Con le unghie e con i denti. La Resistenza delle donne in Palestina.

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Con le unghie e con i denti.
La Resistenza delle donne in Palestina.

Miriam Marino
Red Star Press, marzo 2017

Condividiamo dal Comitato di Solidarietà Popolare “Graziella Giuffrida” e ne consigliamo la lettura:

La storia del popolo palestinese è una storia negata dalla falsa propaganda, dalla violenza quotidiana e dagli sbilanciati accordi diplomatici della politica israeliana appoggiata da Stati Uniti e Unione Europea per primi. Ogni testo che parla dell’autentica storia della Palestina contribuisce perciò a rompere il muro della menzogna e raccontare la verità, a dare dignità ad un popolo che da oltre 70 anni vive in uno stato d’occupazione e a riaffermare la storia del popolo palestinese.

Il testo di Miriam Marino riesce ad essere allo stesso tempo un testo storico e uno studio sulla complessità della lotta delle donne palestinesi.
Come testo storico, “Con le unghie e con i denti” può definirsi una chiara e sintetica cronologia ragionata che racconta la storia della Palestina dal mandato britannico ad oggi, scegliendo come protagoniste le donne palestinesi che con la partecipazione alla prima e alla seconda Intifada e con la creazione di una fitta rete di associazioni dedicate allo studio e all’emancipazione sono state uno dei punti fermi della Resitenza in Palestina. Il testo ripercorre gli eventi legati al movimento femminile palestinese spiegando così l’evoluzione interna al movimento e la connessione con gli eventi che riguardano l’intera lotta palestinese. Vengono analizzate le associazioni di beneficenza costituitesi già a partire dal periodo del mandato britannico; i percorsi intrapresi dalle donne che dopo il 1948 aderiscono a partiti politici come il partito comunista giordano, il movimento nazionalista arabo o partecipano alla costruzione dell’Olp; le Commissioni femminili nate negli anni ’70 le quali riuscendo a sfuggire al controllo delle autorità israeliane e del Ministero giordano degli affari dei territori occupati riescono ad operare con più libertà per la costruzione di un movimento di massa per l’autodeterminazione, la difesa dei diritti nazionali palestinesi, la conquista dei propri diritti in quanto donne e il miglioramento della propria posizione socio-economica. Le commissioni partivano dall’assunto che il ruolo delle donne nella lotta di liberazione nazionale servisse a valorizzare il loro ruolo nella società e così nel 1981 le donne comuniste di Ramallah e di Gerusalemme fondarono la Union of palestinian women’s committee mentre le donne del Flpl costituirono la Women’s committee social. Quest’ultima riuscì a differenziarsi per la capacità di operare, sfuggendo ai divieti israeliani, nella zona di Gaza dove la repressione era più dura e per la partecipazione alla costruzione della lotta armata in Libano e durante la prima Intifada. L’analisi continua descrivendo l’attività delle commissioni femminili quando separatesi dai comitati popolari costruiscono il coordinamento Higher women’s council per i temi legali e politici del movimento femminile che inoltre redige un programma nazionale sulle politiche di genere avviando così un processo di lotta diverso dalle associazioni di beneficenza e dalle commissioni degli anni ’70. Il movimento femminile cambia ancora volto ed esige quindi una nuova analisi dopo il fallimento di Oslo. Marino si spinge a descrivere la situazione del movimento femminile sino ai giorni nostri riportando le osservazioni e i pensieri delle scrittrici palestinesi e delle interviste fatte dal 2008 al 2016 a delle donne palestinesi della diaspora.
Particolare attenzione in questa ricostruzione storica del movimento femminile è poi, riservata alla composizione sociale del movimento e agli effetti che questo produce nelle scelte e nelle azioni del movimento. Viene evidenziata negli anni ’50 e ’60 la presenza delle donne contadine e rifugiate dei campi profughi e delle donne di classe media che spinse il movimento ad occuparsi della dura situazione in cui vivevano le donne nei campi profughi e ad impegnarsi concretamente per la crescita individuale delle donne istituendo centri di istruzione e formazione; così come viene evidenziato il vasto processo di proletarizzazione che investì negli anni ’70 e ’80 la popolazione maschile e femminile diventata manodopera a basso costo nelle industrie israeliane e che costrinse il movimento ad avviare un ulteriore ragionamento su una nuova forma di oppressione: lo sfruttamento del lavoro operaio.

Come già detto, se da una parte il testo di Marino è una ricostruzione storica del movimento femminile di Resistenza palestinese, dall’altro, riesce a restituire la complessità della Resistenza delle donne palestinesi dichiarando sia la difficoltà nel riuscire a coniugare due lotte quella dell’emancipazione femminile con quella della liberazione nazionale e sia la peculiare condizione che vive il movimento dovendo rispondere all’urgenza della lotta di liberazione e mettendo quindi in secondo piano le rivendicazioni specificatamente femminili. Per indagare queste questioni Marino riporta un interessante studio di Kuttab e Johnson che analizza le forme dell’attivismo palestinese durante la seconda Intifada e la crisi delle donne e degli uomini nel rapportarsi ai loro ruoli di responsabilità; prende in considerazione la crisi di paternità e maternità dovuta all’impossibilità di difendere i più giovani e prende in esame le dinamiche della famiglia connesse alle dinamiche dei processi politici. Marino cita, inoltre, lo studio della palestinese Ruba Salih sulle specificità del movimento delle donne palestinesi: la particolare genesi del movimento in una società la cui unità di base è costituita non dall’individuo-cittadino ma dal nucleo familiare e la maturazione del movimento nell’ambito di un’occupazione dove la liberazione, che è prima di tutto nazionale, significa altresì una politicizzazione dei ruoli domestici e riproduttivi delle donne e la loro estensione nella sfera pubblica. A questo Marino aggiunge anche le riflessioni sulla forte repressione subita dalle donne palestinesi poiché se da una parte è vero che il passaggio dal carcere acquista per le donne una funzione formativa, un salto qualitativo rispetto al ruolo domestico a quello pubblico e politico, dall’altra, la repressione carceraria (l’ultimo dato di maggio riporta che nelle carceri israeliane sono rinchiuse 70 donne, 414 minorenni, 104 sotto i 16 anni) aumenta la difficoltà per le donne obbligate a mettere in discussione il loro ruolo di protezione all’interno della famiglia.

L’interesse che il libro suscita è quindi dettato da questo riuscito intreccio tra storia del movimento di Resistenza femminile palestinese all’interno della storia generale della Palestina e riflessione critica sul movimento stesso ed è proprio la lettura di quest’intreccio a suggerirci un’analisi più ampia sul peso che le questioni di genere hanno all’interno dei movimenti di lotta contro l’oppressione determinata dal sistema economico capitalistico e a rimarcare ancora una volta l’inevitabilità della lotta contro l’occupazione israeliana e la politica di guerra portata avanti dagli stati amici di Israele.

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