Casa: da diritto di tutti a fonte di profitto per pochi

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Casa: da diritto di tutti a fonte di profitto per pochi

75 imputati, 58 episodi contestati e un’udienza preliminare il 19 dicembre al Tribunale di Padova. Non è un maxi processo per mafia, per corruzione o per inquinamento ambientale. Si tratta invece di 75 compagni, solidali, inquilini e sfrattati che si sono organizzati per difendere il diritto inalienabile alla casa, in una fase in cui gli effetti della crisi colpiscono sempre più duramente lavoratori, pensionati e disoccupati.

Si può pagare un affitto mensile di 600 o 700 euro con lo stipendio di una madre single, di un lavoratore con moglie e figli a carico o con una pensione di invalidità di 279 euro? Ovviamente no: da qui nasce il dramma sempre più diffuso dello sfratto. Che fare quindi? Ci si rivolge all’Ufficio casa del Comune che ti indirizza all’Ater. L’Ater a sua volta ti reindirizza all’Ufficio Casa, in un gioco allo scaricabarile in cui l’unica persona ad essere danneggiata e umiliata è l’inquilino sfrattato che sta cercando una casa popolare che gli spetta.
Storicamente le case popolari nascono da una legislazione specifica sull’edilizia residenziale pubblica che porta conseguentemente alla costruzione di abitazioni destinate alle famiglie in condizioni economiche modeste. Sottolineiamo però che la costruzione delle case popolari non viene realizzata per gentile concessione dei potenti di turno, bensì solo grazie alle lotte dei lavoratori e al loro contributo con le trattenute dalle buste paga.

Nel 1995 con colpo di spugna si passa “dall’edilizia popolare all’edilizia sociale”: l’ATER (azienda territoriale per l’edilizia residenziale) inizia a parlare di “competitività”, “mercato”, “esigenze”. Si concretizzano sperimentazioni urbanistiche come il “Contratto di Quartiere Savonarola” che porta anche a quel teleriscaldamento-truffa che oggi centinaia di inquilini stanno pagando con bollette elevatissime. Nel frattempo, sul piano locale e a livello nazionale, si moltiplicano le procedure di sfratto e si accelera la svendita del patrimonio immobiliare: sempre più case popolari vengono vendute o messe all’asta – soprattutto se prossime ai centri storici – anziché essere assegnate a chi ne ha i requisiti. Addirittura l’ex Direttore di ATER Vittorio Giambruni ha dichiarato, l’autunno scorso, alla Procura della Repubblica che il piano di vendita straordinario dell’A.T.E.R. di Padova riguarda 4452 case popolari, mentre il piano di vendita ordinario prevede la vendita di altri 143 alloggi.

Questo è il quadro in cui si innesta il processo a 75 imputati, rei di aver cercato di rinviare quegli sfratti che avrebbero messo altre famiglie in mezzo alla strada e di aver supportato 8 occupazioni abitative di persone che non avevano alternativa. Il contesto è infatti quello di una guerra classista in cui si completa il passaggio della casa da diritto a bene da cui estrarre profitto per pochi. Gli interessi legati al mattone devono essere tutelati e qualunque realtà politica si ponga su un piano di rottura deve essere spazzata via. Non è un caso che l’attacco repressivo a Padova si giochi sull’accusa di “associazione a delinquere”, un reato teso ad attaccare la lotta e la solidarietà di classe, tentando di disgregare ed isolare un’area che non scende a compromessi con quelle stesse istituzioni che sono disposte ad avallare o a tacere di fronte alle centinaia di alloggi popolari vuoti, lasciati a marcire, mentre altrettante centinaia di persone attendono una casa in lista d’attesa, restando ospiti di parenti o amici, dormendo in macchina o stando in strutture d'”accoglienza” tanto sovraffollate quanto pagate a peso d’oro dai comuni (quindi dai cittadini) alle cooperative che le gestiscono.

Mentre la crisi del sistema capitalista continua ad avvitarsi, la classe dirigente ha la necessità di garantire la propria sicurezza: quella dello sfruttamento e della speculazione. Per questo si attrezza di conseguenza: i Decreti Sicurezza voluti da Salvini e avallati dal premier Conte e dai Cinque Stelle prevedono proprio l’inasprimento delle pene per chi occupa un alloggio, per chi blocca una strada, per chi – in altre parole – si organizza per resistere agli attacchi portati avanti contro i proletari. Da Torino a Brescia, da Cosenza a Milano, fino a Roma, gli attacchi repressivi di questo tipo si vanno sperimentando e moltiplicando, spendendo centinaia di migliaia di euro per avviare inchieste e processi che facciano passare il messaggio che nessuno deve permettersi di mettere in discussione le logiche della rendita immobiliare e per militarizzare intere vie con decine di agenti antisommossa e mezzi per effettuare sgomberi e sfratti.

Perciò rivendichiamo la necessità e l’urgenza di lottare per il diritto alla casa e contro la svendita del patrimonio pubblico, con l’orizzonte di una società senza sfruttamento dell’essere umano e dell’ambiente, in cui non si debba lottare per il diritto alla casa, ma che questa sia diritto di tutti.

Rovesciamo i reati associativi: i soli criminali sono gli speculatori e i palazzinari!
Basta case senza gente, basta gente senza casa! 
Di fronte a sfratti e sgomberi: legittima difesa, con ogni mezzo necessario!

L’unico modo per affrontare il processo è quello di ribaltare le accuse, noi non accettiamo di essere definiti come dei “delinquenti” quando gli unici veri colpevoli sono coloro che lucrano e speculano sulla vita delle persone.
Per questo ci sentiamo di lanciare già da subito un appuntamento il 19 dicembre fuori dal Tribunale di Padova: la lotta non si processa!

➤ Rimanete aggiornati sulle iniziative che precederanno l’udienza …

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