Classi sociali, proletariato e lotte – Dalla frammentazione della classe, all’unità del politico.

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Introduzione

Come già affrontato in altri articoli di Antitesi1, la borghesia monopolista punta a superare la crisi da sovrapproduzione di capitali e merci mettendo mano all’organizzazione della produzione con l’obiettivo chiaro di aumentare il saggio di sfruttamento e ripartire con un nuovo ciclo di accumulazione. Il superamento del modello fordista con quello toyotista, e attualmente il tentativo di surclassare quest’ultimo, ha determinato importanti conseguenze nella definizione interna del proletariato.

In termini generali assistiamo a continue delocalizzazioni, ridimensionamenti ed esternalizzazioni delle grandi industrie, con l’effetto più evidente dell’espulsione di forza lavoro dai processi produttivi. Parallelamente, nuovi processi di valorizzazione del capitale si sviluppano all’ombra delle vecchie fabbriche, quest’ultime riconvertite a magazzini della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) e poli logistici, sedi di start up, call center o altro. Inoltre, si registra il continuo aumento dell’esercito industriale di riserva, infoltito dall’arrivo di manodopera a basso costo dalle vecchie e nuove colonie dell’imperialismo.

I dati INPS del 20152, descrivono il lavoro dipendente nel settore privato così ripartito: 54,9% operai, 37,7% impiegati, 3,1% apprendisti e quadri, 0,8% dirigenti. Di questi, quasi il 26%, la maggioranza relativa, è impiegata nella manifattura, a questo dato seguono i lavoratori del commercio 15,2% e gli addetti ai servizi alle imprese 10,3%. Una fotografia che vedrebbe la figura dell’operaio di fabbrica, sicuramente in contrazione rispetto a trent’anni fa, ma ancora in maggioranza tra i salariati. Basterebbero questi dati a smentire il mantra sulla “fine della classe operaia” e sulla predominanza del “lavoro cognitivo” e tutte le loro conseguenze sul piano politico e ideologico. Affermare che la classe operaia sia oggettivamente la maggioranza, non esclude il fatto, che il suo peso all’interno dei rapporti di forza tra proletariato e borghesia sia diminuito soggettivamente. Su questo, sui nuovi processi di valorizzazione e in generale sulla frammentazione del corpo proletario è necessario misurarsi per comprendere quali spazi si chiudono e si aprono per i comunisti e per la prospettiva rivoluzionaria.

Gli attacchi ai diritti, i processi di ristrutturazione e le controriforme innescano spontaneamente l’opposizione delle masse popolari, le quali cercano di resistere, con gli strumenti materiali e morali che hanno, al tentativo sistematico di padroni e governo di scaricare sui di loro i costi della crisi di profitto. Quindi, se da un lato le contraddizioni oggettive del modo di produzione capitalistico aprono nuovi scenari per il superamento della dittatura borghese, dall’altro questo non imploderà meccanicamente, ma solo sotto il peso di un soggetto storico che ne metterà in discussione il potere politico ed economico. Comprendere quindi “lo stato dell’arte” dell’attuale composizione della classe e delle sue condizioni materiali in antagonismo con le strategie della borghesia significa porsi il problema del ruolo dei comunisti rispetto alle masse e alle lotte che queste mettono in campo. Questo articolo, che non vuole essere esaustivo sull’argomento, cerca di gettare alcune basi partendo dalle categorie marxiste alla luce della fase attuale.

Dal fordismo al toyotismo

Le classi nel modo di produzione capitalistico non sono delle entità immobili e statiche, ma al contrario esse sono in perenne mutazione3. L’elemento che ne definisce il cambiamento è la loro relazione con il capitale inteso come rapporto sociale. L’esigenza da parte dei padroni di modificare il processo produttivo, per necessità legate fondamentalmente alla concorrenza tra capitalisti e in alcune contingenze storiche anche per prevenire e disarticolare l’organizzazione della lotta dei lavoratori, porta al mutare di alcune caratteristiche del proletariato così come delle altre classi.

In questo testo articoliamo il ragionamento a partire dalle modificazioni che il processo produttivo ha avuto nell’ultimo periodo. Questo dato oggettivo ci guiderà in una lettura, che non vuole essere esaustiva, sull’attuale composizione del proletariato.

I processi di ristrutturazione del modo di produzione capitalistico, avviati in risposta all’aggravamento della crisi a metà degli anni ’80, portano con sé un insieme di caratteri innovativi, tali da modificare il modo di produzione e l’organizzazione del lavoro. La differenza sostanziale, in questo passaggio, si evidenzia nell’essere andati oltre all’introduzione di nuovi sistemi di macchine (l’automazione, la robotica e la microelettronica hanno invaso l’universo della fabbrica) o all’espulsione di forza lavoro dal processo produttivo come avvenuto fino ad allora. I pilastri principali di questo processo mettono mano a quei nodi strutturali in grado di intensificare il saggio di sfruttamento, ovvero la crescita dell’intensità del lavoro e l’allungamento della giornata lavorativa sociale. L’altro cuore pulsante di questa transizione è data dall’accelerazione del processo di internazionalizzazione della produzione capitalista che, cogliendo l’occasione offerta dalla caduta del blocco sovietico, apre quindi un nuovo ciclo di ridefinizione delle sfere di controllo e sfruttamento di numerose aree del globo.

Il nuovo modello avanzato di riferimento è quello del gruppo monopolistico giapponese Toyota, simbolo del rilancio industriale nipponico e della sconfitta delle grandi mobilitazioni operaie degli anni ‘50 basato sulla coniugazione dell’automazione flessibile, già inserita con il taylorismo, con l’auto-attivazione dei lavoratori nel processo produttivo.

Come sottolineava Marx nella Miseria della filosofia4, l’introduzione di nuovi macchinari da parte dei capitalisti corrisponde al tentativo di subordinare maggiormente l’operaio, attaccando la sua autonomia nel processo produttivo e quindi i suoi rapporti sociali. L’automazione flessibile inserita dal taylorismo assolveva anche ad una funzione repressiva, tentando di impedire l’uso di strumenti di lotta come “lo sciopero fuori linea” o “a scacchiera” in grado di bloccare tutta la produzione a partire da un singolo punto della catena.

Il toyotismo coniuga le nuove tecnologie con una nuova organizzazione produttiva nella quale il processo regolatore si sposta da “monte” a “valle”, dalla fabbrica al cliente, cercando di eliminare le scorte e producendo solo quello che il mercato richiede. L’obiettivo è ottenere una produzione snella, flessibile, capace di adattarsi alle esigenze di mercato, quindi con una enorme diversificazione dei prodotti. Questo nuovo principio organizzativo, il just in time, elimina i tempi morti, le scorte, sia le attrezzature che i lavoratori in eccesso, sottoponendo tutte le forze produttive al loro massimo sfruttamento possibile. Questa intensificazione permanente del lavoro vivo è ricercata tramite una nuova organizzazione delle linee produttive e un diverso rapporto uomo-macchina, con posti di lavoro polivalenti, in cui l’operaio diventa multifunzionale, ruotando su più macchine o eseguendo un numero maggiore di operazioni. Al posto della mansione ripetitiva del fordismo e del taylorismo, la maggiore redditività del lavoro vivo si ottiene per “estensione”: attraverso la manipolazione di più macchine differenti (in media cinque macchine, nella Toyota), al fine di massimizzare il tasso di sfruttamento, riducendo quindi i tempi di lavoro morto e portando gli impianti alle loro piene potenzialità produttive. Del fordismo mutua la militarizzazione interna alla fabbrica che, oltre ad avere il cronometro, può contare sull’introduzione di un sistema di luci5, usate sia per mantenere sempre in costante aumento la velocità produttiva, sia per un miglior controllo della direzione sugli operai.

A questo proposito il toyotismo introduce, al fianco del controllo disciplinare tecnico e meccanico di tipo fordista e taylorista, l’“auto-attivazione”: un sistema punitivo basato sulla premialità economica, che raggruppando gli operai in “unità produttive” lega il salario del singolo lavoratore a quello del gruppo. Per dare un idea, nelle fabbriche del gruppo nipponico, solamente 1/3 della busta paga è assicurata da contratto, il resto dipende dalla produttività, dai tassi di assenteismo, dalla “lealtà” dei lavoratori agli interessi e obiettivi aziendali e dai risultati del Ccq (Circoli di controllo della qualità). Il salario, in questo modo, è legato molto strettamente alla quantità di lavoro vivo erogato da ogni singolo operaio e dalla sua unità produttiva. Per avere una busta paga intera i lavoratori sono costretti ad attivarsi al massimo grado, perché ogni trasgressione, rallentamento della produzione o assenza dovuta a malattia di ognuno di essi va a compromettere la busta paga dell’intera unità. Questo mira ad attaccare in modo diretto la solidarietà di classe e sostituirla con l’individualismo borghese.

Un aspetto da sottolineare del toyotismo è la sua applicabilità non solamente alle officine ma, articolandosi a tutti i livelli della fabbrica (R/S, fabbricazione, circolazione e commercializzazione) ed eliminando i tempi morti in ogni fase del ciclo, può essere applicato alla razionalizzazione dell’attività lavorativa anche negli uffici, grazie alle nuove tecnologie informatiche, riducendo così il divario tra impiegati e operai.

Alla stessa maniera del fordismo che, tramite i suoi nuovi modi di produzione e i suoi nuovi rapporti sociali, diede forma al resto della società, anche il toyotismo non si ferma ai cancelli della fabbrica, ma investe anche i processi di circolazione e realizzazione del profitto. Esso, infatti, permette e ricerca un forte decentramento del processo produttivo. Se il fordismo puntava alla “verticalizzazione”, integrando all’interno dell’azienda nuove aree di azione produttiva, al contrario con il sistema nipponico si ha una “orizzontalizzazione”. Parti della produzione, e non solo, vengono esternalizzate e subappaltate. Il rapporto che si impone tra azienda “madre” e aziende decentrata è quello dell’estensione del just in time e dell’organizzazione toyotista: tramite una serie di incentivi che stimolano l’innovazione continua, esse sono costrette a una continua razionalizzazione del loro processo produttivo e di tutta l’attività lavorativa. Si viene a creare un sistema a cerchi concentrici dal centro, rappresentato dall’azienda leader, alla periferia costituita dalle varie aziende sub-fornitrici (siano esse aziende di piccole-medie dimensioni, cooperative, etc.). Man mano che ci si allontana dal centro le condizioni di lavoro peggiorano.

L’enorme precarizzazione e decentramento del lavoro che caratterizza questo modo di produzione, data dall’estrema flessibilità produttiva, ha come effetto immediato e principale l’allungamento complessivo della giornata lavorativa sociale e quindi l’aumento della produzione di plusvalore assoluto.

L’allungamento della giornata lavorativa investe non solo la forza–lavoro della periferia ma anche quella del centro, a partire da un uso massiccio degli straordinari. A differenza della fabbrica fordista, per calcolare la quantità di lavoro socialmente necessaria per produrre una merce finita, non basta più prendere in considerazione la giornata lavorativa del centro, ma bisogna considerare l’insieme delle giornate lavorative di tutta la forza lavoro impiegata nella produzione, dal centro alla periferia. La giornata lavorativa sociale è rappresentata, quindi, dalla somma dei regimi di orario vigenti in tutti i nodi della rete, in tutti i suoi cerchi concentrici. Le maggiori case produttrici di automobili come ad esempio Toyota, producono fuori dai loro stabilimenti il 70% del valore totale dei prodotti venduti.

Cercando di sintetizzare gli elementi di discontinuità tra il sistema fordista-taylorista e quello toyotista, possiamo dire che, se nel primo la forza di un’impresa si misura con il numero di operai, nel secondo, nell’era quindi dell’“accumulazione flessibile”6 e dell’“impresa ridimensionata”, sono esempi da seguire quelle imprese che dispongono di maggiore composizione organica pur avendo quindi maggiori indici di produttività.

Alla luce delle linee generali di ristrutturazione del processo produttivo tracciate finora, cerchiamo di capire come queste abbiano influito nel tessuto produttivo italiano e quindi nella stratificazione interna ai lavoratori salariati. Prendiamo ora, come esempio, la Fiat, in quanto elemento più avanzato tra i gruppi monopolistici italiani.

Nel 1989 alla convenzione di Marentino l’azienda della famiglia Agnelli assume la scelta di una trasformazione dell’organizzazione del lavoro in senso toyotista. Un anno dopo formalizzerà la nascita del progetto Fabbrica Integrata. Questo nuovo sistema di produzione avrà come “laboratorio” lo stabilimento di Melfi. Con una politica definita del “prato verde” negli anni ‘90 nasce lo stabilimento lucano. L’assunzione della forza lavoro per questo innovativo progetto avviene su criteri “scientifici” avvalendosi della collaborazione di ingegneri e psicologi, i quali selezionavano i lavoratori tra quelli meno inclini ad organizzarsi sindacalmente e politicamente, con l’obiettivo dichiarato di comporre un organico tale da impedire qualsiasi forma di antagonismo alle scelte aziendali. Gli assunti provengono da differenti paesi della depressa zona attorno, con l’obiettivo sia da evitarne il collegamento fuori dall’azienda, sia per fargli sentire il peso dell’enorme bacino di esercito industriale di riserva presente. Il “nuovo modo di fare l’automobile” in Italia si è caratterizzato principalmente su tre linee principali: una forte esternalizzazione della componentistica insediatasi nelle immediate vicinanze della fabbrica; il just in time, tale da evitare scorte e poter costruire auto solamente sulla base degli ordini a valle e l’organizzazione interna per squadre omogenee di operai e tecnici dal nome Ute(Unità Tecnologica Elementare). Queste unità omogenee dovevano raggiungere degli obiettivi prefissati dall’azienda, sulla cui base di questi è legata una parte del salario; basti pensare, che la paga base media è compressa fino al 60% rispetto ai salari di Fiat Auto, la parte restante è legata alle prestazioni. L’orario di lavoro viene esteso a tre turni di 6 giorni a rotazione nel quale viene abolita la clausola di salvaguardia del lavoro femminile; il carico di lavoro viene definito sulla base dell’aumento della flessibilità degli incarichi e l’aumento dell’intensità, tale da portare l’impianto di Melfi a raggiungere un’intensità del 94% a pieno regime, circa il 20% in più degli altri stabilimenti del gruppo. Un dato su tutti ci fa capire il cambio di passo determinato dal toyotismo in Fiat: nel ‘79 venivano prodotte mediamente “10 auto di media cilindrata all’anno per addetto, nei primi anni ‘80 erano 15, nell’‘86 28 nel 1994 a Melfi se ne producevano 75. Una crescita della produttività di 7,5 volte in 15 anni”7.

Gli effetti della ristrutturazione in Fiat Auto si vedono già nel 1993 con l’annuncio del licenziamento di 15.0008 dipendenti, circa il 20% dell’organico complessivo; all’interno sono compresi oltre agli operai anche quadri, funzionari e impiegati. Il processo di espulsione di forza lavoro dal processo produttivo non è però un riequilibrio derivato dai maggiori indici di produttività, un fattore quindi legato solamente alla nuova composizione organica, ma è un fattore di controllo generale e preventivo della forza lavoro: “la riduzione degli organici e i relativi processi di selezione sono gli inseparabili compagni di viaggio della nuova fase di razionalizzazione”9.

Mentre sociologi e intellettuali organici all’ideologia borghese dissertavano sul “coinvolgimento cognitivo” e sull’aumento dell’“intelligenza diffusa” del lavoro operaio, nelle linee di assemblaggio i tempi venivano portati al di sotto del minuto, quando con l’accordo in Fiat del ‘71 sui quei tempi era stato calcolato un massimale dell’84% (ossia, in un minuto di lavoro, quello considerato effettivo non poteva superare i 50,4 secondi) ad oggi grazie alle nuove linee razionalizzate ed ergonomiche si arriva ad un massimale del 94%.

In quegli anni, terziarizzando parti del processo produttivo, si arriva a restringere al 35% l’attività produttiva “dentro le mura” necessaria a costruire un’auto, “L’indotto di primo livello dello stabilimento di Melfi è composto di 23 aziende associate al consorzio Acm (Auto Componentistica Meridionale), più altre due società, Fenice e Fdm, che occupano nell’insieme circa 3.200 addetti. Ai 5.100 addetti della Sata, si devono inoltre aggiungere altri mille addetti delle società terziarizzate (Magneti Marelli, Arvil, Fenice, Ppg e Gesco). Si tratta dunque di circa 9.500 addetti, senza considerare quelli occupati nei servizi indiretti che portano il totale degli occupati del sito a circa 10 mila”10. Parte della componentistica, circa il 65%, viene prodotta all’estero e importata in Italia come effetto dell’internazionalizzazione del mercato. Processo quest’ultimo che porta all’apertura e all’acquisizione di diversi stabilimenti FIAT nel mondo; un esempio è quello brasiliano di Betim, lo stabilimento con il più alto indice produttivo pari a circa 80 auto di media all’anno per addetto. Risultato ottenuto grazie anche al ricatto di una quota variabile del salario di oltre il 20%.

Il modello Melfi acquisirà una duplice natura all’interno del gruppo Fiat: una selettiva, in quanto trattandosi di uno stabilimento aggiuntivo, non sostitutivo di quelli già presenti, pone la questione di selezionare gli stabilimenti per allineare la capacità produttiva alla domanda; dall’altra risponde ad una natura prescrittiva, perché l’organizzazione interna della produzione e delle condizioni di sfruttamento della forza–lavoro di Melfi (metrica, salario, orario, etc.) diventeranno il metro di valutazione per tutti gli altri stabilimenti e, a cascata, per tutte le aziende della componentistica, delle subforniture etc. direttamente interessate al just in time del processo produttivo. Con l’introduzione della Fabbrica Integrata si apre quel capitolo che arriva al presente con i referendum sugli accordi integrativi a Pomigliano e Mirafiori, la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese e l’uscita di Fiat Auto, oggi Fca11 da Confindustria. Quest’ultima ormai rappresenta un involucro inutile rispetto al ruolo di apripista nello smantellamento del Ccnl e delle tradizionali relazioni con i sindacati, portato avanti dalla direzione di Marchionne, con il primo caso di contratto aziendale nazionale di secondo livello.

L’esempio qui riportato di Melfi, da un lato fa da spartiacque sul modo di intendere la fabbrica e più in generale il modo di produrre merci materiali e immateriali nei centri del capitalismo avanzato come l’Italia (per quanto ormai questi metodi siano diffusi anche negli stabilimenti presenti nei paesi ad economia meno avanzata come India, Brasile, Cina etc.) e determina una ovvia modificazione interna alla classe operaia, ridefinendone la stratificazione interna che rende obsoleta la figura dell’operaio fordista tradizionale e dell’operaio-massa come era stata definita dal filone operaista di metà novecento. La stessa distribuzione geografica delle forze produttive nella penisola subisce un cambiamento. La discontinuità con il sistema fordista per processi basati sull’accumulazione flessibile e sulla specializzazione flessibile se da un lato ridimensiona quantitativamente la forza-lavoro nei centri storici della manifattura, dall’altra apre nuovi insediamenti industriali nella cosiddetta Terza Italia (s’intendono i distretti produttivi nati tra Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna, Umbria e Veneto) di dimensioni ridotte e ad alta composizione tecnica, che se pur già presenti prima delle decentralizzazioni e terziarizzazioni post – fordiste come segmento arretrato della grande industria, ora sono l’esempio più evidente di quel capitalismo a grappolo che caratterizza la produzione in Italia, pur essendo difficile stimare in maniera effettiva la piramide produttiva un dato tratto dal Sole 24 Ore stimava che nel 2005 circa “tremilacinquecento imprese ne controllano centotrentacinquemila”12. I dati ISTAT del 2015 confermano come la struttura produttiva “continua a essere caratterizzata da una larga presenza di microimprese (con meno di dieci addetti), che rappresentano il 95% del totale delle unità produttive, mentre si registra una quota particolarmente modesta delle medie imprese (oltre 250 addetti) pari allo 0,1%. La dimensione media delle imprese è quindi molto contenuta (3,9 addetti per impresa a fronte di una media europea di 6,8 addetti) e, soprattutto, ciò è sintomo/effetto di strutture proprietarie molto semplificate”13. All’interno della struttura produttiva italiana troviamo quindi un rapporto tra centri e periferie produttive nella quale coesistono composizioni organiche e organizzazioni produttive estremamente differenti tra di loro. Ciò differenzia la classe lavoratrice sia “dentro le mura” che “fuori”, in un processo che, se da un lato riduce sensibilmente la classe operaia delle grandi aziende, dall’altro lato allarga le fila di salariati inseriti in aziende di piccole e medie dimensioni, le quali proporzionalmente partecipano alla produzione di valore.

Per quanto il toyotismo combinato alla rivoluzione informatica e dell’automazione abbia dato una boccata di ossigeno ai padroni, questo non hanno prodotto quel nuovo ciclo di accumulazione sperato, frenato dalla morsa della crisi di sovrapproduzione mai risolta e della concorrenza tra capitali fattasi sempre più feroce al restringersi della torta da spartirsi. Gli stregoni borghesi cercano ora di ritagliarsi nuovi sovrapprofitti operando un nuovo salto di composizione organica con la cosiddetta Industria 4.0 “intesa come trasformazione ed evoluzione digitale della manifattura”14. In sintesi, l’internet delle cose, combinerà l’attuale rapporto uomo-macchina con quello macchina-macchina andando ad espellere ulteriore forza-lavoro. L’obiettivo è quello di accelerare l’input di informazioni a valle del processo produttivo tale da poter permettere una flessibilità produttiva totale in grado di customizzare la merce prodotta sulle esigenze del singolo cliente e elevandone così il valore di mercato rispetto a quella prodotta in serie di scala maggiore. Inoltre, si pone l’obiettivo di integrare il rapporto tra manifattura – servizi e commercio così da portare i magazzini e le scorte il più vicino possibile allo zero. Il progetto strategico, spinto con forza da Confindustria, porterebbe ad una nuova ristrutturazione del sistema produttivo andando ad incidere su tutti i livelli della società. A partire dall’istruzione pubblica la quale dovrebbe avere “il compito di definire programmi formativi per le scuole primarie e secondarie, anche consultando le imprese (…) Infine, vanno prioritariamente massimizzati e stabilizzati gli investimenti in alternanza scuola-lavoro, nonché sviluppato ulteriormente il modello degli Istituti Tecnici Superiori”15 fino ad arrivare ai contratti che, prevedendo l’eliminazione dei Ccnl, devono puntare “su meccanismi retributivi più individualizzati, in grado di valorizzare le competenze (qualificate e misurabili a livello aziendale), legando la retribuzione con i risultati dell’impresa”16. Sostanzialmente l’High Tech Strategy (Hts) non si discosta dal toyotismo, bensì cerca di migliorarne l’efficienza e la razionalizzazione intrinseca sfruttando la robotica, internet e tutte le recenti tecnologie. Rispetto al salto di composizione organica precedente, quello che vide come protagonisti l’informatica e l’automazione, l’industria 4.0 non allargherà la base produttiva a tal punto da assorbire una quantità maggiore di lavoratori, non riuscendo probabilmente nemmeno a reimpiegare, nel lungo periodo, l’inevitabile quota di espulsi nel breve. Ci troviamo, infatti, di fronte ad un processo di ulteriore specializzazione di produzioni già esistenti, che avviene in una condizione generale di crisi del sistema capitalista. Inoltre, se in questa fase, questa ristrutturazione porterà ad un aumento del saggio di sfruttamento e al drenaggio di sovrapprofitti dovuti all’arretratezza della composizione organica dei concorrenti17, quando si generalizzerà l’impiego delle nuove tecnologie e quindi i prezzi di mercato si riallineano sul valore medio delle merci, si avrà una nuova caduta tendenziale del saggio di profitto medio. Insomma, per quanto la borghesia si sforzi, solo la distruzione di capitali e merci può far ripartire un nuovo ciclo di accumulazione.

Cerchiamo ora, alla luce della ristrutturazione avvenuta all’interno dei processi produttivi, di tracciare delle linee di lettura sull’attuale morfologia interna alla classe operaia e dei salariati in generale e quelle che sono le tendenze di questi movimenti. Come dicevamo all’inizio dell’articolo, le classi non sono immutabili, ma sono in perenne movimento in dialettica col modificarsi della catena di produzione del valore del capitale. Per questo, le trasformazioni avvenute non negano il principale assunto della teoria marxista, ovvero che solo il lavoro18 genera il valore delle merci, siano esse materiali o immateriali. Da questo ne deriva la centralità oggettiva della classe operaia, poiché essa produce plusvalore, linfa vitale del capitale e fondamento stesso del modo di produzione capitalistico. La sua centralità la rende oggettivamente rivoluzionaria perché negando sé stessa in quanto fonte del plusvalore nel processo produttivo capitalistico scava la fossa al modo di produzione e i rapporti sociali capitalistici. Il passaggio dal sistema fordista-taylorista all’attuale toyotismo rende necessario un approfondimento delle caratteristiche della classe la quale, pur non subendo cambiamenti nel suo rapporto sociale con il capitale, soffre un processo di frantumazione e scomposizione speculare a quello del processo produttivo. Per chiarire meglio è importante sottolineare la categoria di lavoratore produttivo come colui che “produce plusvalore per conto del capitalista, ossia che contribuisce all’autovalorizzazione del capitale19. Il lavoro produttivo è tale perché produce un profitto, un surplus nel rapporto tra capitale investito dal capitalista e valore realizzato ottenuto mediante la vendita del prodotto che diventa merce. Per lavoro produttivo va inteso quindi quella prestazione che, “scambiandosi direttamente con denaro in quanto capitale, per l’operaio riproduce unicamente il valore della propria forza-lavoro, mentre per il capitalista è creatore di valore, di plusvalore20.

Quando parliamo di lavoratori l’unica differenza oggettiva che noi possiamo operare è tra lavoratori produttivi di plusvalore e quelli non produttivi. Il concetto di lavoro produttivo non si riduce all’operaio della catena di montaggio o ad altre figure classiche della fabbrica, ma riguarda anche il “maestro di scuola […] non perché egli dà una forma alle menti dei bambini, ma perché s’ammazza di lavoro per arricchire il proprietario della scuola. E non fa alcuna differenza nel loro rapporto il fatto che quest’ultimo abbia investito il suo capitale in una fabbrica d’istruzione piuttosto che in una fabbrica di salami. Quindi il concetto di lavoratore produttivo non comporta per niente solo una relazione tra attività e risultato raggiunto, tra il lavoratore e il prodotto del lavoro, ma comporta per giunta un rapporto di produzione sociale ben specifico, storicamente determinato, che bolla il lavoratore come strumento immediato della valorizzazione del capitale21.

Il sistema toyotista e le ristrutturazioni del modo di produzione capitalista nei paesi a capitalismo avanzato, se da un lato hanno ridimensionato la quota di lavoratori produttivi della manifattura, dall’altra hanno ampliato il numero di lavoratori produttivi in altri settori. Basti pensare a tutte quelle mansioni che prima erano parte del settore pubblico e improduttive di plusvalore e che successivamente ai processi di privatizzazione, esternalizzazione etc. sono state rilevate da cooperative o anche da multinazionali e che ora partecipano a tutti gli effetti alla valorizzazione del capitale.

Questo nostro tentativo di lettura della composizione interna del proletariato ci rende una fotografia della stessa caratterizzata da una forte frammentazione e parcellizzazione, da una tendenza generale all’erosione dei salari e all’aumento dell’intensità di sfruttamento, da una continua espulsione di forze produttive, al continuo ricatto della delocalizzazione e del peso dell’esercito industriale di riserva e da un allargamento della sfera di forza-lavoro flessibilizzata, che lavora a tempo determinato, part-time, talvolta con salari che non bastano alla sopravvivenza e alla riproduzione dei lavoratori stessi. A tutto ciò la classe si oppone con gli strumenti materiali e morali di cui dispone ingaggiando le tante lotte economiche che vediamo quotidianamente nelle nostre città e che si scontrano non solamente con il singolo capitalista, il singolo padrone, ma con l’esigenza della valorizzazione del capitale come sistema. In una fase di crisi come quella attuale la questione diventa di vita o di morte per i capitalisti che mettono in campo tutte le armi che hanno per mantenere vivo il processo di valorizzazione. È questo il motivo per il quale le lotte economiche, in questa fase di crisi prolungata ed inconclusa, sono un fattore di spinta verso la necessità storica del superamento del modo di produzione capitalista. Ciò sarà possibile solo con l’affermazione di un soggetto rivoluzionario che lotti per l’abolizione del lavoro salariato e per questo sviluppi la lotta politica della classe.

Lotte economiche e dimensione soggettiva della classe.

Il processo di ristrutturazione del modo di produzione capitalistico e le conseguenze della crisi strutturale sono all’origine della base materiale di miseria e sfruttamento alle quali le masse lavoratrici si oppongo quotidianamente. Sono lotte e mobilitazioni di resistenza al capitalismo, che hanno come obiettivo quello di mediare, nel senso di interporsi e negoziare, le proprie condizioni di vita dentro e fuori i processo produttivo. Con l’aggravarsi della crisi, è principalmente attorno al salario che s’intensifica l’antagonismo tra capitale e lavoro, a partire dai tentativi padronali di ridefinire i margini di valorizzazione attaccando le retribuzioni e le condizioni contrattuali. Come detto nel precedente paragrafo il passaggio al toyotismo, mirante principalmente ad intensificare lo sfruttamento a fronte dell’inasprimento della crisi di metà degli anni ’80 mediante l’immissione di nuove macchine, è stato usato, in quella contingenza storica, dalle borghesie imperialiste delle formazioni avanzate anche per rompere il formidabile rapporto di forza raggiunto con le lotte dell’operaio massa nell’ambito del modello fordista-keynesiano.

In Italia, come negli altri paesi a capitalismo avanzato, nell’ambito di questo passaggio (fordismo-toyotismo), abbiamo assistito ad accordi tra padronato e sindacati e alle riforme sul lavoro dei vari governi. L’abolizione della scala mobile, prima con il decreto di San Valentino del 1984 e poi con la definitiva soppressione del 1992, è un esempio di rideterminazione dei margini di valorizzazione del capitale operato dal potere esecutivo.

Il modello giapponese diventa modo di produzione di riferimento a livello mondiale grazie anche alla capacità che ha nel piegare le organizzazioni sindacali nipponiche tradizionali e costringerle ad una ridefinizione del proprio ruolo: da sindacato di contrattazione e di categoria a sindacato d’impresa e cooperativo. A metà degli anni ’50, successivamente ad un fortissimo ciclo di lotte degli operai dell’auto, i padroni di Nissan e Toyota diedero il via alla controffensiva padronale, da un lato con serrate e licenziamenti di massa, dall’altro organizzando i “sindacati gialli” come il Sindacato Operai della Nissan. Tutto questo in dialettica con la riorganizzazione produttiva. L’elemento innovativo è dato proprio dalla learn production (produzione snella), la quale scomponendo i tradizionali rapporti sociali interni alla fabbrica caratterizzati da una rigidità delle mansioni, li ricompone nelle nuove unità produttive dove ingegneri, quadri e operai sono costantemente in rapporto tra loro. I sindacati “gialli” vengono organizzati sulla base del nuovo organigramma aziendale, quindi delle stesse unità produttive, riformulando la contrattazione non più sulla base della condizione economica degli operai, bensì integrando le rivendicazioni di tutte le maestranze all’interno dei margini di redditività e profittabilità stabiliti dall’azienda. Inoltre, l’introduzione di nuovi livelli, l’affidamento di più mansioni ad ogni addetto, lo scorporamento di segmenti della produzione ad aziende terze, fanno da corollario alla frammentazione di quei rapporti sociali di produzione tipici della fabbrica fordista; a fronte dei quali i rapporti di forza raggiunti precedentemente vengono battuti puntando ad individualizzare le condizioni di lavoro e rendendo difficile l’organizzazione sindacale in termini quantitativi.

Nelle fabbriche nipponiche viene inaugurato il sindacato d’impresa e cooperativo, così definito perché la sua base d’azione e la sua organizzazione interna è speculare al solo perimetro aziendale e alle sue aziende fornitrici. Altra caratteristica peculiare è la sua struttura burocratica, simmetrica e organica a quella aziendale, a tal punto che il passaggio nel sindacato è strumento per il gioco delle promozioni e della carriera.

La riorganizzazione produttiva ha dunque inciso anche nel tentare di rendere inoffensiva l’organizzazione operaia della fase precedente.

Un fenomeno questo, che registriamo anche in Italia, ma che è parte integrante di un processo internazionale ovunque il modo di produzione toyotista si è diffuso. Negli anni ottanta, si assiste alla tendenziale diminuzione dei tassi di sindacalizzazione, “tra il 1980 e il 1990, nella maggior parte dei paesi capitalistici occidentali industrializzati, il tasso di sindacalizzazione, ossia il rapporto tra il numero di sindacalizzati e la popolazione salariata, è diminuito. Nell’insieme, in Europa occidentale, esclusi Spagna, Portogallo e Grecia, questo tasso si è ridotto dal 41% del 1980 al 34% del 1989. Aggiungendo i tre paesi sopra citati, il tasso sarebbe ancora inferiore. Ai fini della comparazione, si possono considerare il Giappone, il cui tasso si è ridotto dal 30% al 25% nello stesso periodo e gli Stati Uniti, la cui riduzione è stata dal 23% al 16%22.

Successivamente ai picchi di sindacalizzazione della metà degli anni settanta, oggi, i tassi sono vicini a quelli del secondo dopoguerra23. Questo può sembrare contraddittorio rispetto alla fase di peggioramento oggettivo delle condizioni di vita della classe operaia dovute alla crisi strutturale, a nostro avviso va letto, invece, come uno dei prodotti dell’azione di controrivoluzione preventiva della borghesia.

Quello che è sotto gli occhi di tutti è il divario tra le condizioni oggettive dello sviluppo delle forze produttive e della crisi del capitalismo, potenzialmente tali da presupporre il superamento del modo di produzione capitalista e la dimensione soggettiva della classe, estremamente debole in termini di coscienza e organizzazione.

La disarticolazione del tessuto di classe, il ridimensionamento della figura centrale del precedente ciclo di accumulazione, l’opera certosina dei bonzi sindacali nel disarmare i lavoratori dei propri strumenti di lotta, l’espulsione del maggior numero possibile di avanguardie operaie dal ciclo produttivo così come dai sindacati, le nuove leggi di “regolamentazione” del diritto di sciopero sono parti integranti di un unico processo che ha mirato ad eliminare ogni espressione di organizzazione autonoma combattente della classe e imporre, con ogni mezzo necessario, rapporti di forza generali a favore dei padroni. Rapporti di forza tali da poter garantire l’attuabilità senza “intoppi” dei piani di ristrutturazione del modo di produzione capitalista al fine di garantire il rilancio di un nuovo ciclo di accumulazione.

Se la borghesia ha fatto tesoro degli insegnamenti storici sull’inevitabilità dell’antagonismo di classe e sul rischio che le masse acquistino coscienza in senso rivoluzionario, studiando e affinando le armi della controrivoluzione, lo stesso non si può dire per il proletariato. Quest’ultimo attualmente è disarmato politicamente e ideologicamente dall’esperienza di lotta maturata storicamente dal movimento comunista ed è privo del soggetto politico che esprima i suoi interessi generali.

Con questo non vogliamo dire che la classe operaia e il proletariato non lottino o non si mobilitino. Al contrario, l’azione di controrivoluzione preventiva non è in grado di eliminare il carattere di conflittualità tra interessi del proletariato e interessi della borghesia, che sono la risultante della contraddizione tra carattere sociale della produzione e appropriazione privata dei profitti. Esempio concreto sono le mobilitazioni operaie che attraversano l’Italia da nord a sud, le quali assumono caratteri di determinazione e antagonismo che talvolta travalicano i confini nei quali i sindacati cercano di costringerle.

I vari mezzi impiegati dalla borghesia tendono a saltare di fronte alle lotte dei lavoratori: basti pensare a quelle in corso nella logistica, che ha nei lavoratori immigrati la principale forza combattiva. Questi lavoratori sono riusciti a rompere la logica che li voleva mezzo della borghesia contro il resto della classe operaia, proprio per la loro natura fortemente ricattabile e l’abitudine ad una soglia di sfruttamento maggiore rispetto ai lavoratori autoctoni. Le lotte della logistica sono oggi un reparto d’avanguardia nelle lotte sul salario e le condizioni di lavoro e sono un esempio per i lavoratori degli altri settori. Un ruolo importante nell’organizzazione di questa “nuova” classe operaia la stanno avendo i sindacati di base, i quali, contrapponendo un’organizzazione sindacale di lotta a quella di concertazione, o meglio di complicità dei sindacati confederali, costruiscono rapporti di forza reali all’interno dei magazzini capaci di strappare un miglioramento delle condizioni di lavoro anche in una fase come questa, dove i margini di contrattazione sembrano completamente chiusi. A dispetto dei vari accordi sulla rappresentanza, con i quali si cercano di eliminare le forze sindacali non asservite agli interessi padronali e di tutte le normative che cercano di regolamentare, reprimere o vanificare lo strumento dello sciopero con precettazioni, fasce di garanzia, servizi pubblici essenziali24 etc., le lotte nella logistica hanno dimostrato che, di fronte a rapporti di forza reali che mettono in discussione i profitti con azioni di lotta determinate, i padroni sono costretti a scendere a patti e trattare anche con i sindacati di base, come è avvenuto per la storica firma di accordi di valenza nazionale con Brt, Gesc, tnt, assistiti da Fedit, Si Cobas e Adl Cobas a ottobre del 2016. Questi accordi smontano quantomeno la percezione tra i lavoratori del monopolio dei sindacati confederali nel gestire vertenze e nel sedersi al tavolo delle trattative e dimostrano come il protagonismo operaio e la lotta siano i motori per resistere agli attacchi sul salario e sulle condizioni nei posti di lavoro.

Le lotte nella logistica, così come gli scioperi e le mobilitazioni in diversi luoghi di lavoro25 sono la risposta alle condizioni materiali di sfruttamento e di riproduzione della società capitalista, sono lotte economiche di difesa, lotte contro singoli capitalisti o contro singoli gruppi di capitalisti per migliorare le proprie condizioni di vita. Queste, pur rappresentando terreno fertile per lo sviluppo dell’autonomia della classe a fronte dei cambiamenti nel modo di produzione, si scontrano con la difficoltà di crescere in termini quantitativi e diventare centri di mobilitazioni di massa e, per quante vittorie riescano a strappare, imponendo rapporti di forza a favore della classe contro il singolo capitalista, ogni successo viene messo nuovamente in discussione dalla borghesia la stagione successiva grazie ai suoi rapporti di forza favorevoli sul piano generale.

Le mobilitazioni spontanee26 della classe lavoratrice sono il primo momento in cui la quantità può tendere a tradursi in qualità e rappresentano la condizione, di per sé insufficiente, per la formazione di una coscienza di classe che acquista una dimensione soggettiva rivoluzionaria.

La dimensione soggettiva, però, non può svilupparsi sul piano della difesa economica, ovvero sul piano nel quale il sindacato organizza i lavoratori in quanto venditori della merce forza-lavoro, ma deve trovare come terreno di sviluppo quello nel quale i lavoratori si organizzano come produttori. Come scriveva Gramsci “l’operaio è produttore, perché ha acquistato coscienza della sua funzione nel processo produttivo, in tutti i suoi gradi, dalla fabbrica alla nazione, al mondo; allora egli sente la classe, e diventa comunista, perché la proprietà privata non è funzione della produttività, e diventa rivoluzionario perché concepisce il capitalista, il privato proprietario, come un punto morto, come un ingombro, che bisogna eliminare.27.

Lo sviluppo della coscienza di classe da venditore di forza-lavoro a produttore è uno dei passaggi dallo stadio della lotta all’interno della concezione del mondo e con gli strumenti della borghesia, alla lotta che sviluppa la concezione del mondo del proletariato e ne forgia gli strumenti storici soggettivi.

L’attuale organizzazione della produzione e la divisione internazionale del lavoro complicano il salto qualitativo da “classe in sé” a “classe per sé”. Il sistema toyotista, non rappresenta, in questo, una discontinuità con i modelli fordisti e tayloristi, anzi esso sopperisce all’accumulazione quantitativa e alla concentrazione di forze produttive dei modelli precedenti, ponendosi in continuità e diventando uno stadio avanzato nell’espropriazione e frammentazione del sapere e del controllo operaio sul processo di produzione e quindi sulla capacità del singolo lavoratore di “concepire sé stesso come produttore, (…) come parte inscindibile di tutto il sistema di lavoro che si riassume nell’oggetto fabbricato, solo se vive l’unità del processo.28

Sapere e controllo operaio sono elementi costitutivi del farsi soggetto rivoluzionario della classe perché è tramite questi che essa diventa cosciente della possibilità e della necessità di liberarsi dai capitalisti e superare i rapporti di produzione che la costringono. Il controllo operaio della produzione e la sua dimensione economica di offensiva rimandano al controllo sulla macchina statale, in quanto, data l’indivisibilità tra struttura e sovrastruttura, non è possibile conquistare il potere nelle fabbriche senza conquistarlo in tutta la società. La lotta economica per il controllo dei mezzi di produzione è lotta politica per il controllo della macchina statale, è lotta per la presa del potere.

Gramsci nel ‘19 indicava i Consigli di Fabbrica come organizzazione parallela e tangente al sindacato, formati nelle fabbriche e nelle officine, aventi il compito di formare i dirigenti del futuro Stato Operaio. Quell’esperienza, per quanto si scontrasse con l’assenza del soggetto politico rivoluzionario, aveva l’obiettivo di sopperire al limite del sindacalismo espresso precedentemente, ovvero organizzare i lavoratori in quanto produttori al fine di educarli e organizzarli al controllo e alla direzione dei mezzi di produzione. Per Gramsci questo obiettivo non poteva essere portato avanti dal sindacato, il quale limitava la propria capacità organizzativa all’interno del quadro ideologico ed economico dato dalla borghesia. La funzione di questi organismi politici di massa non era molto diversa dalla funzione svolta dai soviet in Russia e nacque in una fase in cui la grande fabbrica era il baricentro delle città e dei quartieri proletari e la borghesia era solo agli inizi del processo di espropriazione cognitiva degli operai.

Nella fase attuale, dove la scomposizione e frammentazione del processo produttivo sono un dato oggettivo sul quale prende forma il corpo proletario, la “classe per sé” può procedere solo nello sviluppo dell’affermazione della volontà della rottura e della necessità di superamento del capitalismo. Il salto qualitativo si sostanzia nella formazione del soggetto politico come strumento necessario all’affermazione del non voler più procedere come prima degli strati inferiori cessando di essere presupposto e determinandosi come risultato nella sua mobilitazione rivoluzionaria.

Il ruolo del sindacato e delle lotte economiche va letto alla luce di quanto già affermava Lenin, come “una “scuola di guerra””29 la quale però “non è ancora la guerra stessa30 e il ruolo dei comunisti deve essere quello di lavorare in funzione della seconda e non accontentarsi della prima.

Conclusioni

In questo articolo abbiamo cercato di delineare le caratteristiche oggettive e soggettive della classe lavoratrice nel nostro paese. Il quadro delineato si sintetizza nella frammentarietà sul piano economico-sociale del proletariato. Questo aspetto, secondo noi centrale, è il nodo da sciogliere e sul quale agire come comunisti all’interno della classe.

La frammentazione della classe lavoratrice si riflette dagli aspetti economici a quelli politici e ideologici. L’incapacità da parte delle lotte rivendicative in singole aziende o settori produttivi, siano essi il metalmeccanico, la logistica o altro, di porsi come centro di mobilitazione di massa per tutta la classe è un limite aggravato anche dalla ristrutturazione del modo di produzione capitalistico. Questo passaggio (fordismo-toyotismo) è stato colto storicamente dalla borghesia imperialista come occasione per ostacolare la capacità storicamente determinata del proletariato di farsi classe per sé, vedi i punti più alti del ciclo di lotte dell’operaio massa. Questo particolare utilizzo si inserisce nel quadro più ampio della strategia di controrivoluzione preventiva della borghesia imperialista. La frammentazione della classe lavoratrice e del processo produttivo toglie terreno alla formazione della dimensione soggettiva rivoluzionaria nella classe perché rende difficoltosa la lotta e quindi il riconoscersi come classe (la classe acquista coscienza di sé nello scontro con un’altra classe, nella lotta di classe). La classe che ha interessi antagonistici con quella al potere, sedimenta una memoria storica, impara sia dalle sconfitte che dalle vittorie.

La frammentazione, però, non complica la vita solo ai rivoluzionari, essa ostacola anche i riformisti che lavorano per l’integrazione del proletariato nel campo diretto dalla borghesia. Infatti toglie ad essi il terreno materiale, economico-sociale dell’integrazione. La classe lavoratrice frammentata è strutturalmente meno integrabile rispetto a come lo era la classe unificata di un tempo. Questo fattore si affianca al restringimento degli spazi di concertazione economica prodotto dalla crisi strutturale del sistema capitalista. La ristrutturazione produttiva ha ridimensionato e parcellizzato la base sociale di riferimento socialdemocratica mettendo in crisi le vecchie cinghie di trasmissione padronali all’interno della classe operaia: i partiti revisionisti e i sindacati confederali. Questi sono i processi e le tendenze in atto alle quali si oppongono controtendenze che ne rallentano l’affermazione. Gli spazi di concertazione si restringono, ma le lotte determinate li tengono aperti strappando miglioramenti contrattuali. Durante la crisi, la perdita di egemonia della borghesia imperialista e della sua ideologia tra le masse popolari è un dato oggettivo che favorisce l’orizzonte rivoluzionario.

La frammentazione economico-sociale della classe può tradursi in debolezza sul piano ideologico: il proletariato e la classe operaia diventano incapaci di vedersi come soggetto storico. E, in assenza del partito rivoluzionario, strati di proletariato possono essere allettati e talvolta conquistati dall’ideologia della borghesia e della piccola e media borghesia. L’estremismo parolaio, la mobilitazione reazionaria contro i profughi e gli immigrati, le parole d’ordine come “reddito di cittadinanza” o il “welfare aziendale” sono, pur con caratteristiche molto diverse tra loro, la ricerca da parte delle varie fazioni della borghesia di nuovi mezzi di integrazione, controllo e direzione della rabbia e del malessere delle masse popolari che, senza una direzione politica di classe, rimangono alla mercé dell’ideologia borghese.

In conclusione la via per l’unità della classe va ricercata sul piano politico rivoluzionario alimentando la lotta politica e per il potere della classe operaia e del proletariato e in questo l’azione dei comunisti è indispensabile.

Va riflettuto anche sul fatto che la frammentazione se da una parte ostacola la ricomposizione delle istanze sul piano economico-sociale, portando disgregazione tra le tante lotte sparse a livello nazionale, dall’altra toglie terreno al riformismo e all’economicismo, anche alle varianti più radicali. Inoltre, il perdurare della crisi strutturale del modo di produzione capitalistico spinge verso un sempre maggior antagonismo tra gli interessi del proletariato, le cui condizioni tendono via via ad omogeneizzarsi, e della borghesia, determinando quelle condizione oggettive che fanno da premessa necessaria, ma non sufficiente, alla rottura rivoluzionaria, orizzonte dentro al quale ricomporre politicamente la classe.

Su queste basi bisogna porsi il problema di sviluppare percorsi di dibattito e organizzazione interni ed esterni ai luoghi di lavoro che pongano il problema del controllo dei mezzi di produzione, del potere politico e di chi lo detiene, dello sviluppo del soggetto necessario per la rivoluzione, il partito.

La ricomposizione politica, con tutte le sue difficoltà, deve cercare momenti organizzativi pratici, sulla traccia dell’esperienza dei Consigli di Fabbrica di Gramsci e intervenire nella contraddizione capitale lavoro costruendo rapporti per linee interne e linee esterne ai luoghi di produzione.

Sarà importante verificare quanto fin qui considerato nell’ambito di un lavoro d’inchiesta militante sugli effetti dell’Industria 4.0 nell’espropriazione del sapere e nella riduzione dei margini di controllo operaio sul processo produttivo.

Le lotte e vertenze economiche attuali vanno sostenute e incentivate, considerate “palestre di comunismo” con l’obiettivo di portare al loro interno elementi ideologici per l’affermarsi della coscienza rivoluzionaria. La lotta ideologica che devono portare i comunisti è quella dell’ideologia del proletariato che afferma che il modo di produzione capitalistico è destinato ad avvitarsi in una spirale di crisi e guerra e che, per uscirne, serve l’organizzazione e un soggetto politico per la rottura rivoluzionaria e la conquista del potere. Essa è l’aspetto principale della dialettica, nel passaggio da “classe in sé” a “classe per sé”, per la costruzione concreta del soggetto della trasformazione rivoluzionaria verso un nuovo modo di produzione. Lotta ideologica tra una nuova visione del mondo del proletariato e il vecchio ordinamento borghese capitalista che sempre più in crisi produrrà sempre più disastri. Le condizioni oggettive del proletariato acuite dalla crisi possono trovare una sua soluzione concreta solo sul piano politico, solo nella lotta per il potere. Senza salti politici radicali, le mobilitazioni di massa possono prendere sviluppi soggettivi diversi, come si è storicamente verificato, ad esempio, con svolte reazionarie e socialscioviniste.

Per quanto difficoltosa e lunga questa strada ci sembra l’unica dalla quale si possa scorgere, nel buio della barbarie capitalista, una nuova aurora per il proletariato.

1 Sulla divisione internazionale del lavoro in Antitesi n° 1 e Il proletariato internazionale e la crisi in Antitesi n° 2

2 http://www.inps.it/banchedatistatistiche/menu/dipendenti/StatInBreve_Dipendenti.pdf

3 <<La borghesia non può esistere se non a patto di rivoluzionare di continuo gl’istrumenti della produzione, il che vuol dire i modi e rapporti della produzione, ossia, in ultima analisi, tutto l’insieme dei rapporti sociali>> Karl Marx – Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, Domenico Savio Editore, 1994, pg. 70

4 <<In Inghilterra gli scioperi hanno sollecitato regolarmente l’invenzione e l’applicazione di nuove macchine. Le macchine erano, lo si può ben dire, l’arma che usavano i capitalisti per reprimere le ribellioni del lavoro specializzato.>> Karl Marx, Miseria della filosofia, reperibile su http://www.ousia.it/content/Sezioni/Testi/MarxMiseriaFilosofia.pdf pg. 45

5 Verde = funzionamento normale; arancione = intensità massima; rosso = ci sono problemi, si deve fermare la produzione. Le luci devono sempre oscillare tra verde e arancione, l’obiettivo è eliminare preventivamente i problemi avvenuti il giorno prima e segnalati dalla luce rossa.

6 Per “accumulazione flessibile” s’intende l’elasticità dal punto di vista tecnologico, produttivo e organizzativo che contraddistingue il modo di produzione toyotista, in opposizione al carattere rigido di quello fordista.

7 Tre interventi di un compagno delle Brigate Rosse-Colonna Walter Alasia, Contro la soluzione politica: Note su capitale, stato, rivoluzione nel contesto odierno; Appunti e materiali, Edizioni Senza Censura, 1999 pg. 182

8 http://www.mirafiori-accordielotte.org/accordi/commento-allaccordo-del-20-febbraio-1994/

9 http://www.rivistameridiana.it/files/Cerniti,-La-Fabbrica-Integrata.pdf

10http://www.senzacensura.org/public/rivista/sc04_1422.htm

11 Sul passaggio da Fiat Auto a FCA sarebbero da evidenziare anche i processi di finanziarizzazione, integrazione e centralizzazione del capitale e acquisizione del gruppo statunitense Chrysler, i quali non essendo strettamente legati all’oggetto della nostra analisi, evitiamo di trattare in questo articolo.

12http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&codid=20.0.1053470976&chId=32

13 http://www.confindustria.it/wps/wcm/connect/www.confindustria.it5266/26cb8a9f-545d-40f3-a4fb-87cdcf80bee6/Audizione+industria+4.0+Camera+dei+Deputati_22.3.2016.pdf?MOD=AJPERES

14 idem

15 idem

16 idem

17 <<I leader tecnologici percepiscono la loro maggiore produttività come il modo per realizzare maggiori tassi di profitto. Essi non sanno che i loro lavoratori producono meno plusvalore [avendo diminuito quantitativamente la forza produttiva N.d.a.]e che essi incrementano il loro tasso di profitto perché si appropriano plusvalore da altre fonti>> vedi sull’argomento Guglielmo Carchedi, Dietro e Oltre la Crisi, reperibile su www.dialetticaefilosofia.it/public/pdf/25dietro_e_oltre_la_crisi.pdf. Le altre fonti sono i sovrapprofitti derivanti dal plusvalore estratto dalla concorrenza, fintanto che quest’ultima produce le merci ad una composizione tecnica inferiore.

18 Per quanto il capitalista cerca di sostituire il lavoro vivo dell’operaio con le macchine, egli non può eliminarlo e le macchine dal canto loro non producono valore ma sono sempre e comunque un costo.

19 Karl Marx, Il Capitale, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 2005, pg 372

20 AAVV. L’ape e il comunista. Il più importante documento teorico scritto dalle Brigate Rosse, Pgreco edizioni, 2013 pg. 148

21 Karl Marx, Il Capitale, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 2005, pg 373

22 Ricardo Antunes, Addio al lavoro? Le trasformazioni e la centralità del lavoro nella globalizzazione, Edizioni Ca’ Foscari, pg. 76 reperibile su http://virgo.unive.it/ecf-workflow/upload_pdf/STS_3_DIGITALE.pdf

23 http://checchi.economia.unimi.it/pdf/32.pdf

24 All’interno dei quali è stata inserita anche la movimentazione e il trasporto di merci deperibili per reprimere gli scioperi e i picchetti alla Granarolo di Bologna nel 2013

25 Per citarne alcune: le lotte alla Thyssen di Terni, l’Alcoa a Portovesme, Fincantieri, Atp a Genova, etc.

26 In quanto prodotto delle contraddizioni oggettive del sistema capitalista e non da una mobilitazione autonoma della classe per i suoi interessi generali.

27 Antonio Gramsci, Sindacalismo e Consigli, Ordine Nuovo. novembre 1919, reperibile su http://www.marxpedia.org/biblioteca/antonio-gramsci/antonio-gramsci-scritti-sul-biennio-rosso/sindacalismo-e-consigli#null

28 Idem

29 Vladimir Il’ic Lenin, Opere Scelte vol.I, Editori Riuniti 1975 reperibile su http://www.operaicontro.it/wp-content/uploads/2016/03/sugli-scioperi.pdf

30 Idem

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