Tendenze globali nella crisi del capitalismo

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Antitesi rivista n. 2
Editoriale
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Tendenze globali nella crisi del capitalismo
“Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”.

L’essenza viva del materialismo dialettico, cioè della concezione del mondo del movimento comunista, è quella di comprende-re la razionalità e la scientificità del movimento “paradossale” e infinito della storia, rappresentato dal reale che si divide in due – tesi e antitesi – per determinare, nel loro scontro, una nuova, più avanzata, sintesi. Per questo, la sopracitata frase di Mao Tse Tung non rappresenta una provocazione paradossale di un inguaribile ottimista o una testimonianza di reminiscenze di certa cultura tradizionale cinese nel pensiero del “grande timoniere”, bensì coglie il salto dialettico tra il reale e il potenziale rivoluzionario.
Nello specifico, essa ci permette di comprendere come dietro la complessità, anche caotica e politicamente negativa, del presente, vi sta il “potenzialmente univoco” sbocco della sua trasformazione in senso rivoluzionario, come ai sintomi del travaglio corrisponde l’evento della nascita.

E sintomi non ne mancano, se guardiamo a quanto succede nel mondo e intorno a noi. Incardinati sul dato fondamentale della crisi, diretti dalla tendenza principale che è quella della guerra, gli eventi e i cambia- menti a livello globale si succedono uno dietro l’altro: il loro aggravarsi e rincorrersi produce delle accelerazioni per cui certe giornate valgono anni interi.

Ciò che prima era stabile diviene fulcro di instabilità. Pensiamo alla Cina, presentata negli anni come locomotiva economica globale, la quale, nella scorsa estate, è divenuta fattore rivelante, con l’esplodere di una nuova bolla finanziaria, della fallacia menzognera della cosiddetta “ripresa internazionale”.
Ciò che prima si voleva circoscritto si estende no ad assumere una dimensione mondiale. La guerra in Siria è iniziata come confitto locale nel quale agiscono forze internazionali, poi diviene una sorta di guerra mondiale concentrata in un paese, a seguito soprattutto dell’intervento russo, e in ne tende a mondializzarsi con i rimbalzi che via via essa produce, in una circonferenza sempre più larga, come il moto delle acque provocato dal sasso lanciato nello stagno, portando sangue e distruzione fra le masse delle metropoli dei paesi imperialisti aggressori, colpiti dalla ritorsione degli aggrediti, come accaduto in Francia e in Belgio con i recenti attentati. La Siria diviene così, in quanto epicentro della guerra imperiali- sta, epicentro di comprensione della realtà. È possibile comprendere questo movimento dall’azione di vecchi e nuovi protagonisti di questo conflitto regionale mondializzato, nel quale tendenze opposte nascono per convivere in maniera sempre più stretta nella stessa porzione di realtà, facendo di questa duplicità la forza del loro riverberarsi oggettivo e del loro porsi soggettivo.

Nella Russia di Putin convivono da un lato una vocazione imperialista da potenza in ascesa e dall’altro la difesa dalla rapacità imperialista atlantica. Nello Stato Islamico convivono barbarie reazionarie e balcanizzazione delle masse, oggettivamente funzionali al dominio imperialista, con la tendenza a scontrarvisi, in nome di un disegno strategico, quello del califato esteso a tutte le terre musulmane, che sopravvive alle convergenze tattiche con l’imperialismo (la “guerra santa” contro Assad). Il movimento di liberazione curdo in Siria assume il ruolo di punto di riferimento internazionale più in voga per buona parte delle realtà antagoniste in Italia e in Europa e rischia contemporaneamente di essere forza strumentale per le mire imperialistiche degli Usa e delle potenze europee, in mancanza di un’altra possibile fanteria che si possa muovere nel pantano siriano.

Gli esempi di unità di opposti che corrispondono allo sviluppo impetuoso del presente, a carattere caotico ma nella sua natura dialettico, confermano alle forze di classe e comuniste che il loro manifestarsi, con effetto a tratti dirompente, è frutto di un limite sostanziale e concreto, ovvero del fatto che l’opposizione fondamentale nella nostra epoca – quelle tra borghesia imperialista e proletariato – stenta a esprimersi in sé per sé. Come già accaduto storicamente, essa non annullerebbe le altre contraddizioni – quella tra popoli oppressi e imperialismo, quella tra borghesie imperialiste, quella tra borghesie nazionali e borghesie imperialiste – ma polarizzerebbe soggettivamente, all’interno dello sviluppo di queste contraddizioni, le forze in campo tra rivoluzione e reazione. Questo antagonismo irriducibile condurrebbe oggettivamente allo sviluppo delle contraddizioni del presente non con una ridefinizione delle contraddizioni di classe (vecchie potenze contro nuove, borghesie locali contro borghesie imperialiste…) ma con un processo che porta al loro superamento mediante il loro massimo aggravarsi attraverso il processo rivoluzionario comunista.

Stiamo parlando di un’astrattezza? No, stiamo parlando di una potenzialità che, in ogni ambito del reale, oggettivamente si ripresenta all’analisi condotta fuori dagli schemi della classe dominante – e talvolta persino nell’analisi svolta da quest’ultima ma opportunamente occultata e depotenziata – e soggettivamente prova a emergere nel solo modo in cui sia possibile, con la lotta.

Nelle “tendenze globali” che andremo ad analizzare in questo numero di Antitesi vedremo dunque come esse, pur molteplici, siano il frutto di una tendenza fondamenta- le, la crisi del capitalismo, e di una tendenza principale, la guerra, sia quella ingiusta degli imperialisti, sia quella giusta, dei po- poli che vi resistono. E di come la tendenza alla rivoluzione proletaria non sia immaginifica, ma oggettivamente nasca dalla crisi e possa svilupparsi come rovesciamento della guerra imperialista e come continuità, allargamento e sviluppo della guerra giusta dei popoli, seppur soggettivamente ci manca ancora la forza, come forze comuniste e di classe, di essere all’altezza di questa potenzialità del reale.

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