“Antifascismo” borghese e antifascismo proletario

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Antitesi rivista n. 5 
Sezione 5: ideologia borghese e teoria del proletariato
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“Antifascismo” borghese e antifascismo proletario

Introduzione

La campagna elettorale conclusasi il 4 marzo scorso ha visto una forte mobilitazione antifascista prendere piede in tutta Italia. Le forze neofasciste hanno sfruttato a pieno i riflettori elettorali per amplificare la propria propaganda reazionaria. Giornali e media borghesi hanno dato man forte a questa operazione, sdoganando organizzazioni come Forza Nuova e Casa Pound e alimentando i sentimenti xenofobi e razzisti che questi rappresentano: un clima che ha fatto da cornice alla tentata strage di Macerata, ai fatti di Firenze e alle innumerevoli aggressioni dell’ultimo periodo, a danno principalmente di compagni e immigrati, da Nord a Sud. Al tentativo di rialzare la testa dei neofascisti è emerso un aspetto interessante e positivo: la ripresa dell’antifascismo. Nonostante sia sempre stato terreno di lotta dei compagni nei quartieri, negli ultimi mesi l’antifascismo ha assunto una dimensione di massa, tornando nelle piazze e facendo risentire la propria voce con determinazione.

Anche in questo caso sono emerse le due linee che storicamente animano l’antifascismo: la “lotta” al fascismo come riassestamento del dominio borghese e la lotta al fascismo come espressione e parte del proletariato in lotta per la trasformazione sociale. I primi sono rappresentati dai vari Fiano, Boldrini, ecc. e i secondi nelle tante e tanti compagni che vivono l’antifascismo come parte integrante della lotta al capitalismo. Riprendendo il tema dell’editoriale – quello del rapporto tra antidoti e antitesi – possiamo affermare che l’antifascismo borghese odierno rappresenta, in continuità storica, quello dei Badoglio e De Gasperi i quali, vedendo il regime crollare, puntarono a superare la sovrastruttura fascista in funzione di quella “democratica”, per salvaguardare le sorti del capitalismo e della classe al potere. Ma il fascismo non può essere letto come una semplice parentesi storica, bensì come la sovrastruttura degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario i quali, di fronte al Biennio Rosso e alla Rivoluzione d’Ottobre, hanno risposto con la dittatura aperta e dispiegata in funzione controrivoluzionaria. A partire da questo punto si comprende anche come, in un contesto in cui la borghesia intende proseguire nell’attacco alle condizioni di vita e di lavoro della classe proletaria e delle masse popolari, si inserisce il rinvigorirsi delle bande fasciste che di recente moltiplicano le loro azioni in tutto il paese. Ciò non può che essere visto come una carta a disposizione dei padroni per dividere i lavoratori e intimidire quelle situazioni di movimento che intendono opporsi ai diktat del capitale. Un fenomeno per altro comune a tutti i paesi europei, a testimonianza di una fase generale in corso in cui la svolta autoritaria e violenta del capitale è una possibilità che procede di pari passo all’approfondirsi della crisi e alla perdita di egemonia della borghesia. L’antidoto quindi necessariamente ripiega in funzione della difesa degli interessi del capitalismo e della sua classe dirigente. All’interno dell’articolo cercheremo di tracciare queste due linee, quella dell’antifascismo borghese e quella dell’antifascismo proletario. Il nostro vuole essere un contributo che vada a rafforzare la parola d’ordine “antifascismo è anticapitalismo”, contro il tentativo di recupero che l’antifascismo borghese cerca di fare di questi movimenti.

Il falso antifascismo dei socialdemocratici e dei revisionisti sul piano storico

In barba alla lotta di classe internazionalista rivoluzionaria che in buona parte caratterizzò la guerra di Resistenza fino al ‘45, sempre più politicanti, media, testi scolastici e saggistica varia veicolano l’immagine della Resistenza come una lotta di liberazione nazionale, cancellandone i caratteri anticapitalistici e sminuendone la portata. In particolare, più recentemente, assistiamo anche ad una colpevolizzazione della lotta partigiana e ad un processo di riabilitazione dei fascisti, spesso dipinti come “patrioti”: una riscrittura della storia in continuità con quel filo nero che si riallaccia all’immediato dopoguerra, quando i fascisti vengono amnistiati e migliaia di combattenti partigiani sono perseguiti dalla legge e condannati a decine di anni di carcere.

Dopo la Liberazione, l’indicazione imperativa dei partiti fu quella della riconsegna delle armi, ma essa “si scontrò con una diffusa tendenza tra i partigiani a non farlo. (…) Nei giorni dell’Insurrezione, moltissime armi sono finite nelle mani della popolazione e soprattutto della classe operaia che le ha nascoste” [1]. In questo contesto – di fortissime ingerenze statunitensi e di ristrutturazione del capitalismo italiano spinto poi dal piano Marshall – la mancata epurazione dei fascisti è evidente e concreta: il 22 giugno 1946 entra in vigore l’amnistia firmata dall’allora segretario del PCI Palmiro Togliatti, ovvero il “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari” accaduti durante gli anni dell’occupazione nazifascista. Togliatti è infatti Ministro di Grazia e Giustizia del primo governo De Gasperi e il provvedimento da lui firmato comprende il condono della pena per reati condannati a un massimo di cinque anni, ma esso – già di per sè profondamente criticabile – è destinato ad essere esteso in maniera indiscriminata. Gli elementi fascisti possono tranquillamente ristabilirsi ai propri posti, dalla magistratura alle questure, grazie ad un colpo di spugna sulla lunga scia di orrendi crimini da loro commessi. L’amnistia, inoltre, sarà accompagnata da ulteriori provvedimenti che di fatto amplieranno i casi dei crimini condonabili, permettendo di arrivare nel 1953 all’indulto per tutti i reati politici commessi entro il giugno 1948. Nel contempo, migliaia di partigiani vengono stigmatizzati, subisono discriminazioni sui luoghi di lavoro, non vengono assunti, in centinaia vengono condannati e molti fuggono in esilio in Cecoslovacchia. E’ il caso, tra i tanti, di Francesco Moranino, entrato clandestinamente nel 1940 nel Partito Comunista e divenutone poi un dirigente durante la Resistenza nel biellese, in qualità di comandante del distaccamento “Pisacane” e poi come commissario politico della XII Divisione Garibaldi “Nedo”. Conosciuto come il Comandante Gemisto, viene indagato dalla magistratura del capoluogo piemontese per l’omicidio – tra il novembre 1944 e il gennaio 1945 – di cinque civili sospettati di spionaggio e delle mogli di due di loro. La Camera dei Deputati non si fa problemi a concedere l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti e Moranino ripara in Cecoslovacchia. Un copione destinato a ripetersi anche dopo il suo ritorno, a seguito della sua elezione tra le fila del Pci: siamo nel 1955 e Moranino ripara nuovamente in Cecoslovacchia. Condannato all’ergastolo (tradotto in una pena di dieci anni per effetto di un indulto del 1953) non usufruisce della grazia del 1964 della Presidenza Saragat. [2] Nei luoghi in cui più forte è stata la lotta di liberazione e decisivo il ruolo dei comunisti, come nel biellese, in Emilia o in Friuli, i partigiani sono processati proprio da quei magistrati non epurati. Per eludere le disposizioni del Trattato di Pace (che impediscono che vengano condotti dei processi per atti di guerra commessi dalla parte degli alleati) e per aggirare i benefici dei vari provvedimenti (indulti e amnistie) relativi ai reati politici, gli accusatori inventano per i partigiani dei reati comuni: non avrebbero agito per necessità e nel quadro della lotta di liberazione, ma avrebbero sfruttato il contesto bellico per compiere delitti. I gappisti della vicenda di Porzûs, ad esempio, sono accusati di saccheggio e di furto della cassa del Comando dell’”Osoppo”, cioè la formazione di partigiani “verdi” uccisi alle malghe. [3] Allo stesso modo Francesco Moranino è accusato di aver rubato 40 mila lire a coloro che avrebbe fatto fucilare. In ambedue i processi, la documentazione può dimostrare che queste accuse erano assolutamente pretestuose. [4]

Nel complesso la persecuzione contro i partigiani garibaldini da parte della Repubblica nata dalla Resistenza è parte integrante del riassestamento del dominio borghese dopo la guerra e della controrivoluzione messa in campo dalla classe dirigente italiana. L’apparato statale di funzionari, esercito, polizia e magistratura è infatti in perfetta continuità con il Ventennio: molte testate giornalistiche sono finanziate dai padroni di prima, tornati in possesso delle loro fabbriche, da essi messe a disposizione dei nazisti durante l’occupazione, ma salvate dagli operai. Per farsi un’idea, “calcolatrice alla mano, si scopre che le condanne emesse contro i militanti comunisti nel biennio aperto con l’attentato a Togliatti supereranno quelle riconducibili ai sedici anni di perniciosa attività del Tribunale speciale fascista. Si tratta di qualcosa come 15.249 imputati di sinistra soltanto tra il 1948 e il 1950”. [5]

La riabilitazione dei fascisti. Riscrivere la storia per dominare il presente

Arrivando ai giorni nostri – reduci da un processo di revisionismo storico durato decenni e con un grande disarmo ideologico della classe proletaria – sono sempre di più le pubblicazioni e le dichiarazioni che sminuiscono – o frequentemente infangano – la Resistenza partigiana antifascista. Una riscrittura che passa, come scritto sopra, per la condanna dell’operato dei partigiani e per la riabilitazione dei fascisti che, in quanto italiani, altro non sarebbero stati che “brava gente”, in barba al collaborazionismo con gli occupanti nazisti e alla lunga scia color sangue lasciata anche in Jugoslavia, Libia, Somalia ed Etiopia. In particolare, questo processo si è massificato – dalle tv alle scuole – dall’entrata in vigore della legge sul cosiddetto Giorno del Ricordo (il 10 febbraio). Questa giornata rappresenta la punta dell’iceberg di una costante riscrittura della storia, in cui ogni anno i numeri dei cosiddetti infoibati aumentano. Questo processo ha inizio dall’immediato dopoguerra quando, per conteggiare gli scomparsi di un determinato territorio, se ne attribuisce la morte agli effetti di non meglio precisati rastrellamenti attuati dai partigiani. Nel biennio 1949-1950 al Ministero dell’Interno – guidato da Mario Scelba – giungono rapporti, informative e denunce di presunti eccidi, mentre la cronaca si anima di assurde storie ai danni della Resistenza, arrivando a far passare resti umani rinvenuti nel 1962 (di circa 1000 anni prima) per spoglie di civili uccisi dai partigiani e gettati in una fossa comune (come documenta il libro “I Trentaquattro scheletri del poggio”). In questo scenario, uno dei più assurdi falsi storici in tema di “violenze partigiane” è quello incentrato sul Bus de la Lum, cavità carsica sull’altipiano del Cansiglio, tra Alto Veneto e Friuli. Su questo, si consiglia il lavoro del 2016 a firma del gruppo di inchiesta Nicoletta Bourbaki e di Lorenzo Filipaz che ne hanno ricostruito la vicenda in due puntate. “Nel 1949 una spedizione speleologica recuperò dal Bus 28 “resti”, stando a quanto comunicò il Ministero della Difesa al Comune di Tambre (BL) il 28 luglio 1988. Il che non significava 28 corpi, anzi, come spiegò l’ex partigiano e scrittore Emilio Sarzi Amadé (…) si trattava di 28 cassette delle quali solo una decina contenevano corpi completi, le altre raccoglievano frammenti ossei, per cui si trattava in totale di una quindicina di corpi, sui quali non erano stati condotti esami scientifici accurati. (…) Si trattava perlopiù di soldati tedeschi e repubblichini morti in combattimento nel ’44, ma c’erano anche corpi di partigiani caduti, sepolti sbrigativamente “nell’impossibilità di provvedere altrimenti durante rastrellamenti o sganciamenti”. [6] L’ultima notizia data dai quotidiani locali sul Bus de la Lum è la distruzione di una lapide da parte di “ignoti vandali”. L’iscrizione sulla targa – posta da Casapound – ricorda le 3.463 presunte vittime militari e civili della Divisione Nannetti. La cifra è desunta dal libro “I fantasmi del Cansiglio” di Antonio Serena, in cui si conteggiano i morti del territorio controllato dalla Divisione Nannetti: 1054 repubblichini, 2294 tedeschi e 115 “spie”. In questa località l’associazione Repubblica Sociale Italiana – Continuità Ideale commemora ogni anno “tutti i fascisti caduti per mano partigiana”. “Almeno non parlano di generici “innocenti”, ma di fascisti. Pane al pane, vino al vino”. [7]

Sul piano complessivo, l’amnistia e la riabilitazione dei fascisti si collocano nell’ottica della pacificazione nazionale, funzionale ad accelerare la ricostruzione del paese dopo la guerra: una ricostruzione che, per la borghesia, non poteva che essere di restaurazione e rafforzamento del sistema capitalista che milioni di persone avevano messo in discussione, guardando alla prospettiva socialista, incarnata dall’Unione Sovietica, vittoriosa sul nazismo. In questo contesto non solo i fascisti vengono rimessi ai loro posti di comando strategico, ma migliaia sono liberati anche per tornare a svolgere il loro ruolo nelle strade: quello di servi dei padroni a difesa dello status quo. Inoltre la loro riabilitazione e la loro tutela oltrepassa anche i confini nazionali. Infatti, terminata la guerra, “Jugoslavia, Albania, Grecia ed Etiopia pretendono, giustamente, la consegna dei criminali italiani, in merito alle atrocità compiute durante l’occupazione nelle citate terre”. [8] Il Presidente De Gasperi, dal canto suo, annuncia una Commissione di inchiesta che prima individua quaranta, tra civili e militari italiani, passibili di essere posti sotto accusa presso la giustizia penale militare indicando, tra gli inquisiti, il generale Mario Roatta, l’ambasciatore Francesco Bastianini, i generali Mario Robotti e Gherardo Magaldi e il tenente colonnello Vincenzo Serrentino. Dal gennaio al maggio 1947 seguono altri comunicati che portano gli indagati considerati deferibili ad un tribunale militare a un numero di ventisei. Numeri irrisori che, ad ogni modo, finiscono nel dimenticatoio: dopo la firma del Trattato di Pace del 1947, Roma afferma con forza l’indisponibilità a consegnare i propri criminali di guerra alla Jugoslavia, chiedendo la rinuncia a Londra, Parigi e Washington. Nel frattempo, la mancata consegna dei criminali fascisti inizia ad essere coperta dalla propaganda sugli italiani infoibati. Il mito degli “italiani brava gente” comincia a farsi strada: distorcendo gli eventi, i ruoli tra invasori fascisti e jugoslavi occupati vengono rovesciati e i carnefici sono fatti passare per le vittime. Parliamo di un filo nero che arriva fino ai giorni nostri, in cui la riscrittura della storia viene condotta in primis nei luoghi di formazione, quali scuole e università, dove poche sono le voci che analizzano un contesto storico in cui ebbe luogo una guerra di liberazione, civile e di classe.

Una riscrittura, si badi bene, non ad opera esclusiva della destra italiana, ma soprattutto della sinistra reazionaria che, simbolicamente, possiamo far partire da quel 14 marzo 1998 a Trieste con l’incontro tra Violante e Fini. Da quel momento infatti sono state estremamente numerose le occasioni in cui la sinistra istituzionale ha dato fiato e corpo al revisionismo storico. Ogni 10 febbraio, il Presidente PD della Regione FVG Debora Serracchiani è presente alla cosiddetta foiba di Basovizza accanto ai labari della Xª MAS, davanti ad un monumento la cui attendibilità storiografica è controversa, mentre il 2 aprile, anniversario della strage del Poligono di Opicina (a pochi chilometri di distanza da Basovizza), nessuna istituzione fa capolino nel luogo in cui 71 persone furono massacrate per rappresaglia dai nazifascisti. Inoltre, passando per i casi più recenti, a Fidenza, l’amministrazione PD ha dedicato un monumento all’aviatore repubblichino Luigi Gorrini [9] per onorare la memoria di una persona che non mancò, anche in anni recenti, di rivendicare con orgoglio la propria scelta di militare sotto le insegne della Rsi. Il suo nome associato al jet Aermacchi installato in piazza ci rende anche bene l’idea di come fascismo e imperialismo vadano a braccetto. Parliamo infatti degli stessi aviatori che – clandestinamente e privi di numeri di riconoscimento – contribuirono al massacro franchista bombardando le città della Spagna repubblicana. In Catalogna non hanno dubbi: quegli aviatori italiani erano criminali di guerra. Il Tribunale di Barcellona ha dichiarato quelle missioni “atti indiscriminati contro civili, che avevano come unico scopo bombardare quartieri densamente popolati della città di Barcellona […]”. Comunque non è la prima volta che un ministro del PD esalta quegli aviatori. Il 5 marzo 2014 la Ministra della Difesa Roberta Pinotti affidò ai suoi profili social questo messaggio: «Tanti auguri all’aviatore pluridecorato Luigi Gnecchi, classe 1914, cent’anni portati con invidiabile energia»”. [10]

Contrariamente a quanto afferma la vulgata della classe al potere, lo Stato italiano non è mai tornato indietro dal fascismo. Quest’ultimo infatti vive anche dopo la sua conclusione storica, a cominciare dal riciclo delle sue figure in tutti gli apparati di potere dello Stato, passando per il suo riassestamento, fino ad una costante riscrittura della storia, tesa a dominare il presente. Tale dominazione è lo scopo ultimo dei revisionisti e dei socialdemocratici che mirano ad una “pacificazione” per disarmare ideologicamente la classe sfruttata, facendo credere a quest’ultima che i suoi interessi coincidano con quelli della classe dominante. Come avevamo già visto, la funzione politica dello Stato borghese “è quella di opprimere le classi dominate per conto di quella dominante”. [11] La tesi borghese per cui il fascismo sarebbe una parentesi storica conclusa e irripetibile (e sarebbe sufficiente un monitoraggio delle frange dell’estrema destra) ha alla sua base proprio l’ideologia della pacificazione sociale – per altro incarnata dal fascismo stesso – contrapposta all’oggettività del fascismo quale strumento della borghesia, funzionale al mantenimento del sistema capitalista. Non è un caso che numerose amministrazioni comunali, soprattutto a guida Pd, abbiano concesso sale pubbliche a formazioni fasciste, mentre altrettanti atenei italiani hanno impedito lo svolgersi di iniziative antifasciste o di memoria storica, agitando lo spauracchio degli opposti estremismi, come accaduto tutte le volte in cui è stata negata la parola alle voci antifasciste tese ad approfondire le vicende del confine orientale prima citato e la resistenza internazionalista, lasciando invece spazio ad una propaganda revisionista contro la Resistenza – ormai impianto ideologico della borghesia italiana – funzionale ad attaccare oggi la possibilità della lotta anticapitalista, che migliaia di partigiani incarnarono.

La legge Scelba ieri, il ddl Fiano oggi. Il mito del fascismo vietato per legge

La legge n. 645/1952 sanziona chiunque “promuova od organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”. [12] L’apologia del fascismo è regolata dalla Legge Scelba del 1952 e venne approvata per mettere in atto la XII disposizione transitoria della Costituzione italiana, che recita: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

La tematica dell’incostituzionalità del fascismo, per l’appunto “vietato per legge”, è tornata alla ribalta dal ddl Fiano che introduce nel codice penale il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, passato alla Camera lo scorso settembre. Tramite l’articolo 293bis si afferma di dover punire “chiunque propagandi le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco”. La pena sarebbe compresa tra 6 mesi e 2 anni, con aggravanti della diffusione via web.

Questo ulteriore tassello, per altro in parte osteggiato da una parte della borghesia nostrana e invece idolatrato da altre componenti dell’ormai ex partito della nazione (il Pd) va a sorreggere la tesi della borghesia secondo cui ci siano già tutti gli strumenti giuridici contro il pericolo fascista, a difesa della democrazia. Un pericolo talmente sventato che si sprecano dichiarazioni orali e scritte come: “Dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o se devono essere cancellate”. A pronunciare queste parole non è un esponente nazista negli anni Trenta, bensì Attilio Fontana ai microfoni di Radio Padania. Il candidato presidente del centrodestra lombardo argomenta infatti sul contrasto all’immigrazione. [13] Come da copione, quest’ultimo ha affermato con forza la tesi del lapsus, dell’errore espressivo e del conseguente fraintendimento, ma quelle di “razza bianca” e di “sostituzione etnica” sono espressioni ormai ricorrenti nella propaganda della destra xenofoba, dalla Lega di Salvini fino ai partitini prima citati come Forza Nuova e Casapound.

Tornando al Ddl Fiano, è utile riportare per esteso il suo pensiero: ‘’L’antifascismo è la matrice di chi difende la libertà, di chi difende le opinioni di ognuno, ma è la storia che ci ha insegnato che cosa è stata la mancanza di libertà, che non fu solo dell’ideologia fascista, perché il secolo scorso ci ha insegnato che altre ideologie, anche il comunismo sovietico, furono ideologie di morte e sopraffazione della libertà”. [14] Ecco quindi che, dietro all’antifascismo, l’esponente sionista del Pd arriva ad equiparare fascismo e comunismo, come troppe volte già accade sui testi scolastici nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. Nulla di cui stupirsi, se pensiamo che Fiano è un noto sostenitore dell’occupante israeliano, in prima linea nell’operazione politica di assimilare antisionismo e antisemitismo, fautore dell’ingerenza imperialista in Venezuela nonché sostenitore dei neonazisti ucraini in funzione antirussa.

La legislazione che porta la sua firma non ha alcuna intenzione di produrre delle condanne nei confronti dei fascisti – basti pensare che la precisazione “del disciolto partito fascista” è sempre stata sufficiente per ottenere l’archiviazione o l’assoluzione rispetto all’accusa di ricostruzione del partito fascista, con la motivazione che il fatto non sussiste.

Quando lo Stato borghese ha disciolto organizzazioni fasciste – come nel 1973 con Ordine Nuovo e nel 1976 con Avanguardia Nazionale – lo ha fatto per darsi una patente di democraticità, rottamando dei propri servi che aveva fino ad allora utilizzato nella “strategia della tensione”, ai quali successivamente avrebbe nuovamente garantito agibilità politica e, all’occorrenza, un ruolo di esecutori materiali nello stragismo di Stato.

Il punto fondamentale della riflessione sul mito del fascismo “vietato per legge” è che l’antifascismo proletario non può e non deve delegare al nemico di classe la lotta ai fascisti. Non solo perché la classe dominante non ha nessun interesse a reprimere i propri servi in camicia nera. Ma sopratutto perché la pratica dell’antifascismo è parte della lotta di classe quanto il fascismo è patrimonio della grande borghesia: esercitarlo significa anche combattere contro quest’ultima.

Memoria e presente dell’antifascismo proletario

Se quello tracciato a grandi linee finora è il filo nero che collega passato e presente, proviamo ad approfondire quel filo rosso che necessariamente oggi va rafforzato contro il fascismo e la borghesia capitalista che ne fa uso. Un filo rosso che inizia dai primissimi anni Venti e che, a Parma, si concretizza in maniera vittoriosa con la Resistenza antifascista nelle giornate dell’agosto 1922 della cittadina emiliana, in cui i rioni popolari, organizzati da Guido Picelli e dagli Arditi del Popolo resistono, armi in pugno, erigendo barricate alle incursioni delle camicie nere di Italo Balbo. Un antifascismo che, durante il ventennio successivo, viene duramente represso, a suon di omicidi politici, incendi delle case del popolo, arresti, confino e deportazione nei campi di internamento. Un antifascismo però destinato a divenire Resistenza internazionalista dal 43 al 45 e Resistenza ai piani della borghesia di reprimere qualsiasi conflitto che mettesse in discussione il proprio potere egemonico.

Nell’immediato dopoguerra quello dei braccianti e dei contadini senza terra è il gruppo più colpito dalla repressione dello Stato che si serve anche dei fascisti. La repressione nel Sud Italia è feroce: è il caso del Movimento delle occupazioni di terre in Calabria tra il 1946 e il 1949. In una zona in cui 500 famiglie vivono sul 18% delle terre, oltre il 52% del territorio è nelle mani di quattro uomini, tra cui il Barone Berlingeri. Nella sua tenuta i celerini di Scelba si acquartierano per reprimere le rivendicazioni di migliaia di contadini, aprendo il fuoco su di loro. [15] Dalla Calabria alla Puglia, dalle borgate romane a Modena, da Napoli a Reggio Emilia, da Palermo a Milano, tramite i vari “governi di unità nazionale”, il capitalismo italiano dimostra di reprimere e uccidere all’occorrenza chi si ribella al suo ordine. “La guerra di liberazione infatti era rimasta una rivoluzione interrotta per non aver saputo “distruggere” lo Stato borghese, che si era ricostituito sotto l’egida degli americani, degli alti burocrati e dei grossi industriali (…) ma nonostante la repressione, nei primi anni Sessanta si registra un grosso sommovimento politico e cioè la lotta contro i fascisti e il Primo Ministro Tambroni del luglio 1960 (…): una lotta che mobilita milioni di italiani, impedisce un ritorno della Democrazia Cristiana alle sue vocazioni apertamente reazionarie, fa cadere il governo di centro-destra e blocca nuovamente la strada a un rigurgito fascista”. [16]

La strage di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 – eseguita dai fascisti, ordinata dai padroni – è percepita – soprattutto dai giovani del movimento – “come il tentativo, da parte dello Stato, di superare la crisi e di ricostruire, attraverso la repressione e le stragi, quegli equilibri di potere che le lotte avevano sconvolto non solo nella fabbrica e nella scuola, ma nell’intera società. (…) L’antifascismo militante per non pochi si trasforma spesso in “militare”, manifestandosi dapprima con i diversi volti della mobilitazione di massa e delle contestazioni dei comizi missini, poi anche con i “processi popolari”, i servizi d’ordine, gli scontri con i militanti neofascisti, gli assalti alle sedi dell’estrema destra e altre forme di azione diretta. Sul terreno della violenza politica, quindi, la strage segna una cesura, un salto di qualità: dalla violenza “difensiva” propria del movimento studentesco a una violenza “offensiva”, scelta consapevole e, secondo alcuni, necessaria per prevenire gli “eccidi di Stato” e per creare gli spazi di agibilità del movimento. La lotta doveva essere d’attacco e non più di semplice difesa della Costituzione, ai fascisti – complici necessari delle stragi – doveva essere negato ogni spazio politico”. [17] In questo contesto l’antifascismo trova nuovo vigore proprio all’interno di quell’enorme ciclo di lotta che poneva anche la questione del potere ed entrava in contraddizione con l’antifascismo borghese che sfruttava anche il terrorismo nero per imporre la collaborazione di classe e la pace sociale. Per i giovani militanti la lotta partigiana era stata tradita e la rivoluzione interrotta e ciò si rifletteva nella continuità del movimento chiamato a portare avanti un’opera incompiuta. Una questione, questa, particolarmente avvertita in occasione del 25 aprile: oggi come ieri, per gli antifascisti militanti questa data “cessava di essere la giornata della memoria oleografica e pacificata e diveniva invece occasione di lotta, spesso in relazione alle lotte internazionali e antimperialiste che, dal Vietnam al Cile, dalla Grecia alla Palestina, riportavano in auge, nella contrapposizione “guerra no, guerriglia sì”, il modello dell’esperienza partigiana contro il nazifascismo”. [18]

Nel frattempo, dall’altra parte della barricata, i fascisti si organizzano anche nei loro partiti. In barba alla giovane Costituzione, dagli anni Cinquanta sono gli stessi militanti missini che elaborano la cosiddetta “teoria dell’ombrello” nel concepire un partito destinato a servire come sponda istituzionale di un gioco sporco condotto nelle piazze italiane contro i nemici di sempre: i lavoratori[19] I fondatori stessi dell’Msi sono inquisiti più volte per il reato di ricostruzione del Partito Fascista e per il protagonismo nelle organizzazioni terroristiche nate già dopo la fine della Seconda guerra mondiale, a dimostrazione di come il manganello, le bombe o le lame da un lato e il doppiopetto dall’altro siano le due facce della stessa medaglia.

La lista dei comunisti uccisi per mano fascista o per mano della polizia è purtroppo molto lunga, ma ci dà anche l’idea della continuità di quel filo rosso di tutti quei compagni che hanno praticato l’antifascismo militante non fine a se stesso, ma guidato dalla lotta al capitalismo e alle sue barbarie. E’ il caso di Davide Cesare, Dax, ucciso da tre fascisti la notte del 16 marzo 2003 e riconosciuto non solo come antifascista, ma anche in quanto militante della lotta per gli spazi sociali e per il diritto alla casa: una lotta estesasi, a sua volta specchio della necessità di coniugare antifascismo e anticapitalismo, contro i fascisti che fomentano la guerra tra poveri (blaterando di priorità agli italiani nelle graduatorie degli alloggi popolari, facendo un gran favore agli speculatori che lasciano le case popolari vuote a marcire o le svendono all’asta e ai palazzinari che continuano a cementificare il territorio). Dax infatti “è in prima fila quando si tratta di evitare gli sgomberi o di opporsi alla privatizzazione delle case dell’Aler. Grazie a questo acquista una visibilità che, se per molti diventa amore, per qualcun altro diventa una colpa da fargli pagare cara alla prima occasione. (…) Dopo il 16 marzo del 2003, lo slogan “Dax odia ancora” è diventato il motto di chi, in memoria del giovane operaio assassinato, ha deciso di continuare a lottare per porre fine a questo stato di cose”. [20]

La pratica di questi anni ci ha purtroppo regalato il quadro di numerose aggressioni per mano fascista, alcune volte mortali, a danno di antifascisti, immigrati e omosessuali. In particolare, a conferma del loro ruolo di servi dei padroni, i fascisti si sono resi protagonisti di aggressioni a danno di lavoratori in sciopero, come accaduto all’Sda, da Roma a Carpiano, laddove hanno agito squadracce in combutta con la mafia locale.

Conclusioni

Il ruolo dei fascisti continua ad essere quello di dividere la classe sfruttata, cercando di deviare il malcontento dei proletari italiani su quelli di origine immigrata. Un gioco che va dai luoghi di lavoro, fino alle strade, in cui, da piazza Dalmazia a Firenze (e ritorno) a Macerata, abbiamo visto gli effetti del dispiegarsi dell’odio razziale da parte dei fascisti. Si smonta tutta l’ipocrisia della classe borghese che ha blaterato di accoglienza, ma ha dato luogo a ulteriori sfruttamento e criminalizzazione. Anche la loro è un’altra delle tante facce del fascismo, tanto quanto ciò che viene veiocolato dall’opera de La Stampa o il Corriere della Sera che combacia quasi perfettamente con Libero o Il Giornale, salvo “scoprire” solo negli ultimi mesi che esistono i fascisti, a suon di “inchieste” e speciali sui gruppi dell’estrema destra italiana e i loro collegamenti con quelli ucraini o nel resto d’Europa. Infatti le stesse testate giornalistiche – specie di area Pd – recentemente, si sono prodigate nell’agitazione dello spauracchio dei gruppi neonazisti, spendendosi in approssimative analisi sociologiche, dopo aver steso loro il tappeto rosso negli ultimi decenni. Per questi benpensanti sembra che l’unico pericolo esercitato dai fascisti sia la violenza dei loro gruppuscoli: il fenomeno viene così ridotto a questione di “devianza” oggi e di parentesi storica esauritasi ieri. Il fascismo è invece la risposta, in chiave controrivoluzionaria, che la grande e la media borghesia diedero contro quel vento rivoluzionario che soffiava forte anche nel nostro paese, per rafforzare il proprio dominio di classe e scongiurare un processo rivoluzionario. La borghesia italiana – dei De Gasperi e dei Togliatti ieri e dei Renzi e delle Boldrini oggi – afferma di voler rispondere ai fascisti sul piano della legalità, rispetto ad una “vigilanza democratica”, ad una “competizione politica”, nel “quadro delle garanzie costituzionali”. Una tesi, questa, che si “concretizza” nell’antifascismo borghese da salotto delle petizioni online sui social networks e, sul terreno reale, sfocia nella garanzia di agibilità ai fascisti o nel tentativo renziano di vietare cortei come quello di Macerata.

Di fronte ad un antifascismo borghese e ai fascisti che gridano “Prima gli italiani”, è necessario rafforzare ed estendere quell’antifascismo proletario dimostratosi in tante piazze e strade d’Italia, che sa puntare il dito contro gli effetti e le barbarie del sistema capitalista: dalla Firenze solidale con la comunità senegalese ai facchini a Piacenza, dagli antifascisti a Palermo fino a tutti coloro che hanno impedito i raduni dei fascisti nei propri quartieri con la pratica militante di ogni giorno.

La borghesia capitalista si è già servita del fascismo e, all’occorrenza può ancora servirsene sotto altra maschera, per mantenere il proprio potere e continuare lo sfruttamento dei proletari, autoconi quanto migranti. Il punto focale infatti non è quello dell’antifascismo come “valore” contrapposto alla barbarie e al nazionalismo dei fascisti, ma ancora una volta quello dello Stato che, per sua natura, è una “macchina per mantenere il dominio di una classe sull’altra”.

E’ in quest’ottica che va collocata la tesi che lo Stato italiano non è mai tornato indietro dal fascismo, in quanto assetto che, seppur secondo sfumature variabili, consente il dominio della borghesia sugli sfruttati, per il supporto ideologico alla distruzione dello stato sociale, allo sfruttamento dei lavoratori e per scaricare su di loro i costi della crisi strutturale del sistema.

Una delle espressioni del proletariato in lotta per la trasformazione sociale è proprio l’antifascismo, consci che solo la prospettiva rivoluzionaria può spazzare via il fascismo. Con questo orizzonte, oggi va combattuto, giorno dopo giorno, contesto per contesto, il motto “Prima gli italiani”, rilanciando “Prima gli sfruttati”, per una ricomposizione di classe contro il capitalismo e contro i suoi strumenti, fascisti in primis.

Seppur spesso scollegati tra loro, ci sono segnali positivi affinchè i sinceri antifascisti non siano limitati ad essere la coda delle mobilitazioni promosse dalla borghesia. Ricordando che fascismo e democrazia sono due facce dello stesso sistema capitalistico, nella solidarietà espressasi ai tre compagni arrestati a Piacenza lo scorso febbraio, facchini e lavoratori del Si Cobas hanno rivendicato la partecipazione alla manifestazione antifascista di Piacenza come “un momento di lotta contro il capitalismo; momento che i lavoratori della logistica, che si oppongono ai piani padronali, vivono e praticano tutti i giorni”. [21] Quando la classe operaia prende in mano la definizione di fascismo, è marcato il primo passo necessario per uno sviluppo in senso anticapitalista.

 

Note

[1] M. Recchioni, Ultimi fuochi di Resistenza. Storia di un combattente della Volante Rossa, Derive Approdi, 2009, p. 8

[2] http://www.resistenze.org/sito/ma/di/bi/mdbibf18-009237.htm

[3] Per un approfondimento in merito a Porzûs rimandiamo all’opuscolo editato dai Quaderni di Rivoluzione “Intervista al Comandante Giacca”
http://www.cnj.it/documentazione/varie_storia/ComandanteGiacca.pdf

[4] M. Recchioni, Francesco Moranino Il comandante “Gemisto” Un processo alla Resistenza, Derive Approdi, 2013, p. 13

[5] C. Armati, Cuori rossi La storia, le lotte e i sogni di chi ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee. Dagli eccidi di contadini e operai nel dopoguerra all’esecuzione di Valerio Verbano e Peppino Impastato, dai caduti del ‘77 alla morte di Carlo Giuliani, Newton Compton Editori, 2008, p. 85

[6] https://www.wumingfoundation.com/giap/2016/05/le-nuove-foibe-3a-puntata-viaggio-dandata-al-bus-de-lalum/

[7] Ibidem

[8] http://www.diecifebbraio.info/2015/03/quando-le-foibe-ed-il-caso-simbolo-di-norma-cossetto-vennero-usatiper-salvare-i-criminali-di-guerra-italiani/

[9] http://parma.repubblica.it/cronaca/2017/09/29/news/fidenza_amministrazione_pd_omaggia_l_aviatore_gorrin i_ex_militare_rsi-176859193/

[10] https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/10/barcellona-minniti/

[11] Antitesi numero 3: “Comunisti: imparare dal passato, agire nel presente, trasformare il futuro (prima parte)”.
Sezione 4: Controrivoluzione, repressione e solidarietà di classe
Articolo: La “democrazioa governante”
http://www.tazebao.org/controrivoluzione/

[12] www.gazzettaufficiale.it

[13] http://www.corriere.it/politica/18_gennaio_16/elezioni-2018-attilio-fontana-lega-lombardia-razza-biancarischia-sparire-06f0ced2-fa33-11e7-b7a0-515b75eef21a.shtml

[14] http://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/editoriale-di-emanuele-fiano-sulla-nuova-legge-controlapologia-di-fascismo/

[15] C. Armati, Cuori rossi, op. cit. p. 61

[16] R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, storia delle classi subalterne in Italia, vol V, ed Savelli, 1977, p.23

[17] M. Becchetti, G. Ronchini, A. Zini, Nanni Balestrini Parma 1922 Una resistenza antifascista, Derive Approdi, 2002, p. 9

[18] Ibidem

[19] C. Armati, Cuori rossi, op. cit. pp. 200 – 201

[20] AA.VV, Ti racconto Dax, ucciso a Milano il 16 marzo 2003 perchè militante antifascista, Purple Press, 2009, p. 19 – 20

[21] www.sicobas.org/news/2825-piacenza-comunicato-sul-presidio-dal-carcere

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