Gentiloni chiude la legislatura con l’elmetto

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“Noi andiamo in Niger come aveva preannunciato la ministra Pinotti in ottobre in seguito a una richiesta del governo nigerino pervenuta a dicembre […] la realtà è che noi abbiamo un interesse italiano evidente di organizzare la capacità nigerina di controllo del territorio”, con queste parole Gentiloni, dopo aver difeso il modello Minniti di “gestione delle politiche migratorie”, giovedì 28 dicembre, a legislazione ormai finita e pochi minuti prima di salire al Quirinale, liquida i giornalisti che gli chiedono conto della prossima missione militare. Del resto non poteva che chiudersi con un rinnovato impegno bellico, da lasciare ai posteri, il Governo Gentiloni, che certamente sul fronte della guerra imperialista ha dimostrato grande attenzione. Infatti, a poche ore dallo scioglimento delle Camere, dopo l’approvazione di metà dicembre della Legge di Bilancio 2018, il Governo doveva presentare alle Commissioni parlamentari la deliberazione sulla Legge Quadro per le Missioni Internazionali (Legge Garofani) per il 2018, che contiene anche il nuovo impegno italiano in Niger. Secondo le varie dichiarazioni di Gentiloni e Pinotti l’operazione militare euro-africana nel Sahel, che verrà varata entro la prossima primavera, vedrà quindi la presenza di forze militari italiane schierate in Niger con, da un lato, il compito di addestrare le Forze Armate e di Polizia nigerine e, dall’altro, quello di cooperare con esse nel controllo di un’area strategica al confine con la Libia. La missione dovrebbe coinvolgere, come dichiarato dal Ministro delle Difesa Pinotti, 470 militari e oltre 100 veicoli e si dispiegherà sul terreno in 3 fasi: all’inizio 30 unità, poi 120 ed entro la fine del 2018 le restanti. La missione “Deserto Rosso”, così si dovrebbe chiamare, si coordinerà con quella francese Barkhane già attiva nello Sahel dal 2014 e con le forze americane presenti nella regione.
Sotto la bandiera del contrasto dei flussi migratori e del terrorismo, propagandata dal governo Pd in piena campagna elettorale, in vista dell’appuntamento del 4 marzo, si concretizza la prima applicazione pratica del Libro Bianco sulla Difesa, il cui decreto attuativo è stato varato a febbraio di quest’anno, che ridefinisce il modello operativo delle Forze Armate italiane alla luce dell’avanzare della guerra imperialista. L’approvazione di tale Disegno di Legge toglie dall’imbarazzo quanti ancora si affannavano a nascondere il carattere predatorio delle missioni di pace fin qui approvate dai vari governi. Infatti, la missione in Niger rientra in quelle giustificate, a rigore di legge, per l’impegno “a tutela dell’interesse nazionale” in un’area, quello del Mediterraneo “allargato”, che è considerata vitale per gli imperialisti italiani e viene identificata dal Libro Bianco stesso come area d’intervento prioritario. Per il Pd questa nuova promessa di guerra, in clima elettorale, è un ulteriore biglietto da visita da inviare alla borghesia italiana per candidarsi come fidato difensore dei suoi interessi, che sempre più massicciamente mirano ad allargarsi e penetrare sempre più a fondo il continente africano, in competizione con le mira degli altri paesi imperialisti, in primis la Francia. Sotto questo aspetto le contraddizioni non sono poche.
Tecnicamente, infatti, si tratta di una missione sotto mandato ONU, richiesta dal Governo del Niger, che vedrà coinvolti anche Stati Unti, Francia, Germania e i 5 Paesi del G5-Sahel (Mali, Mauritania, Ciad, Burkina Faso e ovviamente Niger). Alcuni di quest’ultimi, insieme alla Libia, erano presenti anche al vertice di Parigi del 29 agosto, in cui veniva sancito di fatto lo spostamento delle frontiere dell’Europa nel Nord e Centro Africa e la terziarizzazione in quei paesi della gestione della manodopera in eccedenza da rinchiudere in serbatoi-lager pronta all’uso. A quel vertice ne è seguito un altro il 13 dicembre, sempre a Parigi, alla presenza di Germania, Italia, il G5-Sahel, ma anche esponenti dell’Ue, della Nato, dell’Unione Africana, il premier belga e i delegati di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Usa. A conclusione dell’incontro tra i peggiori guerrafondai che l’Africa ricordi è stato pianificato l’invio di militari, sostenuto economicamente da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti rispettivamente con 100 milioni e 30 milioni di dollari, 50 milioni dall’Ue e con 60 milioni dagli Usa. Ecco spiegata la genesi internazionale della missione Deserto Rosso. Certamente dal contesto emergono evidenti due aspetti: da un lato la volontà imperialista condivisa delle borghesie europee di entrare sempre più addentro al continente africano e di difendere militarmente le proprie posizioni; dall’altro un protagonismo europeo su tale fronte che si sviluppa parallelamente all’accelerazione che negli ultimi mesi ha caratterizzato il progetto, tanto amato dalla Mogherini, della Cooperazione Strutturata Permanente sulla Difesa (Pesco). La tanto osannata “difesa europea”, che nelle cuore di Macron dovrebbe concretizzarsi addirittura in un esercito unitario, per ora è agli albori, essendo solo stata firmata l’adesione al progetto a metà novembre da parte di 23 paesi, ma sul piano dello sviluppo e della convergenza industriale la Commissione Ue ha già iniziato a muoversi quest’estate con l’istituzione di un Fondo Europeo per la Difesa che verrà usato per ricerca, sviluppo e acquisizione degli armamenti. Il Fondo avrà una dotazione complessiva di 500 milioni di euro per il 2019 e il 2020, ma punta a toccare quota un miliardo l’anno dal 2021. Senza dubbio questa spinta delle borghesie europee a una maggiore indipendenza dagli Usa rispetto ai piani di guerra futura va letta nel quadro della perdita di egemonia da parte degli imperialisti statunitensi sul fronte mediorientale, rimarcata anche dall’ultima votazione Onu su Gerusalemme. Questo non significa che il polo Nato non cammini comunque coeso in termini generali e lo si vede anche nella prossima missione in Niger, ma senza dubbio con l’avanzare della crisi si sviluppa anche la contraddizione interimperialista e non solo tra i poli imperialisti dichiaratamente rivali ma anche tra gli alleati stessi. Il caso della missione in Niger è esemplare in tal senso: da un lato sono tutti d’accordo sulla “necessità” dell’intervento e pianificano l’invio di militari per potenziare la presenza di quelli già in loco; dall’altro la missione racchiude in sé una lunga serie di contraddizioni tra gli stessi paesi che vi aderiscono, da quella tra l’Ue e gli Usa a quelle tra le varie borghesie europee, che proprio sul fronte africano sono in competizione come Roma e Parigi. Quindi l’operazione nel Sahel è sicuramente un banco di prova per le capacità della tanto sbandierata “difesa europea”, che dovrà dare prova di reggere a fronte dell’intricato nodo di interessi ed egemonie che quell’area rappresenta. Macron gioca in casa, sia perché il G-5 Sahel è composto da ex colonie di Parigi, sia perché dall’intervento in Mali nel 2012 la Francia ha sempre mantenuto una consistente presenza militare nella regione. Pertanto, come già ventilato anche negli accordi estivi di Parigi, l’operazione con quartier generale a Sévaré (Mali) e comandi tattici in Niger e Mauritania sarà presumibilmente guidata dai francesi. Parigi ringrazia perché con l’invio dei contingenti europei Macron potrà, pur mantenendo il controllo, ridurre la presenza francese nell’operazione Barkhane (4mila militari con 30 velivoli e 500 veicoli), sostenuta in questi anni anche grazie al supporto finanziario e logistico statunitense. Washington, però, non ha limitato il suo intervento nell’area a questo, già da tempo infatti ha inviato nel Sahel missioni in gran parte segrete impiegando aerei spia, droni, forze speciali e contractors basati in Burkina Faso e Niger con basi a Ouagadougou, Niamey e Agadez. Proprio rispetto a questo si evidenzia la contraddizione in seno agli alleati Nato perché la Casa Bianca non integrerà queste forze nella missione euro-africano, riservandosi come sempre il ruolo di battitore libero a garanzia dei propri interessi globali. Anche l’Onu è già presente nel Sahel con 10.000 soldati e 2.000 poliziotti inquadrati nella missione Minusma in Mali. In questo conteso non mancano certo gli appetiti della Merkel a cui fanno gola le risorse minerarie oggi sfruttate per lo più da francesi e cinesi. Berlino, già presente militarmente in Mali, ha quindi donato un centinaio di veicoli alle forze del Niger e potrebbe decidere di assegnare alla nuova missione europea il contingente presente in Mali sotto la bandiera dell’Onu o nuove truppe, considerato che Berlino ha una propria base logistica all’aeroporto di Niamey, che ne “ospita” anche una americana e una francese. A completare il quadro non può passare inosservata la presenza al vertice di metà dicembre di Riad e Abu Dhabi pronti a sostenere gli alleati occidentali nella penetrazione in Sahel in chiave anti qatariota.
In questo contesto l’interesse italiano ha oltrepassato i confini libici già da un paio di anni e gli ammiccamenti con il Niger, storico satellite francese, hanno portato all’apertura della prima ambasciata italiana nel 2016, a settembre all’accordo di collaborazione militare e oggi all’invio dei militari. Così Gentiloni, in nome degli interessi degli imperialisti nostrani, va posizionando le sue pedine in una partita, quella per la ripartizione dell’Africa, che è in cima all’agenda di tutti i paesi imperialisti.

Consigliamo inoltre la lettura completa delle Note di Fase dell’autunno 2017 che analizzano la nuova ripartizione dell’Africa

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