Centralizzazione antiproletaria e antipopolare dell’Unione Europea

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Antitesi rivista n. 1
Sezione 1: Sfruttamento e crisi

Centralizzazione antiproletaria e antipopolare dell’Unione Europea

Se le politiche della Ue nei diversi campi (ad esempio nella politica estera) spesso non trovano una mediazione efficace tra i vari Stati membri, per ciò che riguarda invece le misure di intervento sulle legislazioni sul lavoro e sui tagli alla spesa sociale, ovvero le misure principali per poter ulteriormente rapinare il proletariato da parte dei padroni, questa comunanza di intenti viene spesso raggiunta, con la centralizzazione delle direttrici di attacco ai lavoratori su un piano sovranazionale – quello delle istituzioni dell’Unione – che poi i diversi paesi membri attuano per creare condizioni di sfruttamento e ricattabilità consone alle esigenze delle diverse classi capitaliste nazionali.

Ciò non significa che in ogni paese membro dell’Ue vigano le stesse norme sulla regolamentazione del lavoro, sulle misure sociali, sulle politiche economiche, poiché ogni formazione sociale capitalista adotta le misure che le condizioni politiche, sociali e soprattutto l’avanzamento o l’arretramento della lotta di classe impongono, ma le linee sulle quali costruire gli impianti normativi vengono fornite dalle istituzioni europee, principalmente dalla Commisssione Ue. Fondamentali sono gli aspetti che riguardano la finanza pubblica dei paesi aderenti che sono costante oggetto di attenzione da parte degli organismi della Ue, principalmente dalla Banca Centrale Europea (Bce). Dalla fondazione dell’agglomerato Ue e soprattutto con il trattato di Maastricht del 1996 si sono creati gli strumenti di controllo per la finanza pubblica degli Stati aderenti, per imporre il rigore economico con la clausola del rapporto deficit/pil, ovvero il rapporto tra il saldo delle entrate e uscite statali e il prodotto interno lordo, che non deve sforare il 3%. Questa è anche la condizione a cui devono sottostare anche gli Stati che hanno fatto richiesta di adesione all’Ue.

Nel 2014 dieci Stati Ue su 28 hanno registrato un rapporto deficit/pil superiore al 3%: Slovenia (14,7%), Grecia (12,7%), Irlanda (7,2%), Spagna (7,1%), Regno Unito (5,8%), Cipro (5,4%), Croazia e Portogallo (4,9% ciascuno), Francia e Polonia (4,3% ciascuno). Quanto al debito pubblico, i livelli più elevati si confermano in Grecia (175,1%), Italia (132,6%), Portogallo (129,0%), Irlanda (123,7%), Cipro (111,7%) e Belgio (101,5%).

In generale negli ultimi anni in Europa l’aumento del debito in rapporto al pil è stata una regola con poche eccezioni, soprattutto perché nella fase di pesante crisi economica dal 2008 ad oggi, da una parte vi è stata una decrescita generale dei pil nazionali e dall’altra i vari governi sono intervenuti massicciamente con denaro pubblico nel salvataggio degli istituti bancari e finanziari. In base ai dati Eurostat, la Francia ha visto il suo rapporto tra debito pubblico e pil salire dall’85 al 95% tra il 2011 e il 2014, in Spagna si è saliti in tre anni dal 69 al 97%, in Belgio si è passati dal 102 al 106%, in Olanda dal 61 al 69 %, in Portogallo da 111 a 130%, in Gran Bretagna dall’81 a quasi il 90%. È aumentato, pur rimanendo su livelli contenuti, anche il debito della Svezia e della Finlandia. In controtendenza invece la Germania, il cui debito è passato dal 77 al 74% del pil pur avendo una dimensione in valori assoluti simile all’Italia, circa 2 mila miliardi di euro.

Le manovre della stretta finanziaria, del rigore, dell’austerità, è la tenaglia nelle mani delle economie più forti dei paesi Ue, principalmente la Germania, che stringono rispetto ai paesi economicamente più deboli, soprattutto in questa fase di gravissima crisi economica, per imporre le politiche economiche e finanziarie a loro vantaggio, scaricandone i costi principalmente sui proletariati nazionali. Come è avvenuto per il Portogallo, la Spagna, l’Italia e soprattutto per la Grecia in questi ultimi anni. È questa tenaglia che sta alla base della centralizzazione delle politiche economiche e finanziarie dell’Ue e che ne impone le condizioni ai paesi aderenti in tale agglomerato capitalistico.

Nel caso italiano l’intervento delle istituzioni politiche e finanziarie della Ue si è concretizzato con tutta una serie di indicazioni, di “suggerimenti” ai governi che si sono succeduti negli anni e che nell’agosto 2011, in un contesto di crisi economica e politica acuta, ha avuto l’ultimatum nella forma della lettera inviata dalla Bce al governo italiano, allora presieduto da Berlusconi. In una parte della lettera era testualmente scritto: “Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro. E’ necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala. C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.

Il governo “tecnico” presieduto da Monti, perorato e sostenuto dal boia Napolitano, che a fine 2011 è succeduto alla crisi politica che aveva coinvolto il governo Berlusconi (proprio perché incapace di produrre una azione governativa in linea con le direttive della Bce) ha preso “alla lettera” le indicazioni suggerite dalla Bce, con un piano di controriforme che con la legge Fornero ha demolito il sistema pensionistico e degli ammortizzatori sociali, innalzando l’età pensionabile, portandola a 67 anni e sferrando il primo grande attacco all’articolo 18, inserendo la norma sui licenziamenti economici. Sul piano fiscale ha aumentato l’iva dal 21% al 22% incidendo così sui beni di consumo e sul potere di acquisto dei salari, ha introdotto, generalizzato e aumentato l’imposta sugli immobili di proprietà e successivamente ha elaborato un piano di liberalizzazioni professionali e privatizzazioni delle società pubbliche.

Privatizzazioni che, insieme alla revisione della spesa, sono state il centro delle manovre, sempre al fine di battere cassa, portate avanti dal governo Letta, sorto dopo le elezioni politiche del 2013. In continuità alle linee tracciate dal precedente governo Monti e per rispondere alla bocciatura da parte della Commissione Europea della legge di stabilità allora presentata, l’operazione di cessione di quote societarie pubbliche aveva l’obiettivo di far entrare complessivamente tra i 10 e i 12 miliardi di euro nelle casse dello Stato, di cui la metà per ridurre il debito previsto nel 2014 e il resto a ricapitalizzazione della Cassa depositi e prestiti. Ad oggi i risultati previsti dalla cessione ai grandi capitali privati di quote di società pubbliche in realtà non sono ancora stati raggiunti, come ad esempio con l’operazione di quotare in borsa Fincantieri che si è rivelata al momento infruttuosa se non fonte di instabilità. Ma il piano di privatizzazioni continua con le dismissioni di Enav e il 50% di Cdp Reti ed è recente la quotazione in borsa di Poste Italiane. È inoltre prevista la quotazione in borsa del settore dell’alta velocità delle Ferrovie.

Con il successivo governo Renzi questi piani di controriforma sono continuati, seppure con aspetti di contraddizione rispetto alle direttive più strettamente rigoriste della Commissione Europea e della Bce e invece con una maggiore aderenza alle istanze confindustriali nazionali che auspicano manovre intente a favorire gli investimenti e la detassazione alle imprese, ma pienamente concordi sull’attacco alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato e delle masse popolari. Anche sul piano sindacale nei confronti del governo Renzi vi è stato un cambiamento formale di linea rispetto agli esecutivi precedenti. Mentre infatti con il governo Monti vi è stato un allineamento politico generale di appoggio trasversale e l’opposizione sindacale dei confederali è stata pressoché nulla, tanto da far passare la legge Fornero senza nessuna mobilitazione e nessuno sciopero generale, nei confronti del governo Renzi l’atteggiamento è cambiato, anche visto l’obiettivo del governo di mettere definitivamente in soffitta ogni possibile richiamo alla concertazione, a costo di sgretolare il legame tra Pd e sindacati confederali (Cgil in primis).

Innanzitutto con la controriforma del Jobs Act è stata data la piena libertà di licenziamento, a partire dal 7 marzo 2015, per le aziende che assumono a tempo indeterminato e sono stati concessi sgravi contributivi per tre anni, rappresentando il raggiungimento di obiettivi che padroni e governo da anni si prefiggevano.

Anche nel settore dell’istruzione, con la normativa della cosiddetta “Buona Scuola” è stata data continuità ai progetti di ristrutturazione e di avviamento al lavoro, con il raddoppio delle ore degli stage formativi gratuiti, fino a 400 ore annue, rispondendo alle numerose direttive europee in questo senso, che già la controriforma Gelmini aveva iniziato a recepire.

Con il caso della Grecia, in questi ultimi 5 anni, è apparso in maniera drammatica il ruolo di centralizzazione delle politiche antiproletarie e antipopolari dell’Ue, di dittatura economica imposta brutalmente nei confronti delle masse popolari e dei lavoratori greci. A queste misure politiche i lavoratori e le masse popolari greche hanno risposto con coraggio e sacrificio, mobilitandosi anche a fronte dei ricatti dei governi nazionali e dell’Ue. Numerosi sono stati gli esempi di lotta, di solidarietà tra proletari per far fronte alle terribili condizioni di miseria in cui sono stati cacciati, di difesa delle condizioni di vita con scioperi generali, manifestazioni e occupazioni, arrivando agli scontri di piazza con polizia ed esercito, posti a difesa delle “istituzioni” e dei governi greci, fidi esecutore delle direttive della troika (Commissione europea, Bce e Fondo monetario internazionale Fmi).

L’intervento della troika dal maggio 2010 al luglio 2015 ha fornito finanziamenti allo Stato greco per complessivi 356 miliardi di euro (che devono essere gradualmente restituiti nei prossimi anni secondo un piano concordato), imponendo le proprie condizioni che significano fame e miseria per i lavoratori e le masse popolari greche. Le “clausole” degli accordi della troika e governo greco per liberare i finanziamenti europei, espressi nei famosi memorandum del maggio 2010, ottobre 2011 e novembre 2012, prevedevano come obiettivi principali la completa liberalizzazione dei mercati, la privatizzazione delle aziende statali e la riduzione della spesa pubblica. Questi obiettivi sono stati perseguiti con il licenziamento di 30 mila dipendenti pubblici, l’abolizione delle indennità per funzionari e pensionati pubblici, diminuzione del 20% degli stipendi dei dipendenti pubblici, blocco degli aumenti salariali sia pubblici che privati, annullamento del sussidio di disoccupazione, aumento dell’iva dall’11 al 23 per cento sui beni di prima necessità, aumento a 40 anni di lavoro per accedere alla pensione (prima era possibile raggiungere il pensionamento con 37 anni di lavoro), riduzione del salario minimo da 750 a 500 euro, riduzione delle indennità di licenziamento, allungamento del periodo di prova per un lavoratore da 2 mesi a 1 anno con licenziabilità senza preavviso e senza indennità economica, riduzione delle pensioni di invalidità, tagli alla sanità pubblica, liberalizzazioni e deregolamentazione nel settore della sanità privata.

Questa politica predatoria dell’Ue ha avuto l’appoggio dei vari governi che si sono succeduti in Grecia in questi ultimi 5 anni. Ed anche oggi, il governo, seppur guidato da una forza formalmente popolare come Syriza, che proprio sull’opposizione alle imposizioni dell’Ue ha costruito il suo consenso elettorale, ubbidisce agli ordini impartiti dalla Commissione Europea, dalla Bce e dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi).

Proprio sulla richiesta di ulteriori finanziamenti per far fronte alle spese correnti e al pagamento degli interessi sui prestiti, l’attuale governo greco di Tsipras ha mostrato la sua reale inconsistenza e il suo ruolo di attore supino agli interessi Ue, (principalmente di Germania e Francia, le cui banche detengono rispettivamente 15 e 10 miliardi del debito pubblico della Grecia).

Nonostante le masse popolari con il referendum del luglio 2015 si siano espresse chiaramente per una politica governativa che rifiutasse i diktat di Bruxelles per l’erogazione di un ulteriore prestito, e nonostante questa presa di posizione delle masse greche sia avvenuta in un contesto di pesante ricatto e caos sociale (ad esempio nei giorni precedenti allo svolgimento del referendum i prelievi dagli sportelli bancari erano stati bloccati) che ne dimostra ancora più chiaramente la determinazione e il valore, il governo Tsipras ha accettato le imposizioni Ue arrivando all’accordo con la Commissione Europea il 21 luglio 2015.

Con questo accordo, la Commissione Europea, la Bce e il Fmi hanno erogato un prestito per complessivi 86 miliardi di euro a fronte di impegni da parte del governo greco che, tra gli altri, prevedevano un aumento dell’iva, l’introduzione di una riforma del codice di procedura civile, privatizzazioni per 50 miliardi di euro. Un ulteriore provvedimento previsto nell’accordo, che rasenta il rapporto che caratterizza i paesi colonizzatori con i colonizzati, è quello che obbliga il governo greco a presentare agli organismi della Ue le bozze legislative in materia fiscale ed economica per essere vagliate e controllate ed eventualmente modificate, prima che siano presentate al parlamento greco per la discussione legislativa.

L’esempio greco dimostra drammaticamente come le politiche di integrazione economica, le direttive comunitarie e i ricatti con esse imposti ai paesi aderenti alla Ue rappresentino il mezzo per i paesi economicamente più forti per intervenire direttamente nella economia di un paese più debole, spingendo per l’esautorazione sostanziale dei governi nazionali qualora vi siano delle resistenze ai loro interessi, sia che derivino da settori di borghesia locale, schiacciata dai vincoli finanziari della troika, sia dalla spinta delle masse depredate. Syriza, che aveva ricevuto mandato di fa valere gli interessi del capitalismo greco in Europa da parte della Federazione Ellenica delle Imprese e si era aggiudicati i consensi elettorali delle piazze anti-austerità, si è mutata in scribacchina sotto dettatura di Bruxelles. Ovviamente a spese principalmente delle masse, perché il padronato nazionale oggettivamente qualcosa raccoglie a proprio vantaggio anche dalle controriforme dettate dalla troika oppure vede confermarsi alla propria testa le sue parti più legate al capitale internazionale imperialista (che in Grecia corrisponde alla fazione degli armatori).

Ma se con il caso greco le politiche antiproletarie e antipopolari hanno raggiunto, al momento, il loro apice, in questi anni esse si sono comunque susseguite nella forma di indicazioni e direttive delle istituzioni europee ai governi di tutti i paesi aderenti alla Ue.

Come ad esempio con la “Strategia europea per l’occupazione”, introdotta nel 1992 dal trattato sull’Unione europea, dove l’agglomerato Ue promuove ed elabora politiche sulle normative sul lavoro da far adottare agli Stati membri. Nelle dichiarazioni ufficiali questa strategia si pone come obiettivo principale quello di “creare più posti di lavoro e impieghi più qualificati in tutta l’Ue.

Uno dei figli di questa impostazione è stata la direttiva Bolkenstein nel 2006 che riguarda la maggior parte delle attività ufficialmente definite di servizio, circa il 46% del pil dell’Ue, ad eccezione dei servizi di assistenza sanitaria, finanziari, giochi d’azzardo, attività esercitate dai notai e altre minori. La nozione di servizio comprende “ogni attività economica che si occupa della fornitura di una prestazione oggetto di contropartita economica”, di cui all’articolo 57 del trattato Ue.

Con questa direttiva l’Ue si prefissava di ridefinire le regole della concorrenza commerciale, senza alcun limite, in tutte le attività di servizio, in special modo nei paesi dell’est europeo dove le legislazioni sul lavoro, dopo la completa restaurazione capitalista degli anni novanta e il servilismo agli interessi delle potenze europee da parte delle classi dirigenti locali, erano ancora in fase di cambiamento.

Questa norma europea ha avuto il compito di imporre delle condizioni di lavoro ad un più alto tasso di sfruttamento con l’estensione della flessibilità per tutto l’anno a 48 ore settimanali, deroghe individuali all’orario settimanale fino a 65 ore, ma soprattutto inserendo il principio del “paese d’origine”. Secondo questo principio, un fornitore di servizi è sottoposto esclusivamente alla legge del paese in cui ha sede l’impresa, e non a quella del paese dove fornisce il servizio. Quindi, ad esempio, un’ impresa polacca che distacchi lavoratori polacchi in Francia o in Italia applicherà a quei lavoratori la normativa contrattuale e la paga vigenti in Polonia.

Uno sviluppo della “Strategia europea per l’occupazione è la “Strategia Europa 2020 per la crescita e l’occupazione”, istituita nel 2010. Questa promuove un processo annuale che sviluppa lo stretto coordinamento delle politiche tra gli Stati membri dell’Ue e le istituzioni europee, tramite il Consiglio dell’Unione europea, a presidenza semestrale.

In particolare, l’attuazione della Strategia, sostenuta dall’attività del comitato per l’occupazione, interessa le seguenti quattro tappe del semestre europeo:

-gli orientamenti per l’occupazione, le priorità e gli obiettivi comuni per le politiche del lavoro, proposti dalla Commissione, convenuti dai singoli governi e adottati dal Consiglio dell’Ue;

-la relazione comune sull’occupazione, che prende in esame la situazione del lavoro in Europa, l’attuazione degli orientamenti per l’occupazione e il quadro di valutazione dei principali indicatori occupazionali e sociali. Viene pubblicata dalla Commissione e adottata dal Consiglio dell’Ue.

-i programmi nazionali di riforma presentati dai governi nazionali e analizzati dalla Commissione tenendo conto degli obiettivi della strategia 2020;

-le relazioni nazionali, che analizzano le politiche economiche degli Stati membri (la Commissione le pubblica dopo aver valutato i programmi nazionali di riforma e formula le raccomandazioni specifiche per paese).

Inoltre la Strategia Europa 2020 per la crescita si propone di facilitare il passaggio dalla scuola al lavoro, agevolare i flussi di manodopera dei lavoratori nell’Ue e “modernizzare” i sistemi di sicurezza sociale.

Questa impostazione della politica comunitaria in tema di lavoro e occupazione rende evidente come le cosiddette riforme attuate nei vari paesi membri, seppur attuate in tempi diversi, abbiano caratteristiche comuni e sono connaturate in senso fortemente antiproletario. Così le concordanze tra le “riforme” del lavoro spagnole e italiane, la prima attuata dal governo di centrodestra Rajoy l’altra attuata dal governo di centrosinistra Renzi con il Jobs Act, evidenziano come rispettivamente la borghesia spagnola e quella italiana e i loro governi abbiano dato sintesi, in questi passaggi, ad attacchi richiesti anche dall’Ue, come centro propulsore e programmatore sovranazionale delle strategie di assalto del capitale imperialista al lavoro.

Questo però non vuol dire, aldilà di letture semplicistiche e assolutistiche, che le controriforme siano eguali nella loro concretezza, perché rispondono a diversi piani nazionali e dunque a diversi rapporti tra le classi, riflessi ad esempio nelle rispettive normative preesistenti e nella funzione precisamente svolta dai sindacati. E’ vero che sia per la Spagna che per l’Italia le controriforme hanno evidenziato la tendenza alla liberalizzazione dei licenziamenti e alla liquidazione dei contratti collettivi nazionali. Ma quest’ultimo aspetto non è ancora concluso per ciò che riguarda il nostro paese, anche se da anni ormai è nelle agende dei governi che si sono succeduti e da parte dei sindacati confederali vi è una apertura in tal senso, tanto che la Cisl fa del potenziamento dei contratti e degli accordi aziendali a discapito di quelli nazionali il suo cavallo di battaglia (assieme a Confindustria!). Mentre per la Spagna uno dei pilastri della “riforma” è stato proprio l’indebolimento degli accordi collettivi nazionali di lavoro, a vantaggio dei contratti aziendali. In pratica, le imprese iberiche possono rinunciare oggi al contratto collettivo della loro categoria e introdurre modifiche alle condizioni di lavoro dei dipendenti (inclusi i salari, gli orari e i turni), in presenza di particolari ragioni economiche e organizzative. Sui licenziamenti nella controriforma spagnola è stato eliminato l’obbligo per le imprese di ottenere prima un’autorizzazione amministrativa come era previsto dalla normativa precedente, mentre resta in vigore il vincolo dei negoziati sindacali. Sono stati limitati i casi in cui i licenziamenti collettivi possono essere annullati dal giudice con una sentenza. Diversamente il Jobs Act di Renzi ha puntato più allo smantellamento   sostanzialmente completo delle conquiste operaie in tema di normativa sul licenziamento individuale e collettivo.

Da questa parziale illustrazione degli interventi delle istituzioni europee nelle politiche economiche e nell’indirizzo delle legislazioni nazionali dei diversi paesi aderenti all’agglomerato Ue emerge come il ruolo delle istituzioni politiche ed economiche di Bruxelles sia indirizzato nello sviluppare politiche nazionali nei vari paesi che hanno l’obiettivo di liberalizzare completamente il mercato, privatizzare le aziende pubbliche, ridurre le spese sociali con tagli a sanità, scuola, pensioni, creando situazioni il più omogenee possibili nell’area europea e costruendo le migliori condizioni per i grandi gruppi monopolisti europei affamati, ancora di più in questa fase di crisi economica acuta, di nuovi mercati, settori di investimento e di profitto. Si tratta di un movimento reazionario in tre fasi: le classi dominanti nazionali si aggregano all’Ue, questa funge da programmazione e propulsione delle politiche antiproletarie interne e le classi dominanti nazionali capitalizzano questa spinta anche per proprio interesse specifico in chiave antiproletaria. Ciò costituisce la base, nei rapporti capitale – lavoro, di una tendenza alla progressiva strutturazione di un imperialismo che va a sostanziarsi come europeo, anche attraverso la sedimentazione delle gerarchie di potenza tra le borghesie dei singoli dei paesi e lo stabilirsi di una divisione del lavoro a livello continentale.

E ovviamente la sfida che si pone, in tal senso, al proletariato dei paesi Ue è complessivamente maggiore: lottare contro i singoli governi per premere anche sul piano europeo e unire soggettivamente e politicamente le proprie lotte, le quali comunque già oggettivamente tendono ad unirsi visto l’attacco coordinato a livello comunitario e la comune condizione di crisi del capitalismo internazionale. Una sfida storica non facile, nell’attuale fase di arretramento del movimento comunista e, più in generale, del rapporto di forza tra le classi.

D’altra parte, va detto che, se si sviluppassero i fattori, a partire dalla capacità di incidere delle lotte e dal ruolo soggettivo dei comunisti, in grado di farci uscire da questa “messa all’angolo”, allora la forza reazionaria dell’Ue, data sopratutto dalla sua sovranazionalità, si muterebbe in debolezza. La catena imperialista che cinge il continente, dirigendo gli affondi antiproletari nei singoli paesi, potrebbe divenire un concatenarsi della lotta di classe, il sostanziarsi dell’internazionalismo proletario a livello europeo. L’anello debole di questa catena – la Grecia – nei suoi apici di contraddizione, ha già indicato questa prospettiva ed è anche per soffocarla sul nascere che il tallone della troika e dei suoi servi è stato da un lato durissimo e dall’altro mistificatorio, con il ruolo dei socialreazionari di Syriza.

Ma la storia, lo sappiamo, è in movimento continuo. L’incrocio della talpa soggettiva comunista che scava e dell’oggettività della crisi, con le masse portate comunque a ricercare un’alternativa al sistema attuale, è l’unico fattore per determinare la rottura verso sinistra della catena dell’Ue. Sta a noi, forze del movimento di classe, esserne consapevoli e conseguenti.

 

Fonti:

http://argomenti.ilsole24ore.com/bolkestein.html

http://europa.eu/publications/statistics/index_it.htm

http://sosonline.aduc.it/scheda/imu+guida+all+uso_20316.php

http://www.agoravox.it/Che-cosa-sancisce-il-memorandum.html

http://www.agoravox.it/Che-cosa-sancisce-il-memorandum.html

 

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