Editoriale – Per il rilancio del movimento comunista

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 – parte prima

Se vi è una crisi, oggi, più grave di quella del capitalismo, è proprio quella del comunismo, del movimento comunista.

Il dato inedito fondamentale della realtà attuale è proprio questo: l’antitesi rivoluzionaria è monca, si ferma all’analisi o alla constatazione della crisi e a prospettare il superamento del capitalismo, ma non riesce a svilupparsi conseguentemente a tali premesse, ad assumere una piena soggettività politica.

D’altra parte, il sistema borghese imperialista non solo non crolla da solo, senza che la classe lavoratrice ne determini l’abbattimento, ma ogni giorno nel quale riesce a rimanere in piedi nonostante l’oggettività della crisi, si rafforza soggettivamente in senso controrivoluzionario, nell’atto politico stesso di riuscire ad imporre il peso della crisi sulle spalle dei lavoratori, delle masse sfruttate e dei popoli oppressi.

Non a caso la borghesia ha fatto propria la nozione di crisi, che prima solamente i “visionari comunisti” concepivano. L’operazione ideologica è volta a tramutare la sua debolezza oggettiva in forza soggettiva: visto che l’alternativa storica al capitalismo, ovvero il comunismo (il “movimento reale che abolisce l’esistente1), langue, l’oggettività delle contraddizioni capitalistiche è l’unica realtà possibile, ai quali i proletari e le masse popolari devono sottomettersi. Siamo passati, nella retorica imperialista occidentalista, dal migliore dei mondi possibili, proclamato dopo il crollo dell’Urss, all’unico mondo possibile. Sia esso quello dell’austerità, della precarietà economica e sociale per le nuove generazioni, della condizione dei lavoratori sempre più schiacciata dallo strapotere padronale, della miseria che dilaga anche qui in Europa, in quelli che oramai nessuno definisce più “paesi ricchi”. E sopratutto un mondo contrassegnato dalla guerra imperialista, come costante permanente e principale della politica internazionale, con le sue tragiche ricadute all’interno delle stesse metropoli imperialiste attraverso gli attentati stragisti, il moto perenne di masse di dannati della terra che fuggono dall’inferno che sta investendo sempre più paesi…

Il peso dell’oggettività delle contraddizioni del capitalismo, difronte al procedere sempre più grave della barbarie, diviene peso soggettivo che la classe dominante capitalizza contro quelle dominate, in mancanza di una prospettiva soggettiva autonoma da parte di quest’ultime e proprio in quanto questa prospettiva manca. Basti vedere, ad esempio, il diffondersi del razzismo tra i proletari autoctoni dei paesi europei, che dà veste ideologica alla paura di un’ulteriore arretramento della loro condizione sociale, a causa della disponibilità sul mercato di altri proletari stranieri più affamati e dunque più acquistabili a buon prezzo, visto che non è concepita e non si concretizza l’unità degli sfruttati contro il comune nemico.

Dunque, il dato oggettivo della crisi non determina il crollo spontaneo del sistema, né comporta in sé automaticamente la perdita di egemonia da parte delle classi dominanti, né apre per forza spazi alla soggettività rivoluzionaria – ma nemmeno antagonista – del proletariato e delle altre classi oppresse. Quello che determina è esclusivamente un terreno nel quale tale soggettività può aprirsi spazi, il che è ben diverso.

Sul punto, Lenin fu piuttosto chiaro: “Per il marxista non v’è dubbio che la rivoluzione non è possibile senza una situazione rivoluzionaria e che non tutte le situazioni rivoluzionarie sboccano nella rivoluzione. Quali sono, in generale, i segni di una situazione rivoluzionaria? Siamo sicuri di non sbagliare a indicare questi tre segni come i segni principali: 1. le classi dominanti non riescono più a conservare il loro potere senza modificarne la forma; una crisi negli “strati superiori”, una crisi nel sistema politico della classe dominante, che apre una fessura nella quale si incuneano il malcontento e l’indignazione delle classi oppresse. Per lo scoppio della rivoluzione non basta ordinariamente che “gli strati inferiori non vogliano più” continuare a vivere come prima, ma occorre anche che “gli strati superiori non possano più” vivere come per il passato; 2. un aggravamento, maggiore del solito, dell’oppressione e della miseria delle classi oppresse; 3. in forza delle cause suddette, un rilevante aumento dell’attività delle masse, le quali in un periodo “pacifico” si lasciano depredare tranquillamente, ma in periodi burrascosi sono spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi “strati superiori”, ad un’azione storica indipendente. Senza questi cambiamenti oggettivi, indipendenti dalla volontà non soltanto di singoli gruppi e partiti, ma anche di singole classi, la rivoluzione – di regola – è impossibile. (…) la rivoluzione non nasce da ogni situazione rivoluzionaria, ma solo nei casi in cui, alle trasformazioni oggettive sopra indicate, si aggiunge una trasformazione soggettiva, cioè la capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da spezzare (o almeno incrinare) il vecchio governo, il quale, anche in un periodo di crisi, non “cadrà” mai se non lo “si fa cadere2.

Lenin nella sua analisi considera dunque il rapporto tra il movimento soggettivo delle classi, quelle dominanti e quelle oppresse, cioè tra la forma di potere delle prime e l’attività di lotta delle seconde, e lo inserisce in una precisa condizione oggettiva, dentro cioè ad un contesto determinato di crisi che aggrava le condizioni di vita delle masse stesse.

In generale Lenin ci indica giustamente il dovere dell’”analisi concreta della situazione concreta3. Oggi possiamo affermare che, mentre è visibile l’aumento oggettivo dell’oppressione, per quel che riguarda i fattori soggettivi rispetto al movimento delle classi oppresse l’analisi va approfondita e attualizzata.

La borghesia imperialista ha sviluppato un patrimonio strategico e tattico per la conservazione e riproduzione della sua egemonia sia sulla forma del suo potere sulle altre classi sia contro il determinarsi della spinta a un moto indipendente delle classi oppresse. Lo ha fatto nello scontro con il movimento comunista e proletario nell’ambito di quella che definiamo controrivoluzione preventiva. La forma assunta dal potere politico della borghesia ha confermato quanto, sempre Lenin, diceva: “La repubblica democratica è il miglior involucro possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito di questo involucro – che è il migliore – fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo4. Ciò significa che lo sviluppo dei regimi democratici ha stabilizzato nella sostanza il potere della borghesia dandogli una forma più variabile possibile.

E questo senza arrivare al punto tale di impedire che la “fessura nella quale si incuneano il malcontento e l’indignazione delle classi oppresse” non si sviluppi in sé e per sé (come si illudeva di poter fare l’involucro totalitario fascista), ma che tale fessura non si sviluppi nella “capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da spezzare (o almeno incrinare) il vecchio governo”. Ugualmente, tutti gli apparati di egemonia e dominio borghese sulla classe lavoratrice, costruiti nel corso di decenni, hanno mirato non tanto a impedire il “rilevante aumento dell’attività delle masse” quanto a inibire lo sviluppo della spinta all’”azione storica indipendente”. Pensiamo solo al ruolo passato e presente dei sindacati, dei movimenti e dei partiti borghesi di “opposizione” e, recentemente, da quello svolto dalle formazioni e le soggettività politiche di tipo populistico, reazionario e neo-socialdemocratico nate e cresciute negli ultimi anni di crisi, in Europa e negli Usa.

Il terreno oggettivo della crisi obbliga da un lato la borghesia imperialista a riprodurre il proprio dominio, rifunzionalizzando il patrimonio che essa ha accumulato in tal senso con l’esercizio del suo potere nello scontro di classe. Dall’altro, la classe lavoratrice e le masse popolari si ritrovano costantemente a passare da una positiva tendenza spontanea alla ribellione – che si esprime con le forze che esse hanno a disposizione – al suo recupero nell’ambito della riproduzione del dominio della borghesia imperialista. Solo un’azione soggettiva politica – inevitabilmente portata avanti dall’avanguardia delle classe lavoratrice – può spezzare questo ciclo dialettico reazionario per sviluppare la contraddizione di classe in senso rivoluzionario.

Questo è il ruolo dei comunisti nel presente, da esercitare a pena di finire integrati, inconsapevolmente o meno, nella dialettica tra ribellione senza rivoluzione e recupero in senso reazionario da parte della classe dominante.

Il presente è sempre una sintesi tra la tesi del passato e l’antitesi del futuro. Cioè tra quello è stato e quello che potrà essere. Se non analizziamo e facciamo un bilancio di quello che è stato, in funzione di quello che potrà essere, allora non saremo nel presente, non sapremo in cosa consiste il nostro essere comunisti oggi, nella situazione concreta attuale. Il passato ci peserà sulla spalle come un macigno, il futuro ci vedrà brancolanti e, dunque, il nostro presente non potrà che essere quello dell’impotenza, della crisi dei comunisti nella fase di crisi del capitalismo. E, in tal caso, quest’ultima non solo non ci metterà nelle condizioni di aprire spazi per la soggettività di classe e rivoluzionaria, ma aprirà solo nuovi spazi alla reazione, schiacciandoci.

Per questo, incentreremo questo e il prossimo numero della rivista sulle questioni dell’identità, del patrimonio, della prassi e della prospettiva dei comunisti.

Come fa la borghesia imperialista in senso controrivoluzionario, noi dovremmo fare all’opposto: rifunzionalizzare il nostro patrimonio, quello delle classi oppresse, del proletariato in particolare, e sintetizzato nel movimento comunista, per spezzare il dominio capitalistico, per avanzare in senso rivoluzionario, per mutare l’elemento positivo della ribellione in tendenza alla rivoluzione. Una semplice rivista non può certo darsi questo compito generale, ma può contribuire a elaborare nell’analisi e nella teoria, quanto poi dovrà misurarsi ed essere verificato con la pratica concreta, tenendo comunque ben presente che lo stesso metodo di analisi e la teoria comunista non nascono dal cielo, ma a loro volta discendono dalla pratica della lotta di classe.

1 Engels, Marx, Ideologia tedesca, 1846 https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1846/ideologia/capitolo_II.html .

2 Lenin, Il fallimento della II° Internazionale, 1915 http://www.nuovopci.it/classic/lenin/fall2ic.html .

3 Lenin, “Kommunismus”, 1920, in Opere Complete vol. 31, p. 135, https://archive.org/stream/LeninOpereComplete/Lenin_Collected%20works_4th%20edition_Vol_31_Italian#page/n1/mode/2up1917 .

4 Lenin, Stato e rivoluzione, 1917, https://www.marxists.org/italiano/lenin/1917/stat-riv/sr-1cp.htm

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