Assalto al carcere di Schio, 1945

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Memoria di Classe 
6 luglio 1945, Schio

Un gruppo di partigiani assalta il carcere di Schio, giustiziando 54 fascisti che avevano ricoperto ruoli di rilievo durante il ventennio.

In realtà non fu chi ha sparato a decretarne la morte, ma le migliaia di cittadini che scesero in massa a manifestare, una volta appreso dell’amnistia Togliatti. Si ventilava un’aria di estrema clemenza nei confronti dei sostenitori del regime fascista i quali, nel giro di poco tempo, sarebbero stati scarcerati e riabilitati nella vita politica, sociale e istituzionale. I partigiani scledensi decisero di mettere in pratica la “giustizia popolare”, senza delegarla a nessuno, soprattutto per vendicare i 186 membri della Resistenza uccisi durante il fascismo, i 13 deportati a Mauthausen e gli innumerevoli prigionieri.

Come per moltissimi episodi legati alla Resistenza, oggi viene portato avanti un lavoro certosino di revisionismo da parte della classe dominante, nel migliore dei casi decontestualizzando completamente gli episodi, e nel peggiore inventando fatti. Riscrivendo la storia, lo Stato borghese, oggi sedicente democratico, riabilita il fascismo, pompa il nazionalismo e fomenta il razzismo: per denigrare e cancellare un esempio di lotta per chi oggi vuole portare avanti un antifascismo militante, per distruggere le conquiste dei lavoratori, per le politiche di guerra imperialista che vedono le truppe italiane schierate su ogni fronte di conflitto, per seminare odio tra i proletari italiani e quelli immigrati, per legittimare l’azione dei nuovi squadristi di Casa Pound e Forza Nuova. Liberale, fascista, “democratico”: lo Stato borghese è sempre lo strumento della tirannia dei grandi capitalisti sui lavoratori e le masse popolari.

La struttura dello Stato borghese non è cambiata e proprio per questo continua a mantenersi buona la carta reazionaria, perché ad ogni costo e in ogni situazione, deve agire in modo da mantenere lo stato di cose attuali e continuare a sfruttare e sottomettere la classe. È fondamentale riprendere in mano la nostra storia sia per non dimenticare il ruolo del fascismo settant’anni fa, funzionale alla borghesia per reprimere il biennio rosso, ma soprattutto per capire come, oggi, essere antifascisti. Con i venti reazionari sempre più forti, anche grazie a questo nuovo governo, dobbiamo riuscire a riportare la fiducia nelle lotte avendo sempre ben chiaro l’obiettivo di ribaltare il sistema in ogni nostro ambito d’azione: nelle lotte sui posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole e nelle università.

“Antifascismo è anticapitalismo” non è semplicemente uno slogan, esprime la natura intrinseca del fascismo, che non sarà possibile sconfiggere all’interno delle dinamiche di classe e sfruttamento che caratterizzano questo sistema.

Nessun ricordo per i fascisti di ieri, 
nessuno spazio per quelli di oggi!

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