Contestazioni al G8 di Genova, 2001

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Memoria di Classe
19-20-21 luglio 2001, Genova

Si riunisce nel capoluogo ligure il G8, cornice istituzionale in cui i capi di stato delle maggiori potenze imperialiste occidentali discutono le politiche economiche da intraprendere relativamente alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale. Contro il summit, interpretato dalle masse come una vetrina del sistema di oppressione capitalista, più di 300 mila persone scendono nelle piazze e nelle strade di Genova: militanti e attivisti di ogni bandiera, sindacalisti, movimenti cattolici e pacifisti, studenti, lavoratori, compagni, realtà politiche anticapitaliste di tutto il mondo si ritrovano di fronte ad un unico nemico: il capitale e l’apparato repressivo che ne difende gli interessi. Per arginare gli scontri che hanno “funestato” il teatrino andato in scena in occasione della conferenza dell’Organizzazione Mondiale del Commercio tenutasi a Seattle il 30 novembre 1999, vengono individuate una “zona gialla” della città, ad accesso limitato, ed una “zona rossa”, inaccessibile ai manifestanti.

La rabbia popolare si esprime in diverse modalità ma con determinazione contro i simboli di quello che viene chiamato con un neologismo “globalizzazione” ma che è sempre sfruttamento e guerra di rapina, in molti sono intenzionati a violare la “zona rossa”: vengono prese di mira le vetrine di banche, agenzie interinali e multinazionali, viene attaccato anche il carcere di Marassi. La repressione sbirresca è violenta e non tarda a venire: venerdì 20 luglio è segnato dalle cariche della polizia e dei carabinieri durante le quali molti manifestanti finiscono in piazza Alimonda dove proseguono gli scontri, con i cassonetti messi in strada come barricate per ostacolare il passaggio dei mezzi blindati. Intorno alle 17 alcuni mezzi dei Carabinieri attraversano via Caffa in una nuova carica. Altre cariche da via Tolemaide chiudono la via di fuga dei manifestanti, alcuni di questi si scagliano contro i carabinieri, i quali si ritirano. Un Defender resta bloccato e il carabiniere Placanica a bordo di esso spara colpendo in testa Carlo Giuliani. Carlo cade a terra e viene investito due volte dal mezzo. Muore. L’ambulanza arriva mezz’ora dopo. La notizia terribile si fa strada tra i manifestati e nelle varie assemblee in atto nei luoghi individuati per dormire la notte la rabbia cresce insieme alla determinazione di tornare in piazza il giorno successivo che vedrà una partecipazione enorme.

La borghesia ha gettato la facciata democratica e risponde attraverso gli strumenti più violenti della repressione. Dopo le cariche, gli arresti e l’omicidio di un compagno, nella notte gli sbirri progettano ed eseguono anche l’assalto alla scuola Diaz. Verso mezzanotte la polizia fa irruzione nella scuola concessa dal comune di Genova al Genoa Social Forum come media center e dormitorio. È l’inizio della mattanza: tutti i manifestanti all’interno vengono picchiati selvaggiamente e poi arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, resistenza aggravata e porto d’armi, molti finiscono in ospedale.
Nel frattempo alla caserma Bolzaneto, approntata a centro per l’identificazione dei manifestanti fermati e arrestati durante il G8, la repressione continua e gli abusi sbirreschi si concretizzano in violenze fisiche e psicologiche di vario genere. In tutto si parla di 240 persone, di cui 184 in stato di arresto, 5 in stato di fermo, 14 denunciate in stato di libertà; secondo alcune testimonianze il totale arriva in realtà a 500.

I giorni successivi saranno caratterizzati da molte manifestazioni di solidarietà davanti ai consolati italiani in molte parti del mondo, tra cui Francia, Belgio, Canada, Germania, Spagna e Grecia.

In seguito molte saranno le denunce e i procedimenti contro le forze dell’ordine, ma dopo l’assoluzione di Placanica, il carabiniere che assassinò Carlo, e dopo la sentenza relativa alle violenze e alle torture compiute all’interno della caserma di Bolzaneto, anche i torturatori dell’irruzione nella scuola Diaz vengono assolti e in molti casi addirittura promossi. Ciò a dimostrazione che lo Sato borghese assolve sempre se stesso, del resto l’obiettivo era dare un segnale forte per intimidire un movimento di classe che, sia in Italia che all’estero, si mostrava sempre più determinato, pur nella sua eterogeneità, nel contestare le politiche imperialiste e di sfruttamento portate avanti dalle potenze occidentali e che sempre più frequentemente contestava anche il monopolio della violenza da parte della classe dominante. Infatti, il vertice di Genova arriva in coda alle grandi manifestazioni dei mesi e degli anni precedenti che da Seattle avevano iniziato a raccogliere ed esprimere la rabbia delle masse, ultimo quello tenutosi a Napoli qualche mese prima caratterizzato da una gestione della piazza da parte delle forze dell’ordine molto simile a quella poi manifestatasi in modo dispiegato a Genova.

Da Genova ad oggi il nemico non è cambiato: sono ancora le potenze imperialiste che sfruttando i lavoratori e i proletari all’interno dei loro confini mentre fuori di essi affamano e bombardano i popoli per rapinarne le risorse. Ancora oggi è la spartizione dell’Africa ad essere sul piatto dei summit, ancora oggi è la guerra la ricetta che la borghesia dà alla crisi del sistema capitalista, che sia guerra contro i lavoratori nei termini di aumentarne lo sfruttamento o che sia guerra contro i popoli per aumentarne l’oppressione.

Genova insegna che la divisione porta alla sconfitta, che di fronte all’attacco della borghesia imperialista solo attraverso la solidarietà, l’unità e la lotta si può resistere e che un altro mondo è possibile solo abbattendo il sistema di oppressione capitalista all’interno del quale non può che vincere solo il padrone.

Carlo vive nella lotta!
Solidarietà ai compagni ancora in carcere per i fatti di Genova!

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