1915-2015: gli Stati Uniti d’Europa, o impossibili o reazionari

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[Dalla sezione 5 del numero 1 di Antitesi]

Le strategie comuni e le contraddizioni interimperialiste delle maggiori potenze dell’Unione Europea continuano a rendere necessaria e urgente un’analisi oggettiva dello scenario in rapida evoluzione che abbiamo di fronte. Anche perché, da qualche anno, alcune soggettività del movimento comunista hanno fatto propria la parola d’ordine generale “uscire dall’Unione Europea e dall’euro“. Il diffondersi, in termini generali, di questa parola d’ordine è segno di avanzamento del nostro campo politico, di emancipazione rispetto alle vecchie tesi revisioniste o neorevisioniste che ponevano l’Europa unita come orizzonte strategico della cosiddetta sinistra. Ma d’altra parte esse vengono declinate come se l’exit strategy da Bruxelles rappresentasse un in sé un evento rivoluzionario. In realtà le contraddizioni interne delle borghesie imperialiste e capitaliste che si sono aggregate nell’Unione Europea la rendono un passaggio sempre possibile, ma, sulla base degli attuali rapporti di forza tra proletariato e padroni a livello continentale e nei singoli paesi, esso sarebbe legato a scelte strategiche o a ripiegamenti delle singoli borghesie nazionali piuttosto che ad un avanzamento rivoluzionario. Quindi questa parola d’ordine generale o viene sviluppata affermando “uscire dall’Unione Europea con la lotta di classe” o rischia di finire funzionale all’egemonia sostanziale del sovranismo borghese nazionalista.

Ciò non significa non ritenere l’Unione Europea un’istituzione e un progetto reazionario in sé, ma semplicemente sviluppare una riflessione a partire da questo dato acquisito. Essendo l’Unione Europea nata dall’aggregazione di classi dominanti reazionarie dei singoli paesi europei, il fatto che una o più di queste decidessero di sottrarsi a questa aggregazione, quando andrebbe in contraddizione con i loro interessi, non fa di queste classi né dei loro interessi un fattore meno reazionario. Bisogna essere coscienti che l’Ue continua a muovesi sulla dicotomia che già Lenin individuò nel 1915, mentre infuriava la Prima Guerra Mondiale, con l’articolo “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”1 ovvero sull’impossibilità di un effettiva e paritaria unificazione dei paesi europei capitalistici – e dunque della continua tendenza allo sviluppo di contraddizioni fra di essi – e dall’altra parte di una natura assolutamente reazionaria di questo processo unitario. Scriveva Lenin: “Dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo, ossia dell’esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali “progredite” e “civili”, gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari”.

Possiamo vederlo dal fatto che, se è vero da un lato che i paesi capitalisti aderenti all’Unione si dimostrano senz’altro coinvolti e in parte protagonisti degli attuali processi di guerra imperialista e in tal senso sviluppano delle politiche comuni, dall’altro le loro priorità di interessi e le loro strategie per perseguirli spesso divergono. Emblematico il caso dell’aggressione alla Libia nel 2011 che, all’interno dei rapporti di gerarchia interimperialista tra le potenze europee, rappresentò il tentativo delle Francia e dell’Inghilterra di ripartire a proprio vantaggio lo sfruttamento del gas e del petrolio libico, a danno sopratutto dell’Italia. Quest’ultima venne costretta infine a partecipare all’aggressione per non perdere la propria fetta di profitto. Tutto ciò mentre l’Unione Europea come istituzione centrale, preso atto dei piani di guerra alla Libia che muovevano buona parte delle sue classi dominanti, si mosse a livello unitario varando, nell’aprile 2011, la missione Eufor Libya, dandone il comando all’Italia come garanzia per i propri interessi strategici nel paese. L’impianto è il medesimo di quello individuato un secolo fa da Lenin perché, oggi come ieri, “in regime capitalistico gli Stati Uniti d’Europa equivalgono ad un accordo per la spartizione delle colonie“.

Un discorso analogo si può fare per quanto riguarda il saccheggio sociale antiproletario e antipopolare che certamente l’Unione Europea e i singoli stati imperialisti promuovono entrambi, ma anche in questo caso con priorità di interesse e modalità diverse se non divergenti. Ciò è da un lato testimoniato dal susseguirsi di controriforme, da ultime quelle varate in Italia dal governo Renzi, quali il Jobs Act, che ritroviamo in forme analoghe anche negli altri paesi, così come la “Buona Scuola” che appare quantomai simile alla riforma dell’istruzione in Francia. Dall’altra però, il governo Renzi e l’Unione Europea entrano in contrasto sulle politiche fiscali: mentre il primo, per fini di egemonia sociale tra la piccola e media borghesia e per rilanciare il mercato immobiliare (cioè i profitti per i costruttori e le rendite per le banche), intende abbassare le tasse sulle abitazioni, la seconda persegue pedissequamente la stabilità finanziaria e pertanto intende imporre ai singoli paesi una fiscalità pesante e centrata su beni certificabili e diffusi, che in Italia significa le case di proprietà.

Anche la vicenda greca è paradigmatica di cosa è concretamente l’Unione Europea e della sua contraddizione permanente. Da un lato le controriforme imposte da Bruxelles: nella sola metà di agosto Atene ne ha approvate cinquantasette, come la reintroduzione dei licenziamenti collettivi, la revisione della contrattazione aziendale a favore dei padroni, l’aumento dell’Iva, l’innalzamento dell’età pensionabile, il taglio dei salari e le privatizzazioni selvagge. La borghesia greca, o almeno la sua fazione che ha trovato nel “sovranista di sinistra” Tsipras il proprio rappresentante, è uscita parzialmente sconfitta dalla rinegoziazione del debito, trovando nuovamente strozzati i propri specifici interessi capitalistici a livello di Unione, ma d’altra parte ha avuto il proprio tornaconto con le controriforme sul piano interno, riuscendo d’altra parte a fermare la spinta di lotta delle masse greche, prima illuse e poi disilluse – ma momentaneamente rassegnate – dalla vergognosa parabola, inizialmente socialdemocratica poi rivelatasi socialreazionaria, di Syriza. La Germania, in questa vicenda, da un lato ha giocato il ruolo di attore protagonista che impone gli interessi della stabilità finanziaria dell’intera Unione, portando avanti la sua linea dell’austerità nei singoli paesi affinché i debiti sovrani non pesino sul costrutto comunitario. Dall’altro lato, si è beccata il suo tornaconto specifico in termini di privatizzazioni, investimenti e sbocchi di mercato. A causa alle politiche di svendita di Tsipras e nell’ambito dell’indebolimento del capitalismo greco, tanto per fare alcuni esempi, la Deutsche Telecom ha aumentato fino al 60% la sua partecipazione all’azienda telefonica di stato greca, il monopolio aeroportuale tedesco Fraport ha messo le mani su 14 scali nel paese ellenico, le esportazioni di prodotti germanici sono passati da un valore di 737 milioni nel 2012 a quello di 4 miliardi del 2014.

Rispetto alla vicenda greca, la dialettica interna all’Unione Europea ha visto dunque da un lato materializzarsi la concreta impossibilità del progetto unitario, con la paventata grexit, e dall’altro il pesare reazionario del potere centrale dell’Unione stessa, che a ben vedere rappresenta principalmente gli interessi della borghesia imperialista dominante al suo interno, quella tedesca.

Sia rispetto alla questione della guerra imperialista, con tutto il suo portato aggressioni, genocidi e ed esodi di massa, sia rispetto alle imposizioni dell’Europa, a prevalente guida tedesca, con tutti i suoi ricatti e spogliazioni delle masse popolari, non può che confermarsi quanto diceva Lenin ovvero che “in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza“.

La forza, cioè la capacità di imporre i propri interessi, è la chiave di volta per capire l’Unione Europea. Forza sul piano internazionale, nella condizioni di crisi generale e globale del capitalismo, che può nascere solo dall’aggregazione di borghesie che tendono ad essere schiacciate dai nuovi concorrenti come Cina, Russia, India, Brasile e devono adeguarsi e strutturarsi per imporre globalmente i propri interessi sopratutto con la guerra imperialista. Ma anche rapporti di forza sul piano interno, con la tendenza alla subordinazione, in seno all’aggregato europeo, dei paesi della fascia mediterranea, più deboli economicamente (Grecia, Spagna, Italia, Portogallo ma anche Francia) agli interessi della potenza dominante nell’Unione, la Germania. Schiacciare la Grecia, uno stato che raggiunge a stento il 2% della ricchezza prodotta nell’Unione Europea, ha avuto, da parte della Germania, il suo principale valore politico come monito per questa intera catena di paesi. A questo rapporto di forza che connatura strutturalmente l’Ue, corrispondono gli strumenti unitari che essa si è data nel suo percorso aggregativo, in primis quelli economici, dunque la moneta unica e le istituzioni finanziarie centrali.

Ma anche questa corrispondenza non è assolutamente priva di contraddizioni: se è vero che l’euro è stato calibrato sul valore e sul ruolo internazionale del marco tedesco – diventando così strumento oggettivo della continuità e dell’approfondimento del predominio germanico sulle altre borghesie europee – dall’altro la Banca Centrale Europea (Bce) ha acquisito il ruolo di mediazione dei diversi interessi capitalistici nazionali, indebolendo la capacità impositiva di Berlino. La linea dell’attuale governatore Draghi, anche su pressione di gran parte delle borghesie europee, è stata quella di rispondere all’aggravamento della crisi, manifestatasi in Europa con l’avanzare della bolla dei debiti sovrani, facendosi carico di parte dell’esposizione dei singoli Stati dapprima con il varo del Fondo Salva Stati e poi con politiche di emissione di capitali in forma di titoli di credito, adottando il registro di quantitative easing della Fed statunitense. Ciò ha rappresentato un oggettivo arretramento dello strapotere economico e politico della Germania che ha dovuto accettare una linea di parziale centralizzazione del debito dei singoli paesi, con il suo pesare anche sulle finanze c dell’Unione e con l’avvio di tendenze inflattive che indebolivano le esportazioni tedesche nei mercati internazionali e continentali, finora saldamente conservate grazie alla continuità di valore tra marco ed euro e a danno dei concorrenti europei.

Ma anche in questo caso ritorna il piano contraddittorio già individuato da Lenin sull’impossibilità o sulla natura reazionaria degli Stati Uniti d’Europa, oggi incarnati dall’Ue. Perché è chiaro che le politiche della Bce non sono solo il frutto di un cedimento tedesco rispetto alle altre borghesie, ma della constatazione che l’Unione stava avvicinandosi al baratro finanziario complessivo a causa dei singoli baratri delle finanze pubbliche dei paesi che la compongono e in particolare di quelli dei paesi dell’area mediterranea. Una constatazione su una situazione oggettiva alla quale alla fine ha dovuto cedere anche il governo Merkel. Ma la tendenza all’impossibilità della tenuta dell’Unione nella vicenda dei debiti sovrani, con il ruolo delle strutture finanziarie centrali dell’Ue e in particolare della Bce, ne ha rilanciato la natura reazionaria: la linea della Bce ha provveduto sostanzialmente ad integrare il capitale nazionale dei singoli paesi in una dimensione sovranazionale, costituendo così la spinta più forte, ben più di quella dei nein della Germania, alla unitarietà degli imperialismi europei verso un unico polo, consolidato almeno sul piano finanziario.

Ciò ha voluto dire concretamente più unità delle borghesie dei singoli paesi a integrarsi strutturalmente nell’Unione Europea e a tradurne con rinnovata forza le direttrici come programmi politici degli esecutivi nazionali. Beninteso in funzione antiproletaria e antipopolare, visto anche che l’efficace sintesi reazionaria tra linea Draghi e linea Merkel è stata quella di combinare permanentemente l’apertura-copertura finanziaria con contropartite di ancora più pesante “austerità”.

A questo punto, riprendendo il nostro ragionamento iniziale, possiamo svolgere alcune considerazioni finali. Abbiamo visto come la contraddizione tra la tendenza all’impossibilità di ricomporre nell’Unione Europea gli interessi delle borghesie che la compongono e la natura reazionaria di questa ricomposizione di per sé non apre spiragli positivi per il proletariato. Li apre se il proletariato, con forza propria, riesce ad incidervi. Elemento che va tenuto conto, ad esempio, rispetto alla vicenda greca, con la mobilitazione delle masse popolari come fattore di pressione su Tsipras, non abbastanza forte o meglio non abbastanza autonomo politicamente da far scostare quest’ultimo dalla sua naturale e oggettiva collocazione di classe. Ma ad alimentare questa contraddizione e comunque a guidarne lo sviluppo sono stati generalmente interessi imperialistici o capitalistici nazionali: basti vedere che persino nella potenza guida dell’Europa, la Germania, vi sono fazioni di classe dominante prospettanti l’uscita dell’Unione perché sarebbe più in linea con gli interessi tedeschi, visti i dovuti cedimenti alla linea Draghi.

Abbiamo anche visto come il ripresentarsi permanente di questa dicotomia, data l’oggettiva degli interessi contrastanti di fondo, può addirittura rilanciare la natura reazionaria dell’Ue se tendenza all’impossibilità e tendenza all’unitarietà reazionaria trovano sintesi di rilancio di quest’ultima, in un processo di fusione, a livello innanzitutto finanziario, delle singoli borghesie nazionali. Il procedere combinato della regia Draghi-Merkel negli ultimi anni ha prodotto questo.

La domanda che ci poniamo nuovamente, a questo punto, è se ha senso la parola d’ordine “uscire dall’Unione Europea” o se essa deve essere condizionata dall’aggiunta “uscire dall’Unione Europea con la lotta di classe”. Possiamo riprendere e parafrasare proprio il più volte citato scritto di Lenin, rovesciandolo per applicarlo creativamente; un passaggio necessario perché in tale articolo si critica la parola d’ordine degli “Stati Uniti d’Europa”, mentre qui noi ci troviamo a interrogarci sulla parola d’ordine dell’uscita da questi “Stati Uniti d’Europa” incarnatesi storicamente nell’Ue. Lenin affermava che “Opporsi, entro i limiti degli apprezzamenti politici di questa parola d’ordine, a tale impostazione della questione mettendosi, per esempio, dal punto di vista che essa offusca o indebolisce, ecc. la parola d’ordine della rivoluzione socialista, sarebbe assolutamente errato. Le trasformazioni politiche con tendenze effettivamente democratiche e ancor più le rivoluzioni politiche, non possono in nessun caso, mai, e a nessuna condizione, né offuscare né indebolire la parola d’ordine della rivoluzione socialista. Al contrario, esse avvicinano sempre più questa rivoluzione, ne allargano la base, attirano alla lotta socialista nuovi strati della piccola borghesia e delle masse semiproletarie. D’altra parte, le rivoluzioni politiche sono inevitabili durante lo sviluppo della rivoluzione socialista, la quale non deve essere considerata come un atto singolo, bensì come un periodo di tempestose scosse politiche ed economiche, della più acuta lotta di classe, di guerra civile, di rivoluzioni e di controrivoluzioni. Ma se la parola d’ordine degli Stati Uniti repubblicani d’Europa, collegata all’abbattimento rivoluzionario delle tre monarchie europee più reazionarie, con la monarchia russa alla testa, è assolutamente inattaccabile come parola d’ordine politica, rimane pur sempre da risolvere la questione del suo contenuto e significato economico“. Per Lenin dunque, la posizione di alcune fazioni socialiste che vedevano nel crollo delle monarchie imperiali (Russia, Germania, Austria) uno sviluppo positivo in senso democratico e unitario a livello europeo (ovvero gli “Stati Uniti d’Europa”) non sono sbagliate di principio ma nel concreto: “fra i capitalisti e fra le potenze sono possibili degli accordi temporanei. In tal senso sono anche possibili gli Stati Uniti d’Europa, come accordo fra i capitalisti europei… Ma a qual fine? Soltanto al fine di schiacciare tutti insieme il socialismo in Europa e per conservare tutti insieme le colonie accaparrate contro il Giappone e l’America, che sono molto lesi dall’attuale spartizione delle colonie e che, nell’ultimo cinquantennio, si sono rafforzati con rapidità incomparabilmente maggiore dell’Europa arretrata, monarchica, la quale comincia a putrefarsi per senilità (…) Ecco in forza di quali considerazioni, che sono il risultato di ripetuti esami della questione nella conferenza delle sezioni all’estero del Partito Operaio Socialdemocratico Russo e dopo la conferenza, la redazione dell’Organo centrale e giunta alla conclusione che la parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa è sbagliata “. In altre parola è la pregiudiziale di classe che fa ritenere errata una parola d’ordine che astrattamente potrebbe anche apparire giusta. Era dunque sbagliato parlare di “Stati Uniti d’Europa” non capendo che essi si sarebbero sostanziati in un’unione reazionaria di più borghesie. Viceversa era giusto superare ogni astratezza e porre la questione della presa del potere del proletariato, prima su scala di singolo paese poi a livello internazionale e mondiale: “Gli Stati Uniti del mondo (e non d’Europa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla sparizione definitiva di qualsiasi Stato, compresi quelli democratici. La parola d’ordine degli Stati Uniti del mondo, come parola d’ordine indipendente, non sarebbe forse giusta, innanzitutto perché essa coincide con il socialismo; in secondo luogo, perché potrebbe ingenerare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese e la concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri. L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si solleverebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole ad insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici ed i loro Stati. La forma politica della società nella quale il proletariato vince abbattendo la borghesia, sarà la repubblica democratica che centralizzerà sempre più la forza del proletariato di una nazione, o di più nazioni, per la lotta contro gli Stati non ancora passati al socialismo. Impossibile è la soppressione delle classi senza la dittatura della classe oppressa, del proletariato. Impossibile la libera unione delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra repubbliche socialiste e Stati arretrati“.

Allo stesso modo oggi, costituitisi gli Stati Uniti d’Europa nella forma dell’Unione Europea e avendo confermato quella natura reazionaria che già Lenin preconizzava, possiamo dire, rovesciando il ragionamento fatto allora, che una via d’uscita del singolo paese dai loro vincoli, se apparentamente e astrattamente è una parola d’ordine giusta, concretamente è una parola d’ordine sbagliata se viene lasciata in bianco, finendo per essere inevitabilmente delegata alla classe dominante nazionale, allo sviluppo delle sue contraddizioni con l’Unione. Viceversa essa assume valore concreto positivo per il proletariato se si afferma “uscire dall’Unione Europea con la lotta di classe” e dunque costruendo la linea politica rivoluzionaria della classe lavoratrice per strappare l’egemonia e il potere politico alla borghesia.

 

1 https://www.marxists.org/italiano/lenin/1915/8/23-statiunitideuropa.htm. Tutte le citazioni seguenti sono tratte da questa edizione on line dell’articolo.

 

 

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