Classi sociali, proletariato e lotte – La lotta per la casa: per un punto di vista di classe

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Nella situazione di crisi attuale la lotta per la casa è un terreno che si va “naturalmente” sviluppando ed estendendo e nel quale molte realtà di compagni intervengono. A partire da questo dato riteniamo importante guardare la questione da un punto di vista di classe e trattarla alla luce della contraddizione fondamentale della nostra epoca, il capitalismo nella sua fase imperialista, quella fra il carattere sociale della produzione e il carattere privato della proprietà. Nei rapporti di classe, essa si manifesta nella contraddizione fra la borghesia e il proletariato, tra capitale e lavoro.

Per fare questo riteniamo importante e necessario riappropriarci delle categorie e dell’analisi patrimonio del movimento comunista e di classe.

Il fine dello scritto non è quello di sviluppare piani e/o piattaforme specifiche per la lotta che le singole realtà già sviluppano a partire dalla loro situazione concreta, ma l’interesse è quello di dare un contributo alla formazione di compagni capaci di trattare la contraddizione, che nasce dalla situazione di pesante disagio del proletariato e delle masse popolari sul problema specifico, andando dal particolare al generale. Insomma di considerare anche la lotta per la casa una scuola di comunismo sia per i compagni che vi intervengono, sia per i proletari che lottano e nella quale i compagni devono imparare a trovare il metodo e i contenuti per farla vivere concretamente all’interno della prospettiva del cambiamento rivoluzionario.

Casa e rendita

La casa, nel sistema capitalistico di produzione nel quale viviamo, è una merce particolare: il suo valore e quindi il suo prezzo non è determinato solo da ciò che è stato necessario per produrla, ma anche dalla rendita fondiaria. Esso non definisce solo una realizzazione di valore come un momento del ciclo della valorizzazione del capitale investito nel settore, ma anche una distribuzione di plusvalore a vantaggio della proprietà fondiaria e immobiliare. Marx considerava la rendita una forma di sfruttamento in quanto i proprietari terrieri ricevevano redditi solo perché proprietari di risorse naturali “scarse” (a offerta limitata). La rendita è, infatti, intesa come la remunerazione che un fattore produttivo a offerta limitata riceve, indipendentemente dai suoi costi di produzione. Per Marx i proprietari terrieri ricevevano, quindi, una parte del plusvalore redistribuito dal settore industriale, dove gli operai lo avevano prodotto. Ogni fattore di produzione (terra, lavoro, capitale) era, sempre nella visione marxista, produttore di un provento distinto, rispettivamente rendita, salario e profitto corrispondenti alle tre diverse classi sociali: proprietari terrieri, lavoratori e capitalisti.1

La rendita non entra pertanto nel costo di produzione di una merce, ma deriva dal prezzo della merce stessa. Essa è distinta tra differenziale e assoluta: la prima dipende dalla qualità delle diverse proprietà a livello territoriale, la seconda si manifesta a livello macro territoriale e aggregato e definisce una rendita uniforme su tutte le terre, indipendentemente dal livello della rendita differenziale di ogni unità territoriale. La rendita differenziale esiste ovunque esista rendita e risponde alle sue stesse leggi economiche, pertanto si manifesta anche nelle aree edificabili. In questo senso è importante capire di cosa si tratta quando andiamo a ragionare sul problema casa e sullo sviluppo delle città.

Già Marx scriveva che “(…) in città in rapido sviluppo, specialmente dove, come a Londra, l’edilizia viene praticata con sistemi di fabbrica, il vero oggetto della speculazione non è la casa, ma la rendita fondiaria (…).”2

Va rilevato, inoltre, che visto che la casa è una merce, il lavoratore deve prima essere stato sottoposto allo sfruttamento del lavoro per ricavare il reddito per pagarla, sia nel caso dell’affitto sia dell’acquisto.

Si tratta di una semplice vendita di merce; non è un rapporto fra proletario e borghese, tra operaio e capitalista; l’inquilino anche quando è un operaio compare nella veste di individuo possidente, deve aver già venduto la merce che gli è propria, la forza lavoro, per potersi presentare, col suo ricavato, quale acquirente dell’usufrutto di un’abitazione; oppure deve essere in grado di dare delle garanzie che impegnino la vendita della sua forza lavoro. Mancano completamente in questo caso i risultati particolari che derivano dalla vendita della forza lavoro al capitalista. Il capitalista fa prima riprodurre alla forza lavoro acquistata il suo valore, ma poi le fa produrre un plusvalore che provvisoriamente – a parte la ripartizione che ne avviene fra la classe capitalista – rimane nelle sue mani. In questo caso quindi viene prodotta un’eccedenza di valore, la somma complessiva del valore esistente viene accresciuta. Ben diversamente vanno le cose con gli affitti. Per quanto possa essere grande il vantaggio che il locatore ricava dall’inquilino si tratta sempre di un valore già presente, prodotto in precedenza; l’ammontare complessivo del valore posseduto dal locatario e dall’inquilino insieme rimane invariato. Che l’operaio sia pagato dal capitalista con un valore inferiore, superiore o uguale al suo lavoro viene sempre defraudato di una parte del prodotto del lavoro medesimo; l’inquilino viene defraudato solo quando è costretto a pagare l’abitazione al di sopra del suo valore.3

In base a quest’analisi Engels sostiene che la questione delle abitazioni non è una questione esclusivamente operaia ed è errato interpretarla in questo modo criticando la visione dei socialisti utopisti dell’epoca, in particolare di Proudhon, che si battevano per la proprietà della casa e affermavano che: “L’inquilino è di fronte al padrone di casa ciò che è il salariato di fronte ai capitalisti.”.

La contraddizione principale resta, dunque, quella del lavoro salariato e l’utopia di rendere tutti proprietari della propria abitazione anche qualora, per assurdo, si fosse avverata non avrebbe toccato in nessun modo il modo capitalistico di produzione.

Soltanto la soluzione della questione sociale, cioè l’abolizione del modo di produzione capitalistico (mdpc), renderà nel contempo possibile la soluzione della questione degli alloggi.4

Rileggere lo scritto di Engels “La questione delle abitazioni” torna utile, non tanto perché la situazione attuale sia sovrapponibile a quella dell’epoca, quella del passaggio della Germania dalla manifattura e dalla piccola azienda alla grande industria, ma perché dalla situazione particolare e dalla critica svolta contro il socialismo utopista piccolo borghese si possono trarre insegnamenti utili e generali per affrontare anche nell’oggi la questione abitativa. Engels dimostra sia a livello teorico sia analizzando la situazione concreta dell’epoca, che la proposta di un “piano di giustizia” per ottenere una casa per tutti in proprietà, anche attraverso il riscatto, non è realizzabile all’interno del capitalismo. Anzi, la politica dell’acquisto della casa, già all’epoca caldeggiato dalla borghesia e messo in pratica da compagnie di speculatori e grossi industriali, tornava utile alla classe borghese sia per farci denaro sia per inchiodare con le catene della proprietà i lavoratori, soffocandone lo spirito di lotta e rivoluzionario. È utile riprendere quest’analisi perché oggi possiamo riflettere, dati alla mano, su come si è sviluppata, nel corso di oltre un secolo, la spinta all’acquisto della casa a livello globale. L’esempio particolare italiano, con un tasso di proprietari di oltre il 70%, il più alto d’Europa, convive con un problema casa sempre in emergenza per le fasce più deboli del proletariato, del sottoproletariato e della piccola borghesia.

È inoltre utile sottolineare come Engels nei suoi scritti abbia criticato, perfino con accenti canzonatori, le proposte proudhoniane nelle quali la proprietà della casa veniva legata alla riproposizione dell’industria casalinga, cioè dell’industria domestica, dell’orticoltura e dell’agricoltura, questo per “elevare” la classe lavoratrice. Il giudizio qui è netto: l’industria casalinga, nell’analisi precisa di quegli anni, forma per Engels la vasta base dell’industria tedesca ed è un laccio che “diviene, nell’epoca del dominio della grande industria, non solo il vincolo più grave per i lavoratori, ma anche la peggiore sventura per la classe operaia, la base di un abbassamento senza precedenti del salario sotto il suo livello normale, e ciò non soltanto per singole branche e singole zone dell’economia, ma per tutto il territorio nazionale.5

L’altro aspetto di questa faccenda è il formarsi della grande industria agro-alimentare e l’inglobamento in essa della produzione casalinga con l’eliminazione delle masse di piccoli produttori.

Riprendere quest’analisi ci serve per porre attenzione alle facili/illusorie soluzioni proposte anche oggi dentro al movimento di lotta per la casa su casa/lavoro che incentrano la soluzione del problema casa nella vita comunitaria e nell’autoproduzione.

L’orologio della storia non va a ritroso, non si può tornare indietro alla fase preindustriale (manifattura e produzione familiare) e se queste proposte vengono favorite dalla borghesia anche nell’epoca attuale è solo perché vengono incorporate nel mdpc.

Nell’analisi della questione casa, come in tutte le cose, va tenuto nel dovuto conto del momento storico considerato e anche della dialettica che sempre intercorre tra i vari aspetti, negativi e positivi, che esso produce. Ad esempio, riferendoci sempre all’esperienza italiana, si può dire che, nel periodo di forza della classe operaia, la produzione familiare (cioè avere la casetta di proprietà e una piccola produzione domestica) ha dato forza alla durata e alla resistenza degli scioperi, soprattutto in alcune zone.

Va però presa coscienza che le giuste tensioni all’autodeterminazione della produzione, senza una lotta per rovesciare il mdpc, diventano tout court terreno di “spoliazione” della classe oppressa, soprattutto in fasi nelle quali la nostra classe è debole e sotto attacco, come oggi. L’esempio chiaro lo abbiamo nella sharing economy divenuta oggetto di conquista da parte delle multinazionali e nella quale il produttore viene “spoliato” anche del mezzo di produzione oltre che della rete di rapporti sociali che ha costruito.

Oggi non siamo certo nella fase di passaggio dalla manifattura alla grande industria e nemmeno in un momento di forza della nostra classe, bensì nella fase imperialista giunta oramai allo stadio di crisi irreversibile. E andiamo a Lenin per chiarire cosa si intende per imperialismo:

L’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale. In questo processo vi è di fondamentale, nei rapporti economici, la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza. La libera concorrenza è l’elemento essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale; il monopolio è il diretto contrapposto della libera concorrenza. Ma fu proprio quest’ultima che cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio, creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancor più grandi, e spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale, che da essa sorgeva e sorge il monopolio, cioè i cartelli, i sindacati, i trust, fusi con il capitale di un piccolo gruppo, di una decina di banche che manovrano miliardi. Nello stesso tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano, ma coesistono, originando così una serie di aspre e improvvise contraddizioni, di attriti e conflitti. Il sistema dei monopoli è il passaggio del capitalismo a un ordinamento superiore nella economia.”6

E in questa fase la necessità per il capitale di estrarre plusvalore, e quindi di aumentare lo sfruttamento, cresce in modo esponenziale trovando anche nella sharing economy una tecnica con la quale non solo elevare lo sfruttamento del lavoro, ma anche diminuire la composizione organica di capitale.7 Il saggio di profitto è, infatti, una funzione decrescente della composizione organica del capitale. La sharing economy è oramai terreno delle multinazionali, le società sono quotate in borsa e chi è occupato in essa deve fornire direttamente gli strumenti di lavoro, si pensi ad esempio a Foodora dove il lavoratore deve provvedere personalmente ad essi (biciclette, smartphone etc.).

Prima di affrontare la questione abitativa nella fase di crisi attuale ci preme guardare ad un altro suo aspetto peculiare e cioè al ruolo che ha avuto ed ha nella formazione/trasformazione della città/metropoli.

La casa nel modo di produzione capitalistico e nella formazione/trasformazione delle città/metropoli

Dobbiamo qui considerare il rapporto tra capitale e territorio. La costruzione della città è vista da Marx come concentrazione di mezzi di produzione e di forza lavoro in relazione alle necessità dello sviluppo del capitale. “L’operare di un numero piuttosto considerevole di operai, allo stesso tempo, nello stesso luogo (o, se si vuole, nello stesso campo di lavoro), per la produzione dello stesso genere di merci, sotto il comando dello stesso capitalista, costituisce storicamente e concettualmente il punto di partenza della produzione capitalistica. (…) essa rimane la forma fondamentale del modo di produzione capitalistico”.8

La contemporanea città/metropoli non è un’evoluzione “naturale”, nel senso che non si è dato uno sviluppo lineare basato sulla natura umana indipendente dai fattori soggettivi della lotta tra le classi. La città/metropoli va trattata come il modo specifico nel quale il mdpc ha usato lo spazio fisico, quindi come una questione di classe. Del resto la stessa etimologia della parola borghesia ne racchiude il senso: dal latino burgus, nel senso di città, borgo, il luogo di origine delle moderne relazioni commerciali.

La formazione della città va vista perciò in relazione alla produzione e riproduzione del territorio, in funzione di quel riuso e per questo è storicamente determinata. Essa non è solo una forma di organizzazione sociale che promuove l’efficienza dell’attività economica, ma principalmente la sua formazione/trasformazione va vista nell’orizzonte logico che definisce il modo di produzione capitalistico nel quale “(…) l’intero spazio fisico tende a essere costruito come capitale fisso rispetto a capitali produttivi tra loro integrati – pur se dispersi territorialmente- ovvero luogo della combinazione del lavoro e, in quanto tale, luogo nel suo complesso del sociale (…)9. L’uso e l’organizzazione produttiva del territorio avviene, dunque, principalmente in funzione della composizione organica del capitale e della struttura del capitale costante e, pure, dell’esigenza di assembramento della forza lavoro (capitale variabile). La visione marxista della città/metropoli si basa quindi sulla concentrazione di capitali come elemento fondamentale. Questa concentrazione viene comunemente espressa con valori basati su numero di imprese concentrate, lavoratori, popolazione attiva nella produzione materiale (nella duplice accezione di beni e servizi, quindi anche di tutta la forza lavoro necessaria per il suo funzionamento). Esistono moltissimi studi che rilevano la stretta connessione tra sviluppo urbano e crescita economica. Sono state prodotte numerose curve statistiche dove la crescita nel tempo della produzione capitalistica (e quindi del plusvalore) è grossomodo parallela al tasso di urbanizzazione della popolazione. Altri studi, invece, hanno posto l’accento principalmente su categorie quali forma e funzione.

Porre l’accento solo su uno dei due aspetti (concentrazione di capitali; forma e funzione) non considerando il rapporto dialettico che intercorre tra la natura originaria della formazione della città/metropoli contemporanea (la concentrazione di capitali) con la sua forma e funzione storicamente determinata nel divenire del processo di sviluppo del capitale, ha fatto proliferare varie teorie economiche e politiche derivanti dalla concezione che vede nella circolazione e nel mercato (e non nel processo di produzione) il luogo della formazione del valore e non viceversa, come avviene realmente. Queste teorie portano a vedere la città/metropoli principalmente come mezzo/condizione per il ciclo della circolazione del capitale e allo stesso tempo luogo della riproduzione della forza lavoro, come concentrazioni geografiche e sociali del surplus produttivo. Le soluzioni che emergono da queste concezioni, e che non colgono la centralità della produzione, approdano semplicemente a proposte di gestione, anche se radicale, delle problematiche abitative e trovano nella lotta per una miglior redistribuzione della ricchezza la panacea di tutti i mali. Nel campo della casa la risposta al problema diventa semplicemente quella dell’imposizione ai governi di politiche migliori. “Rivendicare il diritto alla città, come qui lo intendo, significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite, agendo in modo diretto e radicale.10

Lo sviluppo e la trasformazione delle metropoli, nelle varie fasi di sviluppo e crisi del sistema capitalistico, rispondono al compimento delle fasi del processo di produzione e realizzazione del capitale e al soddisfacimento delle condizioni di riproduzione della forza lavoro forzatamente accumulata. Il soddisfacimento dei bisogni storicamente determinati per la riproduzione di forza lavoro si esprime anche con la produzione di case che divengono prodotti/merci e assumono la forma di uno specifico mezzo di sussistenza. Tuttavia la loro caratteristica peculiare, il loro scopo determinante non è questo specifico valore d’uso, ma quello di cui sono depositarie e che risulta subordinato al rapporto di scambio con denaro. La continua trasformazione delle metropoli risponde alle necessità di ogni fase del capitalismo. La contraddizione originaria città/campagna, alla base del passaggio dalla manifattura all’industria, nella fase moderna si evolve e si riversa nella contraddizione tra centro e periferia che attraversa a livello globale il pianeta contaminando pure le stesse città/metropoli occidentali. La soluzione dell’antitesi tra città e campagna, all’origine dell’urbanizzazione e via via acutizzatasi, troverà attuazione solo attraverso il rovesciamento dei rapporti di classe attuali. Possiamo dire con Engels: “La questione delle abitazioni potrà essere risolta soltanto a seguito di rivolgimenti sociali di portata tale da permettere di affrontare l’eliminazione dell’antitesi fra città e campagna. Antitesi questa portata al suo culmine nell’attuale società capitalistica, il modo di produzione attuale, ben lungi dall’essere capace di eliminare questa antitesi, è invece costretta a renderla ogni giorno più acuta.11

Nell’epoca moderna l’antitesi città/campagna, sempre più lontana dal risolversi, si è trasformata in dittatura della città sulla campagna e del centro sulla periferia: il mdpc nel suo evolversi ha acuito in modo disastroso la contraddizione. Esempi di urbanizzazione selvaggia e assassina ne abbiamo sia nei paesi sviluppati che oppressi, basti pensare ai ghetti delle periferie metropolitane nei paesi del centro e alla convivenza di megalopoli con enormi baraccopoli in tutta la periferia del mondo.

Casa come diritto e servizio sociale

Se la questione casa, all’interno di quella più generale della formazione/trasformazione città/metropoli dentro al processo di urbanizzazione, dipende dal mdpc, vanno però analizzate le sue varie fasi per capire come meglio agire quando si affronta, dal punto di vista della lotta di classe, il problema che Engels definiva la “penuria di abitazioni”. Alla fine della fiera, già in quegli anni, lo risolveva con la proposta delle occupazioni: “Però un fatto è sicuro fin da adesso, e cioè che nelle grandi città vi sono già sufficienti edifici di abitazione da permettere di porre immediato riparo, con una utilizzazione razionale delle abitazioni medesime ad ogni reale insufficienza di abitazioni.12

Case vuote sufficienti per tutti ce n’erano tanto allora che oggi.

La sovrapproduzione di case perpetuatasi nel tempo è emblematica oggi di cosa significhi la crisi del capitalismo, la crisi di valorizzazione del capitale il quale tende sempre più a ricercarla, quando non la realizza altrove, mettendo in discussione il soddisfacimento dei bisogni essenziali della vita umana come quello della casa.

Analizziamo ora solo brevemente, dopo aver richiamato Engels per la fase di passaggio dalla manifattura alla grande industria, il periodo del modello Keynesiano che si è attuato soprattutto nel secondo dopoguerra, un fase di sviluppo del capitalismo. La casa, assieme a tutti i servizi sociali è stata allora per il proletariato e le masse popolari un terreno di riappropriazione. Era un periodo all’insegna delle conquiste dovute alla forza di una classe operaia all’attacco nella conquista di migliori condizioni di vita e di lavoro: questa forza si riversava in ogni settore e nei territori. Uno degli insegnamenti importante che quel ciclo di lotte ci ha lasciato è che ogni lotta specifica è strettamente legata alla lotta generale e alla forza complessiva che la classe esprime e che ogni conquista non è duratura fino a quando il potere è detenuto dalla borghesia che, costretta ad aumentare sempre più i profitti rispetto all’aumento della massa di capitale, torna sempre all’attacco per depredare le classi subalterne. Nella misura in cui allora esisteva una forza che poneva il problema di liberarsi dalle catene dello sfruttamento, sull’onda della forza e degli insegnamenti accumulati dal movimento operaio, la questione casa trovava momentaneamente soluzioni positive.

Per il capitale, in quel periodo di sviluppo, la gestione della casa fu sempre d’incentivazione della casa di proprietà, ma con occhio particolare alla gestione della città in funzione dell’industrializzazione. Si ebbe un relativo sviluppo delle case popolari nate, ancora all’inizio del secolo, con la legge Luzzati tramite iniziative private in accordo con le amministrazioni locali. Allora il padrone d’industria voleva porsi come interprete dei bisogni degli operai, anche riguardo alle necessità abitative, con l’intento di avere un controllo della forza lavoro in ogni momento della sua esistenza: i modelli urbanistici della città edificata dal padre padrone avrebbero voluto basarsi sull’accettazione da parte operaia del modello di sfruttamento imposto. Risulta importante fin da subito il ruolo pubblico, dello Stato, con l’intervento diretto dei poteri pubblici nella costruzione di case a basso costo e con la formazione di Enti preposti, gli Istituti Autonomi per le Case Popolari, che divennero una speciale branca pubblica dell’industria edilizia, agevolati dallo Stato. In realtà la legge era sostanzialmente un provvedimento per il credito agevolato a favore dei costruttori. Questo incipit portò nel tempo, considerando la casa nel suo aspetto di merce particolare (rendita), allo sviluppo delle città intersecato a quello della speculazione. Ed è proprio nella fase del boom economico (dal dopoguerra all’inizio della crisi degli anni ’70), periodo dove la produzione era imperniata sul modello fordista, che si consolidano le lobbies dell’edilizia e degli interessi speculativi, dando origine a quel fenomeno che in Italia prende il nome di blocco edilizio. Fenomeno che tutt’oggi ha un peso determinante nel definire la questione abitativa13.

La casa nella crisi

Oggi, nella fase di crisi del capitalismo, iniziata negli anni settanta e ora conclamata, la questione casa va inserita all’interno del generale taglio del salario e dei servizi attuato nel tentativo del capitale di recuperare margini di profitto. Nella crisi la casa è diventata, tout court, terreno di “spoliazione” da parte del capitale nei confronti di tutte le masse popolari e di riduzione dei salari reali al di sotto dei costi di riproduzione della forza lavoro. Questo avviene sia attraverso i prezzi esorbitanti per gli affitti e per tutte le spese relative all’abitazione sia attraverso la tassazione sulle case di proprietà ed anche con il pignoramento dell’abitazione da parte delle banche quando gli inquilini acquirenti non riescono a pagare il mutuo.

Se nell’epoca del passaggio dalla manifattura all’industria l’operaio, anche sul fronte casa, era schiavo del capitale industriale e, nell’epoca dello sviluppo industriale, cercando di liberarsi dalla schiavitù del lavoro, otteneva miglioramenti anche in questo campo, oggi, nell’epoca di crisi del capitale monopolistico e dopo aver subito l’attacco neoliberista, viene schiavizzato anche dal capitale finanziario. Va rilevato che l’incentivazione alla proprietà e il legame di questa politica con lo sviluppo dell’economia del debito e con gli interessi del capitale finanziario e delle banche, si è tramutata in elemento scatenante della crisi dei sub-prime del 2007, esplicitando così l’acuirsi della crisi già in atto. L’acceleratore pigiato sulla leva finanziaria, facilitato dalla deregolamentazione dei mercati finanziari (derivati etc.) e utilizzato per far fronte alla crisi di valorizzazione del capitale ha portato allo schianto delle bolle. Nella crisi generale, riversatasi anche nel settore edilizio, la risposta è stata l’incentivazione ulteriore all’acquisto, con la facilitazione dei mutui (nei paesi sviluppati il mercato dei mutui equivaleva nel 2009 al 40% del Pil)14, il sostegno statale del privato, la vendita di case pubbliche, l’aumento degli affitti ecc. Il risultato di tutto ciò è stato non solo lo scoppio delle bolle, ma anche un problema casa sempre più in emergenza.

Oggi il proletariato e le masse popolari pagano pesantemente anche in questo settore il costo della crisi dei padroni. Da qui l’aumento delle lotte di resistenza di questi anni.

Uno sguardo storico e globale alla questione casa

Visto il tema di questo numero di Antitesi “Comunisti: imparare dal passato, agire nel presente, trasformare il futuro” sarebbe interessante indagare e studiare la questione abitativa e come si sono dati i processi di urbanizzazione in formazioni sociali dove il modo di produzione capitalistico è stato trasformato in senso socialista, come ad esempio in Urss e in Cina. Facciamo qui, per motivi sia di spazio sia d’impostazione dell’articolo, solo alcuni accenni.

Anche il caso dell’America Latina e del subcontinente indiano presentano aspetti interessanti da studiare, in quanto lì i processi di urbanizzazione si sono intersecati con quello della dominazione, prima coloniale e poi capitalistica e imperialista che hanno esacerbato tutte le contraddizioni. L’urbanizzazione è stata velocificata ed ingrandita dalla rapina delle materie prime e dalla industrializzazione forzata dell’agricoltura che hanno distrutto intere aree contadine, producendo esodi di massa e grande miseria concentratisi nelle enormi favelas attorno alle metropoli.

In merito alle formazioni sociali nelle quali sono avvenute trasformazioni in senso socialista c’è grande difficoltà a reperire studi e dati che non siano quelli reazionari e di diffamazione di tali esperienze. Si tratterebbe di studiare l’evolversi della questione in formazioni dove una rivoluzione aveva messo il potere nelle mani del proletariato.

In Urss con il processo di industrializzazione nell’epoca della transizione socialista e con la nascita delle città sovietiche, vi fu una radicale trasformazione delle aree urbane, grandi e piccole, che portò ad un notevole mutamento quantitativo del rapporto tra popolazione urbana e rurale. Mosca e Leningrado, ad esempio, aumentarono la loro popolazione di circa tre milioni di abitanti ciascuna, con gravi problemi sulle condizioni e sulla qualità della vita del popolo sovietico. La “questione urbana” divenne una delle tematiche centrali da risolvere e venne inserita nel programma di pianificazione. Mosca, Leningrado, Erevan, Taskent, Kiev furono le prime tappe del programma. Il piano della ricostruzione di Mosca divenne, di fatto, un esempio di riferimento nell’urbanizzazione socialista. La superficie territoriale di Mosca passò da circa trentamila a sessantamila ettari. Vennero abbattuti i vecchi edifici, per lo più ancora costruzioni in legno, quelli non ristrutturabili ed altri edifici già proprietà del clero. La nuova normativa sull’edilizia abitativa prevedeva la costruzione di alloggi monofamiliari, lo sviluppo in altezza degli edifici, la non concentrazione di essi nelle sole zone periferiche, la presenza varia e organizzata negli insediamenti dei servizi indispensabili alla collettività, in primo luogo asili nido e mense, ma anche negozi, lavanderie, ristoranti, ecc. Vi fu una razionalizzazione per l’allargamento e l’ampliamento della rete stradale e dei trasporti per favorire e snellire il collegamento con le zone industriali, gli uffici pubblici, le scuole, i luoghi di assistenza e di cura, i centri ricreativi e sportivi, i parchi pubblici e le zone verdi. Mosca e le altre città si trasformarono in grandi cantieri che impegnarono enormi risorse economiche ed umane. La questione casa venne affrontata in relazione alla questione della donna che vide, con la rivoluzione, un gigantesco balzo in avanti per quel che riguarda l’emancipazione femminile. Tutte le conquiste dell’epoca sia sul piano dell’urbanistica sia dei diritti furono un volano per le lotte di conquista per il proletariato mondiale.

Sicuramente oggi, dopo l’avvento del revisionismo e la restaurazione del capitalismo, la situazione abitativa è peggiorata enormemente: alcuni dati parlano di 100.000 senzatetto nel 2016 solo a Mosca.

In Cina sarebbe interessante andare a studiare come, durante il periodo della transizione socialista, è stato affrontato il problema dell’antitesi tra città e campagna congiuntamente a quello dell’abitazione e dell’emancipazione della donna. L’esperienza è stata quella delle comuni popolari:

(…) È la grande comune popolare nelle zone rurali del nostro paese, che combina l’industria, l’agricoltura, il commercio, l’istruzione e gli affari militari e nella quale il governo, l’amministrazione e la gestione della comune sono integrati. (…) Sotto la direzione unificata della comune, l’industria, l’agricoltura (che include la coltivazione dei campi, la silvicoltura, l’allevamento, le lavorazioni ausiliarie e la pesca), il commercio, l’istruzione e gli affari militari sono stati coordinati rigorosamente e si sono sviluppati rapidamente. In particolare, nelle zone rurali sono spuntate migliaia e decine di migliaia di piccole fabbriche. Per venire incontro alle pressanti richieste delle masse, le comuni popolari hanno creato un gran numero di mense pubbliche, di scuole materne, di asili nido, di case di riposo per anziani e altre istituzioni per il benessere collettivo che hanno, in modo particolare, emancipato completamente le donne da un destino che per migliaia di anni le ha legate a un duro e spiacevole lavoro domestico e hanno fatto nascere larghi sorrisi sui loro volti. Come risultato dei raccolti abbondanti, molte comuni hanno istituito un sistema di distribuzione che combina il sistema salariale col sistema dell’assegnazione gratuita; la massa dei contadini, uomini e donne, hanno cominciato a ricevere un proprio salario e quelle famiglie che in passato dovevano costantemente preoccuparsi per i loro pasti quotidiani e per la legna da ardere, il riso, l’olio, il sale, la salsa di soia, l’aceto e i legumi, sono ora in grado di “mangiare senza pagare”. (…) Lo sviluppo del sistema delle comuni popolari rurali ha un significato ancor più profondo e di più vasta portata. Ha mostrato al popolo del nostro paese la via della graduale industrializzazione delle zone rurali, la via della graduale transizione dalla proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo, la via verso la graduale transizione dal principio socialista “a ciascuno secondo il suo lavoro”, al principio comunista “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, la via verso la graduale attenuazione e infine l’eliminazione delle differenze tra città e campagna, tra operai e contadini e tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, la via verso la graduale diminuzione e in diminuzione e infine l’eliminazione della funzione dello Stato nella vita all’interno del paese.15

Conclusioni

Abbiamo visto come la questione della casa sia legata indissolubilmente al rovesciamento del sistema capitalistico, ma in che modo affrontare questo nodo nella fase/situazione odierna e con i rapporti di forza attuali?

La lotta per la casa e i movimenti di oggi

La lotta per la casa è negli ultimi anni uno dei fronti di lotta più forti e radicati fra il proletariato e le masse popolari, soprattutto nel territorio urbano e metropolitano. Le contraddizioni oggettive prodotte dalla situazione di crisi hanno naturalmente dato vita a momenti di resistenza agli sfratti, alle occupazioni e alla solidarietà. Si sono consolidate attorno a queste lotte varie forme di organizzazione di massa: comitati, reti, assemblee territoriali, sindacati. Le contraddizioni oggettive, esacerbate dalla crisi, hanno generato questo, come altri, movimenti. Esso va innanzitutto considerato rispetto agli interessi di classe. Il centro della questione per i compagni diventa quello di impegnarsi per capire come collegare, in ogni situazione concreta dove intervengono, la lotta specifica alla lotta più generale con la consapevolezza che dall’internità alle lotte si può far crescere il germoglio della lotta per la rivoluzione proletaria.

Dal particolare al generale dunque, “accompagnando” la lotta specifica di resistenza nel significato di contribuire concretamente a farla vincere e veicolando la concezione che ogni vittoria è temporanea nei rapporti di produzione attuali ed è indispensabile l’organizzazione sia per vincere nella singola lotta sia per rovesciare i rapporti sociali attuali. Appoggiare, promuovere e rafforzare dunque ogni lotta cogliendo l’occasione per affermare, dentro alla pratica, che anche le piccole vittorie nel tempo della crisi sono possibili, ma non durature e reclamano la necessità di costruire una forza complessiva capace di stravolgere gli assetti di potere oggi saldamente in mano della borghesia. Non ci può essere “comunismo” qui ed ora, e l’illusione di strappare isole felici viene drasticamente negata, soprattutto nella situazione di guerra totale contro il proletariato che oggi si manifesta chiaramente contro chi osa alzare la testa (nel caso del movimento per la casa sgomberi, denunce, inchieste, arresti, fogli di via, multe etc.).

Ogni lotta esprime in sé nuovi rapporti sociali basati sulla solidarietà tra sfruttati che, in essa, si possono rafforzare favorendo il riconoscersi come classe e potenziando la coscienza della necessità di doversi organizzare per difenderli, fino a dover sostenere una vera e propria guerra per strappare il potere dalle mani della borghesia.

Il collegamento con i lavoratori più colpiti dalla crisi è una via naturale da percorrere e che i movimenti già praticano oggettivamente, visto che i più colpiti sul terreno del diritto alla casa sono i disoccupati, i licenziati, gli immigrati, i precari, gli studenti proletari etc.

Il collegamento con le lotte contro la devastazione del territorio e la trasformazione delle città per il riuso produttivo di valore-capitale (e/o anche speculativo) è un altro naturale momento nel quale costruire unità e identità di classe visto che i nemici sono gli stessi: gli speculatori, lo Stato con le sue politiche, le banche e le finanziarie che, in definitiva, altro non sono che forme del capitale finanziario.

Per agire in questo senso è necessaria una leva di compagni che abbia una visione di classe delle cose, che sappia lavorare per il futuro e non solo per il presente. Cercare il movimento più forte del momento, il soggetto più conflittuale, con la speranza che esso ricomponga attorno a sé la classe attraverso l’unità delle lotte, porta solo a saltellare, a seconda dei momenti, da un movimento all’altro. L’unità è certamente indispensabile per vincere nella singola lotta, ed altrettanto lo è la solidarietà, ma la frammentarietà della classe può essere superata solo dall’unificazione politica, solo nel ricostruirsi di un’identità di classe. Al progetto di frammentazione/divisione della classe da tempo in atto, a fronte della oggettiva ristrutturazione del ciclo produttivo da parte del capitale, va contrapposto un progetto di unificazione politica, quindi soggettivo della classe sfruttata.

Questa problematica è ben comprensibile se, ad esempio, guardiamo alle lotte della logistica dove il soggetto più frammentato diventa nella lotta il più unito, ma non è in grado di ricomporre attorno a sé l’intera classe.

È indispensabile lavorare per l’unificazione politica e cioè lavorare per passare dalla frammentazione alla ricomposizione rivoluzionaria.

E, a proposito di movimenti, va considerato che non tutti i movimenti pongono al centro questioni di classe; ci sono processi principali e secondari che li generano. Ad esempio la contraddizione casa crea malcontento e protesta anche tra i piccoli proprietari, come il movimento ecologista raccoglie la rabbia di intere popolazioni. Ciò non significa affatto che questi movimenti non vadano percorsi, ma diffondendo la chiarezza e la consapevolezza dell’origine dei problemi: essi sono effetti del mdpc. Ed è questo modo di produzione che dobbiamo abbattere, attrezzandoci per farlo.

Avere come compagni questa chiarezza, analizzare e studiare ogni singola contraddizione e movimento da essa generato per intervenirvi è principale perché, come ha scritto Sergio Spazzali, “Il movimento è tutto e niente”16.

In fondo non è un problema nuovo per i comunisti, quello del rapporto fra politico e movimento spontaneo del proletariato, sintetizzato nel “Che fare”. I “movimentisti” di oggi sono gli economicisti di ieri. Si sono solo allargate le frontiere di manifestazione e rivendicazione, che non sono solo più di natura economica ma toccano altri aspetti più importanti della vita. La problematica è la stessa: come la rivendicazione economica tende spontaneamente al riformismo, così è per ogni altro movimento.17

1 Karl Marx, Il Capitale, libro terzo, le classi cap. XLVI, libro II

2 Ibidem

3 Engels, La questione delle abitazioni

4 Ivi

5 Ivi

6 Lenin, L’imperialismo Fase suprema del capitalismo

7 Il rapporto tra il valore del capitale costante e quello del capitale variabile è definito da Marx composizione organica di capitale ed è indicata con il rapporto C/V dove C è il capitale costante e V quello variabile (Forza Lavoro)

8 Karl Marx, Il Capitale, libro I

9 Claudio Greppi, Introduzione al corso di geografia urbana e regionale, università di Ve 1971, ciclostilato

10 David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città, p.9

11 Engels, La questione delle abitazioni

12 Ivi

13 Si possono trovare dati inerenti il blocco edilizio e la proprietà immobiliare in Italia nel documento Il blocco edilizio e la lotta per la casa prodotto da Rete diritti in casa Parma

14 The world bank: World Develpement Report 2009 p.206

15 “Su alcune questioni concernenti le comuni popolari”, risoluzione della sesta sessione plenaria dell’ottavo Comitato centrale del Partito comunista cinese. Opere di MaoTse-Tung, p. 29 Vol. 17

16 Sergio Spazzali, Chi vivrà vedrà, p. 52

17 ibidem

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