L’Europa nella crisi – la crisi dell’Europa

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Antitesi rivista n. 1 
Editoriale 

L’Europa nella crisi – la crisi dell’Europa

“Dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo, ossia dell’esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali ‘progredite’ e ‘civili’, gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari”.

Così scrisse Lenin nel 1915, all’inizio della Prima guerra mondiale, nell’articolo intitolato, per l’appunto, “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”. E a cent’anni di distanza, rispetto al progetto unitario delle borghesie del vecchio continente, che nel frattempo ha trovato forma e sostanza nell’Unione Europea, siamo ancora difronte a questo bivio: impossibilità di sviluppo, difronte a contraddizioni interne via via più laceranti, oppure sviluppo in senso assolutamente reazionario.

Ciò discende dalla natura stessa dell’Unione Europea, che consiste nell’aggregazione economico-politica formata da più borghesie imperialiste o capitaliste, in quanto classi dominanti dei paesi aderenti. Da un lato, la tendenza all’impossibilità che pervade il progetto unitario europeo, quantomeno nello sviluppo in senso di unificazione reale, dunque complessiva e sostanziale, viste le contraddizioni di interessi che oggettivamente dividono le borghesie aggregatesi, perlopiù aggravate dalle contraddizioni del sistema imperialista internazionale nell’attuale fase di crisi di sovrapproduzione. Dall’altro, la tendenza ad un suo sviluppo in senso via via più reazionario, come regime di centralizzazione continentale delle politiche antiproletarie e antipopolari delle classi dominanti europee o, peggio ancora, delle fazioni più potenti fra di queste e, sul fronte internazionale, come polo di proiezione imperialista, in lotta per la ripartizione dei mercati e dunque nei termini della guerra.

L’elemento che distingue l’Unione Europea dagli altri grandi attori della contesa interimperialista mondiale (Usa, Russia, Cina…) è propriamente questo suo essere unità di opposti non solo nella divisione di classe tra sfruttati e sfruttatori nelle rispettive società, ma all’interno dello stesso assetto di potere delle classi dominanti che l’hanno creata con la propria aggregazione, il cui scontro e la cui sintesi danno movimento alle tendenze suddette [1]. È propriamente questo movimento che dà corpo all’esistenza dell’Ue, nei rapporti economici (di forza) al suo interno tra le diverse borghesie dei singoli paesi, nel suo darsi forma politico-istituzionale, nelle politiche generali a livello economico, di cui la Banca Centrale Europea è la grande artefice sul piano monetario-finanziario, e infine nel suo proiettarsi sugli scenari mondiali.

Tutto ciò è divenuto ancora più evidente nella fase di aggravamento della crisi del capitalismo internazionale, così come è venuta ad approdare e a manifestarsi in Europa e sopratutto nell’area dell’euro, una volta assunta la dimensione di “crisi dei debiti sovrani”, che con il caso greco ha toccato il suo apice. All’interno di questo processo, infatti, la Grecia ha costituito l’anello debole della catena imperialista europea per tutti questi anni e sta continuando ad esserlo, rispetto al quale si sono evidenziate le contraddizioni interne all’Ue fra le diverse borghesie aggregatesi al suo interno e dunque sui destini del processo unificatorio, non solo nei termini della sua tenuta rispetto alla paventata grexit, ma al suo realizzarsi e riprodursi in termini generali e progettuali rispetto a contrasti di interessi sempre più forti.

In Grecia non abbiamo visto solo il tentativo, poi abortito con una sorta di golpe su pressione finanziaria, di resistenza alle pressioni della troika Commissione Europea-Bce-Fondo Monetario Internazionale da parte del governo Tsipras, espressione di una borghesia capitalista greca strozzata dalle condizioni di austerità imposte a livello di Unione, sopratutto per volere della borghesia imperialista tedesca. Ma è anche chiaramente emerso il più generale scontro tra quest’ultima, col suo codazzo di borghesie dei paesi del Nord, e l’intera fascia meridionale dei vituperati Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), nonché con la Bce, in quanto espressione della tendenza unitaria a livello finanziario, con la centralizzazione del debito, contrapposta all’unilaterale austerità imposta dalla Germania, la quale si faceva promotrice della linea secondo cui il debito nazionale dei singoli paesi non deve pesare a livello centrale. E infine abbiamo assistito alla scontro che ha diviso ancora una volta Berlino con le altre borghesie imperialiste, che mal sopportano la prevalenza tedesca per tutta una serie di propri interessi, peraltro divergenti dall’una all’altra, come la Francia e di nuovo l’Italia, per rimanere all’interno dell’area euro, e la Gran Bretagna, al suo esterno.

La stessa troika che ha preso in mano la gestione della crisi dei debiti sovrani a partire proprio dalla Grecia, è un organismo tripartito tra Commissione dell’Ue, Bce e Fondo Monetario Internazionale. Cioè rispettivamente tra l’organo esecutivo dell’Unione, ove l’influenza tedesca è predominante, l’organo di unità finanziaria, nel quale la linea di Draghi è stata quella di tramutarlo in una sorta di Fed europea, per accentrare la gestione dei “debiti sovrani”, trovando opposizione ancora una volta dalla linea tedesca di imporre misure di austerità a livello di singolo paese, e l’organizzazione creditizia globale sotto sostanziale controllo statunitense.

Proprio l’elemento statunitense ci riconduce, infatti, all’altro grande fattore contraddittorio dell’Unione Europea: non una questione di rapporti interni, come nelle tendenze generate dagli interessi delle diverse borghesie, ma una questione di rapporto esterno che va a pervadere complessivamente quelli interni, ovvero quello con gli Stati Uniti. Con la loro vittoria nella Seconda Guerra Mondiale e nella “guerra fredda” con l’Urss, essi rappresentano la potenza più influente in Europa, tanto che la cartina dell’Ue tende quasi a corrispondere con quella della Nato.

Anche nel caso del rapporto Usa-Ue, ci troviamo difronte ad una realtà duplice: Washington teme il potenziale di insubordinazione al suo comando che Bruxelles potrebbe rappresentare, quanto ne sostiene l’unitarietà di sviluppo perché è consapevole che il suo sfacelo significherebbe terreno di conquista libero per avversari imperialisti ben più temibili, come Russia e Cina.

Il ruolo statunitense rispetto al conflitto ucraino è emblematico di questa posizione: tramutare l’espansione dell’Ue verso est, che nei piani degli imperialisti europei avrebbe voluto dire nuovi mercati e nuovi rapporti di forza con la Russia, in rottura totale con quest’ultima. In modo così da scavare un fossato tra Bruxelles e Mosca, nel quale gli Usa possano ribadire il loro primato irrinunciabile di unico “partner strategico” del vecchio continente, che l’imminente firma del trattato di libero commercio Usa-Ue ribadirà una volta per tutte e tentando così di compattare l’Ue contro il nemico esterno (e comune al blocco atlantico) costituito dalla Russia. Così come le pressioni statunitensi per scongiurare ogni ipotesi di “grexit”, rivelano i timori della Casa Bianca che gli anelli deboli della catena imperialista europea si tramutino in brecce nelle quali trasbordino i rivali imperialisti, rispetto ai quali il governo Tsipras aveva già dimostrato tutta la sua disponibilità, aderendo al Turkish Stream promosso da Mosca in alternativa al defunto South Stream e spalancando il Meditteraneo agli imperialisti cinesi con la vendita del porto del Pireo.

Queste ultime riflessioni ci rimandano ad una migliore comprensione della parte iniziale del nostro ragionamento. In particolare, ci permettono di rispondere ad una domanda che sorge spontanea e cioè qual è il motivo per cui delle borghesie con interessi divergenti si sono aggregate in un processo unificante a livello economico-politico. La risposta sta proprio nella posizione internazionale che l’Europa tende ad occupare a partire da più di due decenni in qua, rivelatasi appieno nell’attuale fase di aggravamento della crisi del capitalismo internazionale: quella di area economica un tempo dominante sugli scenari globali e adesso in permanente decadenza, già scalzata storicamente dal proprio alleato-capofila statunitense e negli ultimi anni sotto scacco dalla concorrenza asiatica, cinese in primis, e con invariabili problemi di dipendenza energetica, sopratutto nei confronti della Russia. È il difendere ed espandere il peso internazionale economico e poi politico, nel contesto della crisi e delle tendenza alla guerra imperialista, che ha spinto borghesie per molti versi rivali a darsi l’unità monetaria, organi finanziari e politici centralizzati e una dimensione legale e giuridica comune.

Il punto nodale nel dibattito tra comunisti e tra le forze di classe, che ha un riflesso generale nel movimento e persino nelle masse, è quale sia la giusta politica di opposizione e come vada concretizzata rispetto a quel mostro imperialista che è l’Ue.

A parte la feccia riformista neo-keynesiana e neo revisionista, che affermando “un’altra Europa è possibile” accetta i fondamenti del progetto imperialista europeo e le sue conseguenze per i popoli – come dimostra il tradimento totale di Tsipras – lo sguardo andrebbe rivolto, in seno al campo comunista e alle forze di classe, alla rivendicazione politica di sovranità nazionale, con tutti gli annessi e connessi che possono essere riassunti nell’insolvenza del debito e nell’uscita dall’euro e dall’Unione. Sul piano reale, questa risposta al potere di Bruxelles, sposta il baricentro della politica dallo sviluppo della lotta di classe del proletariato, a quello del farsi promotore dello sviluppo delle contraddizioni interimperialiste e interborghesi all’interno dell’Ue. Con il risultato che la posizione proletaria rischia di convergere con esperimenti socialdemocratici fuori tempo massimo, tipo Syriza e Podemos, o addirittura con parole d’ordine di ristrutturazione finanziaria – monetaria fatte propria dalla destra nazionalista e dalle forze populiste, che sono il riflesso immediato della media e piccola borghesia in contraddizione con i monopoli di Bruxelles (pensiamo alle Lega in Italia).

Invece, la disarticolazione del piano reazionario di aggregazione imperialista dell’Europa unica passa attraverso lo sviluppo della lotta di classe contro le singole borghesie che la compongono e attraverso la pur difficile prospettiva del collegamento di queste lotte a livello continentale. All’aggregazione imperialista e capitalista, il proletariato e i comunisti devono rispondere con l’internazionalizzazione della lotta di classe come orrizzonte, e all’indebolimento delle singole classi dominanti e dei singoli esecutivi reazionari sul fronte nazionale. Anche perchè la gabbia dell’Unione Europea è formata da un serie a sua volta di gabbie, innanzitutto salariali, che vengono messe in campo come strumento di ricatto per la classe operaia nelle sue frazioni nazionali. E sopratutto perché le politiche antiproletarie dei singoli paesi e delle singole borghesie si muovono in dialettica positiva con i processi di centralizzazione finanziaria e politica dell’Ue, essendo questi secondi null’altro che elaborazione e sintesi di modelli che vengono accettati e sopratutto promossi dal consesso imperialista di Bruxelles. E qualora si verifichino contraddizioni tra classe dominante nazionale – o tra talune sue fazioni – e progetto imperialista europeo, la subordinazione anche incosciente della visione e dell’azione del proletariato alle prime sarebbe un grave errore.

In conclusione, la lotta all’Ue passa concretamente e principalmente per la lotta contro i padroni e i governi di casa propria e oggi la lotta contro i padroni e i governi di casa propria non può che significare contrasto generale alle politiche reazionarie che l’Ue impone per compattare gli interessi e le strategie di offensiva antiproletaria delle singole classi dominanti nazionali, a beneficio del suo progetto aggregativo sovranazionale. Ogni contraddizione tra piano borghese nazionale e piano sovranazionale dell’Unione, come avvenuto in Grecia, può permettere alla tendenza della lotta di classe di rafforzarsi, se essa riesce a darsi forza autonoma per rifiutare la cooptazione politico-ideologica nella prospettiva sovranista borghese, nelle varianti socialdemocratiche o nazionalistiche, e contemporaneamente riesce a contribuire allo sviluppo delle contraddizioni in senso opposto e disgregativo rispetto al progetto imperialista unitario europeo.

Così insegna la Grecia: in senso positivo con la mobilitazione di popolo che ha rappresentato il principale fattore di pressione sul governo Tsipras, che altrimenti avrebbe ceduto ben prima ai diktat della troika e che tuttora si trova in difficoltà a far digerire ai greci nuove misure di “austerità”, e in senso negativo con il tradimento che il governo Tsipras ha compiuto rispetto alle aspirazioni delle masse.

Dunque, la prima “rivendicazione” da attuare nella lotta e con l’organizzazione è quella non della sovranità dall’Ue, ma della nostra sovranità di classe, cioè dell’autonomia del proletariato rispetto alle classi dominanti.

[1] Tendenzialmente ogni borghesia dominante in un dato paese si divide in fazioni, con radici sul piano materiale-economico, riflessi sul piano politico e rapporti di esse che possono divenire anche antagonistici. Rispetto alla Ue, il quadro è diverso e ben più complesso: non si tratta di una differenziazione e contraddizione interna alla classe dominante o alle classi dominanti di un singolo paese, ma rispetto all’aggregarsi di più paesi e dunque di più classi dominanti, a loro volta divise al loro interno anche in merito al rapporto con tale processo aggregativo.

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