Elezioni europee: una svolta per il progetto imperialista Ue?

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Elezioni europee: una svolta per il progetto imperialista Ue

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È l’inizio di una nuova Europa“, così, in un incontro tenutosi a Parigi il 5 aprile scorso, Salvini e Le Pen lanciavano la campagna elettorale delle destre “sovraniste” per il voto di fine maggio. In effetti, si tratta di uno scontro che si presenta come radicale: da una parte il modello di Ue come l’abbiamo conosciuta fin ora, tendenzialmente accentrativa e a guida tedesca, e dall’altra una non meglio specifica “Europa delle nazioni”, capace, secondo i sedicenti sovranisti, di riportare il potere politico in capo ai singoli paesi.
Si tratta, in termini di classe, di due strategie divergenti per il futuro dell’aggregato imperialista e capitalista europeo. Da una parte un modello centralizzato, dominato dalla Commissione, dal Consiglio e dalla Bce, in quanto organi di presunta sintesi delle comuni necessità delle classi dominanti e di preminenza dell’imperialismo capofila, ovverosia quella tedesco. Dall’altra un modello di autonomia nazionale, nel quale gli interessi delle singoli classi dominanti non trovino una forzata sintesi, frutto della gerarchia o di compromessi interimperialisti e intercapitalisti, ma si relazionino trovando punti comuni. Il primo è rappresentato dal Partito Popolare Europeo e dal Partito Socialista Europeo, ovvero dalle forze politiche maggioritarie, fino ad oggi, in seno all’Ue. Il secondo da un coacervo di forze, accomunate da un generico euroscetticismo, declinato nella maggioranza dei casi in senso nazionalistico e in taluni altri anche in senso neosocialdemocratico (come il Movimento 5 Stelle in Italia e Podemos in Spagna).
In questo quadro, un dato va rilevato in partenza: il tema dell’uscita dall’Ue e dall’euro sono stati espunti dal dibattito pubblico delle maggiori forze borghesi, anche di quelle nazionaliste e/o populiste. Due sono i fattori che hanno pesato da questo punto di vista. Il primo è costituito dalle contraddizioni nelle quali si dibatte l’imperialismo britannico dopo il referendum sulla Brexit del giugno 2016: tuttora non è stato possibile raggiungere un accordo tra Londra e Bruxelles sui termini dell’uscita dall’Unione, con fratture profonde al riguardo nella classe dominante, nel ceto politico britannico e fra le masse popolari e, inoltre, con la prospettiva di aprire fronti di vero e proprio conflitto nazionale nel Regno Unito, in primis in Irlanda. Il secondo è costituito dal fallimento strategico del primo governo “sovranista-populista” nato in Europa, ovvero da quello italiano. Quest’ultimo ha sicuramente ottenuto una vittoria tattica per le misure neo-keynesiane varate nella cosiddetta “finanziaria del popolo”, ma strategicamente ha ottenuto una sconfitta perché la trattativa intavolata con le istituzioni europee non ha per nulla messo in discussione il ruolo generale dell’Ue di sorvegliante dei bilanci nazionali, in base ai trattati e alle regole comunitarie, vincolando lo Stato italiano a future strette fiscali – il famigerato aumento dell’iva- o a tagli della spesa pubblica.
Da questo punto di vista, i margini di manovra del cosiddetto “fronte sovranista” delle destre nazionaliste appaiono rarefatti e deboli, tanto che, come essi stessi affermano, il ricambio politico dell’Europa potrebbe consistere in una loro alleanza con il Partito Popolare Europeo di Juncker e Merkel, cioè in un sostanziale compromesso con le forze che hanno guidato fino ad oggi l’Ue. Un compromesso che confermerebbe di fatto la direzione tedesca sull’aggregato imperialista europeo. Con la direzione tedesca tendono peraltro a convergere di fatto le destre dei paesi dell’Europa del Nord, sostenitrici dell’austerità sui conti pubblici in opposizione alle rivendicazioni dei paesi dell’area mediterranea (tra cui il nostro), ma anche i paesi orientali del gruppo di Visengrad, che, pur rivendicando autonomia in determinate materie (come l’immigrazione), di fatto sono fortemente integrati nel sistema capitalistico tedesco e perciò risultano interessati a mantenere lo status quo della preminenza di Berlino.
Infatti, la contraddizione implicita nel cosiddetto fronte sovranista è la difficoltà a coalizzare forze che puntano a rappresentare gli intessi, ciascuna, di un diverso capitalismo nazionale, con preminenza su tutti gli altri. Insomma, il “prima gli italiani” di Salvini può stare assieme al “prima i francesi” di Le Pen? Un conto è quello di rivendicare i propri spazi e interessi nazionali rispetto all’Ue, rispetto ad un nemico comune che comprime questi spazi; un altro conto è concretamente vedere come tali spazi e interessi non siano spesso messi in discussione dall’Ue, come progetto di sintesi centrale di interessi diversi nazionali, ma dalla concorrenza, e a volte dalla guerra aperta, di partecipanti a tale progetto. Il caso libico è emblematico poiché con l’assedio di Haftar nei confronti di Tripoli è venuto al pettine il nodo della guerra imperialista per procura tra Francia e Italia per il petrolio libico. Siamo sicuri che un’Europa gestita dai sovranisti saprebbe ricomporre interessi imperialisti così divergenti? Che Eni e Total riuscirebbero a spartirsi il paese nordafricano (e non solo) con una stretta di mano fra i camerati italiani e francesi? La cosa appare alquanto dubbia perché “l’internazionalismo nazionalista” appare fin d’ora come una sovrastruttura che non regge, visto che rappresenta una struttura di imperialismi con interessi oggettivi antagonistici.
La collocazione dell’Ue nelle concrete dinamiche internazionali comporta necessariamente delle ulteriori valutazioni sull’eventualità di una sua riforma radicale, a seguito delle imminenti votazioni. La sua destabilizzazione per linee interne, espressione delle contraddizioni tra le diverse borghesie aggregatesi nel progetto Ue, rischia di dialettizzarsi con interessi esterni che premono anch’essi per tale destabilizzazione, in particolare da parte di Usa e Russia.
Con la presidenza Trump, gli Usa hanno posta l’accento sulla contraddizione tra un progetto imperialista europeo che, con la guida tedesca, da un lato rappresenta un’alternativa concorrente e per certi versi antagonistica al predominio statunitense e dall’altro è politicamente legato e militarmente dipendente, tramite la Nato, rispetto a Washington. La linea rispetto all’Europa portata avanti da Trump è quella per cui un’Unione meno vincolata alla proiezione strategica della Germania sarebbe un concorrente poco temibile rispetto all’attuale o addirittura che, con allentamento o disintegrazione del processo di integrazione, i singoli paesi europei potrebbero essere ancora più integrati agli Stati Uniti, come quest’ultimi prospettavano (e prospettano) rispetto alla Brexit. Come controaltare a tutto ciò, Trump pone sul piatto della bilancia l’aumento delle spese militari dei singoli paesi Ue per contribuire alla Nato, facendo presagire, in caso contrario, la spartizione con la Russia del “vaso di coccio” europeo. La Russia, dal canto suo, sa che fronteggiare l’Ue nel suo complesso significa di fatto trovarla schiacciata sulle posizioni degli Usa e della Nato (vedi Ucraina), mentre prendendo da solo il singolo paese, le convergenze d’interessi possono essere addirittura strategiche (vedi i progetti North Stream con la Germania) e pertanto caldeggia un indebolimento del processo di unificazione europeo.
Non è dunque tutta paranoia propagandistica del variegato fronte europeista, quella che dipinge in azione in Europa anche forze imperialiste esterne, incarnate ad esempio, per quanto riguarda la linea Trump, nel progetto di “internazionale nazionalista” di Bannon, ex stratega politico dell’attuale presidente yankee.
Ma anche sul fronte delle contraddizioni interimperialiste esterne, le divisioni in seno ai “sovranisti” europei non mancano (e con esse le incognite sul loro operato in caso di vittoria elettorale). Si veda il caso delle sanzioni alla Russia. I nazionalisti euroscettici vogliono rappresentare gli interessi di frazioni di borghesia industriale e commerciale colpita dalle sanzioni alla Russia di Putin, di cui fanno l’apologia per il recupero della sovranità nazionale che essa ha saputo esprimere, grazie ad un autoritarismo sul fronte interno di cui, fedeli alle proprie tradizioni politiche fasciste, non fanno mistero di subire il fascino. Allo stesso tempo, sembrano volersi far imbarcare da Bannon e dunque da Trump nel tentativo, oggettivamente debole, di sottrarre l’Ue alla direzione tedesca, a favore di una “Europa delle nazioni” che di fatto guarderebbe ad ovest. Tendenze che appaiono contrastanti poiché Trump, anche per pressioni interne alla classe dominante statunitense, non è riuscito per nulla ad appianare le contraddizioni con la Russia e anche perché il filorussismo dei sovranisti è rotto decisamente dalle posizioni della destra polacca – attualmente al governo – violentemente antirussa e frontiera settentrionale, assieme ai Baltici, dell’assedio atlantico verso Mosca. Tra l’altro, in Italia, il primo governo “sovranista-populista” europeo, aldilà di tutti i proclami, non è stato in grado di far nessun passo per la revoca delle sanzioni alla Russia.
In questo quadro variegato e confuso, rimane solo chiaro il fatto che la destabilizzazione dell’Ue può andar chiaramente a vantaggio dei poli imperialisti rivali, in primis Russia e Stati Uniti.
Per quanto riguarda il proletariato, i rapporti tra le classi sociali e l’egemonia della classe dominante, appare chiaro come sia l’europeismo sia il nazionalismo stiano giocando le loro carte per egemonizzare la classe operaia e le masse popolari, puntando a metterle in campo per rafforzare l’una o l’altra linea. Da una parte i cosiddetti europeisti, tra cui il Pd in Italia, si presentano come i rappresentanti del “progresso” e della “democrazia”, che – manco a dirlo – secondo la loro narrazione sarebbero incarnati a livello continentale dall’Ue dei monopoli e negati dai populisti e sovranisti. Dall’altra i populisti e sovranisti si candidano a rappresentare il rinnovamento di un’Europa, anche in termini di rigetto dell’austerità e di tutela dei lavoratori minacciati dal liberismo degli attuali ceti dirigenti dell’Ue. Si tratta di due narrazioni tossiche per la coscienza dei proletari europei e platealmente sfatate quando i lavoratori e le masse popolari si mettono in movimento per difendere le loro condizioni di vita. Si vedano le “democratiche” bastonate, i lacrimogeni ad altezza d’uomo e gli arresti di massa utilizzati da Macron in questi mesi per fermare il movimento dei “gilet gialli” che stanno comunque resistendo nonostante i morti e i feriti. D’altra parte, si pensi anche al movimento di massa contro la “legge della schiavitù” varata da Orban in Ungheria, un regalo confezionato – alla faccia del sovranismo – ai capitalisti tedeschi che investono nel paese per sfruttare gli operai ungheresi.
Europeismo e sovranismo condividono il succo della loro narrazione: il capitalismo può funzionare meglio, può essere un sistema migliore… cambia solo la condizione che si pone alla base di questo miglioramento…. capitalismo globalizzato da una parte e capitalismo “a misura nazionale” dall’altra. L’uno è più schiettamente legato agli interessi di un capitale finanziario transnazionale, che nell’Ue trova un suo ideale collettore nel vecchio continente e che si pone come aggregatore di tutte le borghesie dominanti nei paesi aderenti. Il secondo dovrebbe corrispondere agli interessi di un capitalismo nazionale, più solidamente industriale, tutelabile ponendo dei limiti all’unificazione dei mercati e finanziabile attraverso misure keynesiane.
La realtà delle politiche del governo giallo-verde in Italia ci dice che innanzitutto la retorica delle divisioni di parte tra queste due linee è in larga parte fittizia: ad esempio la Lega non si è di colpo travestita da europeista per giustificare la Tav? Secondariamente ci dice che le eventuali misure keynesiane (come quota 100 e reddito di cittadinanza) non sono finanziate al danno del profitto e delle rendite padronali, ma sono pagate, in differita o in via immediata, dalle masse popolari stesse (aumento del debito a favore dei gruppi monopolisti finanziari che lo detengono, ipoteche su aumenti fiscali, tagli su altre spese sociali come le pensioni…).
L’europeismo è un nemico subdolo perché punta a ricreare una propria egemonia chiamando oggi all’allarme fascista, quando è un fatto che sono le politiche reazionarie e antiproletarie spinte dall’Ue e dai partiti “globalisti” come il Pd in Italia ad aver aperto le porte alla peggior feccia nazionalista e razzista. Il sovranismo è un nemico che si traveste da contestazione dell’establishment e nella cui egemonia avanzano i gruppi fascisti, con il loro carico di violenza e morte. I “sovranisti” sembrano infatti convergere realmente solo su pochi punti reazionari: incitare alla “guerra tra poveri”, ovvero tra lavoratori autoctoni e immigrati, portare avanti la deriva autoritaria degli Stati, nonché attentare alle conquiste delle donne quali aborto e divorzio, riabilitando fascismo e integralismo cristiano.
Sullo sfondo di europeismo e sovranismo, nell’attuale contesa elettorale, vi sta la natura dell’Ue, come aggregato di borghesie imperialiste e capitaliste, centro propulsore dei loro interessi nella ripartizione mondiale dei mercati – quindi delle strategie di guerra – e centro dirigente delle politiche antiproletarie nei singoli paesi. Una natura e un ruolo che sorgono sul terreno della crisi mondiale del capitalismo e che sono irriformabili nel loro portato reazionario. In linea strategica, per il proletariato rivoluzionario, l’Ue va abbattuta e distrutta come gli Stati borghesi che ne fanno parte.
Il piano elettorale è sempre stato una linea tattica che il movimento comunista ha valutato, considerato e accettato a seconda delle condizioni, al pari di quello dell’astensione elettorale, al fine dell’accumulazione di forze in senso rivoluzionario. Storicamente va detto che con la costruzione dei regimi di controrivoluzione preventiva nelle vesti di “democrazia di massa” o “liberali” che si sono sviluppati in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, il piano elettorale e quello parlamentare non hanno mai pagato politicamente al proletariato, ma si sono rivelati strumenti di contenimento e deviazione delle spinte di classe e rivoluzionarie. Una lezione che sembra addirittura superflua rispetto alla ridicola assemblea parlamentare europea, appendice di politicanti parassiti in un’architettura istituzionale fortemente orientata in senso tecnocratico. Già di per sé i poteri limitati del parlamento europeo rispetto alle altre istituzioni come Commissione e Consiglio, così come l’autonomia della Bce, pongono seri dubbi sulle promesse di un cambiamento interno all’Ue che, se ci sarà – lo ribadiamo – avverrà secondo interessi delle classi dominanti e non di quelle oppresse.
Il lavoro politico comunista deve situarsi nelle masse, sopratutto in quelle che lottano per le proprie condizioni di vita, per radicarvisi e formare nuovi compagni e compagne, non certamente nel puntare a qualche poltrona europea o a qualche comparsata massmediatica.

CONTRO EUROPEISMO E NAZIONALISMO, PER L’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO!

CONTRO L’EUROPA DEI PADRONI E I LORO GOVERNI NAZIONALI, PER LA LOTTA DI CLASSE!

SVUOTARE LE URNE, RIEMPIRE LE PIAZZE!

Collettivo Tazebao
collettivo.tazebao@gmail.com
www.tazebao.org
14 maggio 2019

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