La “democrazia governante”

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Antitesi rivista n.3
Sezione 4: Controrivoluzione, repressione e solidarietà di classe

La “democrazia governante”

Questo articolo si divide in due parti, una prima di carattere teorico e storico che cerca di fornire delle linee guida per conoscere la teoria dello Stato nel patrimonio comunista e rivoluzionario, una seconda di carattere specifico, che si focalizza sulla situazione italiana. Nella prima parte si ripercorre il filo conduttore teorizzato da Marx ed Engels rispetto alle origini e alla natura dello Stato, ripreso e arricchito dalla pratica rivoluzionaria di Lenin, e a cui diede un prezioso contributo anche Antonio Gramsci. Nella seconda parte si cerca di usare questa concezione come metodo di indagine per identificare le diverse evoluzioni della forma del potere politico della classe dominante, cercando di analizzare la tendenza attuale nel nostro paese. Questa è rappresentata dal modello statuale di controrivoluzione preventiva della borghesia imperialista che si identifica con la “democrazia governante” e che potremmo definire come la sintesi tra la capacità ottundente delle contraddizioni di classe della democrazia di massa e la capacità contundente in senso autoritario del fascismo, seppur sotto altre vesti. Il modello renziano è finora quello più conseguente, in tal senso, nella cosiddetta seconda repubblica. Questa analisi deve servire ai comunisti, che agiscono nel tempo presente, per comprendere coscientemente come è organizzato il potere del nemico di classe, la sua forma, i suoi rapporti economico-sociali, i suoi strumenti e apparati coercitivi, al fine di meglio poter organizzarsi nella prospettiva rivoluzionaria, per l’abbattimento dello Stato borghese e la presa del potere politico, per avviare una transizione verso una nuova società, senza classi e sfruttamento.

Lo Stato, origini e funzione storica

L’obiettivo di questo primo paragrafo è quello di delineare i tratti fondamentali dello Stato, le sue origini, la sua natura essenziale e il suo ruolo storico, nella concezione teorica e nella pratica sviluppata dal patrimonio comunista, per fornire una corretta chiave di lettura per i paragrafi seguenti. Nella concezione del movimento comunista lo Stato borghese è la sovrastruttura politica principale del modo di produzione capitalista (per la categoria di sovrastruttura e il suo rapporto con la struttura si veda l’articolo “Cosa intendiamo per controrivoluzione preventiva” in Antitesi numero 0 p. 54 http://www.tazebao.org/cosa-intendiamo-per-controrivoluzione-preventiva/).

Lo Stato, in senso generale, è sia la manifestazione, sia il prodotto dell’antagonismo tra le classi sociali e la sua forza rappresenta l’espressione della lotta politica tra queste. La sua funzione politica principale è quella di opprimere le classi dominate per conto di quella dominante, all’occorrenza mediandone gli interessi, per mantenere nei limiti dell’ordine della classe dominante il conflitto con quelle dominate. Qualsiasi politica di conciliazione fra le classi con interessi antagonistici è impossibile, sul piano strategico-storico. L’esistenza stessa dello Stato dimostra tale inconciliabilità. Dal punto di vista del proletariato, la questione si pone in termini più generali e politici, nella prospettiva rivoluzionaria della presa del potere. Riportando una citazione di Lenin, il quale alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 scrisse “Stato e Rivoluzione”, nel cui testo sviluppò nella forma più organica la teoria marxista dello Stato, (grazie all’analisi delle tesi sia di Engels, sia di Marx che affondano le proprie radici nello studio dell’esperienza della Comune di Parigi del 1871), “lo Stato non esiste dall’eternità”, ma in un determinato grado dello sviluppo economico, strettamente legato alla divisione in classi della società, nel quale diventa necessario per la classe dominante al fine di esercitare, mantenere e riprodurre il proprio potere sulla classe sfruttata e sull’intera società. Secondo Marx, lo Stato è quindi un prodotto storicamente determinato e quindi provvisorio, non eterno. Infatti, lo Stato borghese non si estingue da solo, ma si abbatte e distrugge nel corso della rivoluzione (violenta) da parte del proletariato, che si appropria dei mezzi di produzione (potere economico) e costruisce il proprio Stato (potere politico), che si concretizza con la fase della dittatura del proletariato a livello politico e del socialismo a livello economico-sociale. Lo Stato nelle mani del proletariato possiede due caratteristiche fondamentali che lo differenziano da quelli precedenti. In primo luogo, è il frutto di una rivoluzione con la quale la maggioranza della popolazione, e non una minoranza, amministra il potere politico; in secondo luogo, è uno Stato che assume da subito una serie di provvedimenti volti ad eliminare i presupposti della propria esistenza in quanto Stato, cioè le classi sociali, e con ciò i presupposti di qualunque Stato in generale. Possiamo dire che lo Stato proletario è l’ultima forma che storicamente assume il potere politico, in quanto con esso viene ad estinguersi lo Stato come tale, perciò lo si potrebbe definire come uno Stato di transizione verso una società senza Stato.

L’estinzione dello Stato può avvenire solo quando la sua funzione viene meno, quando cioè viene a cessare definitivamente la divisione in classi della società, nel comunismo.

Il proletariato si impadronisce del potere dello Stato e anzitutto trasforma i mezzi di produzione in proprietà dello Stato. Ma così sopprime sé stesso come proletariato, sopprime ogni differenza di classe e ogni antagonismo di classe e sopprime anche lo Stato come Stato. La società esistita sinora, smoventesi sul piano degli antagonismi di classe, aveva necessità dello Stato, cioè dell’organizzazione della classe sfruttatrice in ogni periodo, per conservare le condizioni esterne della sua produzione e quindi specialmente per tener con la forza la classe sfruttata nelle condizioni di oppressione date dal modo vigente di produzione (schiavitù, servitù della gleba, semiservitù feudale, lavoro salariato). Lo Stato era il rappresentante ufficiale di tutta la società, la sua sintesi in un corpo visibile, ma lo era in quanto era lo Stato di quella classe che per il suo tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta la società: nell’antichità era lo Stato dei cittadini padroni di schiavi, nel medioevo lo Stato della nobiltà feudale, nel nostro tempo lo Stato della borghesia. Ma, diventando alla fine effettivamente il rappresentante di tutta la società, si rende, esso stesso, superfluo. Non appena non ci sono più classi sociali da mantenere nell’oppressione, non appena con l’eliminazione del dominio di classe e della lotta per l’esistenza individuale fondata sull’anarchia della produzione sinora esistente, saranno eliminate anche le collisioni e gli eccessi che sorgono da tutto ciò, non ci sarà da reprimere più niente di ciò che rendeva necessaria una forza repressiva particolare, uno Stato. Il primo atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società, è ad un tempo l’ultimo suo atto indipendente in quanto Stato. L’intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi viene meno da sé stesso. Al posto del governo sulle persone appare l’amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo Stato non viene “abolito”: esso si estingue. Questo è l’apprezzamento che deve farsi della frase “Stato popolare libero”, tanto quindi per la sua giustificazione temporanea in sede di agitazione, quanto per la sua definitiva insufficienza in sede scientifica; e questo è del pari l’apprezzamento che deve farsi dell’esigenza dei cosiddetti anarchici che lo Stato debba essere abolito dall’oggi al domani”. (F. Engels, Anti-Dühring, 1878).

Una volta estinto lo Stato, Marx afferma che “Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e con i suoi antagonismi di classe subentra un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”. (K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito comunista, Editori Riuniti, 1971).

Le fasi sono quindi due: dapprima il proletariato si erge come classe dominante, mentre in un secondo tempo, venuta meno la distinzione e la contrapposizione tra le classi, si afferma una libera associazione di individui priva di un potere politico-statuale. Quest’ultima è la condizione caratteristica della società comunista.

Alla luce di quanto scritto, possiamo sintetizzare i punti seguenti, che s’integrano e completano tra loro nel concetto di Stato, ma ne rappresentano aspetti differenti.

1. La funzione dello Stato

Lo Stato, dunque, è la manifestazione degli antagonismi di classe, ovvero ne costituisce una rappresentazione concreta. La distinzione tra le classi è di natura economica e si fonda sui rapporti di produzione, queste classi hanno interessi economici in conflitto e gli antagonismi sono inconciliabili all’interno della società capitalistico – borghese. Perché queste non si annientino reciprocamente, sorge allora la necessità di uno Stato che ammortizzi il conflitto e lo tenga nei limiti dell’ordine. Dunque, qualsiasi Stato è per sua essenza lo strumento dell’oppressione politica esercitata dalla classe dominante nei confronti del resto della società, per la difesa e la tutela del suo dominio e per la conservazione dei rapporti di produzione vigenti.

2. Lo Stato in sviluppo

La teoria dello Stato proposta da Marx ed Engels, ripresa poi dal patrimonio comunista e rivoluzionario, rappresenta una vera rottura teorica rispetto alla tradizione del pensiero politico moderno proposta dagli intellettuali e filosofi borghesi loro contemporanei, secondo i quali lo Stato era una sorta di potenza imposta dall’esterno della società (da Hobbes fino ad Hegel, passando per Locke, Rousseau e Kant). Marx ed Engels, invece, fanno uso di un metodo scientifico per le loro elaborazioni sullo Stato e, coerenti al materialismo dialettico, prendono come base l’esperienza storica delle rivoluzioni. Fanno, in particolare, un bilancio degli anni rivoluzionari 1848-1851 in Francia, ponendo concretamente i problemi di come sia sorto lo Stato, quali trasformazioni abbia subito storicamente, quali siano le istituzioni più caratteristiche della macchina statale e in fine quali siano i compiti del proletariato nei confronti della macchina statale. Lo Stato esce, così, da ogni astrattezza per configurarsi come una necessità; come il punto di approdo del lungo processo storico che ha portato gli uomini a modificare continuamente le loro forme di organizzazione sociale sotto la spinta incessante dello sviluppo delle forze produttive. Lo Stato, per tale ragione, non è solo la concretizzazione degli antagonismi tra le classi sociali, ma, di fatto, ne costituisce anche il prodotto, inteso come il processo di continuo sviluppo e rimodellamento in funzione allo stadio di sviluppo raggiunto dalle contraddizioni insite nella società. Il potere politico tende a rafforzarsi, in senso autoritario e repressivo, nella misura in cui gli antagonismi inconciliabili tra le classi sociali si inaspriscono.

3. La natura dello Stato dal punto di vista storico

Lo Stato si trasforma a seconda delle formazioni economico-sociali dell’epoca a cui appartiene e lo fa in modo dialettico alla necessità di continuare ad assolvere la sua funzione di strumento con cui la classe dominante reprime le altre classi sociali antagoniste ad essa. Per tale ragione, lo Stato non è statico, ma bensì dinamico e mutevole conformemente alle nuove necessità a cui la classe egemone deve far fronte per rimanere tale e garantire il perpetuarsi del suo potere. La sua naturale essenza è costituita dalla necessità di controllare e contenere l’antagonismo tra le classi, e oggi questa essenza è costituita dalla controrivoluzione preventiva, ossia il carattere, la natura assunta dallo Stato borghese immediatamente dopo l’affacciarsi all’orizzonte della Rivoluzione proletaria. Il rovesciamento della borghesia russa aveva fatto prendere coscienza alla borghesia a livello mondiale che la classe operaia era in grado di sconfiggerla, di provocare la fine del capitalismo e instaurare un nuovo assetto sociale. Il pericolo arriva a minacciare la classe dominante anche in Europa e il vecchio Stato liberale si rivela inadeguato alla sfida. La borghesia imperialista risponde con il volto più crudo della sua dittatura: in Italia, questa si manifesta con il fascismo, a livello di potere politico, e lo Stato corporativo sul piano delle relazioni economico-sociali. La tendenza alla reazione e alla violenza dell’imperialismo prende una forma nazifascista in un dato periodo storico, caratterizzato dall’entrata del capitalismo in un periodo di crisi generale (quindi sia economico, che politico e culturale), che la Rivoluzione di Ottobre ha fatto ulteriormente degenerare. Le diverse forme di nazi fascismo che si sono diffuse in alcuni paesi europei sono dunque il volto autoritario dello Stato, il quale finita la necessità imposta dalla contingenza storica, tenderà a perdere l’involucro fascista, per sostituirlo con quello della cosiddetta democrazia di massa, mantenendo, però, inalterata la sua natura. Infatti, nello stesso periodo, negli Usa il “new deal” di Roosevelt, il nuovo corso dell’economia americana, anticipa la forma democratica del regime di controrivoluzione preventiva, creando lo “Stato sociale” (o il cosiddetto Welfare state).

4. La forma dello Stato

Con la forma-Stato si intende l’involucro e la strumentazione politico-statuale del dominio di classe. Lo Stato modifica sé stesso a seconda della struttura economico-sociale a cui si riferisce, ma gli strumenti attraverso cui la classe dirigente esercita il potere sulle altre classi rimangono invariati. Marx ed Engels individuano nella burocrazia e nell’esercito permanente le istituzioni più caratteristiche del potere centralizzato della società borghese. Citando Lenin “la repubblica democratica è il miglior involucro politico per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito (…) di questo involucro, che è il migliore, fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, ne di persone, ne di istituzioni, ne di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo” (V.I. Lenin, “Stato e rivoluzione”, Opere Scelte, Edizioni Progress, Mosca).

La nostra analisi si concentrerà sulla situazione italiana, in particolare sul comprendere quale sia la direzione attuale verso cui il potere politico spinge per far fronte ai nuovi mutamenti storico- economico politici.

Un contributo fondamentale, Antonio Gramsci

Lo sviluppo dell’analisi sullo Stato è arricchita e articolata dell’esperienza pratica e dell’elaborazione teorica del movimento comunista nelle diverse fasi politiche, economiche e sociali della storia e dei diversi paesi. Questa analisi tende ad orientarsi su cosa realmente sia lo Stato e non tanto su cosa dovrebbe essere (in contrasto con la tradizione della filosofia politica soprattutto di matrice tedesca ottocentesca). Un contributo fondamentale in questo senso, viene dato dall’italiano A. Gramsci, il quale arricchisce la teoria sullo Stato alla luce della specificità della situazione italiana ed europea di quell’epoca storica, caratterizzata dalla dissoluzione del vecchio Stato liberale per cedere il passo all’avvento del regime fascista, che ha reso palese come la classe dominante necessiti anche della egemonia culturale per poter mantenere il proprio potere politico. Per arrivare a formulare il suo contributo alla teoria marxista dello Stato, Gramsci introduce il concetto di egemonia, intesa come la combinazione del dominio e della direzione morale e culturale, risultato di una determinata relazione fra i gruppi sociali, dunque fondamentalmente le classi e i loro intellettuali, cioè i produttori di ideologia. Questi ultimi operano soprattutto all’interno, o comunque influenzando, la cosiddetta società civile cioè l’insieme delle sovrastrutture non direttamente interne all’apparato statuale che svolgono la funzione di permeare e controllare la società stessa per conto comunque dello Stato e dunque della classe dominante. Per Gramsci lo Stato si compone di società politica (apparato direzionale e coercitivo della dittatura di classe) e società civile (egemonia di una classe sull’intera società nazionale esercitata attraverso le organizzazioni cosiddette private come la chiesa, i sindacati, le scuole ecc.). Quindi lo Stato nel suo complesso è composto da dittatura più egemonia.

La situazione italiana

Con la chiave di lettura fornita nei paragrafi precedenti, è possibile analizzare per comprendere nello specifico la situazione in Italia, perché come comunisti oggi questa è la realtà con cui ci dobbiamo confrontare per avanzare nella prospettiva di una trasformazione in senso rivoluzionario dello stato presente di cose.

L’obiettivo è quello di provare a fornire un inquadramento teorico e storico utile a comprendere quali siano e come si siano sviluppati gli ingranaggi che regolano la macchina statale attualmente, porre alcuni spunti per stimolare un dibattitto, a cui deve seguire una giusta pratica, per capire su quali direttrici e con quali mezzi il proletariato si può organizzare per scardinarli.

Nel seguire lo sviluppo che lo Stato si è dato nella sua forma, compatibilmente e in funzione delle esigenze del particolare periodo storico e dello sviluppo del capitalismo, possiamo identificare tre macro-periodi dall’unità di Italia ad oggi:

1. La monarchia. Questa caratterizza il periodo che va dall’unità d’Italia fino all’avvento del regime fascista. In questa data fase la forma che assume lo Stato è quella di Stato liberale, che si è sviluppato in Europa con i movimenti, spesso violenti, della borghesia contro i sovrani assoluti. Questo serve alla necessità di limitare i poteri delle ormai superate monarchie assolute, ponendosi come problema principale la tutela dei diritti inviolabili dei cittadini (che, di fatto, sono rappresentati dalla sola classe borghese), mentre sul piano dei rapporti economici lo si può considerare minimo, in quanto interviene molto poco in ambito sociale ed economico. La sua dissoluzione avviene sia sotto i colpi di grosse trasformazioni a livello mondiale, dovuti alla prima grande crisi economica e alla Prima guerra mondiale, sia grazie alla forte spinta dell’onda d’urto della Rivoluzione russa.

2. Il Regime Fascista. Questo esprime la forma della dittatura totalitaria e rappresenta la prima esperienza di controrivoluzione preventiva.

3. La Repubblica. Lo Stato assume la forma di governo della democrazia parlamentare (o democrazia di massa), che, di fatto, rappresenta la seconda esperienza di controrivoluzione preventiva. La nostra analisi si concentra su quest’ultimo periodo storico, cercando di delineare le trasformazioni della democrazia nella sua evoluzione verso la forma di democrazia governante, che oggi sembra essere la tendenza verso cui va uniformandosi il modello statuale di controrivoluzione preventiva della borghesia imperialista del campo Nato.

La “Prima Repubblica”

L’espressione “Prima Repubblica” sta ad indicare gli anni che vanno dal 1948 al 1992/94.

Quando si afferma che “dal fascismo non si è tornati indietro”, non si lancia un mero slogan colmo di retorica, ma bensì si delinea ciò che è realmente accaduto. La classe dirigente, scongiurata la possibilità di una svolta rivoluzionaria come prodotto della Resistenza, ha abbandonato i tratti somatici del fascismo, ma ne ha funzionalizzato i metodi, il patrimonio e l’esperienza, costituendo però una nuova forma di controrivoluzione preventiva, sempre in funzione anticomunista, quella della repubblica democratica parlamentare. Le forze reazionarie si riorganizzarono già all’indomani della vittoria della Resistenza Partigiana, avviando un lungo processo di ristrutturazione dello Stato, cominciato già dal disarmo della Resistenza, passando per la riabilitazione dei fascisti e la loro integrazione nell’assetto politico, per la restaurazione borghese degli anni 50, arrivato fino ai giorni nostri. Non è un caso che la prima vera strage di Stato avvenne a Portella della Ginestra il 1 Maggio 1947, contro una manifestazione di braccianti nell’ambito della mobilitazione contro il latifondismo, proprio ad un anno di distanza dalla nascita della Repubblica il 2 giugno 1946. E il 1947 è l’anno in cui viene varata la nuova costituzione democratica, la quale, secondo la vulgata revisionista, dovrebbe rappresentare la vittoria della Resistenza. Da questi eventi, che segnano la nascita del regime parlamentare, è evidente l’asse della controrivoluzione preventiva della fase postfascista: combinare le forme democratiche generali, per contenere e integrare la tendenza alla lotta di classe, con la repressione e il terrorismo di Stato nel caso in cui le prime siano insufficienti alla loro funzione. Come diceva Gramsci: Stato come dittatura più egemonia. Lo sviluppo delle contraddizioni sul piano nazionale è intersecato a quello dello sviluppo delle contraddizioni sul piano internazionale e all’assetto che esse determinano, in particolare quello che si è configurato dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La presenza degli Usa in Europa (sono gli anni del piano Marshall, che, sotto la veste di aiuti economici al vecchio mondo, ha l’obiettivo di favorire l’espansione del capitale finanziario a matrice Usa in Europa, di garantire una posizione strategica militare agli Usa in Europa e che ha una chiara funzione anticomunista), la ripartizione del mondo in due “grandi blocchi” e la posizione geopolitica strategica dell’Italia sulla linea di confine tra il cosiddetto blocco occidentale e i paesi socialisti, fanno sì che in Italia si giochi una partita fondamentale per contrastare possibili tendenze rivoluzionarie.

Dal punto di vista economico, sono anni in cui assistiamo ad una breve fase di ripresa, di accumulo di capitale nel pieno di un ciclo espansivo, sono gli anni del cosiddetto “boom economico”. Come spesso accade, dopo processi potenzialmente rivoluzionari non vittoriosi, si avvia una fase di riforme, garantite dalle briciole che cadono dal tavolo dei padroni. Per tale ragione la borghesia imperialista riesce a concedere alcuni margini sia in termini di ricchezza e benessere, sia in termini di diritti e conquiste, strappate comunque con la lotta e il sacrificio dei movimenti di massa che si sono sviluppati dalla fine degli anni ‘60 e hanno incendiato diversi paesi d’Europa. Le masse popolari sono in grado di ottenere una serie di miglioramenti quasi in ogni campo: reddito, rapporti di lavoro, abitazioni, assistenza sanitaria, previdenza sociale e pensioni, istruzione scolastica, servizi pubblici e diritti cosiddetti civili.

A questo momento storico, la borghesia risponde con il cosiddetto Stato sociale, il cui involucro ora è rappresentato proprio dalla democrazia di massa. Questo, attraverso alcune concessioni dei padroni, riesce ad assolvere la sua funzione di controllo e pacificazione delle contraddizioni di classe. Ma l’equilibrio della pace sociale non tarda ad essere alterato, grazie alla congiuntura di fattori oggettivi, quali la nuova crisi del sistema capitalista cominciata verso la metà degli anni ’70, e fattori soggettivi, come la radicalizzazione dello scontro di classe verso il finire degli anni ‘60. La borghesia, quindi, necessità di limitare, eliminare o corrompere una dopo l’altra le conquiste strappate nei decenni precedenti dai proletari, distruggendo di fatto l’idea del “capitalismo dal volto umano”, anch’esso prodotto di una fase storica determinata corrispondente ad un periodo di espansione economica.

Il partito maggioritario che gioca un ruolo strategico durante questi anni è la Democrazia Cristiana, la quale assume nel dopoguerra la rappresentanza più fedele della borghesia imperialista, di cui è in grado di assicurarne gli interessi generali. Sono gli anni della partitocrazia, che però nutre già nel suo grembo le prime spinte per una trasformazione e verso il crollo dei grandi partiti di massa. Le prime tendenze, infatti, verso una forma di democrazia governante, si presentano con il Psi di Craxi, ago della bilancia in un sistema fortemente in crisi, che propone di cambiare la costituzione con l’obiettivo di rafforzare l’esecutivo, messo in discussione dalle coalizioni di governo costituite da una pluralità di partiti e correnti. Il cosiddetto regime dei “ladri” vacilla fino a crollare, ma il ricambio della classe politica non ha però modificato il quadro della situazione, se non in senso peggiorativo ed autoritario.

L’Italia nella “Seconda Repubblica” e il modello renziano

L’assetto politico italiano comincia a subire significativi stravolgimenti a partire dal 1992: il referendum popolare del 1991 (chiaro sintomo di ribellione alla partitocrazia, che di fatto abolisce le scelte multiple), lo scioglimento dei grandi partiti di massa e la tendenza verso le grandi coalizioni. Questi grossi cambiamenti vanno analizzati alla luce sia dello scontro di classe in Italia nelle sue diverse forme, con la sua punta massima negli anni ’70 con la ripresa dell’istanza rivoluzionaria, sia della mutata situazione internazionale, che vede la caduta dell’Unione Sovietica, la fine del “bipolarismo est/ovest”, con una conseguente frammentazione e balcanizzazione di intere aree e una ripartizione delle zone di interesse strategico del globo con la guerra imperialista. Tutto ciò ha nuovamente un riflesso molto forte all’interno della politica nazionale. La tendenza della sostanza dello Stato in questa fase si va a conformare sempre più marcatamente nella forma della democrazia governante.

Con democrazia governante s’intende quella forma di governo che al massimo dell’accentramento del potere fa corrispondere il massimo della democrazia formale, quindi, in estrema sintesi, di rafforzare la dittatura mantenendo intatte le forme e i canali dell’egemonia. La necessità è di concentrare maggiori poteri possibili nell’esecutivo, al fine di svincolare il governo dalle spinte antagoniste, cercando di garantire la stabilità necessaria per far marciare i programmi della borghesia (l’instabilità dei governi non garantisce le condizioni necessarie per varare riforme strutturali). Possiamo identificare i due fattori principali che, in ultima analisi, decidono l’attuabilità dei progetti borghesi: da un lato nelle contraddizioni generali della crisi, che portano inevitabilmente ad una venuta meno dello Stato sociale, perché si restringono i margini di spazio che la classe dominante può concedere, e dall’altro nello sviluppo dello scontro di classe nel nostro paese, che dal punto di vista della soggettività comunista ha visto un indebolimento, sotto i duri colpi dell’attacco sferrato durante gli anni ‘80/’90 al movimento rivoluzionario.

La forma della democrazia governante rappresenta una tendenza di fatto, in termini di rapporti e relazioni già esistenti, a cui il governo Renzi aveva cercato di dare una forma istituzionale compiuta, attraverso la proposta di controriforma costituzionale e della legge elettorale. Questo mette a fuoco il ruolo del Partito Democratico (PD), nella sua veste data dal modello renziano, come il più idoneo alla tendenza di orientarsi ad una forma di governo che centralizzi il massimo dei poteri e di fatto si svincoli il più possibile dalla base sociale. Il perno di questa controriforma è senza dubbio il superamento del bicameralismo perfetto: al posto di due camere che votano le leggi del governo, ci sarà una sola Camera con poteri legislativi e a cui il governo chiede la fiducia. Il Senato, non più elettivo, è ridotto a 100 senatori, di cui 95 eletti dai Consigli regionali e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. Altre modifiche riguardano il rapporto Stato-Regioni, i tempi d’esame delle leggi in Parlamento, l’aumento del numero di firme necessarie per promuovere una Legge di iniziativa popolare, che passano da 50.000 a 150.000. Organica e coerente a questa riforma era anche l’Italicum, la nuova legge elettorale dall’impianto fortemente maggioritario varata da Renzi che prevedeva un ampio premio di maggioranza (55 % dei seggi) alla lista di maggioranza relativa. Di fatto vi è la riduzione dell’unica camera a cinghia di trasmissione della volontà del governo, governo che presumibilmente grazie all’Italicum ne deterrà la maggioranza assoluta, per evitare la necessità del doppio passaggio parlamentare, oppure la difficoltà di governare con un parlamento in cui il partito di maggioranza è “costretto” a mediare con altre forze politiche.

Osservando i diversi tentativi della classe dominante nel corso degli anni, sembra esserci un’incapacità di fatto nell’attuare i piani di riforma necessari, riforme costituzionali ed elettorali, e quindi di dare sbocco sul piano della ristrutturazione istituzionale a tale tendenza. Vanno considerate come causa principalmente le contraddizioni tra i partiti borghesi sulla controriforma Renzi e anche all’interno dello stesso PD, poiché ogni fazione di borghesia, rappresentata dai diversi schieramenti politici e istituzionali, contrasta le trasformazioni dell’ordinamento che le altre promuovono, perché ne può uscire indebolita nella capacità di porsi come dirigente della macchina statale-governativa e dunque perdere influenza specifica nella politica e nella società. In questo caso riflettono le contraddizioni sull’accentramento dei poteri che è conseguente. Queste, dunque, rappresentano non il rifiuto della democrazia governante, ma il timore che la sua declinazione con la controriforma Renzi porti ad una chiusura di spazi di confronto/scontro tra le diverse fazioni della classe dominante (che i partiti rappresentano) e che tale accentramento assolutizzi il prevelare di una fazione (nel caso concreto quella rappresentata da Renzi) o sia addirittura controproducente per gli interessi generali della classe dominante italiana, come la difficile gestione di un ipotetico governo cinque stelle, ad esempio.

Come comunisti, ciò che ci riguarda è, invece, la contraddizione tra la nostra classe e la controriforma Renzi, che di fatto è la stessa che ci divide dalla democrazia governante in generale: essendo una ristrutturazione degli assetti e dei metodi politici della borghesia imperialista per governare al meglio il corpo sociale va contrastata principalmente con la lotta di classe. Il terreno del referendum, a cui siamo stati chiamati ad andare a votare, è un terreno tattico imposto dal nemico, dalle sue contraddizioni interne, che possiamo utilizzare, ma non assolutizzare, né rifiutare in blocco. È storicamente dimostrato che non c’è possibilità di riformare il sistema capitalista, cercando di crearsi degli spazi di agibilità politica interna al sistema stesso, delle fessure in cui incuneare la spinta popolare (la così detta spinta dal basso), o attraverso dei legami con forze istituzionali, ma lo si può solo contrastare per abbatterlo e, poi, sulle sue ceneri edificare un nuovo ordine. Come comunisti dobbiamo però essere anche in grado di sfruttare positivamente, e mettere in dialettica con una lotta più generale, gli spazi di agibilità politica che le mobilitazioni, come quella contro il referendum, possono aprire.

La tendenza alla democrazia governante è già in atto, nella deriva autoritaria dello Stato borghese degli ultimi anni pur mantenendo la forma democratica esteriore, quindi essa non è una singola politica del singolo governante di turno, ma una tendenza generale della borghesia imperialista che integra la strategia della controrivoluzione preventiva. La democrazia governante l’abbiamo vista all’opera in senso reale in questi anni, nella impermeabilità delle politiche reazionarie alle lotte di massa, nelle blindature istituzionali delle politiche strategiche della classe dominante, nella distruzione progressiva del ruolo dei corpi intermedi come i sindacati. Corollario di tutto ciò è ovviamente la repressione dei movimenti di lotta e il tentativo di annientamento dell’istanza rivoluzionaria. Quindi, rispetto alla democrazia governante, se in senso tattico immediato la si è potuta contrastare intervenendo anche sul terreno del referendum e se in senso tattico generale la possiamo e dobbiamo combattere promuovendo la lotta e la resistenza di classe alle politiche dei governi borghesi, in senso strategico la potremo sconfiggere solo nello scontro rivoluzione/controrivoluzione.

Conclusioni

In questo capitolo proviamo a trarre alcune conclusioni e a dare qualche indicazione per contrastare la ristrutturazione dello Stato borghese in funzione del suo abbattimento. Tracciamo alcuni spunti su cui riflettere.

In primo luogo è compito dei comunisti combattere il controllo, la coercizione e l’egemonia della borghesia imperialista e del suo Stato sul proletariato, sulle masse e sul movimento di classe. Questo vuol dire contrastare la repressione, principalmente con l’arma della solidarietà di classe e del rilancio della lotta, ma anche agire politicamente per combattere l’influenza diretta (tramite la società civile organizzata e diretta dalla borghesia imperialista, in primis revisionisti vecchi e nuovi) e indiretta (mediante la subordinazione politica e ideologica alla classe dominante) della classe dominante sul movimento di classe e sulla classe in generale. Infatti, come dice Gramsci: “(…) dopo l’espansione del parlamentarismo, del regime associativo sindacale e di partito, del formarsi di vaste burocrazie statali e «private» (politico-private, di partiti e sindacati) e le trasformazioni avvenute nell’organizzazione della polizia in senso largo, cioè non solo del servizio statale destinato alla repressione della delinquenza, ma dell’insieme delle forze organizzate dallo Stato e dai privati per tutelare il dominio politico ed economico delle classi dirigenti. In questo senso, interi partiti «politici» e altre organizzazioni economiche o di altro genere devono essere considerati organismi di polizia politica, di carattere investigativo e preventivo” (Quaderni del carcere, Il cesarismo, quaderno 13 § 27). Dunque, contrastare repressione ed egemonia (cioè Stato come controrivoluzione preventiva) è in rapporto strettamente dialettico con la costruzione e la lotta per l’autonomia politica del proletariato.

In secondo luogo, la lotta contro la rifunzionalizzazione dello Stato della borghesia imperialista sulle direttrici strategiche di conservazione e rafforzamento del proprio dominio di classe, va combattuta solo secondariamente sul piano della ristrutturazione istituzionale (com’è stato il caso del no al referendum sulle modifiche costituzionali volute dall’attuale governo), ma principalmente sul terreno proprio della lotta di classe. Questo perché la sostanza autoritaria dello Stato avanza da sé per necessità antiproletaria, nonostante le forme istituzionali rimangano immutate. Il salto autoritario della borghesia imperialista avviene di fatto già forzando le forme esistenti. Infatti la cosiddetta Seconda Repubblica ha già visto delinearsi un assetto di fatto presidenzialista e un rafforzamento del potere esecutivo, sulle orme di quanto già svolto nell’era Craxi, pur rimanendo nell’ambito di un sistema costituzionale strettamente parlamentare.

Ciò perché lo Stato, come già detto, è manifestazione degli antagonismi e dei rapporti di forza tra le classi e la classe dominante vuole assolutamente imporre e conservare il suo potere, specie in tempi di crisi.

In terzo luogo, i comunisti non devono vedere lo Stato solo come manifestazione dei rapporti di forza tra le classi, ma anche come loro obbiettivo antagonistico, nel senso di decostruzione del potere della classe dominante e costruzione del potere della classe rivoluzionaria, sulla linea della conquista del potere politico, cioè dell’abbattimento dello Stato borghese e dell’instaurazione della dittatura del proletariato. La lotta per il potere e per la conquista-distruzione dello Stato, abbattendo ogni tabù su questi termini e prendendoli nella loro funzione reale, è stata e deve tornare ad essere la direttrice generale dell’azione politica dei comunisti.

Alcuni socialisti hanno da qualche tempo aperto una regolare crociata contro ciò che essi chiamano principio d’autorità. Basta loro dire che questo o quell’atto è autoritario, per condannarlo. (…) Tutti i socialisti son d’accordo in ciò, che lo Stato politico e con lui l’autorità politica scompariranno in conseguenza della prossima rivoluzione sociale, e cioè che le funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico, e si cangeranno in semplici funzioni amministrative, veglianti ai veri interessi sociali. Ma gli anti-autoritari domandano che lo Stato politico autoritario sia abolito d’un tratto, prima ancora che si abbiano distrutte le condizioni sociali che l’hanno fatto nascere. Essi pretendono che il primo atto della rivoluzione sociale sia l’abolizione della società. Non hanno mai visto questi signori una rivoluzione? Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che ci sia: è l’atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all’altra parte per mezzo di fucili, baionette e cannoni; mezzi autoritari, se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuole aver combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi inspirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non si fosse servita di questa autorità del popolo armato, in faccia ai borghesi? Non si può, al contrario, rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente?

Dunque, delle due cose l’una: o gli anti-autoritari non sanno ciò che dicono, e in questo caso non seminano che confusione; o essi lo sanno, e in questo caso tradiscono il movimento del proletariato. Nell’un caso e nell’altro essi servono la reazione” (F. Engels, Dell’autorità, 1872).

Bibliografia

V.I. Lenin, “Stato e rivoluzione”, Opere Scelte, Edizioni Progress, Mosca. (p270)

F. Engels, Anti-Dühring, www.piattaformacomunista.com/engels_antiduhring.pdf

F. Engels, Dell’autorità

F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata, dello Stato

A. Gramsci, Le opere. La prima antologia di tutti gli scritti, a cura diA. A. Santucci, Editori Riuniti, 1997.

SRI, “Fedeli alla linea. Dalla nascita delle Brigate Rosse raccontata attraverso i documenti dell’Organizzazione”, Red Star Press

Progetto Memoria, “Le parole scritte”, Sensibili alle foglie

La rivoluzione d’ottobre. Memorie e testimonianze dei protagonisti”. A cura di A. Chiaia, Zambon Editori, 2006.

K. Gossweiler, “La (ir)resistibile ascesa al potere di Hitler. Chi furono i burattinai? Chi gli spianò la strada?”, a cura di A. Chiaia, Zambon Editori, 2006.

Carc, “Le conquiste delle masse popolari. La fase delle conquiste (1945-1975) e la fase della loro eliminazione”. Edizioni Rapporti Sociali, 1997

Siti:

http://www.guardareavanti.info/EGEMONIAINGRAMSCI.htm

http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-gramsci_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Filosofia)/

http://mixzone.myblog.it/il-carattere-di-classe-del-fascismo-di-gheorghi-dimitrov/

http://www.treccani.it/enciclopedia/la-democrazia-cristiana_(Cristiani-d’Italia)/

http://www.radioradicale.it/scheda/275544/la-democrazia-governante

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2016/5/8/RIFORMA-COSTITUZIONE-Molte-domande-e-il-buono-di-una-democrazia-governante-/702576/

[1] Il New deal è il programma di politica economica attuato negli Stati Uniti dal neoeletto presidente F.D. Roosevelt fra il 1933 e il 1939 per porre rimedio ai disastrosi effetti della grande crisi che tra il 1929 e il 1932 aveva investito dapprima il sistema capitalistico statunitense per estendersi poi rapidamente anche in Europa. Negli USA si era avuta una paurosa caduta della produzione industriale (50%), una disoccupazione di circa 15 milioni di lavoratori, il crollo della borsa di New York, il fallimento di circa 5000 banche che aveva annientato il risparmio di milioni di americani. Il N.d. puntava a rompere il circolo vizioso della recessione partendo dal presupposto che questo potesse avvenire solo grazie a una forte accentuazione dell’intervento dello Stato nell’economia. Furono quindi adottate misure a sostegno della domanda delle masse popolari e dei ceti più deboli, contro la povertà e a difesa dell’occupazione, furono varate una legge che limitativa il potere dei trust, una ristrutturazione del sistema creditizio, una riforma fiscale, una legge sulla sicurezza sociale che garantì la pensione di vecchiaia alla maggior parte dei lavoratori. In questo contesto nacquero le organizzazioni sindacali portatrici della concertazione, nella mediazione tra gli interessi dei padroni e dei lavoratori

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