Crisi da Coronavirus?

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Antitesi n.8 (in uscita)
Sezione 1: Sfruttamento e crisi
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Dal particolare della crisi sanitaria al generale della crisi del capitalismo

 

Dopo mesi di attenzione mediatica su quanto avveniva in Cina, l’Italia si è alla fine ritrovata ad essere un centro di propagazione del Corona virus Covid 19 (Cv) diventando terreno di sperimentazione delle misure da adottare per il suo contenimento.
L’insufficienza nel nostro paese di reparti di terapia intensiva per curare la progressione dei casi gravi di malattia ha fatto esplodere una crisi sanitaria, mettendo in luce le debolezze strutturali che ci hanno rapidamente condotto alla situazione attuale. In realtà anche questa crisi sanitaria è un portato storico concreto della crisi del capitalismo, dato che proprio il welfare e la sanità sono stati esempi di settori sacrificati alla logica del rilancio dei profitti, attraverso tagli lineari e privatizzazioni fin dalla fine degli anni ‘70. [1]
Lo sanno bene anche i lavoratori della sanità (addetti alle pulizie, operatori sociosanitari, infermieri e medici) che con le loro lotte in difesa delle condizioni di lavoro e della sanità pubblica hanno cercato di resistere per anni alle decurtazioni della sanità pubblica e ai licenziamenti. Lavoratori a cui oggi va tutto il nostro appoggio e riconoscimento per la loro abnegazione in aiuto delle masse nonostante siano costretti a operare in condizioni rese tragiche dalla fame di profitto e che hanno già pagato il prezzo di decine di morti sul posto di lavoro.
Quello che milioni di proletari e di lavoratori nel nostro paese e nel mondo, nei prossimi mesi e anni, si troveranno di fronte e con cui dovranno fare i conti, non sarà comunque solo il portato sanitario del Cv, cioè le conseguenze sanitarie dell’epidemia, ma soprattutto quello della crisi generale del capitalismo nella sua ultima fase, cioè le sue conseguenze economiche e tutte le conseguenze sociali e politiche di questo avvitamento. Crisi che ora è giunta al suo terzo crollo (innescato dal Cv) dopo quelli dei sub-prime e dei debiti sovrani.
A prescindere dalla sua origine, artificiale o naturale che sia, [2] il Cv si è imposto come rapidissimo fattore e potentissimo catalizzatore di espansione e accelerazione della crisi generale del capitalismo dovuta alla sovraccumulazione strutturale di capitali in cerca di valorizzazione. Crisi generale in cui il capitalismo si dibatte fin dagli anni ’70 del secolo scorso e che vede come fenomeno direttamente conseguente la superfetazione finanziaria, l’enorme sviluppo della sfera finanziaria. Un’unica lunga crisi che in fasi alterne ha visto riprese drogate e asfittiche interrotte inevitabilmente da nuovi e più gravi crolli.
Con i sopravvenuti crolli in tutte le borse mondiali il Cv si è già convertito nel fattore catalizzante della crisi finanziaria, la punta che ha bucato la bolla. [3] Quella bolla che non aveva smesso di crescere in maniera abnorme anche dopo il picco della crisi del 2008-9, alimentata dalla politica dei tassi bassi e dalle siringate di liquidità (quantitative easing) profuse da tutte le Banche Centrali. Misure prese con l’illusione di alimentare un’ipotetica ripresa, però mai concretizzatasi, che hanno semplicemente continuato a far lievitare il valore nominale dei titoli e dei derivati.

Effetti sullo sviluppo delle contraddizioni

Con la crisi sanitaria e l’implosione finanziaria tutte le contraddizioni si acuiscono e cercano drastiche soluzioni. La contraddizione capitale-lavoro viene subito allo scoperto. Nuove condizioni di austerity si impongono con chiusure di strutture, smart working, messe a riposo, licenziamenti, cassa integrazione, precarizzazione, ecc. Ma la sensazione generale è quella di una recessione incombente, preludio di un attacco generale alle condizioni di vita e di lavoro. Gli scioperi spontanei della classe operaia in Italia mostrano che essa è scesa in campo, oltre che per questioni sanitarie, per la precisa consapevolezza che non farlo ora vuol dire offrirsi come agnello sacrificale sull’altare di compatibilità capitalistiche che questo precipitare può solo rendere più oppressive. La produzione non si può fermare perché con essa si fermerebbe lo sfruttamento capitalistico del lavoro e il profitto che su di esso si determina, ma la classe è scesa spontaneamente in lotta mostrando così il riaffiorare della propria autonomia.
In questo contesto anche la contraddizione di genere diverrà sempre più grave, le donne sono in alto numero precarie, sono e saranno le prime ad essere licenziate e su di loro inoltre ricade di più oggi, dentro la crisi sanitaria, il peso della cura dei figli e dell’assistenza agli anziani. Senza contare il fatto che i “domiciliari di massa” voluti dal governo e dalle amministrazioni regionali per il contenimento del virus, aggravano ulteriormente la condizione femminile tra le quattro mura ed espongono le donne a subire, ancor di più che in tempi normali, quella oppressione e violenza patriarcale, esercitata soprattutto in ambito domestico e familiare.
Nel contesto italiano, e non solo, salta agli occhi il dato che la crisi sanitaria fornisce anche il fondamento egemonico per tutte le misure prese dalle classi dominanti. Con la copertura dell’interesse superiore della salute pubblica la crisi sanitaria si converte in potente fattore di legittimazione di qualsiasi stretta securitaria: divieto di assembramenti, riunioni, picchetti, manifestazioni fino alla negazione di qualsiasi forma di relazione sociale. Un’ottima occasione di sperimentazione delle forme di contenimento della materia sociale in situazioni critiche, uno stress-test su decine di milioni di persone e su intere metropoli. [4] Si sviluppano e vengono sperimentate nuove forme higt tech di controllo in tempo reale con software che gestiscono sistemi automatici di telecamere, con sensori che rilevano la temperatura corporea, fanno Tac in 20 secondi e incrociando i dati, tracciano i movimenti e ricostruiscono i contatti dei soggetti a rischio, anche con l’uso di droni (come in Cina, Corea del sud e Israele). Uno sviluppo di tecnologie di controllo integrato con la sperimentazione di forme di irrigimentazione delle masse. Si sperimentano e implementano nuove forme di sfruttamento del lavoro come quelle che vanno sotto la dicitura di smart working e che non tardano a concretizzarsi in aumento dei carichi di lavoro e in impedimento di qualsiasi gestione collettiva del rapporto di lavoro da parte dei lavoratori stessi.
La crisi carceraria con le rivolte rende palese, con un pesante carico di morti che possiamo considerare omicidi di Stato, l’insostenibilità della situazione cronica di sovraffollamento, già strutturale da decenni nei gironi del carcerario italiano, a testimonianza di come gli effetti più negativi della crisi vengono scaricati sulle fasce più marginali delle masse.
Il Cv con il suo impatto drastico sulla struttura economica porta allo scoperto la crisi che è rimasta irrisolta nell’ultimo decennio. E l’Italia anche a causa della sua instabilità istituzionale e della sua esposizione debitoria concorre a essere uno dei principali ambiti di focalizzazione della recessione mondiale alle porte.
Con la crisi finanziaria, iniziata con l’altalena delle borse, e i suoi prevedibili sviluppi recessivi nelle forme di strette monetarie, chiusure, fallimenti, misure protezionistiche ecc., si acuiscono le contraddizioni interimperialiste. Anche senza tirare in ballo i sospetti di guerra batteriologica non dichiarata, il Cv le influenza direttamente, a partire da quella tra le vecchie potenze e le potenze emergenti oggi ben rappresentata dal contrasto USA-Cina. Guerre commerciali, dazi, sanzioni, oltre che guerre militari, mostrano chiaramente l’acuirsi di questa contraddizione tra le vecchie formazioni sovraccumulate e le nuove formazioni emergenti.
Con il Cv risultano colpiti pesantemente, se non compromessi, la strategia cinese della “Crescita armoniosa” fino al completo emergere della Cina come nuova potenza dominante e lo sviluppo della “Via della seta” come sua concretizzazione. Interessante è da questo punto di vista lo sviluppo geostrategico della pandemia che ha un flusso principale proprio lungo la “Via della seta”, con i suoi focus nel punto nevralgico del sud-est asiatico, l’Iran, e nel Mediterraneo, l’Italia.
Nel campo occidentale, con la crisi del Cv, la vecchia Europa pagherà ulteriormente la sua inconcludenza strategica. In particolare essa è presa in ostaggio dall’egemonismo Usa nella sua contesa con le potenze emergenti, come mette in evidenza l’esercitazione Nato Defender Europe 2020, [5] pensata in funzione antirussa e prevista proprio per il periodo in cui è esplosa in Europa l’epidemia. In questa situazione la Germania ha colto la palla al balzo per defilarsi da tale dimostrazione di forza statunitense sul suolo europeo, condotta proprio mentre Berlino e Parigi stanno spingendo per fare passi in avanti verso l’unificazione e centralizzazione militare dei paesi Ue, cercando così di ottenere qualcosa di positivo dalla fuoriuscita della Gran Bretagna, da sempre contraria a tali sviluppi e strettamente legata agli Usa più di ogni altra potenza europea.
Se questi sono gli immediati risvolti politico-militari della crisi deflagrata con il Cv, è chiaro che a livello economico ci si aspetta un ulteriore stretta sul piano del protezionismo, poiché ogni paese imperialista punterà, con il restringersi della torta mondiale dei profitti, a ripartirli a proprio vantaggio a scapito altrui. La frenata produttiva della Ue, Germania in primis, è da tempo spinta anche dagli imperialisti Usa con la corsa al protezionismo al fine di ristrutturare i rapporti interatlantici, perseguendo così la linea “America first”.

Urban Operations in the Year 2020

Uno studio Nato del 1999 descriveva come probabile per il futuro che le forze dell’Alleanza Atlantica dovessero condurre operazioni in aree urbane per gestire situazioni di crisi sociale. A questo scopo sette paesi Nato – Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda e Stati Uniti costituirono il cosiddetto Studies, Analysis and Simulation Panel Study Group (Sas030) che si riunì la prima volta a Washington nel 2002. Successivamente Sas-030 ha lavorato per sviluppare un quadro concettuale per le operazioni urbane in aree della Nato e ha pubblicato, nell’aprile 2003, un rapporto di 140 pagine denominato “Urban Operations in the Year 2020″ (Uo 2020). L’ipotesi di partenza è l’aumento esponenziale della popolazione mondiale entro il 2020 e lo spaventoso aumento dell’urbanizzazione con il 70% di essa che vivrà all’interno delle città, provocherà crescenti tensioni economico-sociali alle quali si potrà far fronte, secondo il rapporto, solo con una presenza militare massiccia, spesso per periodi di tempo prolungati. In questa situazione saranno richieste azioni rapide, decisive e “chirurgiche”, non alla portata delle normali forze di polizia se non a rischio di ritirate difronte a “folle ostili”. D’altro canto, un uso tradizionale dell’esercito magari inviato all’ultimo momento potrebbe essere controproducente e scatenare ulteriormente l’ira della popolazione tumultuante. Per questo motivo, nell’Uo 2020 si consiglia di iniziare gradualmente ad utilizzare l’esercito in funzione di ordine pubblico all’avvicinarsi della crisi mondiale ipotizzata per il 2020. Nel frattempo, ogni Paese dovrebbe formare appositi reparti specializzati nella conduzione di operazioni per il contenimento delle folle e il controllo del territorio, mediante l’uso di armi convenzionali ad alto contenuto tecnologico e di nuovi sistemi d’offesa bivalenti letali/non letali.
Che la massiccia attribuzione di funzioni di ordine pubblico agli eserciti in Europa, come non si vedeva dalla Seconda guerra mondiale, coincida proprio con il rapporto della Nato, che ipotizzava il 2020 come periodo di precipitazione della crisi sociale, può apparire come un dato formale difronte alla questione sostanziale di trovarci di fronte a un salto di qualità nella militarizzazione della gestione dei territori. È invece importante considerare che la borghesia imperialista, come dovrebbero sempre fare anche i comunisti, elabora analisi e strategie da misurare sul lungo periodo, necessariamente poi verificandole nel concreto incedere delle condizioni oggettive e delle contraddizioni. I fattori che fanno esplodere la crisi possono essere diversi, tra cui anche l’emergenza sanitaria: la gestione concreta delle contraddizioni diventa banco di prova per sperimentare strategie di controllo ed egemonia finora rimaste pianificate o anticipate solo in parte, utili per reprimere altri fattori tra cui, in primo luogo come già evidente, la lotta di classe.

Il testo integrale dell’Uo 2020 si trova in:
https.byebyeunclesam.files.wordpress.com/2008/10/tr-071-all.pdf

La vera posta in gioco nella lotta tra le vecchie formazioni sovraccumulate e le formazioni emergenti del capitalismo globalizzato è comunque lo scaricare la crisi sui rispettivi competitori strategici. In proposito gli Usa, con l’aggravarsi della loro crisi di egemonia, hanno già pagato il prezzo di una crisi come quella dei Sub-prime esplosa in casa loro nel 2008, dopo che per decenni erano più volte riusciti a scaricare il costo delle loro crisi di sovraccumulazione su altri come nei casi del Messico, Argentina, Russia, Tigri asiatiche, ecc.
Dalla loro le vecchie formazioni sovraccumulate, Usa in testa, hanno il controllo dei principali centri finanziari, e quello delle tecnologie più avanzate oltre che il dispiegamento globale della loro proiezione militare guerrafondaia. Il campo delle tecnologie avanzate è già terreno di scontro aperto come si è visto con il caso G5-Huawei sfociato nel mandato di cattura della magistratura Usa all’amministratore delegato.
Ma il livello raggiunto in queste formazioni dalla sovraccumulazione e dal processo di caduta tendenziale del saggio di profitto rende veramente risicati i margini di manovra nell’ambito della crisi del Cv. Questi margini, infatti, sono stati già ampiamente ridimensionati e, in un certo senso, quasi azzerati da decenni di manovre monetarie pseudo espansive, di tagli della spesa pubblica, di decurtazioni salariali, ecc.: non si può tagliare quello che si è già tagliato (spesa e salari) come non si può abbassare quello che si è già abbassato (tassi).
Le formazioni emergenti hanno dalla loro, oltre che una conquistata autonomia strategica (non sono potenze dipendenti), anche una vitalità di accumulazione, resa evidente dai loro tassi di crescita, dovuta al fatto che la sovraccumulazione non è ancora qui un fenomeno critico. Questo concede maggiori margini di manovra nella crisi del Cv e rende prevedibile una capacità di assorbire più facilmente le spinte recessive fino a un più veloce rimbalzo post recessione.
Un bello scontro a chi resta in mano il cerino dei maggiori costi da pagare, in termini di distruzione di capitali, alla inevitabile recessione mondiale. Comunque vada lo vedremo nell’immediato con il concretizzarsi delle forme intermedie della crisi: nessuna situazione è senza via di uscita, ma quello che è certo è che le catene globali del valore vengono terremotate dalla crisi del Cv. Alcune si sono spezzate e si spezzeranno come si è già potuto vedere con il fenomeno del reshoring (ritorno di impianti e investimenti produttivi nelle vecchie formazioni) anche a causa di sanzioni economico-strategiche sempre più massicciamente utilizzate come arma di concorrenza monopolistica. Altre si delineeranno lungo linee egemoniche contrastanti, nuove catene del valore in opposizione alle vecchie lungo le linee di frattura della globalizzazione capitalista.
Nel campo delle contraddizioni interimperialiste c’è da registrare che il rallentamento globale provocato dal Cv ha già fatto crollare il prezzo del petrolio del 30% fino alla soglia dei 30 dollari al barile, con il conseguente inasprirsi della guerra commerciale tra i produttori. Una guerra di lunga data sulle quote di produzione e sul livello dei prezzi e che viene combattuta anche con gli eserciti sul terreno come mostra da decenni la tragica situazione in cui versa il Medioriente con i suoi corollari, dall’Afghanistan, alla Libia. Una guerra che coinvolge vecchie potenze globali come gli Usa, potenze globali emergenti come Russia e Cina e potenze regionali che sgomitano per mantenere e ampliare la loro sfera di influenza, funzionando anche come proxies delle potenze globali, come Israele, Arabia Saudita, Turchia, Iran, Emirati, Egitto.
La crisi petrolifera è crisi di sovrapproduzione di petrolio rispetto ai volumi attuali di consumo, ma è principalmente crisi di sovraccumulazione di capitale produttivamente investito nel settore petrolifero. Capitali in più che devono essere distrutti. Distruzione che ognuno dei soggetti in questione cerca di rivoltare verso i rispettivi avversari con l’incremento della produzione e il gioco a ribasso dei prezzi. Lo scontro principale è tra Russia e Arabia Saudita, ma ne sono coinvolti tutti, in particolare gli Usa che con i loro shale oil e gas estratti con la tecnologia del fraking vedono la loro produzione fuori mercato sotto i 30-40 dollari al barile. Ma anche formazioni minori ne pagano pesanti conseguenze come nel caso dell’Iran, ora colpito pesantemente anche dal Cv, e Venezuela, la cui crisi economica rischia di aggravarsi drasticamente. Nel rallentamento e nell’avvitamento generale alcune economie deboli vanno in default come nel caso del Libano. E aumenta complessivamente la pressione imperialista sulle aree dominate a caccia di condizioni di rapina per le materie prime e di sfruttamento sempre maggiore della forza lavoro. Questo porta ad acuire la contraddizione tra imperialismo e popoli oppressi e ha recentemente innescato grandi rivolte sociali in Cile, Equador, Bolivia, Iraq, Libano, ma anche in Iran e ad Hong Kong.
Nel ginepraio delle contraddizioni, e in particolare nell’intreccio delle due che concorrono al ruolo di contraddizione principale al livello mondiale – la contraddizione tra vecchie e nuove potenze imperialiste e quella tra imperialismo e popoli oppressi – la cosa che emerge più chiara come risultante è la tendenza alla guerra che caratterizza questo scorcio finale della fase imperialista del capitalismo, nella forma di guerre economiche e militari per il controllo del mercato del petrolio e delle materie prime strategiche.
Tutto il Medioriente è ormai strutturalmente in una situazione di guerra mondiale confinata, a bassa intensità e con uso massiccio di proxies wars[6] Una guerra caratterizzata dallo scontro di linee strategiche di dominio, in conflitto attenuato tra di loro, e la resistenza e le rivolte di massa contro la crisi, la guerra e l’occupazione militare dei territori dalla Palestina all’Iraq, con il focus nella guerra in Siria.

Conclusioni

La crisi sanitaria da Cv è la forma in cui in definitiva ha trovato modo di esplodere nuovamente la crisi generale del capitalismo concretizzando così il suo terzo picco negativo dopo quello del 2008/9, innescato dal crollo dei subprime in Usa, e quello del 2013, innescato dal default della Grecia e dalle sofferenze del debito sovrano dei Pigs [7] in Europa.
Il Cv ha semplicemente fatto da detonatore alla bolla finanziaria che ha continuato a gonfiarsi inesorabilmente anche dopo il 2008. Lo sviluppo prevedibile soprattutto nelle vecchie formazioni sovraccumulate è la crisi di liquidità, le insolvenze, i fallimenti, le chiusure di impianti. Uno sviluppo che si traduce nell’immediato in un rallentamento drastico del mercato mondiale, un inciampo ulteriore della globalizzazione capitalista, con il proliferare di forme di protezionismo e di guerre finanziarie, e che non tarderà a focalizzarsi in un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e in un aumento dello sfruttamento dei lavoratori in tutto il mondo.
Questo nuovo crollo apre una situazione nuova, da cui non si tornerà come prima, in cui si aggraveranno le preesistenti condizioni di sfruttamento, faranno la loro comparsa nuove forme di sfruttamento, di controllo e di oppressione. Una situazione in cui le contraddizioni saranno più acute e la lotta di classe si approfondirà ed estenderà in nuove modalità di espressione e concretizzazione, che domanderanno una guida politica, cioè di essere “giustificate per essere efficienti ed espansive”. [8]

Le crisi sono momenti in cui gli uomini sono costretti a rielaborare la loro esperienza pratica e a trovare risposte, ragioni ideali e soluzioni concrete, alle contraddizioni che vivono e che si acutizzano. Sono “momenti storici di transizione” in cui si misura la capacità di reazione del capitalismo alla crisi, ma anche la possibilità del suo superamento con la fuoriuscita rivoluzionaria dal capitalismo e l’instaurazione di una società socialista.
Fondamentale compito dei comunisti in questa situazione è quello di contribuire alla formazione di un tessuto di avanguardia politica e di lotta sulla base dell’autonomia della classe operaia che per fortuna è riuscita ad esprimersi nel nostro paese anche in questo contesto, scendendo in campo con un ciclo di scioperi spontanei. C’è molto terreno da percorrere e una grande arretratezza da recuperare: per questo dobbiamo sviluppare linee particolari che ci permettano di costruire solide relazioni dialettiche con le diverse situazioni di lotta della classe collegando il loro piano particolare al piano generale della necessità della lotta per il superamento dell’intero sistema.

Rilanciamo nella crisi la lotta per il socialismo!

Morte all’imperialismo, libertà ai popoli!

Chiuso in redazione il 21 marzo 2020
Per contatti: antitesi@inventati.org

Note:

[1] Solo considerando gli ultimi 10 anni il settore sanitario italiano ha subito tagli per circa 37 miliardi di euro con la conseguenza della perdita di 70 mila posti letto. Mentre in poco più di 20 anni i posti in terapia intensiva per 100 mila abitanti si sono più che dimezzati dai 632 del 1996 ai 275 attuali. Vedi, Alberto Ferretti, Corona Virus. È il capitalismo bellezza, ottobre.wordpress.com

[2] Non è un mistero che i virus di questo tipo venissero studiati e modificati artificialmente nei laboratori scientifici dell’industria farmaceutica e militare delle diverse potenze imperialiste. Non sono mancate in proposito accuse reciproche più o meno esplicite tra Usa e Cina. Le ipotesi del contagio come frutto di “guerra sporca” tra paesi imperialisti o errore di sperimentazione sono comunque riconducibili al piano della propaganda dell’una e dell’altra potenza imperialista.Tuttavia scartarle a prescindere non è corretto, visto il livello delle contraddizione internazionali, lo storico utilizzo della guerra batteriologica come arma di distruzione di massa da parte delle potenze coloniali nei secoli passati e, più recentemente, dell’imperialismo Usa e la criminalità intrinseca dei gruppi monopolistici in lotta per il dominio globale. Va detto però che è scientificamente argomentata l’origine delle mutazioni dei virus in varianti via via più micidiali e transitanti all’uomo dagli animali, in relazione alla devastazione ambientale capitalistica; su tale questione rimandiamo al testo Contagio su scala sociale. Guerra di classe microbiologica in Cina pubblicato sul blog chuang.org e reperibile in italiano all’indirizzo https://pungolorosso.wordpress. com/2020/03/12/contagio-sociale-guerra-diclasse-microbilogica-in-cina/ 

[3] Solo nella seconda settimana di marzo la borsa di Milano ha bruciato 130 miliardi di euro di capitalizzazione con l’Ftse Mib che ha perso il 23,30%, Parigi ha registrato -19,86%, Francoforte -20,01%, Madrid -20,85%, Londra-17,24%. Vedi Danilo Di Mita, L’emergenza sanitaria diventa anche una crisi finanziaria, agi.it

[4] A proposito ci torna in mente anche Urban Operations in the Year 2020. Vedi machette a fianco.

[5] Nato Defender Europe 2020 è una “prova di guerra” che contemplava lo sbarco di più di ventimila soldati statunitensi che avrebbero dovuto piombare nel vecchio continente, mobilitandosi con altri militari dei paesi Nato, con un totale di circa 37 mila uomini che avrebbero dovuto essere dispiegati. Operazione poi annullata, dopo il ritiro tedesco annunciato con il dilagare dell’epidemia in tutta l’Europa, anche se, a metà marzo, risultavano già arrivati dagli Usa seimila militari e circa dodicimila tra veicoli e armamenti.

[6] Formazioni locali collegate a gruppi imperialisti

[7] Acronimo dall’evidente portato dispregiativo per Portogallo, Italia, Grecia e Spagna

[8] A. Gramsci, Quaderni dal carcere, q. 15, § 22, p. 1780, Volume III, Einaudi, 1977, Torino

 

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