avevano firmato un accordo con la proprietà che imponeva la presenza di un solo conducente alla guida dei locomotori, in barba od ogni criterio di sicurezza.

La strage all’esterno

Il capitale, che ha così “buoni motivi” per negare le sofferenze della generazione di lavoratori 
che lo circonda, nel suo effettivo movimento non viene influenzato dalla prospettiva di un futuro 
imputridimento dell'umanità e di uno spopolamento infine incontenibile, né più né meno di quanto su di 
esso influisca la possibilità della caduta della terra sul sole. Ciascuno sa, in ogni imbroglio di speculazione 
sulle azioni, che il temporale una volta o l'altra deve scoppiare ma ciascuno spera che il fulmine cada 
sulla testa del suo prossimo e non prima che egli abbia raccolto e portato al sicuro la pioggia d'oro. 
Aprés moi le déluge! [dopo di me il diluvio]è il motto di ogni capitalista. 
Quindi il capitale non ha riguardi per la salute e la durata della vita dell'operaio, quando non sia costretto 
a tali riguardi dalla società.” 
(K. Marx, Il capitale, libro terzo). 

 

La regola dell’economia capitalistica è massimizzare il profitto. Dunque natura e salute vi vengono da un lato relativizzate, finendo per essere esse stesse, come bisogni dell’uomo, legate alla produzione di profitto (industria farmaceutica, sanitaria, turistica…) e dall’altra vengono totalmente schiacciate, coinvolgendo innanzitutto la condizione di vita delle classi oppresse e tendenzialmente il futuro stesso dell’umanità e del pianeta.
Lo sviluppo capitalistico industriale a Taranto, legato all’acciaieria ma non solo – pensiamo agli impianti militari, alla raffineria Eni, alla centrale Edison… – rappresenta una lampante dimostrazione di quanto i padroni e il loro stato siano disposti ad avvelenare ed uccidere pur di guadagnarci. Le masse popolari della città pugliese, e soprattutto la classe operaia, hanno pagato un prezzo altissimo in termini di tumori derivati da amianto, diossina e benzopirene, di cui le statistiche ufficiali rendono conto in termini freddi e soprattutto quantitativamente riduttivi, ma comunque impressionanti. Ad esempio, solo tra il 1998 e il 2010, sono stati uccisi dai tumori causati dai veleni 386 abitanti di Taranto, in media 30 al mese.
Queste stesse statistiche, quelle, per intenderci, sulla base delle quali il ministro dell’ambiente Clini ha detto di voler intervenire con il riavvio della procedura di Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) nel marzo 2012, ci dicono che un aumento pressochè esponenziale dei tumori presso la popolazione di Taranto si è verificato tra il 2003 e il 2009, non solo per il decorso temporale del mesotelioma da amianto, derivato dall’esposizione passata al minerale oggi bandito quasi del tutto, ma, in generale, per tutti i tipi di tumori, dunque anche produzioni diverse e attuali. Una mortalità, del resto, diffusa soprattutto nei quartieri a ridosso dell’Ilva.
Ebbene, va detto che proprio negli anni fra il 2002 e il 2005, veniva deciso dalla direzione dell’azienda di spostare l’intera produzione di acciaio primario a livello nazionale a Taranto, appesantendo notevolmente le immissioni sulla popolazione, dopo che erano state chiuse la cokeria e l’altoforno dell’impianto di Genova. Secondo i dati dell’Ines (Inventario Nazionale delle Emissioni e delle loro Sorgenti), la crescita di diossina nell’aria sarebbe stata superiore al 60%.
È significativo come questa politica di concentrazione della produzione (e dunque della nocività) nella città pugliese, venne decisa dal clan Riva a seguito della contrarietà alla prosecuzione dell’utilizzo di tali impianti nello stabilimento di Genova espressa da tutte le istituzioni, in primis dal governo, allora presieduto da Amato; posizione nella quale rivestì un ruolo di primo piano proprio Clini, allora in veste di direttore generale del ministero dell’ambiente. I padroni dell’Ilva, dopo alcune resistenze, cedettero e fecero facilmente delle pressioni istituzionali un’occasione per concentrare la produzione in un’area che, evidentemente, ritenevano più malleabile dal punto di vista ambientale e ricattabile sul piano delle condizioni di lavoro.
Il risultato reale di questa politica “ambientalista” furono il quasi dimezzamento dei dipendenti genovesi e l’aggravamento della nocività prodotta a Taranto. A rimetterci furono, dunque, operai e masse popolari. E, per inciso, i Riva uscirono indenni dal processo per i tumori di Genova e altri capitalisti, spesso legati anche alla mafia, gestirono i lauti affari delle bonifiche, pagate, ovviamente, con denaro pubblico.

Nocività ambientale, gestione dei processi di crisi e tendenza alla mobilitazione reazionaria delle masse

Un domani tutto ciò potrebbe verificarsi rispetto all’acciaieria di Taranto. Chiudere la produzione a causa della crisi, che abbiamo visto incidere notevolmente, soprattutto negli ultimi anni, nel livello di continuità produttiva dell’acciaieria di Taranto, o spostarla laddove la condizione operaia e popolare è ancora più misera rispetto al Sud Italia. Se è vero infatti che il 67% della produzione del gruppo Riva è concentrato in Italia, va detto che, già attualmente, questi magnati italiani dell’acciaio, primi nel nostro paese, quarti in Europa e ventitreesimi nel mondo, hanno investimenti in paesi dove la condizione della classe operaia è ancora più misera, come la Tunisia, e dove essa è ancora più sotto attacco, come la Grecia.
Lo spostamento, negli ultimi anni, dell’intera produzione a caldo a Taranto da Genova, dimostra come i processi di ristrutturazione industriale e di ridefinizione della divisione del lavoro all’interno dei gruppi capitalistici, e persino di interi settori produttivi, possano strumentalizzare gli argomenti della tutela ambientale o comunque essere adottati in base ad essi, salvo risolversi in sostanza in una delocalizzazione e concentrazione degli investimenti industriali laddove per i padroni sia garantito maggior sfruttamento della forza lavoro e maggior avvelenamento dell’ambiente, oppure semplicemente in una chiusura definitiva di attività che non rendono più.
La relativa fortuna industriale dell’Ilva di Taranto, nel decennio trascorso – ottenuta, come dicevamo, in una fase di crisi di sovrapproduzione generale che investe anche e soprattutto il mercato dell’acciaio e che è stata in grado di alimentare i profitti di decine di milioni di euro all’anno dei Riva – venne determinata proprio dal taglio massiccio, fino a due terzi, delle spese per la prevenzione ambientale e per il costo del lavoro allo stabilimento pugliese.

Per molti versi, dunque, le pressioni istituzionali per la chiusura dell’altoforno a Genova non hanno per nulla toccato gli interessi padronali, anzi semmai li hanno agevolati, strumentalizzando il malessere delle masse che vivevano nei pressi dello stabilimento ligure. Un caso simile, come diremo in seguito, è stato quello del polo chimico di Marghera o, attualmente, è quello del gruppo siderurgico dei Lucchini, altri grandi beneficiari della privatizzazione dell’Italsider assieme ai Riva e oggi liquidatori, tramite commissariamento, delle loro proprietà industriali.
La reale sofferenza delle masse popolari che vivono intossicate attorno agli stabilimenti, e finanche quella, ancora maggiore, degli operai impiegati nella produzione, viene facilmente utilizzata dai padroni per coprire processi di chiusura, anestetizzare lo sviluppo di mobilitazioni in difesa dei posti di lavoro e lasciare i veleni nel territorio, una volta abbandonata la produzione, senza che le bonifiche siano poste a carico loro. [2] Anzi, con gli affari delle bonifiche pagate con i soldi pubblici, si aprono spazi di profitto per l’uno o l’altro pescecane capitalista: una speculazione parassitaria ben più redditizia di attività produttive in una fase di saturazione dei mercati.
Ciò non vuol dire che le lotte di massa che, in differenti situazioni, hanno posto la questione della nocività ambientale derivata da installazioni produttive-industriali siano in sé e per sé funzionali agli interessi dei padroni, mentre lo è fondamentalmente il muoversi di politici, istituzioni, mass media e magistratura.
Per quanto riguarda le prime, esse sono fondamentalmente delle lotte giuste, che nascono da rivendicazioni che riguardano la salute e la vita stessa delle masse, e pertanto non se ne può negare il valore. Però, come diremo, o tali mobilitazioni finiscono per coinvolgere anche gli operai, che condividono la condizione di avvelenamento e unendosi ai quali è possibile sconfiggere il ricatto “salute o lavoro”, oppure sono destinate a perdere per mancanza di forza e a rischiare di finir strumentalizzate per contrapporre bisogni essenziali, dividendo le masse tra lavoratori e “cittadini”, compiendosi così il gioco dei padroni e dello schieramento borghese in generale.

Una vera e propria tendenza alla mobilitazione reazionaria, che si attua mettendo masse contro masse, ripetutasi pedissequamente in tutte le vertenze che vedevano la popolazione ribellarsi alle immissioni di fabbriche inquinanti, dalla ferriera di Trieste (ex Italsider – poi Lucchini, oggi commissariata) fino, per l’appunto, all’Ilva di Taranto, e di cui si sono fatti responsabili sempre gli stessi soggetti.
Innanzitutto, gli agenti diretti del padronato, ovvero le burocrazie dei sindacati, soprattutto confederali, che si assumono lo sporco compito di isolare la classe operaia dalle masse in lotta “all’esterno della fabbrica” e di legarla oggettivamente ai padroni, tendendo a far degenerare la giusta difesa dei posti di lavoro in delega in bianco ai capitalisti di turno ad avvelenare e sfruttare. Ponendosi dietro la direzione del padronato per la “comune” difesa dei posti di lavoro, essi finiscono per lasciargli campo aperto nelle ristrutturazioni aziendali a suon di esternalizzazioni, licenziamenti e precarietà, e finanche rispetto alla chiusura degli impianti, garantendogli in generale collaborazione e sudditanza nei rapporti interni alla fabbrica. Non è un caso che le fabbriche più inquinanti all’esterno siano anche quelle dove la condizione interna, da tutti i punti di vista (sicurezza, turnazioni, orari…), sia più grave e dove le burocrazie sindacali siano fra le più prone.
È accaduto così, ad esempio, al polo chimico di Marghera (Ve) ed è questa la chiara tendenza all’Ilva.

  • Mobilitazione reazionaria e mobilitazione rivoluzionaria
    La società in cui viviamo si basa sul potere di una classe, quella della borghesia imperialista o monopolista, in quanto detentrice delle principali fonti di accumulazione capitalistica, a livello industriale e finanziario. Tale accumulazione di profitto e rendita avviene sfruttando il lavoro della restante popolazione, cioè di quelle che possiamo definire come masse popolari, tra le quali la classe operaia è quella direttamente produttiva di valore. Tra le masse popolari possiamo dunque includere anche la piccola borghesia (i cosiddetti “lavoratori autonomi”, commercianti, coltivatori diretti…) e la media borghesia (i capitalisti che non hanno posizione monopolistica). Di fronte alle contraddizioni prodotte dal sistema capitalista, le masse tendono mobilitarsi. Nella crisi ciò avviene in maniera più forte poiché le contraddizioni sono più acute e tutti i settori delle masse popolari sono colpiti da misure impopolari. Parliamo di mobilitazione reazionaria quando la loro mobilitazione è orientata e diretta dagli interessi della classe della borghesia imperialista, perlopiù spingendole a contrapporsi, invece che ad essa e al suo stato, ad altri settori delle masse popolari (italiani contro immigrati, lavoratori precari contro stabili, abitanti contro operai nel caso dell’Ilva ecc). La mobilitazione delle masse popolari e/o di alcuni suoi settori, dunque, non è mai di per sé reazionaria, ma lo diventa se viene diretta dagli interessi della grande borghesia. Essa ha invece in sé la forza e la possibilità di essere mobilitazione positiva, cioè a difesa dei propri interessi unitari contro quelli della classe dominante, e di divenire mobilitazione rivoluzionaria se la classe operaia vi si pone alla testa nella prospettiva della rivoluzione proletaria.

L’altro grande responsabile della mobilitazione reazionaria tesa a dividere le masse tra operai e popolazione residente attorno ai siti produttivi è la politica borghese-istituzionale. Vuoi per tornaconto elettoralistico, vuoi per organicità agli interessi dell’uno o dell’altro gruppo capitalistico, vuoi per alzare il prezzo della propria collaborazione con essi o semplicemente per onorarla (tangenti e corruttele varie), la politica borghese di destra o di “sinistra” entra pesantemente all’interno delle vertenze relative alle “fabbriche inquinanti”. Generalmente, la prima cosa che essa fa è riempirsi la bocca di retorica sulla necessità di far convivere salute e lavoro; già con queste parole, essa avalla implicitamente la divisione fra le masse, presentando questi due bisogni e rivendicazioni come essenzialmente contrapposti e, di pari passo, nascondendo la contraddizione di classe che sta alla base della loro opposizione e negazione reciproca nella società capitalista. Successivamente, essa asseconda, con il proprio ruolo istituzionale, gli interessi prevalenti che la muovono in senso generale o nello specifico della contraddizione. In molti casi, non facendo altro che gestire il malcontento sia degli abitanti che dei lavoratori, chiudendo la questione nei palazzi del proprio potere, in nome della trattativa e della presunta tutela a livello di autorità di enti nazionali e locali (stato, regione, comuni…). Intanto, gli interessi reali che essa copre con il proprio agire, dettano i tempi concreti ed effettivi nello sviluppo della contraddizione: in sostanza i padroni ricevono avallo ad inquinare in maniera indisturbata fin quando la produzione rende e, sempre più spesso in questi tempi di crisi, avviando la distruzione delle forze produttive, con lo smantellamento progressivo o la vera e propria chiusura, quando gli affari calano o comunque c’è da avviare un processo di ristrutturazione e delocalizzazione industriale.
Così sta andando, ad esempio, per gli stabilimenti Lucchini di Trieste e Piombino (LI), per la raffineria Eni di Gela (CL), la centrale termoelettrica di Fiume Santo (SS) e in molte altre realtà del nostro paese. Così è avvenuto per il petrolchimico di Marghera e per l’Ilva di Genova.
Quando c’è da assicurare al padronato continuità produttiva infischiandosene dell’inquinamento, la politica batte il tasto del “lavoro da garantire”. Quando ci sono da legittimare i processi di chiusura o comunque di distruzione delle forze produttive in eccedenza, quello dell’ambientalismo, che diventa la copertura dei processi reali di crisi e della spartizione della torta delle bonifiche. Quando poi sorgono interessi specifici di consorterie borghesi che l’uno o l’altro schieramento politico rappresenta o esso stesso incarna, allora esso li fa pesare all’interno della contraddizione più generale, puntando ad influenzarne lo sviluppo. Ad esempio, a Trieste, la ferriera venne attaccata soprattutto nel periodo della giunta comunale di centro-destra (2001-11), con a capo Dipiazza, padrone con le mani in pasta nel litorale antistante allo stabilimento a forte impatto paesaggistico, senza che mai l’attività siderurgica venisse di fatto bloccata per motivi ambientali vista la sproporzione degli interessi in campo. Mentre precedentemente il centro-sinistra del sindacoindustriale Illy aveva avuto un ruolo da protagonista nello spingere per la cessione dello stabilimento Italsider ai Lucchini, affinchè esso continuasse a produrre dopo la fine della proprietà statale, e oggi, quanto tale coalizione è tornata al potere con il sindaco del Pd Cosolini, non sembra fare nient’altro che accompagnarne la prospettata chiusura a seguito del commissariamento dell’intero gruppo Lucchini. Sfumature meno presenti nella vicenda dell’Ilva di Taranto, dove la capacità di controllo della vita politica locale da parte dei Riva era, dato il gigantesco peso economico della loro azienda, molto più forte e totalizzante (dai sindaci locali fino al cosiddetto ecologista Vendola, presidente della Puglia).
Insomma, la politica borghese non fa che accompagnare e gestire, sul piano della fittizia “gestione della cosa pubblica”, i processi che i padroni mettono in campo per i propri interessi di profitto e gestione industriale, a volte facendone pesare quelli specifici che essa rappresenta. È comodo così presentarsi come tutori della salute delle masse, avallando chiusure di fabbriche decise in realtà per le contraddizioni del capitale e non certo per la tutela ambientale, visto anche che questo stesso ceto politico promuove ogni sorta di devastazione del territorio e dell’ecosistema, quando sia corrispondente agli interessi attuali e concreti del capitale, ad esempio blindando progetti distruttivi come quello del Tav.
Se la funzione fondamentale, dunque, a cui la politica borghese assolve è quella di corrispondere agli interessi materiali contingenti e strategici del capitale, la funzione che invece possiamo definire come principale, ovviamente strettamente connessa, è quella di determinarsi come direzione e controllo sulle masse popolari in corrispondenza a tali interessi, al fine di prevenirne il movimento autonomo in antagonismo ad essi. In sostanza, non vi è gestione dei passaggi necessari alla riproduzione del capitale che non implichi anche la riproduzione, ad essa calibrata, dell’egemonia della classe dominante sulle masse. La politica borghese non solo deve assecondare le necessità capitalistiche, ma deve mutarle in presunte necessità sociali e collettive, facendole così accettare, con le buone o con le cattive, agli sfruttati stessi. Una funzione che viene esercitata in sintesi con il complessivo apparato egemonico della classe dominante: le associazioni padronali (Confindustria e simili) innanzitutto e ovviamente i loro agenti fra la classe sfruttata, ovvero le burocrazie sindacali. E infine, in funzione sempre più prepoderante, la magistratura.

[2] In modo simile anche la questione dell’amianto venne utilizzata dai padroni, di concerto con il loro stato, per espellere dai posti di lavoro, attraverso il prepensionamento, migliaia di lavoratori, impiegati in settori che poi furono colpiti da ristrutturazioni pesantissime (porti, Fincantieri, lo stesso Italsider…), senza passare per tagli dichiarati di personale. Il giusto riconoscimento, ma solo a livello di età di accesso alle pensione, dell’avvelenamento di massa che il capitalismo italiano aveva seminato tra gli operai e le loro famiglie (poi perlopiù del tutto disconosciuto in sede di giustizia penale e civile) divenne così uno strumento per far pagare alla collettività i crimini del grande capitale contro la classe operaia, senza che i padroni dovessero cacciare un centesimo dei loro profitti accumulati sulla morte dei lavoratori e consentendo ad essi, anzi, di continuare a farlo per i decenni futuri.

Il ruolo della magistratura nella contraddizione tra produzione capitalista e salute-ambiente

“L'apparato statale, che comprende polizia, esercito e giustizia, 
è lo strumento con cui una classe opprime l'altra” 
(Mao Tse Tung)

 

Quando le masse popolari sono scese in campo per difendere l’ambiente, il territorio e la propria salute dagli interessi capitalistici, come accaduto, per citare solo i casi più rilevanti, in Valsusa contro il Tav, in Campania contro le discariche e in Sicilia contro il Muos, si sono sempre trovate di fronte, a reprimerle, lo stato e dunque, in primis, il suo braccio inquisitore e giudicante, ovvero la magistratura. Inchieste, arresti, processi e carcerazione sono stati i mezzi con cui quest’ultima ha difeso e tentato di garantire ad ogni costo la devastazione ambientale e sociale che la classe dominante impone in nome del profitto.
Ma nel definire il ruolo della magistratura nelle contraddizioni sociali che si sviluppano rispetto a immissioni e veleni di siti industriali come l’Ilva e come i casi sopra citati, ci si accorge che esso è ben più complesso di quello del soggetto deposto alla prevenzione e punizione, tramite forza coercitiva di legge, delle istanze di opposizione ai piani del grande capitale. Da organo “militare”, conducente una “guerra di movimento” della classe dominante per la neutralizzazione dei suoi nemici tramite la repressione di sbirri e galere, essa tende a divenire, più finemente, organo politico nel senso lato del termine, adoperandosi in una “guerra di posizione”, cioè di accerchiamento progressivo e di disarticolazione delle istanze, potenziali o già sviluppate, di opposizione e ribellione alla classe dominante. Il tutto, naturalmente, a partire e rimanendo comunque sul piano del potere giudiziario che l’ordinamento borghese li conferisce.
Se la magistratura assume un ruolo che possiamo definire come politico, per descriverlo e comprenderlo possiamo ripercorrere i passi già visti rispetto alla politica borghese in senso stretto, ovviamente adattandoli alla natura e posizione specifica della magistratura. Innanzitutto, come la politica borghese, essa tende ad avocare a sé la trattazione e la risoluzione fittizia delle contraddizioni sociali, affinchè non siano le masse popolari a muoversi autonomamente e in antagonismo alla classe dominante. Nei casi specifici dei veleni dei siti produttivi, essa interviene tramite l’applicazione della legislazione in materia di tutela ambientale, avviando inchieste e calando dall’alto del proprio potere giudiziario provvedimenti vincolanti in tal senso.
Tale azione della magistratura finisce per comportare un portato specifico superiore a quello della normale politica borghese, grazie alle prerogative che le consentono di minacciare, di fermare o bloccare effettivamente un’attività industriale inquinante. Ciò permette alla magistratura di ergersi a difensore delle masse in senso ancora più forte rispetto alle altre istituzioni della borghesia.
Se non fosse che una parte delle masse, innanzitutto gli operai dipendenti delle fabbriche e impiegati dell’indotto, viene colpita direttamente da tali poteri e provvedimenti con la possibile perdita del posto di lavoro, in maniera cioè molto più grave, dal punto di vista della loro condizione concreta, dei padroni.
Ciò determina la stessa polarizzazione che abbiamo visto verificarsi, in tali casi, con il prodursi della contrapposizione reazionaria tra operai, in difesa del lavoro, e delle popolazioni avvelenate, in difesa della loro salute; solo che, a differenza della prassi delle altre istituzioni borghesi, la possibilità della magistratura di incidere in tal senso con la propria forza coercitiva è molto maggiore. Dunque la stessa mobilitazione reazionaria ne viene rafforzata, con il definirsi di due poli borghesi che dirigono il movimento di una parte delle masse contro le altre: le popolazioni dietro alla magistratura, che ne rappresenterebbe le rivendicazioni con l’azione giudiziaria, i lavoratori con il padronato, che ne rappresenterebbe gli interessi attraverso la continuità produttiva.
Uno scenario che si è tendenzialmente visto laddove procure e tribunali siano intervenuti con provvedimenti di fermo di stabilimenti industriali: dal petrolchimico di Marghera alla fine degli anni novanta fino a quello di Gela nel 2002, per arrivare al caso odierno dell’Ilva, tra l’altro seguito, con dinamiche molto simili, dall’Italcementi di Colleferro (Roma) nell’ottobre 2012.
In tutti questi casi, del resto, l’azione delle toghe ha sortito l’unico effetto di indebolire la lotta di massa e dividere abitanti da operai, senza fermare effettivamente e continuativamente l’inquinamento. L’unica funzione che essa ha esercitato, come e meglio ancora di quanto hanno fatto gli altri poteri istituzionali borghesi, è isolare la classe operaia nella difesa dei posti di lavoro e agevolare i padroni nei processi di ristrutturazione industriale.
Emblematico, come diremmo anche in seguito, il caso di Porto Marghera, dove le pressioni della magistratura hanno accompagnato la dismissione produttiva dell’area e insultato le centinaia di lavoratori caduti per i veleni dei padroni con una serie di sentenze che hanno ne hanno garantito l’impunità.

Il ruolo politico generale della magistratura nel nostro paese

Ma se di funzione politica della magistratura dobbiamo parlare – e dobbiamo farlo non solo per quanto abbiamo detto in riferimento alla generale contraddizione produzione capitalista/ambiente e nello specifico di quanto abbiamo già accennato e di quanto diremo ancora sull’Ilva – allora il nostro discorso va posto in termini ben più ampli.

E’ infatti dalla fase di “tangentopoli”, cioè dagli inizi degli anni novanta, che la magistratura nel nostro paese ha un ruolo politico che, sebbene non ufficialmente sancito, è di primo piano. Allora una buona parte del ceto dirigente democristiano e socialista, quello che aveva basato il suo regime sull’anticomunismo della “guerra fredda”, venne travolto in una serie di inchieste più o meno concatenate, che “rivelarono” il segreto di pulcinella della corruzione, delle clientele e del latrocinio regnanti nei palazzi del potere. Si trattò in realtà di quella che, nel patrimonio del movimento comunista, possiamo definire come “rivoluzione passiva”, ovvero di un processo di cambiamento guidato dalle classi dominanti o da una fazione di esse per i propri interessi e strategie complessive. Nello specifico di tangentopoli concorsero tanti fattori, fra cui sicuramente la volontà di potenze imperialiste straniere, Usa in testa, di far fuori una classe dirigente non del tutto affidabile per dirigere l’imperialismo italiano nella nuova fase di crisi e guerra [3], assieme agli appetiti di buona parte della borghesia del nostro paese che contrastavano con gli assetti di potere e i loro modi di esercizio che la “prima repubblica” aveva costruito, anche rispetto alla partecipazione statale nell’economia.

Le grandi privatizzazioni, fra cui quella del settore dell’acciaio, rappresentarono un vero e proprio saccheggio che il capitale privato fece ai danni di quello pubblico, nascondendosi dietro la retorica del rinnovamento produttivo e dello snellimento della spesa, motivo portante di tutti gli esecutivi succedutisi da allora.
Ma, più in generale, tangentopoli rappresentò un’enorme operazione di egemonia di massa della classe dominante, che, in un periodo nel quale gli effetti della crisi del sistema capitalista si stavano già facendo pesantemente sentire e gli affondi alla condizione operaia e popolare si susseguivano, costruì quell’ideologia della legalità, secondo cui le contraddizioni della società non derivano da un sistema ingiusto in sé, ma dalla violazione delle leggi e dalla scarsa etica pubblica di tutti, a partire dal ceto politico e amministrativo. Una gigantesca operazione di mistificazione della realtà e di falsa coscienza, in quanto evidentemente corruzione, ruberie e mafia non sono che una delle conseguenze naturali del capitalismo e della sua stessa legalità esercitata solo contro le classi oppresse, che mirava a recuperare in chiave sistemica e mutare persino in tendenze reazionarie (“legge e ordine”) istanze potenzialmente antagoniste di lotta e rabbia sociale. Oggi la cosiddetta “antipolitica” del governo tecnico del reazionario Monti e del grande sfogatoio populista di Grillo ne è la diretta prosecuzione.
Tutto ciò con il pieno concorso e il protagonismo della sinistra revisionista e borghese, in primis della dirigenza del Pci-Pds ora Pd, che, con i nuovi fattori politici internazionali e interni, ovvero la caduta dell’Urss e del regime democristiano, fu legittimato a candidarsi come il ceto politico più capace nel servire direttamente, reggendo l’esecutivo, gli interessi della borghesia, dopo averli già serviti indirettamente dal dopoguerra in poi con il ruolo costante di “opposizione”. Il riformismo si mutò così in reazione e la legittimità data al capitalismo con l’illusione del suo “volto umano” divenne promozione di quell’ideologia della legalità per cui l’unico orizzonte possibile di “cambiamento” non sono più nemmeno le riforme sociali, ma semplicemente rivendicare l’illusione dell’applicazione di leggi, norme e sentenze anche ai “potenti”.
Se però, da un lato i nipotini del rinnegato Togliatti non facevano così che confermare e coronare il loro ruolo politico cinquantennale, dall’altro lato, dalla fase di “tangentopoli” in poi, entrò in campo come soggetto politico non ufficiale ma effettivo, quella magistratura che, ancora oggi, costituisce uno dei poli principali della contraddizioni interborghesi nel nostro paese. Il suo essere in parte legata alla dirigenza del Pci-Pd (la corrente di Magistratura Democratica) in parte all’imperialismo americano (sicuramente Di Pietro, almeno nei primi tempi) e in parte soggetto autonomo che mira e difendere i propri interessi e a espandere il proprio potere (vedi ad esempio la recente entrata ufficiale in politica del procuratore di Palermo, Ingroia), ne ha fatto uno dei centri del conflitto interno alla classe dominante sul piano economico e politico, che lacera la cosiddetta “seconda repubblica” sullo sfondo della crisi del sistema capitalista. Infatti, essa ha potuto crearsi una propria egemonia politico-sociale di massa, tramite l’esercizio del proprio potere giudiziario, contrastando rivali propri e della sinistra borghese (Berlusconi in primis) e talvolta strumentalizzando questioni sociali con provvedimenti e sentenze che intercettano umori e rivendicazioni delle masse lavoratrici e popolari (sentenza rogo della Thyssen Krupp dell’aprile 2011, sentenza Eternit del febbraio 2012, sentenze sul reintegro degli iscritti alla Fiom di Pomigliano ecc.). Ne è conseguita, persino, la tendenza dei settori di sindacato, in primis la Cgil e la Fiom, di delegare le rivendicazioni operaie a tribunali e giudici, ricevendo spesso sonore sconfitte con sentenze filopadronali e indebolendo così ogni spinta di reale conflittualità di classe. Una linea che, manco a dirlo, Landini e soci hanno ribadito e confermato rispetto all’Ilva, puntando in più occasioni a disertare la lotta degli operai in nome del “rispetto per le decisioni della magistratura”.

[3] Con questo non si vuol sostenere che democristiani e socialisti non fossero saldamente collocati nel campo delle politiche atlantiche, ma rilevare come, in determinati frangenti, avessero dimostrato di voler politicamente perseguire da una parte una posizione di mediazione, nel campo della Nato, con le istanze dei paesi oppressi e in fase di decolonizzazione e dall’altra di rappresentare la tutela degli interessi specifici dell’imperialismo italiano – si veda il rapporto con la borghesia nazionale palestinese rappresentata da Arafat o quella libica rappresentata da Gheddafi.

Il ruolo della magistratura nella questione dell’Ilva

L’azione di pm e giudici rispetto all’Ilva di Taranto può essere letta nei termini di cui dicevamo. Infatti, la decisione del sequestro dell’area a caldo del 25 luglio, aggravata ulteriormente – peraltro dopo il rilascio di una nuova Aia da parte del governo – con l’ordinanza del 26 novembre, sempre a firma del gip Todisco, che estendeva i sigilli anche all’area a freddo, bloccando i prodotti finiti e semilavorati e, infine, l’attuale resistenza della procura all’applicazione del decreto Clini, rappresentano dei passaggi con cui la magistratura della città pugliese sta dimostrando di voler assumere il ruolo da protagonista negli ultimi sviluppi della questione dell’Ilva, ergendosi a presunto difensore della salute delle masse.
In realtà, era circa da trent’anni che la magistratura tarantina conduceva inchiesta sull’inquinamento dell’acciaieria, con la prima sentenza di condanna risalente al 1982, pur non riuscendo mai effettivamente a essere veramente di intralcio ai padroni e a salvaguardare la salute dei lavoratori e degli abitanti.
Nella fase attuale però, con la crisi di sovrapproduzione che investe appieno il mercato dell’acciaio e, in generale, l’intero sistema capitalista, la magistratura stavolta s’impone con provvedimenti sostanzialmente tesi a paralizzare l’attività industriale. Ciò può confermare quanto dicevamo poc’anzi, sull’azione delle istituzioni borghesi nei termini della difesa ambientale a fini di gestire e coprire processi di deindustrializzazione, ristrutturazione e fondamentalmente di distruzione di forze produttive, con tutto ciò che ne consegue per lavoratori e masse popolari e con la giustificazione “ecologica”.
Nel caso specifico, però, la virulenza e la perentorietà dell’intervento delle toghe è, per molti versi, inedita e difficilmente riconducibile esclusivamente ad una dimensione di affiancamento, dal lato giudiziario, dell’azione di progressiva dismissione dello stabilimento da parte dei padroni, anche perchè quest’ultimi, con i provvedimenti di messa agli arresti, ne sono stati colpiti in maniera diretta e molto più forte di quanto solitamente accade, per vicende simili, ai membri della loro classe. Inoltre, con il vero e proprio conflitto contro la reiterazione dell’Aia e l’applicazione del decreto Clini, la magistratura avviava un braccio di ferro con lo stesso governo (con il quale solitamente, su tali questioni, essa tende ad agire di concerto) contestandone le prerogative e avocandosi il ruolo di decisore finale. È la politica nel suo complesso, anche perchè essa, soprattutto a livello locale, era ed è fortemente ammanigliata con i Riva, ad essere sotto attacco dei giudici tarantini, se pensiamo che nell’ordinanza del 26 novembre si citano i “favori” di Vendola verso questi magnati dell’acciaio e i rapporti stretti che essi avevano con i vertici del Pd, Bersani in particolare, anche in termini di finanziamenti per la campagna elettorale (peraltro elargiti, per non sbagliare, anche al Pdl). Che così fosse, del resto, le parti coscienti delle masse tarantine e pugliesi lo sapevano già e ne vivevano da sempre le tragiche conseguenze.

Ma questo porsi della magistratura in termini autonomi, come fazione del sistema borghese che utilizza il proprio potere contro le altre, padronato e governo, e sviluppa una propria linearità nell’azione, deve farci interrogare sui fattori che ne sono all’origine. Ovviamente, coloro i quali credono che alla base della campagna giudiziaria avviata da Todisco e soci vi sia la loro pura coerenza nel voler difendere l’ambiente e la salute, ammesso e non concesso che essi si possano difendere lasciando in strada migliaia di lavoratori e condannando all’abbandono un sito industriale, pecca dell’ingenuità connaturata alla concezione del mondo dell’idealismo borghese. Il materialismo proletario ci insegna invece che ogni soggettività del reale ha delle radici nella sfera materiale, cioè economico-sociale, alla quale poi corrisponde e spesso dà fittizia copertura quella ideale. Da tale punto di vista, ciò che, pressochè spontaneamente, viene da pensare rispetto alle ultime vicende dell’Ilva, è a chi possa giovare l’azione della magistratura per il blocco del più rilevante sito produttivo dell’acciaio in Italia e nell’intero vecchio continente. È sostanzialmente grazie ad esso, che concentra quasi il 90% della produzione nazionale, che l’imperialismo italiano è ai vertici nella produzione di acciaio a livello globale, secondo in Europa, superato solo da quello tedesco, e dodicesimo nel mondo. Specie in una fase come quella attuale, contrassegnata dall’aggravamento della crisi, e dunque dall’inasprimento delle contraddizioni interimperialiste a livello continentale e globale, il fatto che il cuore della produzione italiana dell’acciaio venga colpito va oggettivamente a diretto vantaggio dei concorrenti.
Con ciò non vogliamo rischiare di cadere in una visione complottista, affermando, senza nessun elemento fattuale a riprova, che Todisco e soci siano sul libro paga di monopolisti esteri, interessati a fare le scarpe a quelli italiani. Diciamo semplicemente che l’azione della magistratura collima oggettivamente con interessi di concorrenti imperialisti e constatiamo come, sulla base del patrimonio del materialismo dialettico, un dato oggettivo tende a corrispondere ad un rapporto soggettivo tra le forze che lo hanno determinato come evento o che avevano interessi a determinarlo. Nello specifico della questione che stiamo trattando, potremmo citare l’esempio di tangentopoli di cui dicevamo prima: la storia non raccontata ci disse solo successivamente di un Di Pietro, allora presentato come esempio di indipendenza assoluta della magistratura, che frequentava stabilmente, proprio in quegli anni, gli ambienti diplomatici statunitensi.
Le frequentazioni della dottoressa Todisco, certo, non le conosciamo, almeno adesso…Per il momento ci basta la sua determinazione nel voler distruggere la vita a migliaia di operai, nascondendosi dietro la sofferenza di altrettanti proletari, per riconoscere chiaramente in lei e nei suoi pari dei concreti nemici di classe.
Non appartiene invece al campo delle ipotesi e non implica un ragionamento a livello globale bensì strettamente nazionale, affermare che l’esplodere della questione dell’Ilva coincide con uno dei periodi ove la contraddizione interborghese tra politica e magistratura era arrivata ad uno dei suoi apici, con l’incendiarsi della polemica e dello scontro pubblico in merito all’inchiesta della procura di Palermo sulla trattativa stato-mafia all’inizio degli anni novanta, che toccava direttamente gli ambienti della presidenza della repubblica e coinvolgeva lo stesso Napolitano. Ovvero l’uomo che, con la promozione dell’attacco alla Libia nel 2011 e con la forzatura istituzionale della salita al potere del governo “tecnico”, aveva contrassegnato gli ultimi principali passaggi strategici della classe dominante italiana, in rapporto a quelle delle maggiori potenze estere (Usa e Germania in primis). Sarà con tale inchiesta che salirà alla ribalta il procuratore di Palermo Ingroia, poi sceso in politica come capo di una “sinistra” presuntamente radicale, in realtà ultraopportunista, che ha sostituito all’illusione della giustizia sociale quella della giustizia borghese.
Sia l’inchiesta sulla trattativa stato-mafia, sia il blocco giudiziario dell’Ilva, cadevano in una fase di convergenza tra Pd e Pdl con il sostegno al governo di Monti, succeduto a Berlusconi. Un compromesso che, in determinate fazioni della magistratura, venne visto come un tradimento della “sinistra” borghese rispetto ai propri interessi e velleità di rivalsa nei confronti del cavaliere e dunque come un passaggio da sabotare con l’irrompere della propria azione giudiziaria in campo politico-sociale. Ebbene, nell’ambito di tale contraddizione generale tra politica e magistratura, l’Ilva ne ha rappresentato una concretizzazione specifica, anche perchè strettamente connessa, a differenza di altri campi di scontro, con la vita reale delle masse.

  • L’operaismo
    L’operaismo viene spesso inteso in maniera confusa e indistinta, anche nel movimento antagonista, come la posizione politica di coloro che si schierano con gli operai e con le loro lotte. In realtà, esso può essere anche l’opposto, come il caso dell’Ilva dimostra. L’operaismo consiste infatti in una storica corrente revisionista del movimento comunista, sorta nel secondo dopoguerra negli Usa e sviluppatasi in Italia negli anni sessanta, la quale interpreta idealisticamente, assolutizzandoli, taluni caratteri empirici e transitori del capitalismo postbellico, segnato da una fase di accumulazione positiva e di espansione. All’interno di esso, la stessa analisi e definizione di classe operaia non è più legata alla determinazione oggettiva del suo ruolo all’interno del modo di produzione capitalista e dunque della sua natura di classe sfruttata, ma ai caratteri di forma materiale e soggettiva che essa via via manifesta, soprattutto rispetto allo sviluppo della lotta di classe. In sostanza si dà alla classe una definizione empirica e soggettiva, conformemente a diagnosi generali del capitalismo monopolistico che confondono passaggi formali e superficiali in modificazione sostanziali delle sue fondamenta e dei suoi assetti economico-sociali. L’operaismo iniziò con l’esaltazione dell’operaio-massa, cioè del proletariato di basso livello e sradicato dal meridione d’Italia, e finì con quella dell’operaio sociale, che viene sfruttato non nella sfera della produzione, ma in quella della circolazione. Con il primo, esso spiegò il persistere della combattività operaia, durante gli anni sessanta, pur nella fase d’integrazione economico – politica della classe (fase del cosiddetto “capitalismo dal volto umano”). Con il secondo, esso interpretò il movimento di ribellione del proletariato giovanile alla metà degli anni settanta, affermando che la crisi del capitalismo, le ristrutturazioni industriali e sociali derivanti e la crescita delle forze produttive avevano comportato l’apertura di una nuova fase sostanziale del capitalismo. Il concetto di classe operaia veniva così relativizzato ad una manifestazione di antagonismo soggettivo e, data tale premessa, i decenni di tendenziale pacificazione sociale, a partire dalla seconda metà degli anni ottanta, portarono via via l’operaismo, o meglio quanto ne restava a livello ideologico e quanto vi si poneva in continuità più o meno dichiarata e consapevole, a individuare il “soggetto antagonista” in ogni gruppo sociale e settore di classe di generica “opposizione” e/o ai margini. Così come, negli anni sessanta e settanta, le rivendicazioni degli operai e del proletariato giovanile avevano costretto il capitalismo a mutarsi sostanzialmente, adesso, secondo tale teoria, potevano svolgere la stessa funzione quelle degli studenti, degli immigrati, dei precari e degli ambientalisti. Dall’altra parte, vi stavano i soggetti che non potevano o non sarebbero portati a determinare antagonismo, tra cui, dunque la stragrande maggioranza del proletariato e delle masse popolari. La contrapposizione tra operai e masse avvelenate rispetto a Taranto, ma anche a Mestre e in altre situazioni, non dipende solo dal lavorio reazionario della classe dominante e dei suoi apparati, ma anche da concezioni che ne rappresentano l’influenza e sono purtroppo radicate soprattutto nel movimento di classe. In nome di un presunto valore e ruolo antagonista in sè delle rivendicazioni ambientaliste e dei settori di massa e politici che le portano avanti, si portano avanti di fatto concezioni antioperaie e si cade, come sempre avvenuto nella storia dell’operaismo, a ricalcare, con un linguaggio di “sinistra”, la mobilitazione reazionaria delle masse popolari che padroni e apparati borghesi promuovono. I testi dell’operaismo sono quelli di Tronti, Negri, Panzieri, Asor Rosa e Cacciari. Una serie di nomi e di relative carriere che, già di per sé, dovrebbero far riflettere sulla nocività di determinate concezioni, si presentino come allora o in forma nuova.

La mobilitazione degli operai e delle masse popolari di Taranto

Effettivamente, la magistratura puntava ad essere la protagonista principale delle vicende dell’Ilva, esercitando il ruolo di presunto antagonista agli avvelenatori Riva, in nome e per conto di masse popolari che stessero a guardare e applaudissero al suo operato. Invece le cose non sono proprio andate così.
Il 26 luglio, all’apposizione dei sigilli all’area a caldo, migliaia di lavoratori abbandonavano lo stabilimento e si riversavano nelle piazze e nelle strade, fermando la produzione e bloccando l’ingresso e l’uscita dall’intera città. A sostenerli nella mobilitazione accorrevano fin da subito molti abitanti di Taranto.
Dal canto loro, specularmente al tentativo di strumentalizzazione da parte dei giudici delle sofferenze fisiche e morali delle masse tarantine, i padroni puntavano immediatamente ad approfittare della mobilitazione operaia per i propri interessi ed esercitare il ricatto “o veleni o chiusura”. Un’operazione di cui i sindacati confederali, Cisl e Uil e in una prima fase anche la Fiom, furono i diretti artefici e che arrivò a chiari tentativi di corruzione della classe in lotta, con gli scioperi pagati e la fornitura di mezzi, cibo e bevande per sostenere i picchetti in strada.
Ma la classe operaia non si fece troppo abbindolare: dalle sue componenti più avanzate, già nelle giornate di luglio, iniziarono a risuonare chiari contenuti di antagonismo sia al padrone, sia alla magistratura che alla politica borghese, tutti accusati di far pagare la drammatica situazione vigente proprio ai lavoratori, i primi, tra l’altro, a essere esposti alla nocività. Ai giornalisti che istigavano, con domande capziose, alla contrapposizione tra lavoro e salute, qualche operaio rispondeva “difendiamo i nostri posti di lavoro e vogliamo garantire la nostra salute e quella di tutta la città, la responsabilità della situazione è della proprietà e dei politici che non hanno fatto nulla”.
Il 2 agosto, migliaia di operai e abitanti della città pugliese sfilavano nuovamente al corteo organizzato dalle segreterie nazionali dei confederali. Durante il comizio conclusivo, mentre stava parlando il capo della Cisl Bonanni, si accendeva la contestazione da parte del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, composto anche da dipendenti dell’Ilva, che, irrompendo sotto il palco degli oratori, costringeva i sindacalisti venduti a interrompere il loro spettacolo. L’azione ebbe l’aspetto positivo di dimostrare come non tutta la classe operaia dell’acciaieria condivideva la direzione filopadronale della mobilitazione che i confederali volevano imporre. Ma, dall’altro lato, pesavano le posizioni concrete del Comitato, ideologicamente ispirate dall’ambientalismo piccolo-borghese e dall’operaismo. Esso è infatti favorevole alla chiusura dello stabilimento, proponendo velleitariamente di reimpiegare tutti i lavoratori nelle bonifiche o comunque garantire loro continuità di reddito. Prospettive avventuriste nella sostanza, implicitamente antioperaie e rientranti di fatto nel ricatto dei Riva (o salute o chiusura), che finiscono per porre la classe dietro la direzione della magistratura e portare la contraddizione fittizia tra lavoro e salute anche tra le sue fila, alimentando oggettivamente la spirale di mobilitazione reazionaria funzionale a padroni e politica borghese.
Durante tutta l’estate e nel periodo successivo, si susseguirono manifestazioni, agitazioni e scioperi, che confermarono quanto già gli eventi di fine luglio e di inizio agosto avevano anticipato, ovvero sia la tendenza dei lavoratori e delle masse alla mobilitazione e sia il pesare su di essa della direzione di forze che alimentavano la contrapposizione tra lavoro e salute, i cui poli estremi erano rispettivamente i confindustrialisti Cisl e Uil da un lato e gli ambientalisti filo-magistratura dall’altro, tra cui spiccava ancora il Comitato Liberi e Pensanti.
Dal canto suo, la Fiom, partendo da posizioni sostanzialmente equiparabili a quelle degli altri confederali, progressivamente sposava una linea di subalternità alla magistratura, coerente con la sua politica nazionale ma contraria decisamente agli interessi dei lavoratori, coprendosi, quando la mobilitazione operaia tese a farsi più forte, con la roboante rivendicazione della “nazionalizzazione dello stabilimento”, di cui diremo in seguito. Posizioni che venivano sostanzialmente adottate anche dal principale sindacato di base, l’Usb. Esse comportarono il fatto che gran parte delle agitazioni operaie contro le iniziative della magistratura, finissero per essere proclamate dai servi più servi, ovvero Cisl e Uil, longa manus dei Riva. Una posizione più avanzata venne invece tenuta dallo Slai Cobas – per il sindacato di classe, aspramente critico di ogni rivendicazione di chiusura dello stabilimento e fautore dell’unità della lotta per salute e tutela occupazionale.
Ma la più forte lezione di come lavoro e salute vadano difesi assieme, la diede la stessa classe operaia dell’Ilva, in particolare gli addetti al movimento ferroviario, in risposta all’omicidio “bianco” del loro collega Claudio Marsella, di cui dicevamo sopra. Essi condussero, sostenuti esclusivamente dai sindacati di base (Usb e Slai Cobas), uno sciopero ad oltranza per ben 14 giorni, contro le condizioni brutali imposte dai padroni con la complicità dei confederali, dando la concreta dimostrazione che la classe operaia dell’Ilva non intende lavorare per morire e non accetta il ricatto per cui, in una fabbrica a rischio chiusura, bisogna tacere su questioni come sicurezza e carico di lavoro.
La rottura più profonda, però, tra le migliaia di lavoratori dell’acciaieria e i Riva, si verificò in seguito al nuovo provvedimento di sequestro emesso il 26 novembre, che ordinava anche una nuova sequela di arresti tra gli attuali e vecchi vertici dello stabilimento, accusati di associazione a delinquere finalizzata a reati ambientali e contro la pubblica amministrazione. Di fronte a questo nuovo attacco della magistratura nei loro confronti, i padroni portavano a vie di fatto il loro ricatto, annunciando la chiusura dello stabilimento. La manovra, però, si rivolse loro contro, perchè gli operai prontamente iniziarono l’occupazione dello stabilimento, portando avanti un assedio ai locali della direzione e impedendo ai parassiti in cravatta di uscirne.
Frattanto in tutta Italia, il pericolo che, con la chiusura definitiva dell’Ilva di Taranto, fornitrice di semilavorati per l’intero gruppo industriale, si arrivasse ad una sorte analoga per gli altri stabilimenti sparsi per il territorio nazionale e persino quelli all’estero, ne fece scendere in lotta gli operai dal Nord al Sud. A Genova, in particolare, i lavoratori fin da subito uscirono dalla fabbrica, manifestando e attuando blocchi stradali.
La situazione stava di fatto uscendo fuori totale controllo da parte dei padroni e via via scivolava anche fuori dalle mani dei sindacati confederali. Il governo da un lato si stava rivelando incapace di gestire il conflitto tra Riva e apparati giudiziari, rischiando di perdere tutto d’un tratto il più grande insediamento industriale nel paese, e dall’altro era sottoposto alle pressioni della mobilitazione operaia che conquistava rapporti di forza diventando questione di ordine pubblico a livello nazionale.
Mentre gli operai genovesi erano già arrivati a Roma, scontrandosi con la polizia, ed era prevista la salita anche di quelli di Taranto, solo una terribile tempesta, abbattutasi rovinosamente sullo stabilimento e sulla città pugliese, salvò la cricca di Monti dal trovarsi migliaia di tute blu pronte a tutto sotto i palazzi governativi della capitale.
Fu però da tale tempesta sociale complessiva che il governo, per venire a capo delle contraddizioni della vicenda che stavano evolvendo verso l’antagonismo più forte sia a livello di conflitto interborghese sia a livello di lotta proletaria, elaborò il cosiddetto decreto “salva Ilva”, rivestito della retorica di riuscire, tramite le proprie prescrizioni normative, a salvare “ambiente e lavoro”. Si trattava in realtà di un provvedimento con il quale l’esecutivo intendeva sottrarre al contendere di magistrati e padroni la gestione una questione così importante, complessa e delicata per gli equilibri economici dell’intero capitalismo monopolistico italiano e per il suo ruolo a livello mondiale. La norma garantiva, infatti, continuità produttiva, prevenendo potenziali esplosioni di lotta operaia che stavano già tendendo ad essere incontenibili, e, dall’altro, poneva formalmente degli obblighi in materia di investimenti ambientali ai padroni. Ci ritorneremo in seguito, continuando adesso a focalizzare l’attenzione sullo sviluppo della lotta operaia.

Proprio infatti nel merito dell’applicazione di tale decreto, a metà gennaio si scatenò un’altra fase di conflitto interborghese tra la magistratura e i Riva, con l’esecutivo schierato con quest’ultimi, intento ad imporre la ripresa della normale attività produttiva come previsto dal decreto. Il piano concreto da cui, questa volta, si ripresentò la contraddizione, fu quello del sequestro del milione e settecento mila tonnellate di acciai semilavorati, stivati nella cosiddetta area a freddo e il cui valore veniva stimato dall’azienda in circa un miliardo di euro.
Nonostante l’entrata in vigore del provvedimento “salva Ilva”, essi continuavano a rimanere bloccati e non venivano inviati agli altri stabilimenti per le successive lavorazioni, in quanto, secondo la procura di Taranto, rappresentavano corpo del reato, poiché prodotti nel periodo tra il 26 luglio e il 26 novembre, quando cioè gli impianti avrebbero dovuto restare fermi. Mentre governo e padroni da un lato e magistratura dall’altro mettevano in atto un braccio di ferro istituzionale destinato ad arrivare sino alla consultazione della corte costituzionale, anche in questo caso entrava in scena la lotta operaia. Infatti, la minaccia dei Riva di protrarre ed estendere la cassa integrazione per gli addetti all’area a freddo, di bloccare da subito l’erogazione delle paghe e l’intervento di alcuni carpentieri, sempre su direttiva dei padroni, per il blocco dei varchi d’ingresso, determinava la forte reazione proletaria. Il 17 gennaio 2013, circa trecento operai assaltavano i cancelli, conducendo l’occupazione della sala del consiglio di fabbrica e avviando un nuovo sciopero ad oltranza per otto giorni, proclamato, in diverse tempistiche di inizio e revoca, da Cisl, Usb e Slai Cobas per il Sindacato di Classe.

Il decreto “salva Ilva”

Se l’azienda non adempie alle prescrizioni previste dal decreto legge sull’Ilva varato ieri dal Consiglio dei Ministri si potrà arrivare all’adozione di provvedimenti di amministrazione straordinari e atti sostitutivi in base agli articoli 42 e 43 della costituzione, in considerazione dell’interesse strategico nazionale dell’impianto – Abbiamo introdotto sanzioni e interventi diretti che potrebbero togliere valore alla proprietà, fino alla perdita del controllo“. Così affermavano i ministri Clini e Passera, nella conferenza stampa tenutasi dopo l’approvazione della norma, prospettando un possibile commissariamento e amministrazione straordinaria da parte dello stato, così come previsto dalla parte finale del decreto.
Dunque, da un lato, con la retorica di voler salvare “ambiente e lavoro”, a cui il “salva Ilva” è ispirato, il potere governativo e buona parte della politica borghese intendono gestire i processi di crisi, salvaguardando profitti e rendite degli industriali con la continuità produttiva fino a quando conviene, salvo poi giustificare progressive chiusure con le esigenze della tutela ambientale: il tutto per evitare che, invece, la classe lavoratrice e le masse popolari possano realmente unificare lavoro e ambiente, concretizzandoli come un’unica rivendicazione da perseguire con la lotta.
Dall’altro, con l’intervento normativo elaborato dal governo Monti, il regime della borghesia imperialista italiana, nel suo complesso e in termini strategici, si dota dello strumento legale per far sì che una questione come quella dello stabilimento di Taranto venga affrontata saldamente a livello centrale, da parte dunque dell’esecutivo e non nei meri termini degli interessi delle singole fazioni di padronato – i Riva – o del singolo apparato dello stato – la magistratura – soprattutto quando questi tendono, come abbiamo visto, a confliggere uno contro l’altro. La classe dominante, nel suo complesso e tramite l’azione politica ai massimi livelli, aggiunge e sovrappone alla “semplice” gestione dei processi di crisi, il piano strategico di tutelare e rilanciare il proprio ruolo e potere economico, facendosi garante dei propri interessi immediati, generali e di prospettiva. Del resto, come non potrebbe essere così, di fronte alla paventata chiusura dello stabilimento che produce quasi il 90% dell’acciaio italiano e della conseguente cessazione di attività del principale gruppo siderurgico del nostro paese? Essendovi in ballo, per molti versi, la posizione stessa dell’imperialismo italiano sul piano mondiale, peraltro nella presente situazione di aggravio della crisi internazionale, una simile questione non poteva essere lasciata in mano all’agire dei magistrati e nemmeno alle mosse e agli interessi stretti dei Riva. Con il decreto “salva Ilva” si è dunque sancito che la contraddizione interborghese sorta sull’acciaieria di Taranto deve avere sintesi nell’ambito di una prospettiva strategica della classe dominante, rafforzando quest’ultima o quantomento arginando potenziali conseguenze disastrose sui suoi destini economici e dunque anche politici. Anche perchè, altrimenti, la sintesi che si potrebbe determinare dipenderebbe dall’imporsi della lotta operaia e popolare come aspetto principale della contraddizione, con conseguenze forse ancora più negative per la stessa classe dominante, stavolta direttamente nei termini del suo rapporto di potere e di egemonia sulle classi sfruttate ed oppresse. Il piano della strategia economica si rivela ancora una volta indissolubilmente legato a quello della controrivoluzione preventiva; l’azione degli esecutivi si conferma essere motore propulsivo di entrambi, in quanto proiezione programmatica e strategica della borghesia imperialista italiana.
Introdurre a livello normativo l’opzione del commissariamento o addirittura, come prospettato da Clini a inizio febbraio 2013, l’ipotesi della nazionalizzazione, va proprio in tal senso. In questo modo, il governo afferma chiaramente che, se sarà necessario per gli assetti del capitalismo italiano, la fabbrica potrà ritornare, con diverse gradazioni a seconda che si tratti di amministrazione straordinaria o nazionalizzazione, sotto controllo statale, come lo era prima dell’acquisto da parte dei Riva. Qualsiasi sia il destino dell’impianto – chiusura, continuità, delocalizzazione ecc.- non potranno deciderlo interessi e vedute del singolo gruppo borghese, ma potrà, e in certo senso dovrà, realizzarsi attraverso una vera e propria scelta politica “pubblica”, cioè dello stato come strumento della classe dominante. E quale miglior giustificazione per l’esercizio di tale prerogativa, se non quella del necessario risanamento ambientale, prescritto dal decreto “salva Ilva”? Risanamento che, ovviamente, peserà sulle finanze pubbliche, cioè sarà pagato dalle masse e non dai profitti dei Riva, e che potrà andare ad ingrassare i capitalisti della bonifiche o qualche industriale che vi porrà le mani una volta “ripulita”.
Di fronte all’aggravio della crisi del capitalismo internazionale, la prospettiva della ripresa diretta del ruolo dello stato nell’economia, soprattutto per rimediare allo sfacelo di settori industriali strategici come lo è quello dell’acciaio e del sistema bancario, sembra infatti essere ritornata ad essere una ricetta plausibile a livello economico internazionale, dopo il fallimento sostanziale delle grandi privatizzazioni. La tendenza a livello internazionale è chiaramente impostata in tal senso. Gli aiuti in forma di prestiti e di partecipazione azionaria da parte di capitali pubblici (nazionali o sovranazionali com’è il caso della Bce) in colossi industriali o finanziari è una questione oramai pressochè quotidianamente dibattuta a livello economico e politico. Le politiche interventiste di Obama negli Usa per quanto riguarda i colossi dell’industria automobilistica Chrysler e General Motors e di istituti finanziari come Citigroup e Bank of America parlano chiaro in tal senso. Così come lo dimostrano, gli stanziamenti a favore di grandi gruppi bancari in Europa, dalla Spagna all’Olanda, fino ad arrivare all’Italia, ove tale possibilità non è stata esclusa rispetto a Monte dei Paschi di Siena. E ancora: proprio mentre in Italia la contraddizione dell’Ilva arrivava al culmine, in Francia il governo pensava esplicitamente alla nazionalizzazione dell’impianto siderurgico della Arcelor-Mittal a Florange. Esempi attuali che ripresentano il leit motiv storico “privatizzare i profitti, socializzare le perdite”, riproposta nei corsi e ricorsi del capitalismo a seconda delle fasi di ascesa e declino e introdotta nelle sue forme più tipiche, nel secolo scorso, dal New Deal americano, dal fascismo italiano e dal nazismo tedesco.

  • Ilva chiusa per far posto ad una base Nato?
    Da documenti del Pentagono, emersi oramai da ben nove anni ma completamente ignorati dai grandi mass media, risulta che Taranto potrebbe divenire sede dell’ennesima base Nato in Italia, da localizzare nel porto della città pugliese e da adibire a sito di attracco per i sommergibili nucleari dell’esercito statunitense. Essa dovrebbe realizzarsi a partire dell’attuale base della marina militare italiana, in una posizione in parte coincidente con quella dell’acciaieria. Quest’ultima potrebbe rappresentare, in tale ipotesi, un ostacolo da eliminare. Ritenere tale possibilità l’unica interpretazione delle contraddizioni che abbiamo di fronte rispetto alla questione dell’Ilva ci sembra fare un torto alla realtà dei fatti, ma escluderla e non tenere conto ci pare altrettanto sbagliato. Visto che, come dicevamo, la guerra imperialista rimane l’unica prospettiva effettivamente strategica per il capitalismo monopolista nella sua fase di crisi. Una prospettiva alla quale la stessa produzione industriale civile deve essere necessariamente relativizzata. Nel frattempo e per l’appunto, possiamo osservare comunque il fatto, concreto ed attuale, che la nocività ambientale della città e della provincia di Taranto si deve storicamente anche alle installazioni dell’esercito italiano – arsenale e marina militare – che nessuna delle fazioni borghesi sgolatesi sull’inquinamento dell’acciaieria osa invece mettere in discussione.

Ritornando però al dibattito politico attuale, è veramente curioso e significativo notare come l’idea dell’intervento statale per l’Ilva coinvolga anche buona parte del sindacalismo di “sinistra”, Fiom e Usb in testa, e sia sulla bocca anche di parte del movimento comunista. Un allarmante fronte di forze che va da Clini a Landini, il quale ha giustificato l’assenza della Fiom dagli ultimi scioperi proprio perchè, in nome di tale parola d’ordine, bisognava lasciare campo libero a magistrati e governo. In realtà, tali forze, dietro formule roboanti, nascondono la loro subalternità alla classe dominante e la loro adesione ai suoi orientamenti programmatici a livello strategico. Per la classe operaia e le masse di Taranto, non conta se a gestire la fabbrica sia Riva o lo stato, perchè lo sfruttamento, i licenziamenti e i veleni rimangono tali e quali. Viceversa, solo la loro autonomia dalla classe dominante – e dunque anche la rottura con schemi e parole d’ordine presentate come risolutive, come viene fatto per la nazionalizzazione – e la traduzione di tale autonomia in lotta concreta può permettere di conquistare posizioni migliori rispetto ai padroni e al loro stato.
Con quanto detto finora, non intendiamo però avvallare l’idea che l’intervento economico diretto dello stato per quanto riguarda l’acciaieria tarantina sia l’unica tendenza che il decreto “salva Ilva” manifesti. Essa è un’opzione possibile e forse necessaria, per garantire gli interessi del sistema imperialista italiano: se però quest’ultimi potranno essere salvaguardati anche rimanendo allo status quo, ovvero con la gestione dei Riva, l’assetto della proprietà rimarrà invariato. Ed è in tal senso che, fino ad ora, sono interpretabili gli sviluppi della questione Ilva dopo l’entrata in vigore della norma, con il governo deciso a imporre la continuità della produzione e dunque schierato con i padroni contro i giudici. Così come non è detto che il decreto sarà effettivamente applicato solo all’acciaieria di Taranto, costituendo un precedente e un modello applicabile ed estendibile anche su altri fronti di crisi e di cosiddetto “risanamento ambientale”. Proprio a tal proposito va detto che il provvedimento è intitolato “disposizioni urgenti… in caso di stabilimenti di interesse strategico nazionale”, a ulteriore conferma del valore generale e di prospettiva che esso può assumere per la futura prassi normativa in tema di politica e relazioni industriali nel nostro paese. E ancora, è da sottolineare come la definizione di “stabilimenti di interesse strategico nazionale” è foriera all’aprire le porte al controllo autoritativo, in termini polizieschi e persino militari, per siti produttivi, come già successo per il termovalorizzatore di Acerra, per il cantiere dell’alta velocità ferroviaria in Valsusa e la zona dove dovrebbe sorgere il Muos a Niscemi, in Sicilia. Risulta chiaro, già da questi tre esempi, come tale definizione risponda inequivocabilmente a politiche di controllo sociale e repressive volte a fermare movimenti di resistenza popolare e dunque come tale disegno dello stato tenda ad essere riprodotto anche a Taranto.

Lottare uniti contro lo sfruttamento e i veleni del capitale

La lotta degli operai dell’Ilva di Taranto raccoglie le numerose contraddizioni e difficoltà che avvolgono il mondo dei lavoratori, della classe operaia oggi nel nostro paese.

Nell’ultimo decennio e soprattutto in questi ultimi anni di crisi economica profonda e drammatica che stanno vivendo i proletari e le masse popolari, numerosi e continui sono stati gli attacchi alle loro conquiste. Recenti, in particolare, sono lo smantellamento dell’art. 18  dello statuto dei lavoratori, del contratto collettivo nazionale di lavoro (da ultimo con l’accordo di novembre 2012 sulla produttività siglato da Cisl, Uil e Ugl e Confindustria) e del sistema degli ammortizzatori sociali. In generale, negli ultimi anni abbiamo visto che i padroni e i loro governi hanno condotto un’offensiva a tutto spiano all’insegna della riduzione salariale, della precarietà e alla progressiva cancellazione del sistema pensionistico e del diritto stesso ad andare in pensione.

L’ultimo governo imperialista italiano, sotto la guida del macellaio sociale Monti, ha approfondito l’attacco alle conquiste dei lavoratori, approfittando del pieno appoggio e complicità conferitogli dalle forze politiche e dai sindacati, che hanno fatto abbassare la testa alla classe operaia e addomesticato il conflitto sociale per garantire il profitto dei padroni.
E in questa situazione la lotta dei lavoratori Ilva assume un valore importante poiché in molte sue fasi ha visto superare l’imbonimento e controllo sindacale confederale, con forme di lotta che sono state decise e attuate in forma autonoma dai lavoratori, come quando c’è stato il “sequestro” dei dirigenti Ilva all’indomani del decreto di fermo degli impianti, tra l’altro fornendo una chiara direzione di classe alla lotta, ponendosi direttamente contro i padroni e superando i tentativi di divisione attuati dalle forze che vogliono contrapporre la classe operaia Ilva al resto delle masse popolari tarantine.
Gli operai che per anni hanno subito la dittatura padronale nella fabbrica, portata avanti da dirigenti, capi, capetti e sindacalisti confederali, per cui bisognava accettare le condizioni di lavoro pena la perdita del posto, accettando turni massacranti, ritmi pesanti a testa bassa, stanno riconquistando con la lotta il loro ruolo di avanguardia, sconfiggendo il tentativo di esclusione dalle decisioni sulle loro vite messo in atto da padroni, magistratura e governo, con la complicità dei confederali e della sinistra borghese, Pd e Sel in testa.
Il tentativo di sviluppare una mobilitazione reazionaria che mettesse operai contro il resto della città è stato per ora sconfitto proprio dalle mobilitazioni autonome dei lavoratori che si oppongono alla chiusura dello stabilimento e intendono così veramente difendere le condizioni ambientali e la loro salute, avviando una lotta unitaria con tutte le masse tarantine. Sicuramente la lotta non è finita e le sirene dei sindacati collaborazionisti suoneranno ancora per imbonire i lavoratori e riprendere nelle loro mani la direzione della lotta, paventando la perdita del lavoro e tentando di far accettare il “meno peggio”. Ma se la base mobilitatasi dei lavoratori saprà unire ancora di più la loro lotta per la difesa del posto alle istanze ambientaliste, rendendoli problemi di ordine pubblico e pretendendo che i costi vengano pagati da chi in questi anni ha introiettato profitti enormi, ovvero da padron Riva, queste sirene saranno assordate dalle rivendicazioni operaie e popolari.
Anche il decreto governativo “salva Ilva” vuole far pagare ai soli lavoratori e alle masse popolari i costi di risanamento ambientale, paventando il possibile esproprio, più o meno temporaneo, dello stabilimento. Questo però esonerebbe padron Riva dal risanare l’acciaieria pagando con i profitti incamerati con lo sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente in questi anni, per poi magari cedere ad altri padroni lo stabilimento risanato, pagato con il lavoro e i soldi degli operai.
Gli operai, non solo all’Ilva ma in tutte le fabbriche dove i rapporti di forza lo consentivano, hanno sempre lottato per una fabbrica più pulita, non inquinante e non assassina proprio perchè la fabbrica rappresenta la possibilità di salario e di vita.
Un progetto di risanamento ambientale può essere reale solo sotto controllo della classe operaia dell’Ilva (di Taranto e degli altri stabilimenti di Genova, Marghera…) che imponga il mantenimento degli altoforni, condizioni di garanzia occupazionale e salariale per i lavoratori, e contemporaneamente strappi ai padroni investimenti ambientali. Condizioni che devono essere pagate da padron Riva e dal servo Ferrante (ex prefetto e candidato alle primarie del Pd per le scorse elezioni comunali di Milano), che dopo decenni di profitti miliardari sulla pelle dei lavoratori e sulla salute degli abitanti dell’intera Taranto ora se ne vogliono lavare le mani.
Un controllo operaio delle operazioni di risanamento, riavviamento e riqualificazione degli impianti che deve essere articolato in collaborazione con gli organismi di base dei lavoratori e delle masse popolari della città, affinché le condizioni di adeguamento degli impianti siano rispettate sia in merito alle condizioni interne alla fabbrica, che rispetto all’esterno.

Nella società capitalista del profitto, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura, salute e lavoro sono posti in contraddizione poiché al primo posto viene soltanto l’interesse del padrone a massimizzare il profitto. La lotta dei lavoratori dell’Ilva si innesta su questa contraddizione. Essa viene utilizzata da padroni, governo, magistratura e forze della sinistra borghese e revisioniste (i puntelli del capitale) per dividere il fronte di lotta e contrapporre fittiziamente le ragioni dei lavoratori alle istanze ambientaliste e usarle a loro vantaggio per accelerare i processi di ristrutturazione aziendale facendone ricadere i costi sulla collettività o per le proprie velleità di potere (pm e giudici). Dall’altra lo sviluppo della lotta autonoma dei lavoratori può scardinare queste contrapposizioni artificiali e far comprendere chiaramente che solo la difesa dello stabilimento con una classe operaia in lotta può garantire condizioni di vita dignitose per i lavoratori e le masse popolari.

Fondamentalmente la contraddizione tra produzione ed ambiente non potrà essere risolta all’interno del modo di produzione capitalista. Solo con l’abbattimento della società capitalista si potrà superare questa contraddizione. Il valore della lotta dei lavoratori Ilva sta anche nel senso che lo sviluppo di questa lotta, come esempio per la classe operaia del nostro paese, possa essere un punto di partenza e di aggregazione per le avanguardie proletarie e per lo sviluppo della lotta di classe nel suo complesso. Compito dei comunisti è combattere il tentativo di mobilitazione reazionaria delle masse, così come di far emergere questi importanti aspetti positivi della lotta all’Ilva e portarli ad esempio e ad insegnamento rispetto alle altre mobilitazioni operaie e popolari che vi sono nel nostro paese.
Dobbiamo essere coscienti che la borghesia imperialista e il proletariato sono le due classi fondamentali di questa società: la direzione delle cose, in fin dei conti, può essere o dell’una o dell’altra. Lo si vede anche sulla questione dell’Ilva. Se prevarrà la direzione della borghesia imperialista, nelle vesti di Riva o in quelle di altri rappresentanti di tale classe o degli apparati del loro stato, essa si svilupperà in senso reazionario, con più veleni, sfruttamento e miseria per tutti. Dietro alla retorica di padroni e governo di voler salvare “lavoro e ambiente” si nasconde la loro relativizzazione assoluta agli interessi immediati o strategici del capitale.
Se invece prevarrà la direzione operaia ed essa riuscirà a suscitare un fronte popolare tra le masse per la difesa di lavoro e ambiente, si potrà strappare avanzamenti in tal senso contro gli interessi del capitale. Così è per Taranto, ma così è anche sul piano generale e fondamentale. L’unità reale delle rivendicazioni del lavoro e dell’ambiente può divenire così forza dirompente per la messa in discussione della società capitalista e per prospettarne e praticarne la lotta per il suo superamento.

 

NO ALLA CHIUSURA DELL’ILVA!

RISANAMENTO AMBIENTALE SOTTO CONTROLLO OPERAIO!

UNITA’ TRA OPERAI E MASSE POPOLARI!

PER L’ABBATTIMENTO DELLA SOCIETA’ CAPITALISTA,

PER UNA SOCIETA’ SENZA SFRUTTAMENTO DELL’UOMO SULL’UOMO E DELL’UOMO SULLA NATURA!

Collettivo Tazebao – per la propaganda comunista 22 febbraio 2013

 

Appendice: cosa insegna la questione della chimica a Marghera

La vicenda della lotta all’Ilva di Taranto pone la questione della contrapposizione che viene portata avanti artificiosamente da forze antioperaie tra salute e lavoro.
A Marghera, il principale polo chimico in Italia, questa vicenda si è presentata dalla fine degli anni ’90 ad oggi. Vediamo di addentrarci di più in questa storia per trarne alcuni insegnamenti.
Porto Marghera nasce all’inizio degli anni ’20 concentrando inizialmente fabbriche metalmeccaniche e successivamente fabbriche chimiche (Montecatini ed Edison, successivamente Montedison e ancora dopo Eni) per arrivare negli anni settanta ad una espansione di 239 grandi fabbriche che tra dipendenti diretti e indiretti arrivava ad impiegare 35000 addetti.
A partire dagli anni sessanta le diverse organizzazioni operaie interne alle fabbriche, sia sindacali che politiche e soprattutto l’Assemblea Autonoma Operaia, avevano sviluppato un livello organizzativo e combattivo tale da riuscire a imporre condizioni di miglioramento notevoli e avanzate per quanto riguarda la contrattazione tra capitale e lavoro, cioè su salari, orari, pause ecc.. Tutto questo era articolato non solo all’interno di ogni fabbrica, ma veniva esteso da stabilimento a stabilimento, creando coordinamenti, assemblee di delegati e lavoratori di più realtà produttive, tanto che aumenti salariali e miglioramenti contrattuali strappati in uno stabilimento venivano allargati agli altri. La forza e la compattezza operaia era tale che per i padroni molto spesso era meglio concedere innalzamenti delle paghe o altro, prima che la lotta partita da una fabbrica si diffondesse ad un’altra.
Tutte queste mobilitazioni e lotte riguardavano anche la questione ambientale e la salute nei luoghi di lavoro.
A partire dagli inizi degli anni settanta la parola d’ordine dei lavoratori era “mac zero”: mac era la sigla che nella medicina del lavoro indicava la massima concentrazione accettabile nell’aria per una particolare sostanza, perché non fosse dannosa per l’uomo; indicando zero la quantità di mac possibile ci si rende conto della radicalità e incisività della lotta operaia sulla salute all’interno degli stabilimenti.
Di questi anni sono le conquiste dei lavoratori per riduzioni di orario lavorativo di esposizione alla nocività, di soggiorni pagati a carico dell’azienda in località montane per i lavoratori esposti, il pagamento da parte del padrone delle ore non lavorate per problemi ambientali che si venivano a creare negli stabilimenti. Inoltre non era accettata nessuna monetizzazione del rischio.
Con gli anni ottanta, la feroce ristrutturazione coinvolge dapprima il settore metalmeccanico e il ciclo dell’alluminio e successivamente il comparto chimico, espellendo dalle fabbriche migliaia di lavoratori e di avanguardie di lotta. Questi anni segnano anche la fine, o per lo meno un notevole ridimensionamento, delle organizzazioni operaie, sia grazie alle ristrutturazioni aziendali che alle operazioni repressive dello stato contro il movimento rivoluzionario, riportando nelle mani delle forze politiche borghesi e revisioniste e delle centrali confederali il controllo delle fabbriche.
Sempre a partire dalla metà degli anni ottanta cominciano i primi movimenti ambientalisti che si pongono in contrapposizione con le fabbriche, rivendicando un ambiente più sano, meno inquinato, ma non cercando un fronte con la classe operaia, anche perché essa è ora “rappresentata” da quelle forze che negli anni si erano inchinate agli interessi padronali.
All’interno del movimento ambientalista vi erano anche compagni che avevano fatto parte dei movimenti extraparlamentari (Lotta Continua, Potere Operaio), dell’Autonomia e anche compagni di fabbrica espulsi con la ristrutturazione-repressione degli anni ottanta, che hanno usato la loro esperienza e combattività sulla questione ambientale. All’interno di essi vi era sicuramente chi in buonafede, privo ormai di una organizzazione che incarnasse una reale direzione di classe, voleva opporsi alla distruzione dell’ambiente per opera dei padroni, ma vi era anche chi cercava di portare avanti una politica antioperaia, ponendo la centralità su altre figure sociali, propagandando la fine della fabbrica e della classe operaia come classe emancipatrice della società.
Con il processo per gli avvelenamenti di massa dovuti al cloruolo di vinile monomero, sostanza ampiamente utilizzata nelle lavorazioni chimiche, si è formata una polarizzazione tra i movimenti ambientalisti e la classe operaia, arrivando da parte dei primi a promuovere nel 1998 un referendum nella città per la chiusura delle fabbriche.
Ora, con la crisi sempre più profonda e la rinascita di logiche speculative sull’area di Porto Marghera, le fabbriche chimiche stanno chiudendo, lasciando sulla strada migliaia di lavoratori (peraltro senza le garanzie salariali e occupazionali adottate nelle ristrutturazioni degli anni ottanta, grazie alla corruzione e subalternità dei dirigenti sindacali). E i padroni che prima hanno inquinato, ucciso i lavoratori e distrutto l’ambiente, stanno guadagnando con gli appalti per le bonifiche (con fondi pubblici) delle aree inquinate.
I movimenti ambientalisti a Marghera, portando avanti una logica antioperaia che non ha ricercato il fronte comune con i lavoratori, ma solo la chiusura degli impianti, in realtà non hanno fatto gli interessi dell’ambiente, ma dei padroni, creando il miglior clima politicosociale perchè quest’ultimi potessero chiudere le fabbriche senza opposizione, quando la crisi si è aggravata, e gettarsi nei ghiotti affari del “risanamento ambientale”. La loro posizione è speculare e solo fittiziamente contrapposta a quella dei sindacati filoconfidustriali: questi ultimi hanno dapprima strumentalizzato la difesa dei posti di lavoro da parte operaia, contrapponendola alla lotta contro le nocività, per garantire in realtà gli interessi padronali a sfruttare e avvelenare sempre di più, salvo poi collaborare vergognosamente con i padroni quando essi decidevano di chiudere le fabbriche e licenziare in massa.
Il risultato attuale è un’area dove l’inquinamento e la devastazione ambientale non sono assolutamente diminuiti con la deindustrializzazione, perpetuandosi con il degrado e l’abbandono dei vecchi siti produttivi e con la cementificazione, e nella quale, contemporaneamente, sono cresciute la disoccupazione e la miseria per i proletari e le masse popolari.

 

Sitografia:

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