L’Europa alla campagna d’Ucraina

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Antitesi rivista n. 1
Sezione 3: Imperialismo e guerra

L’Europa alla campagna d’Ucraina

 La contesa sull’Ucraina vista dall’interno

Se si dovesse trovare una data spartiacque nel precipitare dei rapporti tra Unione Europea e Russia, questa sarebbe facilmente individuale nel fatidico 28 novembre 2013, quando a Vilnius, in Lituania, nel vertice per il partenariato orientale dell’Ue, l’allora presidente dell’Ucraina Viktor Janukovic decise di rifiutarsi di firmare l’accordo di associazione con Bruxelles, dichiarando l’intenzione di far aderire il paese all’Unione doganale varata da Russia, Bielorussia e Kazakistan.

In realtà, per l’Ue non si trattava di una vera e propria doccia fredda, giacché il rapporto con Kiev rappresentava oramai da quasi una decina d’anni un nodo dolente delle propria espansione verso est, nel tradizionale “giardino di casa” della Russia e Janukovic in particolare rappresentava quella fazione di classe dominante ucraina chiaramente pendente verso Mosca.

La contesa tra Ue, affiancata dagli Usa, e Russia per il controllo dell’Ucraina si animava attraverso la frattura interna alla classe dominante ucraina, con una parte di essa tesa ad integrarsi economicamente e politicamente nell’area atlantica, rappresentata dagli artefici della cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004 e l’altra, facente riferimento a Janukovic e prima ancora a Kucma (presidente tra il 1995 e il 2004) interessata a rimanere sotto l’ombrello di Mosca, poiché aveva le sue basi di potere economico nel settore industriale dell’est del paese, soprattutto nel Donbass, legato a doppio filo al rapporto commerciale con la confinante Russia. Del resto, la relazione con la potenza confinante in queste aree dell’Ucraina è anche sovrastrutturale e storico-culturale: dal ruolo della chiesa ortodossa sottostante al patriarcato di Mosca alla larga diffusione del russo come idioma parlato, fino alle vicende dei secoli precedenti che avevano visto tali regioni legate più profondamente a quelle della Russia, rispetto all’ovest del paese, storicamente invece influenzato dalle ingerenze austriache, tedesche e polacche. Per non parlare della Crimea, una penisola da sempre multietnica, che solo nel 1954, per decisione del governo sovietico, passò dal controllo della Repubblica Socialista Russa alla Repubblica Socialista Ucraina. Non a caso, dunque, il complesso di queste regioni viene tuttora chiamato Novorossija ossia Nuova Russia.

La Russia infatti, anche dopo il crollo dell’Urss, aveva comunque mantenuto un’influenza determinante nelle vicende ucraine almeno fino alla “rivoluzione arancione” del 2004, il cui esito, con l’elezione alla presidenza di Viktor Juscenko, ex direttore della Banca Centrale Ucraina, legato a a Washington e Bruxelles, spostò l’asse della politica nazionale verso ovest, nonostante la fazione della borghesia filorussa rimanesse comunque saldamente posizionata nella struttura economica del paese e nei gangli dello Stato, tanto che lo stesso Janukovic fu capo del governo dall’agosto del 2006 al dicembre 2007.

Significativamente, uno dei primi atti della presidenza di Juscenko fu quello di spingere per integrare l’oleodotto Odessa – Brody, una delle arterie principali per il trasporto di petrolio attraverso il paese fino alla Polonia, all’interno delle strategie energetiche dell’Unione Europea, includendolo nel programma Inogate e con la creazione di una società mista di gestione della pipeline che vedeva la compartecipazione, a fianco della compagnia di stato ucraina, della sue omologhe della Polonia, della Lituania e dell’Azerbaijan, in corrispondenza agli avanzamenti allora realizzati da Usa e Ue sulla direttrice di accerchiamento della Russia. [1]

Più in generale, soprattutto durante gli anni della presidenza di Juscenko, i rapporti commerciali con l’Unione Europea si fanno sempre più stretti, proporzionalmente all’allentamento di quelli con la Russia: in una decina d’anni, dal 1996 al 2006, la quota del 40% di scambio con quest’ultima viene occupata dall’Ue, che raddoppia così il suo import-export dal paese ex sovietico. Sul piano economico, la fazione di borghesia ucraina legata all’Ue e agli Usa ridefinisce parzialmente il processo di privatizzazione del patrimonio industriale a danno dei vecchi “oligarchi” della borghesia filorussa, aprendo il paese agli investimenti del grande capitale estero, specie quello dei paesi atlantici, e facendo cassa a livello finanziario. [2] Corrispettivamente, sul piano politico, persegue la progressiva integrazione con Bruxelles e l’adesione all’Alleanza Atlantica.

Nello stesso periodo, l’ostilità verso la Russia viene aizzata a livello di massa con la demonizzazione del passato sovietico, che unificò russi e ucraini nella costruzione del socialismo, e con la riabilitazione delle storiche formazioni collaborazioniste fasciste e del loro ruolo antisovietico durante la Seconda Guerra Mondiale, determinando un clima ideologico favorevole al rafforzamento di partiti e gruppi che ne raccolgono la nefasta eredità, successivamente impiegati nel golpe di Euromaidan, nella successiva guerra civile e tuttora al centro della vita politica del regime insediatosi a Kiev.

Nonostante ciò, nel 2010, ritornava al comando politico del paese la fazione borghese filorussa, con la rielezione alla presidenza di Janukovic, che sconfisse la candidata delle forze filoeuropee e filostatunitensi, Julija Tymoshenko, già al fianco di Juscenko nella direzione della “rivoluzione arancione” ed ex presidentessa della Compagnia statale ucraina per il commercio e il gas tra il 1995 e il 1997. Janukovic tese a riportare l’Ucraina sotto l’ombrello russo, pur senza rompere, almeno fino al summenzionato novembre 2013, con l’Unione Europea e dunque con la fazione borghese interna ad essa legata. Infatti, subito dopo il ritorno al potere, firmò un accordo con Mosca che prorogava fino al 2052 l’utilizzo da parte russa delle basi navali in Crimea in cambio della fornitura a Kiev di prodotti petroliferi scontati, pur rimanendo all’interno del partenariato con l’Ue, promettendo che il paese avrebbe fatto ulteriori passi in avanti per l’integrazione con Bruxelles.

Ma, nel 2011, l’incarcerazione di Tymoshenko per reati di frode ai tempi in cui era a capo della Compagnia del gas, fece entrare in allarme le cancellerie europee e gli Usa, che vi videro un attacco frontale ai propri agenti in terra ucraina. Quando, due anni dopo, Janukovic rifiutò di firmare l’accordo di associazione con l’Ue, la misura fu colma: l’opposizione al presidente filorusso iniziò a mobilitarsi, sotto impulso e con l’appoggio dei propri padroni euro-atlantici, e nel giro di tre mesi si arrivò al golpe nel febbraio del 2014.

I motivi per cui Janukovic desistette dal firmare l’accordo con gli imperialisti europei furono due. Il primo consistette nei prospettati effetti disastrosi che la nascita di un area di libero commercio detassato tra Ucraina e Ue avrebbe provocato per l’industria nazionale (localizzata nelle regioni orientali) per mano della concorrenza europea, danneggiando enormemente la fazione di borghesia ucraina che la presidenza di allora rappresentava, la quale invece, proprio grazie al rapporto commerciale con la Russia e alle sue forniture in termini di prodotti energetici da parte di quest’ultima, si era garantita il proprio spazio di profitto e potere.

Il secondo coincise con le allettanti offerte russe rispetto all’adesione all’Unione eurasiatica capeggiata da Mosca: investimenti in titoli di stato ucraini grazie ad un prestito per circa 15 miliardi di dollari a tasso fortemente agevolato e, inoltre, uno sconto sulle forniture di gas pari a 4 miliardi.

Inoltre, per spingere Janukovic a cedere e in previsione dell’opzione tra Ue e Unione eurasiatica, dal luglio del 2013, la Russia aveva imposto un regime di dazi e controlli restrittivi alla frontiera con l’Ucraina, una sorta di piccolo embargo che era già costato circa due miliardi di dollari alle esportazioni da Kiev.

L’offerta della borghesia imperialista russa era dunque sicuramente molto più allettante e per certi versi obbligata per quella fazione di classe dominante rappresentata da Janukovic. In linea generale era più conforme agli interessi complessivi del capitalismo nazionale ucraino se pensiamo che essa veniva incontro anche a quel miliardo e trecento milioni di debito che già allora l’Ucraina aveva nei confronti del monopolio energetico russo Gazprom.

Inoltre, va considerato che, se è vero che anche l’Ue e il Fondo Monetario Internazionale avevano offerto un prestito per una cifra simile, le sue richieste come contropartita erano ben più forti in termini di strozzinaggio finanziario e prevedevano l’adozione di misure di cosiddetta austerità sul fronte interno, cioè un attacco frontale alle condizione di vita delle masse popolari come garanzia di riparazione dei debiti (il “modello greco” insomma). [3]

Del resto, la situazione economica interna era gravissima: nel secondo trimestre del 2013 era stato dichiarato lo stato di recessione per la terza volta dal 2008. Il precipitare della crisi internazionale del capitalismo aveva provocato effetti pesantissimi: massicci disinvestimenti nel credito, riserve monetarie in esaurimento, crollo delle esportazioni, sopratutto quelle legate al mercato dell’acciaio e aumento vertiginoso dei prezzi delle merci importate. A livello sociale si aggravava un quadro già pessimo, che aveva origine dal crollo dell’Urss nel 1991, con una percentuale di povertà pari al 30% della popolazione, salario medio mensile di 200 euro, 48 ore di media lavorativa per gli operai, 5 milioni di emigrati all’estero negli ultimi quindici anni…mentre le ricchezze crescevano nelle mani della borghesia arricchitasi con la spartizione del patrimonio produttivo di epoca sovietica, i cosiddetti oligarchi, rappresentati dai partiti filorussi o filoccidentali e circondati da una corte di prebende e corruttele.

La tensione sociale era crescente e Janukovic nel suo ultimo mandato e l’allora governo in carica, in mano al suo compagno di partito Mykola Azarov, ci avevano messo il loro, elevando l’età pensionabile delle donne da 55 a 60 e aumentando il livello contributivo per tutti di 10 anni.

In questa situazione, l’adesione all’accordo di libero commercio con l’Ue avrebbe dato il colpo di grazia all’economia del paese, almeno a quella legata al settore industriale, e – nelle valutazioni di Janukovic – sarebbe stata foriera di ulteriore malcontento a causa delle controriforme pretese dalla troika e della perdita di posti di lavoro nelle regioni produttive del sud-est del paese, che rimaneva e rimane bacino di consenso dei filorussi, non solo a livello borghese ma anche a quello popolare e proletario, visti i timori di desertificazione industriale legati alla progressiva annessione all’Ue.

Ma ciò che la frazione di borghesia ucraina schierata con l’imperialismo russo sottovalutò fu la volontà politica e la capacità strategica del campo imperialista avversario di suscitare una forte mobilitazione reazionaria in un paese socialmente immiserito e affamato, affidata sul campo dalla frazione di borghesia filoeuropea e filostatunitense e sostenuta con tutti i mezzi, dai finanziamenti piovuti ai golpisti tramite le Ong occidentaliste fino all’inquadramento e addestramento militare dei gruppi fascisti eredi del collaborazionismo filonazista nel secondo conflitto mondiale.

Fu questo schieramento di forze che consentì ai servi di Usa e Ue di defenestrare Janukovic e Azarov, conquistando il potere con il golpe del 21 febbraio 2014. E tanto per chiarire chi sono stati i mandanti e i padrini del nuovo corso “democratico” di Kiev, non poteva successivamente mancare la firma, nel giugno del 2014, dell’accordo di associazione con l’Ue, a risanare il “peccato originale” della presidenza e del governo deposti con la forza.

Se Janukovic – e con lui tutte le forze borghesi filorusse e la stessa borghesia imperialista russa – probabilmente sottovalutò la capacità di mobilitazione dei rivali euroatlantici, bisogna dire che quest’ultimi caddero nello stesso errore rispetto alla stabilizzazione dell’Ucraina, o almeno dell’intero paese, sotto il loro dominio. Nelle regioni del Donbass e russofone, iniziò infatti una mobilitazione di massa antigolpista, in parte spontanea, in parte capeggiata da settori di borghesia filorussa e in parte frutto dell’azione di forze antifasciste, progressiste e comuniste. Se per la Crimea il destino fu quello di ritornare nei confini della Grande Madre, che in questa maniera assicurò la permanenza delle sue installazioni militari strategiche sul Mar Nero, per le restanti parti della Novorossija si arrivò alla proclamazione delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, separatesi dal governo di Kiev.

Lo scontro politico divenne così guerra civile, protrattasi fino agli accordi di Minsk del 12 febbraio 2015 e tuttora “congelato”, anche se con continue rotture della tregua.

La contesa sull’Ucraina vista dall’esterno

Facciamo un passo indietro per capire meglio la situazione e allarghiamo la nostra visuale agli scenari globali, per capire meglio il “particolare” Ucraina. Abbiamo visto come la lotta di classe interborghese in questo paese corrisponde ad una contesa interimperialista tra Ue e Usa da una parte e Russia dall’altra. Queste due contraddizioni in sviluppo intrecciato e simultaneo si muovono su un terreno fondamentale, che è quello della crisi capitalistica globale, con i suoi effetti economicamente e socialmente devastanti all’interno dell’Ucraina ed estesi a livello internazionale, che inaspriscono lo scontro tra le borghesie locali per il controllo dei sempre più limitati spazi di profitto e rendita, ne aumentano le divergenze sulla collocazione strategica rispetto agli uni o altri schieramenti imperialisti globali e danno loro la possibilità di manovrare il malcontento di massa.

Ma, sul piano generale, la crisi è il terreno sul quale sono costretti a misurarsi le potenze imperialiste o – caso inedito storicamente – i loro aggregati come l’Ue, nella lotta per la ripartizione dei mercati. La tendenza alla guerra che così si sviluppa, come è avvenuto per il caso dell’Ucraina, non è dunque altro che la prosecuzione della crisi con altri mezzi, prima politici e poi militari. Questo sviluppo è lineare in senso strategico, ma contraddittorio sul piano tattico, proprio perché fondamentalmente segue il movimento del capitale “contraddizione in sé” e “unità di opposti” secondo l’analisi marxista e la teoria marxista – leninista – maoista.

Vediamo di riportare questo ragionamento, anche per spiegarlo meglio, al caso ucraino e in particolare ai rapporti Ue – Russia rispetto ai quali la contesa sul paese slavo segna un punto di rottura storico. Iniziamo dai dati economici.

La prima condizione di cui tener conto è quella che vede la Russia come principale fornitore energetico dell’Unione: il 30% del gas e il 35% del petrolio. Gran parte di questi idrocarburi passa proprio per l’Ucraina. La seconda è quella dell’interscambio commerciale: in tal senso, per l’Ue la Russia occupa il terzo posto dopo Usa e Cina, mentre per la Russia, Bruxelles è al primo posto, rappresentando uno quota superiore alla metà del proprio commercio estero totale.

Sulla carta dunque, ragionando meramente con la logica formale e non con la dialettica, saremmo davanti ad una comunanza di interessi che spingerebbero verso l’integrazione generale tra imperialismo russo e l’aggregato imperialista dell’Ue. E segnali in questa tendenza erano cresciuti fin dal 2009, con una crescita di anno in anno dell’interscambio, tanto che Putin al vertice Ue – Russia del gennaio 2014 propose la costituzione di un’area di libero commercio.

Proprio questa integrazione si rivelava però un’unità di opposti, una sorta di matrimonio obbligato dalla complementarietà necessaria delle forniture energetiche da parte russa e dell’esportazione di prodotti finiti da parte europea. Innanzitutto proprio a partire dalla questione del gas e del petrolio: con l’aggravarsi della crisi, la ricerca di approvvigionamenti energetici a minor prezzo possibile, il controllo delle pipeline e l’accerchiamento, la pressione, la destabilizzazione e la distruzione dei paesi produttori governati da regimi indipendenti dalle potenze dell’Ue e dagli Usa è stata una priorità strategica del processo di guerra imperialista, dall’Iraq alla Libia, dall’Iran al Venezuela. Con la Russia di Putin, gli imperialisti atlantici si trovati di fronte una potenza in ascesa, irregimentata da una classe dirigente che in parte viene dal management delle multinazionali del gas e del petrolio e dall’altra dagli apparati militari, di sicurezza e di intelligence, certamente non più quella decadente e comprabile a buon prezzo che reggeva il paese negli anni immediatamente post-sovietici. L’Ucraina, assieme al Caucaso e al Medio Oriente, è uno dei fronti principali nei quali la rinata potenza russa ebbe a manifestare la sua proiezione: nel 2009 la disputa tra Kiev e Mosca sul pagamento del gas provocava un irrigidimento del Cremlino che creava problemi di forniture a diciassette paesi europei tra cui l’Italia.

In realtà, è fin dall’inizio del nuovo secolo, che l’Ue ricerca una diversificazione dei propri approvvigionamenti che possa renderla meno dipendente dalla Russia, ma – per gran parte – questa aspirazione strategica è rimasta vana. Solo oggi, dopo che la contraddizione con Mosca è definitivamente scoppiata – il progetto del gasdotto Trans Adriatic Pipeline, che evita il territorio russo portando il gas centroasiatico lungo il crinale della sponda nord del Mediterraneo orientale, pare farsi leggermente più concreto. Nel frattempo, proprio per la natura di aggregato imperialista che contraddistingue l’Ue, le potenze europee hanno giocato in ordine sparso, lasciandosi in parte disarticolare dal rapporto che la Russia e la sua longa manus Gazprom ha offerto ad ognuna di loro.

Ad esempio, l’Italia – in gran parte fregandosene della coesione europea – ha partecipato al progetto del South Stream e perfino oggi non ha pudore nel rientrare in quello del Turkish Stream, con il quale Putin punta ad aggirare l’Ucraina tramite Turchia e Grecia. E anche la potenza guida dell’Ue, la Germania, ha portato avanti i suoi interessi specifici in consorzio con la Russia, realizzando il gasdotto North Stream che passa sotto le acque del Mar Baltico.

Contemporaneamente rispetto a questa diversificazione e anche in conseguenza ai limiti evidenti di tale approccio strategico, nella carenza di una reale unitarietà dell’approccio degli imperialisti europei, Bruxelles ha perseguito la costruzione di rapporti di forza, economici e politici, più favorevoli ad essa nei confronti di Mosca. L’avanzata verso est, via via allargando la propria sfera di influenza e portando paesi ex socialisti all’adesione, è stata la via obbligata per rafforzarsi rispetto alla Russia, mettendola per molti versi all’angolo. Porre le mani sull’Ucraina, in particolare, significa per Bruxelles conquistare il corridoio energetico attraverso cui la Russia la rifornisce della quota maggioritaria di idrocarburi energetici che affluiscono sui mercati del vecchio continente. Si tratta di un’operazione evidentemente strategica per gli interessi del grande capitale europeo: dalla frontiera russo-ucraina in poi, il gas e il petrolio circolerebbero senza ulteriori dazi fino a Lisbona, determinando così le condizioni di profitto e rendita più favorevoli ai monopoli energetici europei della distribuzione e all’intero ciclo produttivo-finanziario in mano alle borghesie imperialiste dell’Ue, a partire dal fatto che a trattare con Mosca non sarebbero i deboli, divisi e in buona parte succubi capitalisti ucraini, ma – almeno in teoria – l’Europa come peso complessivo.

Infatti, gli imperialisti europei sono consapevoli che per la Russia la ricchezza energetica è contemporaneamente il suo punto di forza e il suo punto di debolezza. Il gas e il petrolio costituiscono infatti il 60% delle esportazioni russe e, per entrambi questi due prodotti, il mercato europeo ne assorbe una quota pari o addirittura superiore alla metà. Se è vero dunque che l’Ue è dipendente dalla Russia per le forniture, è simultaneamente vero che la Russia è altrettanto incapace – almeno per il momento – di trovare mercati di sbocco equivalenti a quello europeo, nonostante Putin dopo lo scontro sull’Ucraina stia facendo passi in tal senso verso la Cina. L’accordo del maggio 2014 tra governo cinese e russo, che prevede 400 miliardi di dollari per trent’anni di forniture a partire dal 2018, va proprio nella direzione di trovare mercati alternativi a quello verso l’Ue.

Per il momento però, il corrispettivo vincolo tra Federazione Russa e Unione Europea nelle esportazioni/importazioni di gas e petrolio comporta l’ambivalenza tipica di quella che il materialismo dialettico chiama “unità di opposti”. Lo sviluppo della contraddizione interimperialista avviene contemporaneamente su un terreno di compenetrazione economica su cui si innesta la direttrice di un scontro politico condotto dalle rispettive parti per conseguire rapporti di forza via via più avanzati o difendere le posizioni acquisite.

Anche nel caso del rapporto Ue – Russia, l’unità di opposti si conferma tendente alla scissione e dunque allo sviluppo, attraverso lo scontro tra i poli che la compongono, sulla base di condizioni oggettive e del ruolo di forze soggettive politico-strategiche. La frattura prodottasi tra Ue e Russia non era predeterminata meccanicamente, ma è stato il frutto di una serie di fattori ben precisi, che hanno trovato epicentro di effetti e d’azione nel teatro ucraino. Abbiamo già detto come la classe dominante russa abbia trovato in Putin e negli apparati politici, economici e militari a lui legati, un soggetto strategico capace di risollevarne le sorti complessive, operando dall’interno – con epurazioni contro la “quinta colonna” cioè la frazione borghese legata a Ue e Usa – e proiettandola con successo all’esterno, incuneandosi nelle contraddizioni sempre più forti che le politiche globali degli imperialisti avversari si trovano difronte. Che le vicende ucraine siano il frutto anche della forza con cui il presidente Putin, assieme all’intera dirigenza russa, ha affrontato questo tentativo di sfondamento ad est da parte del blocco Usa-Ue-Nato risulta piuttosto chiaro: la demonizzazione che lo ha colpito da parte dei mass media europei e americani ne è la riprova finale e va ad aggiungersi a quella martellante e sapiente propaganda di guerra che gli imperialisti atlantici conducono contro tutti gli stati, i gruppi politici e i popoli che si frappongono fra di essi e il dominio globale.

Ma anche il fattore soggettivo “Putin” si muove su un terreno oggettivo fondamentale che è dato, come fattore contraddistinguente la presente fase, dalla crisi economica del capitalismo internazionale. Lo strappo ucraino è arrivato infatti nel momento in cui si incrociavano la crisi dei debiti sovrani in Europa e la Russia entrava in una fase di forte rallentamento di quella crescita che contrassegnò il proprio capitalismo negli anni tra il 2000 e il 2012, figlia di determinate condizioni, come l’aumento del prezzo del greggio e le politiche di quantitative easing della Fed statunitense, che nel 2013 decise di diminuire progressivamente le immissioni di denaro, provocando scossoni in tutta l’area delle potenze emergenti (i cosiddetti Brics – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

La contesa russo-europea sull’Ucraina si sviluppa quindi in una situazione di aggravamento della crisi sia per Mosca che per Bruxelles. In gioco ci sono principalmente i rapporti di forza energetici, come abbiamo visto, ma anche, secondariamente, vi è il controllo del mercato ucraino, storicamente legato alla Russia, ma spostatosi progressivamente verso l’Ue proprio a partire dalla “rivoluzione arancione”. Nel giugno del 2014, il regime golpista, oltre a firmare l’accordo di associazione con l’Ue, ha deciso l’ingresso del paese, a partire dal 2016, in una zona di libero commercio con Bruxelles, il che permetterà agli imperialisti europei di mettere le mani su tutta l’economia ucraina, in particolare sul settore agricolo e su quello della produzione industriale, che fanno loro particolarmente gola.

Già i nazisti puntavano, nell’attacco all’Urss, al pieno controllo dell’Ucraina in quanto “granaio d’Europa” e ancora adesso il paese detiene circa un terzo delle riserve di “terre nere” del mondo (32 milioni di ettari) e il 27% dei campi arati dell’intero vecchio continente. Proprio al primo gennaio del 2016, è prevista la scadenza della moratoria che limita l’accesso dei capitali stranieri alla proprietà della terra, distribuita tra i contadini dopo la decollettivizzazione postsovietica. Già negli anni scorsi, aggirando la moratoria, i grandi monopoli statunitensi come Monsanto, Adm e Bunge hanno iniziato un’espansione negli investimenti agricoli in Ucraina: questi elementi fanno pensare che, proprio come nel progetto del Terzo Reich nazista, a Kiev spetterà il ruolo di produttore agricolo in una divisione del lavoro internazionale secondo gli interessi del blocco imperialista euro-atlantico. Anche perché, sull’altro fronte, quello della produzione industriale, il capitalismo ucraino, legandosi all’economica europea e voltando faccia alla Russia, rischia o la desertificazione a vantaggio dei concorrenti produttori dell’Europa dell’ovest, in particolare tedeschi, come già successo in buona parte dell’est Europa, o la specializzazione in alcuni beni, come il ferro e l’acciaio, che già attualmente costituiscono il 13,3% delle importazioni totali di questi metalli verso i paesi Ue.

Dunque, ciò che le potenze imperialiste alla testa dell’Unione Europea perseguono strategicamente è integrare e ripartire a proprio favore il mercato ucraino a livello complessivo, a partire dal piano energetico, scontrandosi inevitabilmente con la Russia per il controllo di quello che era, fin poco fa, il suo “giardino di casa”.

La ripartizione dei mercati, nell’ambito di uno scontro interimperialistico dettato come necessità oggettiva dalla crisi del capitalismo internazionale, tende però a divenire anche riposizionamento e accerchiamento strategico del nemico sul piano politico – militare. Il tassello ucraino, dopo gran parte dell’ex campo socialista nelle proprie mani e la penetrazione salda nell’ex spazio sovietico attraverso i paesi baltici, è un nuovo grande avanzamento del blocco euro-atlantico contro la Russia. Si tratta però, per l’appunto, di un accerchiamento che avviene sulla base del riposizionamento dell’Alleanza Atlantica, a guida statunitense, più che di una reale capacità dell’Unione Europea, su basi autonome, di esercitare pressione su Mosca. Tutte le risposte militari internazionali che sono state elaborate e praticate in risposta alla Resistenza del Donbass e all’intervento russo in Crimea, così come in generale alla posizione del Cremlino sulla guerra civile nel paese confinante, appartengono al piano della Nato e non a quello di Bruxelles. In tal senso possiamo citare la quadruplicazione delle truppe atlantiche schierate nei paesi baltici così come il prolungamento della missione Baltic Air Patrol di pattugliamento dei loro cieli (affidata all’aeronautica italiana), lo spostamento di cinquecento soldati statunitensi del secondo Reggimento di cavalleria, con centodieci mezzi corazzati al seguito, dalle basi in Germania a quelle in Ungheria, l’attivazione di sei nuovi quartieri generali dell’Alleanza in Lituania, Estonia, Lettonia, Polonia, Romania e Bulgaria, la conduzione di ampie esercitazioni internazionali nel vecchio continente e nel Meditteraneo (Swift Response, Ample Strike, Trident Juncture, diretta anche dal comando di Napoli) oltre che sul terreno ucraino, l’addestramento alle forze del governo di Kiev e persino dei battaglioni composti da militanti fascisti, la partecipazione del segretario generale della Nato, il boia Stoltenberg, al Consiglio di sicurezza nazionale ucraino al fianco del presidente fantoccio Poroshenko e, infine, tanto per rendere chiare le cose anche dal punto di vista diplomatico, l’apertura di un’ambasciata dell’Alleanza Atlantica nella capitale ucraina. Poroshenko non fa mistero che uno dei maggiori obbiettivi della sua presidenza è l’approdo del paese all’Alleanza Atlantica, che costituirebbe una sfida a Mosca dalle conseguenze ancora indefinibili.

L’affondo militare del cosiddetto occidente in Ucraina e in tutta l’Europa Orientale è dunque affidato alla Nato, sviluppando così quel processo di penetrazione e conquista che ha il suo grande e sanguinoso inizio con l’aggressione alla Jugoslavia nel 1999. Si arriva così alla situazione attuale, ove ad esempio l’operazione Tridente Juncture, vera e propria prova di forza atlantista sopratutto rispetto alla Russia, vede l’Unione Europea figurare tra le organizzazioni sovranazionali che parteciperanno alle manovre militari, non con i singoli Stati, ma come apparato complessivo.

Il protagonismo della Nato ci deve far comprendere come, in ultima analisi, il risultato strategico maggiore, rispetto al conflitto sull’Ucraina, non sia quello ottenuto dall’Ue, ma dagli Stati Uniti. Un’Europa che va verso la guerra imperialista inevitabilmente, date le attuali condizioni oggettive della crisi del capitalismo internazionale, non può che ulteriormente affidarsi alla direzione statunitense, per via delle maglie strategiche, politico militari, strette fin dalla fine della Seconda guerra mondiale e rafforzate con il crollo dell’Urss e, infine, della capacità direzionale e unitaria rispetto ai vari imperialismi “occidentali” che la Nato e dunque gli Usa riescono ad esercitare tuttora.

Se guardiamo a tutti i passaggi della cosiddetta crisi ucraina, possiamo osservare come mentre le potenze imperialiste europee hanno perseguito lo scontro con la Russia come “guerra di posizione” nel vecchio continente, per avere rapporti di forza più avanzati con Mosca sul piano complessivo (energetico, economico generale, politico), gli Usa, dal canto loro, l’hanno condotta come “guerra di movimento”, cioè in sviluppo continuo, a partire anche dalla sua concatenazione con altri fronti globali di attrito, in primis quello del Medio Oriente e della Siria in particolare. Questo lo si vede innanzitutto dalla differente gestione sul piano diplomatico, con le maggiori potenze dell’Ue (Francia e Germania) che hanno ottenuto gli accordi di Minsk per pacificare il fronte nel Donbass e stemperare il conflitto aperto con la Russia e dall’altra parte gli Stati Uniti che, seguiti a ruota dai settori più nazionalisti della politica ucraina, si sono accodati a questi accordi solo per rovesciarne il peso politico e militare tutto a scapito di Mosca, gli hanno implicitamente sabotati promuovendo, in contemporanea, la massiccia fornitura di armi sempre più tecnologiche ai boia di Kiev e hanno stretto rapporti via via più forti con le milizie fasciste, che sono continuamente alla ricerca di provocazioni per far saltare la tregua nel Donbass.

Capitalizzando il ruolo della Nato, portando avanti le opzioni più oltranziste contro la Russia e contro la Resistenza del Donbass, l’amministrazione Obama non persegue solo l’avanzamento verso Est del proprio dominio, come condizione di sviluppo della strategia di guerra contro la Russia e le altre potenze “emergenti” (Cina in primis), ma lo interrelaziona all’apertura di una faglia economica, politica e militare tra Bruxelles e Mosca, inserendosi nel mezzo su tutti i piani. Principalmente su quello energetico, puntando strategicamente a travasare la sovrapproduzione di shale gas verso l’Europa, unendo così necessità economiche a finalità di controllo geopolitico in chiave antirussa e dando sviluppo a quella destabilizzazione dei mercati energetici che, sfruttando l’estrazione e la commercializzazione di idrocarburi da scisti, la Casa Bianca ha promosso contro il Cremlino. Lo spingere il pedale sulla guerra di sanzioni contro la Russia, che dal canto suo ha reagito con controsanzioni, è stato funzionale proprio a rompere quella reciproca compenetrazione economica tra Ue e Federazione Russa, determinando così le condizioni per gravissimi danni ad entrambi questi contendenti, colpendo in particolare il cuore industriale e politico dell’Unione, quella Germania che già nella prima metà dello scorso anno aveva perso un quarto delle esportazioni verso Mosca. Gli Usa sono riusciti anche a dividere in maniera più o meno netta l’Unione tra la cosiddetta “nuova” e “vecchia” Europa: la prima, costituita da gran parte dei nuovi paesi aderenti dell’est, schierati su posizioni saldamente antirusse [4], e la seconda formata dalle tradizionali potenze dell’ovest, più inclini alla trattativa interimperialista con Putin. Questa dicotomia ha contribuito notevolmente alla contradditorietà di tutte le iniziative diplomatiche europee verso la crisi ucraina e la Nato, dal canto suo, l’ha utilizzata per trasformare senza troppi fronzoli e tentennamenti i paesi dell’Europa Orientale in avamposti militari contro la Russia.

L’aver allargato il fossato tra Russia e Ue sul piano delle relazioni economiche, consente agli Usa di rilanciare l’avvicinamento delle due sponde dell’Atlantico anche sul piano degli scambi mercantili e della divisione del lavoro, attraverso lo strumento del trattato di libero commercio con Bruxelles, che dovrebbe definirsi entro quest’anno. La sua firma, rappresenterebbe il coronamento di una strategia di riaffermazione del predominio statunitense in Europa che non poteva fermarsi solo al piano politico-militare, in primis con il ruolo della Nato, ma doveva alla fine arrivare anche alla dimensione economica.

In ogni caso, la rinsaldata alleanza in chiave antirussa tra Ue e Usa, seppur tende a schiacciare la prima sugli interessi e sulle priorità strategiche dei secondi, non può che essere obbligata per Bruxelles non solo per misurarsi per le contingenze strategiche di oggi, ma in senso generale e di lunga fase, visto l’inevitabilità della guerra imperialista come sbocco della crisi di sovrapproduzione del capitalismo a livello globale. Tale crisi tende a svilupparsi secondo la contraddizione tra diverse potenze imperialiste, la cui competizione economica diventa dapprima scontro politico militare su alcuni fronti, com’è oggi l’Ucraina, e poi generale, a dimensione mondiale e diretta, come già avvenuto nei due conflitti del ’14-’18 e del ’39-’45. Ciò che si assiste a livello globale, oggi, è l’ascesa di nuove potenze imperialiste, o comunque tendenti a tale stadio di sviluppo capitalistico, tra cui la Russia, assieme agli altri Brics. Questa ascesa rientra nella crisi come fattore di sovrapproduzione generale, per cui i mercati sono sempre più stretti per essere ripartiti fra le vecchie (Usa e potenze europee) borghesie imperialiste e quelle emergenti. Con l’aggravarsi della crisi, aumentano le contraddizioni interimperialiste che preludono allo scontro generale, con un nuovo conflitto mondiale, l’unico mezzo-risultato attraverso cui, distruggendo le posizioni dei concorrenti, il ciclo di accumulazione capitalistica può riprendere positivamente. L’Unione Europea, preso atto della crisi e lungo la prospettiva dell’inevitabilità della guerra, essendo giocoforza unita agli Usa, non può che essere conseguente a questa situazione oggettiva e puntare a posizionarvisi, articolando in termini di sintesi a politico – militare generale quella aggregazione fondamentalmente economica di diverse borghesie imperialistiche e capitalistiche, che costituisce la sua natura.

Conclusioni

La contesa sull’Ucraina ha segnato il passaggio, nell’attuale fase, con il quale la contraddizione interimperialista si avvia a divenire principale sul piano globale. Tale passaggio è assolutamente inevitabile nel procedere della crisi economica e nello sviluppo della tendenza alla guerra imperialista.

A cent’anni dalla Prima Guerra Mondiale, l’Europa è ritornata a essere terreno di scontro militare e l’Unione Europea, che a suo tempo avrebbe dovuto essere sorta per prevenire nuovi conflitti nel continente, ne è coinvolta da protagonista. Nel farlo, l’Ue ha dimostrato tutte le sue contraddizioni: la questione dell’indipendenza energetica, la difficoltà ad assumere posizioni unitarie, la necessità di legarsi mani e piedi agli Usa, le ricadute sul piano economico interno con le sanzioni. Di risposta, abbiamo il tentativo russo di infilarsi nelle debolezze dell’Unione stessa, con il sostegno offerto, in un primo tempo, a Tsipras, con il tessere legami con buona parte dei movimenti cosiddetti antieuropei, sopratutto quelli legati alla destra nazionalista e identitaria e soprattutto con le lusinghe ai governi e ai monopoli energetici europee in materia di nuovi corridoi energetici (Turkish Stream e raddoppio di North Stream).

Nel fondamento della crisi e sul piano della guerra, la contraddizione tra essere aggregato di diverse borghesie imperialiste e capitaliste non solo non ha impedito che essa si muovesse sul piano della scontro con la Russia, ma anche che di tale scontro diventasse il campo sul quale l’Unione deve provare la propria collocazione e funzione strategica globale e nei confronti dei singoli stati che la compongono. Parafrasando quanto disse Lenin, “gli stati uniti d’Europa o sono impossibili o sono reazionari“, oggi possiamo dire che l’Unione Europea o è per la guerra e con la guerra si svilupperà, o non sarà. Nel senso che il rafforzarsi di un aggregato di paesi imperialisti e capitalisti si misura sul piano a cui oggi la crisi oggettivamente conduce a livello globale, quello della guerra, altrimenti esso non ha nessun senso. E, infatti, coerentemente, gli imperialisti europei si stanno muovendo su tale piano. Ciò va aldilà delle pressioni statunitensi, che non sono causa del fatto che l’Europa sia divenuta guerrafondaia, come dicono i revisionisti d’ogni risma, ma il cui approfondirsi dell’alleanza con l’Ue, con quest’ultima in chiave subordinata ma assolutamente interessata, rappresenta una conseguenza della necessità degli imperialisti europei di misurarsi sul piano della guerra globale, non avendone gli strumenti propri. E la guerra come sbocco inevitabile della crisi significa anche “comando strategico” verso di essa, anche sacrificando interessi in ogni campo. Le sanzioni non dimostrano che il conflitto con la Russia è contrario agli “interessi europei”, ma illustrano viceversa a quale prezzo l’Ue vuole continuare a marciare sul piano strategico della guerra.

L’imperialismo è un sistema che ha nel gene fondativo la guerra e dunque si muove verso di essa aldilà dei costi che essa assume nei vari passaggi, anche rispetto agli stretti e concreti interessi economici contingenti. E’ una questione di strategia.

E’ questa strategicità della guerra imperialista che ci pone la necessità, come comunisti e come movimento di classe, di porla all’ordine del giorno nella nostra prassi politica. Anche perché sempre di più, essa tocca tutte le questioni che abbiamo difronte: pensiamo all’immigrazione, con l’esodo dei profughi dalle zone di conflitto, o anche a quanto, sul tema del lavoro e delle condizioni di vita, il reciproco scambio di sanzioni tra potenze imperialiste vada a pesare su settori di proletariato e masse popolari. Detto ciò non possiamo affermare, d’altra parte, che essa non si affermi come una contingenza tra le altre, paragonabile per concretezza immediata alla questioni del lavoro, del territorio, della scuola…Persino laddove le servitù militari vanno a toccare la vita delle masse, non è immediato il passaggio, nella coscienza della lotta, dalla difesa del territorio all’opposizione alla guerra imperialista. Ma in questo sta la strategicità della questione della guerra imperialista anche per noi comunisti: dobbiamo porla all’ordine del giorno, contribuendo innanzitutto a costruire un movimento reale e pratico, perché essa polarizza le classi aldilà di ogni contingenza immediata e spontanea. Perché essa, con tutto che comporta di drammaticità estrema e allo stesso tempo di mutevolezza delle condizioni esistenti, chiama all’alternativa assoluta tra comunismo o barbarie, ponendo dunque la necessità della costruzione dell’opzione politica rivoluzionaria.

 

Note

[1] Inogate è un programma dell’Ue volto alla collaborazione in campo energetico con i paesi dell’area del Mar Nero e del Mar Caspio.

La Polonia e la Lituania entrarono a far parte dell’Ue proprio nel 2004; la seconda nello stesso anno aderì anche alla Nato, mentre la prima vi aveva già fatto ingresso nel 1999. L’Azerbaijan nel 2004 entrava nella Politica Europea di Vicinato promossa da Bruxelles per allargare la sua influenza verso l’area ex sovietica.

[2] Ad esempio la privatizzazione dell’azienda metallurgica Kryvorizhstal, già venduta per 800 milioni di dollari ai due capitalisti filorussi Rinat e Achmetov sotto la presidenza Kucma, venne annullata nel 2005, con il successivo riacquisto per 4,81 miliardi alla multinazionale Mittal Steel, del gruppo anglo-indiano ArcelorMittal.

[3] La posizione dei paesi dell’Europa Orientale aderenti all’Ue si spiega con il combinato disposto di diversi fattori di contraddizione. Il potere russo derivato dalla loro pressoché assoluta dipendenza energetica è vissuto come un continuo ricatto da parte di classe dominanti proiettate, negli altri campi economici e a livello politico-ideologico, verso la sudditanza all’ovest, alle grandi potenze europee e agli Stati Uniti. In più, esse sono timorose dalle convergenze di interessi tra le potenze europee e Mosca, perché temono di pagarle in termini di emarginazione vista la scarsa affidabilità, sul piano economico e politico, che offrono per entrambe. Vi veda ad esempio, come il gasdotto Nord Stream abbia oltrepassato via mare i paesi baltici e la Polonia per portare il gas russo direttamente in Germania. Pesano inoltre tentativi di espansionismo regionale, come per la Polonia, storicamente interessata a metter mano sull’Ucraina Occidentale.

[4] Infatti, dopo il golpe, i prestiti della troika hanno portato il debito pubblico ucraino dal 95% al 122,8 % del pil che, fra l’altro, è dato attualmente in caduta al meno 12%, con una perdita della produzione industriale del 20%. E ovviamente, Ue e Fmi, oltre allo strozzinaggio, stanno imponendo una serie di misure antiproletarie e antipopolari: ulteriori privatizzazioni, liberalizzazione selvaggia del mercato del lavoro, massicci tagli della spesa pubblica…

 

Fonti sitografiche

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La “maledizione” ucraina nella storia russa, R. Pallavidini, in Eurasia n° 4/2014

La prima Ucraina indipendente, A Forti, in Eurasia n° 2/2014

Mosca sogna in grande, ma l’economia è di nuova a terra, G. P. Caselli, in Limes n° 8/2014

Note di fase Giugno 2014, Collettivo Tazebao

Note di fase Maggio – Giugno 2015, Collettivo Tazebao

Note di fase metà estate 2013, Collettivo Tazebao

Ucraina Golpe Guerra Resistenza, Rete nazionale “Noi saremo tutto”, Redstarpress, 2015

Ucraina un’analisi di classe, Collettivo “Odessa 2 Maggio, 2015

Un conflitto per il controllo dell’Eurasia, I. Dimitrova, in Eurasia n° 4/2014

Petrostatus, M. Nicolazzi, in Limes n° 12/2014

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