Le frontiere europee dello sfruttamento

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Antitesi rivista n. 1
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte

Le frontiere europee dello sfruttamento

L’Ovest, l’Est e l’Ue: una premessa geopolitica

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, le principali potenze imperialiste europee (Regno Unito, Germania, Francia e Italia) si sono trovate davanti ad un bivio: agganciarsi alla potenza vincitrice statunitense oppure rischiare di soccombere, vista la totale distruzione economico-sociale determinata dal conflitto e vista il rafforzarsi, come non mai prima d’ora, del movimento comunista.

L’alleanza che le borghesie europee realizzarono con gli Stati Uniti si mosse su due fronti: economico e politico-militare. Sul piano economico, i passaggi furono il piano Marshall (1947-1952), che legò la rinascita capitalista europea agli Stati Uniti e l’espansione degli investimenti del grande capitale yankee in Europa. Sul piano politico-militare, i passaggi furono la creazione dell’Alleanza Atlantica e lo stanziamento di basi militari statunitensi in tutta l’Europa Occidentale. In entrambi i piani, si trattava di contrastare il blocco socialista dell’Europa Orientale e i movimenti comunisti presenti nei paesi inclusi nell’area che da quel momento in poi si sarebbe definita atlantica.

Le borghesie europee accettarono dunque l’abbraccio statunitense per mantenere il proprio ruolo di classi dominanti e gli esperimenti di unità europea allora intrapresi, come la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (1951), prototipo di quella che successivamente divenne l’Unione Europea, non poterono rappresentare realmente qualcosa di alternativo al predominio statunitense. Anzi, gli stessi Stati Uniti avallarono l’unificazione europea nell’ottica che avrebbero dato forza complessiva ai paesi capitalisti europei contro il pericolo sovietico e comunista, pur preventivando di garantire la continuità e indiscutibilità delle supremazia americana su tutta l’area atlantica.

Da queste impostazioni determinatesi negli anni cinquanta, le borghesie europee non si sono mai discostate sia a livello economico che politico-militare, nemmeno dopo la dissoluzione dell’Urss all’inizio degli anni novanta e la venuta meno, la trasformazione o l’indebolimento dei partiti comunisti filosovietici nei paesi dell’Europa Occidentale. Ciò è avvenuto perché la crisi generale del sistema capitalista, apertasi all’inizio degli anni settanta quando finì il ciclo economico espansivo susseguente alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, ha confermato l’alleanza delle borghesie europee con quella statunitense, sopratutto sul piano dello sviluppo di una nuova tendenza alla guerra imperialista, come sbocco della crisi stessa. Passaggi in tal senso furono l’aggressione all’Iraq nel 1991, quella alla Jugoslavia nel 1999, ma anche quelle sotto diretta copertura della Nazioni Unite, con l’intervento in Libano nei primi anni ottanta e quello in Somalia a metà degli anni novanta.

Il nuovo secolo vede aprirsi una frattura tra i principali paesi imperialisti alla guida dell’Ue, ovvero Germania e Francia, e gli Stati Uniti, dovuta alla nuova aggressione all’Iraq del 2003. Infatti, fra gli scopi dell’invasione americana della Mesopotamia, rientrava quello di tutelare lo status quo del mercato petrolifero mondiale, che vede il dollaro come moneta principale, anche a discapito dell’euro, che costituiva invece una delle valute che il regime di Saddam intendeva utilizzare per quotare e vendere greggio. In questa frattura si incunea la nuova Russia di Putin, sempre meno prona agli interessi statunitensi, tanto che allora si parlò di asse Mosca-Berlino-Parigi e di rottura, nei fatti, del rapporto privilegiato tra Europa e Stati Uniti.

Ma, a conferma dell’andamento contraddittorio della storia, il campo nel quale si ebbe la ricomposizione tra le due sponde dell’Atlantico fu quello dell’allargamento dell’Ue all’Europa Orientale a partire dal 2004, che ha portato all’attuale assetto di un’Unione composta da 28 paesi. Il 2004 fu l’anno in cui sia l’Ue sia la Nato realizzavano la massima espansione verso est: dei dieci paesi che la prima annetteva cinque facevano ingresso nello stesso periodo all’interno dell’Alleanza Atlantica (Lettonia, Lituania, Estonia, Slovenia e Slovacchia) e altri tre (Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia) ne fanno già parte nel 1999. Questa espansione in contemporanea e lungo la stessa direttrice, converge infine rispetto all’Ucraina, con la cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004, supportata sia da Washington che da Bruxelles; a quel punto scatta l’arrocco russo a difesa delle proprie posizioni e il trittico Ue, Nato e Stati Uniti ricominciarono progressivamente a parlare lo stesso linguaggio per scalzare le posizioni di Mosca nell’est Europa, fino ad arrivare a scontrarvisi apertamente dal golpe occidentalista a Kiev nell’inverno 2014.

L’Europa Orientale è passata così da nemico politico dell’Europa Occidentale imperialista a base e frontiera di guerra protesa verso la Russia. Ma non solo: lungo tutto questo passaggio geopolitico, dal punto di vista di classe e sociale, essa è divenuta la nuova frontiera dello sfruttamento del padronato europeo.

 L’estdorado dei padroni europei

L’Unione Europea di Maastricht nasce principalmente dalla necessità delle singole borghesie aggregatesi di aumentare i loro profitti, attraverso il libero transito di merci e capitali, e dall’altro di creare una moneta unica e degli strumenti finanziari centralizzati che siano base e condizione di tenuta ed espansione del mercato europeo. Ciò ha voluto dire anche implementare una tendenza all’uniformità dei rapporti economici e sociali in ogni singolo Stato, attraverso gli strumenti di influenza e di intervento diretto di cui l’Unione si è dotata. Promuovere questa uniformità ha voluto dire, sopratutto con l’aggravarsi della crisi, che l’Unione Europea si è posta alla testa dei processi di attacco alle condizioni di vita della classe lavoratrice e delle masse popolari, per far pagare ad esse il dissesto finanziario che colpiva le singole finanze nazionali e si innalzava a livello comunitario. Ma, ovviamente, Bruxelles si è guardata bene dall’intervenire laddove la difformità negli ordinamenti dei singoli paesi prevedevano minor costo del lavoro, minor salario, minore tassazione del grande capitale e minori tutele ambientali. Tutto ciò, infatti, è in linea con gli interessi delle borghesie europee e in particolare delle grandi multinazionali che costituiscono il “tallone di ferro” dell’Ue. Esse hanno ritrovato in larga parte queste condizioni proprio nell’est Europa, con un maggiore tasso di sfruttamento dei lavoratori rispetto all’ovest e mercati da colonizzare dopo la distruzione delle forze produttive conseguente al crollo dei paesi socialisti. I ceti politici di questi paesi, già prima dell’allargamento dell’Ue, hanno aperto loro le porte con defiscalizzazioni di interi settori, che hanno anticipato la successiva apertura delle frontiere, e con il sostegno pubblico agli investimenti privati. E non si tratta solo di pura sudditanza politica alle potenze dell’Ue, ma anche della necessità impellente di stabilizzare, offrendo qualche posto di lavoro pure con paghe da fame, paesi che altrimenti sarebbero esplosivi per le altissime percentuali di disoccupazione.

In taluni casi questi processi sono avvenuti anche senza la copertura dell’allargamento politico dell’Unione Europea, ma semplicemente con l’esportazione di capitali e/o direttamente con la rottura di assetti politici nazionali e statuali tramite la guerra imperialista.

Esemplare è il caso della Serbia, bombardata nel 1999 dalla Nato per completare lo squartamento della Jugoslavia e dove la Fiat nel 2008 ha acquistato gli ex stabilimenti della Zastava a Kragujevac. Negli accordi parzialmente resi pubblici nel 2009, l’acquisizione si basava su una joint venture tra Stato serbo e Fiat rispettivamente con una quota del 33% e del 67%. Inoltre, lo Stato si assumeva l’onere di bonificare l’area, in quanto colpita dai missili nel 1999, e garantiva una defiscalizzazione di quasi 10 mila euro per ogni lavoratore assunto. Senonché, nel 2011, il Consiglio anticorruzione della Serbia chiese al governo di aver il testo ufficiale dell’accordo per valutare se era effettivamente favorevole ai lavoratori. Il governo presentò la documentazione piena di censure. Alla richiesta di chiarimenti, l’esecutivo rispose che alcune parti di tale accordo erano state censurate in quanto costituivano segreti industriali della Fiat. Nel 2014 l’allora candidato premier serbo Aleksandar Vučić garantì che avrebbe divulgato il testo dell’accordo, facendo una clamorosa retromarcia una volta eletto premier: “per quanto riguarda la Fiat, il contratto non verrà purtroppo reso noto. E’ l’accordo in cui lo Stato serbo ha speso più soldi”. D’altra parte, la multinazionale italiana è approdata in un paese con oltre il 30% di disoccupati: solo nella città di Kragujevac i senza lavoro sono stimati in 20 mila su più di 175 mila abitanti. Per questo, il boia Marchionne può imporre paghe irrisorie, meno di 350 euro mensili, a fronte di turni che nelle qualifiche più basse arrivano alle 12 ore lavorative. Una situazione che periodicamente determina agitazioni operaie, le più forti delle quali furono quelle del maggio 2013, con l’esplosione di una sorta di rivolta durante il turno notturno, che portò al danneggiamento di 31 veicoli in produzione e fu seguita da giorni di sciopero per rivendicare migliori condizioni lavorative.

Il caso Electrolux nella sua dimensione europea

Nel 2006, dopo due anni di lotta da parte degli operai, la multinazionale svedese Electrolux chiuse lo stabilimento a Norimberga, trasferendo la produzione in parte in Polonia e in parte in Italia, in diversi stabilimenti tra Toscana, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia. In queste due regioni, la produzione era stata dislocata negli stabilimenti di Susegana, in provincia di Treviso, e di Porcia, in provincia di Pordenone. Successivamente, vennero chiusi nel 2010 diversi stabilimenti in Spagna e poi, nel 2013, in Francia. I piani padronali attualmente prevedono la chiusura dello stabilimento di Porcia a vantaggio di quello in Polonia, presso la località di Olawa, dove vi sarebbe spostata la produzione oggi localizzata in Friuli. La logica nazionalista dei sindacati italiani si è rivelata così perdente: infatti, quando uno stabilimento estero chiudeva, i confederali garantivano ai lavoratori che era meglio cosi in quanto ci sarebbe stato più lavoro per gli operai italiani, mentre oggi quest’ultimi si ritrovano vittime dello stesso meccanismo.

La realtà è che, grazie alle normative dei singoli Stati europei, Electrolux sta guadagnando aldilà della produzione e delle vendite. Le basta spostare o minacciare di spostare la produzione all’interno della comunità europea.

Basti vedere che negli ultimi 10 anni Electrolux ha ottenuto dalla Polonia incentivi e contributi per aprire stabilimenti nel suo territorio e contemporaneamente ha ricevuto soldi dall’Italia per rimandare le chiusure di qualche anno, come con il recente accordo voluto e finanziato dal governo Renzi. La storia va comunque avanti da anni. Già dal 2009 venne riconosciuta come azienda in crisi, ottenendo la cassa integrazione per 4 anni. Ma nell’autunno del 2013 Electrolux presentò ugualmente un piano industriale all’insegna della delocalizzazione. La risposta dei sindacati fu fin da subito chiara: bisognava far intervenire le istituzioni, in quanto uniche in grado di trattare con una multinazionale e garantire il mantenimento del posto di lavoro. Gli operai che da ottobre 2013 a maggio 2014 hanno presidiato i cancelli degli stabilimenti venivano arringati a proseguire la lotta specialmente prima di riunioni ministeriali importanti. La lotta, le manifestazioni, i cortei venivano organizzati prima di incontri ministeriali,. in quanto per i sindacati i referenti erano le amministrazioni regionali e i governi. Mentre da un lato il blocco delle merci causato dalla lotta degli operai in alcuni stabilimenti cominciava a pesare alla multinazionale che non riusciva a soddisfare le richieste dei propri clienti, a Roma presso il ministero veniva confezionato un accordo che vedeva vincitrice Electrolux. La multinazionale con l’accordo firmato nel maggio del 2014 otteneva sgravi fiscali, il pagamento da parte dello Stato di un quarto del salario dei lavoratori, prestiti a fondo perduto per innovazione e ricerca, capitali per la riqualificazione dello stabilimento per poter affittare gli stabili ad altre aziende ed ulteriori incentivi per i lavoratori che si licenziavano da Electrolux per andare a lavorare altrove. Tutto ciò è in linea con gli interessi padronali di mantenere in funzionamento lo stabilimento di Porcia finché il livello qualitativo della produzione in Polonia non sarà pari a quello oggi garantito dalla fabbrica friulana. Già adesso i prodotti di basso di gamma vengono fatti dagli stabilimenti polacchi, mentre quelli di alta gamma in territorio italiano. Questo vuol dire semplicemente che quando lo stabilimento polacco garantirà la stessa qualità di prodotto, lo stabilimento di Porcia potrà chiudere.

In maniera non troppo dissimile, la multinazionale gioca tra lo stabilimento di Jászberény in Ungheria e quello di Susegana in provincia di Treviso, entrambi adibiti alla produzione di frigoriferi. Nella scorsa estate ha fatto molto scalpore il fatto che, in un periodo di aumento della richiesta di frigoriferi, a Susegana l’azienda ha chiamato gli operai ai sabati lavorativi su base “volontaria”poiché al momento lo stabilimento ungherese non garantisce né i volumi necessari né la qualità richiesta. Gli straordinari venivano richiesti unicamente per il periodo di picco produttivo, con la prospettiva di ritornare a lavorare a regime di solidarietà, con turni giornalieri di 6 ore, nel mese di novembre. Intanto però, a fine agosto scorso, Electrolux ha annunciato di aver in programma il trasferimento della produzione di 70 mila frigoriferi nel corso del 2016 dal Veneto all’Ungheria.

Il caso Electrolux è emblematico di come le multinazionali possono spremere gli operai e le finanze pubbliche dei singoli Stati, utilizzando contemporaneamente le potenzialità di ricatto delle “gabbie salariali” su una scacchiera continentale che l’Ue garantisce. Laddove i capitali e le merci circolano liberamente tra paesi dove la condizione operaia è diversa, quest’ultima tende progressivamente a livellarsi verso il basso.

Ma la ragnatela europea non è solo il luogo dove i padroni si possono muovere meglio per affondare la condizione operaia. Può essere anche il luogo di rinascita dell’internazionalismo proletario se le frontiere dello sfruttamento e il progetto unitario dello sfruttatori europei – l’Ue – vengono colte oggettivamente per quello che sono, per la sfida inedita che lanciano alla classe lavoratrice e dunque affrontate di conseguenza. La classe operaia può riscoprirsi “europea”, nel senso di unità internazionalista, solo lottando contro l’Ue e contemporaneamente emancipandosi dall’ottica nazionalista, alimentata dalle burocrazie sindacali collaborazioniste e dal protezionismo messo in atto dai governi nazionali. Di fatto, il nazionalismo né più né meno dell’europeismo, si stanno rivelando entrambi come le vesti ideologico-politiche formalmente alternative lungo le quale sta avanzando nella sostanza lo strapotere sovranazionale del capitale imperialista.

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