Glossario Antitesi n.7

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BORGHESIA COMPRADORA / BORGHESIA NAZIONALE

Nell’analisi delle contraddizioni di classe interne ai paesi oppressi dall’imperialismo, il marxismo-leninismo-maoismo distingue le diverse fazioni della borghesia a seconda del ruolo politico che esse svolgono rispetto alla dominazione imperialista, nonché del rapporto che vi instaurano, e sulla base dei rapporti strutturali che sono alla base di tale ruolo e rapporto.
L’imperialismo, nel processo di assoggettamento economico, sociale, culturale e politico dei paesi oppressi, tende a cooptare settori di classe dominante autoctona, facendoli partecipi dello sfruttamento e dell’oppressione del proprio popolo; in tal senso si parla di borghesia compradora, termine di origine portoghese che veniva utilizzato in Cina per indicare gli intermediari dei monopolisti stranieri. Si tratta di settori di borghesia, o in taluni casi di residui di classe feudale e semifeudale, che sul piano strutturale si pongono un ruolo di intermediazione e di collaborazione rispetto al giogo imperialista, ottenendone in cambio privilegi e prebende, nonché il mantenimento dello status quo a loro favorevole. Si vedano ad esempio i grandi proprietari terrieri che, storicamente, hanno rappresentato l’anello di congiunzione tra la predazione delle risorse agricole delle multinazionali e lo sfruttamento della classe contadina. Talvolta, tali settori dominanti sono totalmente estranei alle attività produttive, ma traggono il loro potere esclusivamente dall’esercizio di cariche statuali che consentono di porsi come garanti del dominio imperialista straniero. Si vedano, ad esempio, le alte gerarchie militari che in molti casi, sopratutto in America Latina, svolsero il ruolo controrivoluzionario diretto per conto dell’imperialismo yankee, ottenendo per questo potere economico e politico. In tal caso si parla più propriamente di borghesia burocratica. Ma la borghesia compradora strutturalmente può consistere anche in settori imprenditoriali, commerciali e finanziari, se oggettivamente va comunque a subordinare e legare i propri interessi a quelli dell’imperialismo; è il caso ad esempio della borghesia petrolifera araba che ha legato il suo potere economico a quello del grande capitale yankee.
Viceversa, la borghesia nazionale corrisponde a quelle fazioni di classe dominante o comunque di classe capitalistica che, nei paesi oppressi, trovano i propri interessi oggettivi in contrasto con l’imperialismo o quantomeno con la fazione imperialista che va a compromettere di più tali interessi. La dominazione imperialista tende infatti a schiacciare lo sviluppo di rapporti capitalistici realmente autoctoni nei paesi oppressi, sviluppando la contraddizione non solo tra il proprio potere e le condizioni delle masse lavoratrici, ma anche di settori borghesi che, per posizioni strutturale economica e/o progetto politico, intendono affermare lo sviluppo di un capitalismo autocentrato. Anche in questo caso, la borghesia nazionale può incarnarsi sia in settori economici specifici, ad esempio in settori imprenditoriali schiacciati dalla concorrenza della borghesia imperialista straniera e dal parassitismo della borghesia compradora, oppure corrispondere a settori di burocrazia statale che utilizzano la leva del potere politico per promuovere un’accumulazione capitalistica autoctona. Non è un caso, infatti, che tutte le politiche di indipendenza dall’imperialismo, seppur non guidate dalla classe proletaria, partano da alcuni nodi strutturali quali la riforma agraria, la centralizzazione finanziaria, la nazionalizzazione di settori chiave dell’economia e gli investimenti pubblici. Le politiche fondamentali del nazionalismo arabo e del bolivarismo latinoamericano, ma anche dell’islamismo khomeinista in Iran, ad esempio, riguardano più o meno questi punti.
Ovviamente, le categorie di borghesia compradora e borghesia nazionale non sono fissate in maniera assoluta poiché l’uno o l’altro settore di borghesia può mutare i propri interessi e le proprie priorità politiche, anche su pressione del movimento proletario, e stabilire un nuovo rapporto con l’imperialismo o naturalmente differenziare il proprio rapporto rispetto all’una o l’altra potenza imperialista. Si tratta di una dialettica di classe che rende ondivago e non coerente il ruolo della stessa borghesia nazionale rispetto all’imperialismo, con il conseguente ruolo di direzione della rivoluzione nazionale e antimperialista in capo alla classe operaia (tesi maoista della rivoluzione di nuova democrazia). L’esempio più lampante nella storia del movimento comunista è stato nel ruolo del Kuomintang, quale partito della borghesia nazionale cinese, che è nato come movimento patriottico anticoloniale, si è poi tramutato in movimento anticomunista e reazionario nella fase della guerra civile, sul finire degli anni venti del secolo scorso. Successivamente si è schierato ufficialmente contro l’occupazione giapponese nella Seconda guerra mondiale pur mantenendo una linea e una pratica contrarie ad una vera collaborazione con i comunisti nella lotta di liberazione nazionale e, archiviata la guerra contro gli invasori nipponici, si è definitivamente mutato in partito della borghesia compradora asservita all’imperialismo Usa.

 

CORPORATIVISMO

Nell’ambito delle contraddizioni di classe del capitalismo contemporaneo, il corporativismo costituisce l’ideologia e la prassi per la quale gli interessi contrapposti di borghesia e proletariato possono essere sintetizzati, a presunto beneficio di entrambe le classi, in un supremo interesse nazionale. Ovviamente, tale interesse nasconde quello della classe dominante, alla quale la classe sfruttata viene subordinata oggettivamente e soggettivamente, sul piano ideologico, con la collaborazione di classe dipinta per patriottismo. Il corporativismo assunse formulazione ideologica con il fascismo, ma rimane una tendenza insita alla gestione, da parte della classe dominante, delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico. Tale ideologia e prassi ha avuto continuità, sotto varie forme, anche nelle sovrastrutture statuali borghesi cosiddette “democratiche”, nonché legandosi a politiche aziendali utilizzate dai singoli padroni e manifestandosi ovunque ideologicamente si vogliano presentare gli interessi del proletariato e della borghesia come sintetizzabili in un interesse a loro superiore (il “benessere aziendale”, la “democrazia”, la “stabilità dell’Europa”, il “futuro della nazione” ecc.). Ovviamente, mentre il corporativismo fascista era integrato direttamente nello Stato (con l’istituzione della camera dei fasci e delle corporazioni al posto della camera dei deputati), quello “democratico” prevede una parte che dovrebbe essere rappresentativa dei lavoratori formalmente esterna allo Stato, solitamente i sindacati subordinati ai padroni. Ad esempio, la tanto invocata concertazione, da parte dei sindacati confederali, non rappresenta nient’altro che un’attuazione del corporativismo in veste democratica. Ma anche il cosiddetto 9“welfare aziendale”, per cui lo Stato sociale si materializza “fabbrica per fabbrica”, in nome della ricomposizione degli interessi del singolo padrone al profitto e degli interessi della classe operaia alla ridistribuzione di parte (minima) di quel profitto a proprio beneficio, rappresentano forme di corporativismo. Così come l’entrata dei sindacati nei consigli di amministrazione delle aziende, secondo il modello seguito soprattutto in Germania, o l’acquisto di pacchetti azionari da parte dei dipendenti. Infine, anche gli accordi sulla rappresentanza tra governi, padroni e burocrazie sindacali sono chiari esempi di corporativismo, poiché volti a blindare le relazioni sindacali e dunque anche le rivendicazioni dei lavoratori all’interno di un quadro prestabilito da tali attori e imposto all’intera classe.

 

LINEA DI MASSA

La linea di massa è il rapporto che l’avanguardia comunista deve stabilire con le masse per agire politicamente, svilupparsi nelle masse costruendo nuove avanguardie fra di esse e imparando a dirigere le masse stesse. Il primo passaggio è quello dell’inchiesta sulle condizioni oggettive delle masse, poi su quelle soggettive, focalizzandone gli aspetti negativi, legati all’egemonia della classe dominante sfruttatrice, e quelli positivi, dai quali l’avanguardia comunista deve imparare. Il secondo passaggio è rielaborare tali acquisizioni in linea politica generale e concreta, cioè capace di analizzare il movimento delle masse in una data fase e in grado di dare indicazioni per lo sviluppo dell’azione politica comunista e dell’azione delle masse stesse. Il terzo passaggio è riportare tali indicazioni fra le masse, praticandole come azione politica concreta dell’avanguardia comunista e nel rapporto che essa va a creare con le masse stesse. In tale maniera le idee si verificano nella pratica e soprattutto nel rapporto che, tramite tali idee, i comunisti possono stabilire con le masse popolari, nella coerenza con gli interessi di quest’ultime e nella capacità per i comunisti di egemonia e direzione politica.
Secondo la definizione di Mao Tse Tung “In tutto il lavoro pratico del nostro partito, una direzione giusta deve fondarsi sul seguente principio: dalle masse alle masse. Questo significa che bisogna raccogliere le idee delle  masse (frammentarie, non sistematiche), sintetizzarle (attraverso lo studio trasformarle in idee generalizzate e sistematiche),quindi portarle di nuovo alle masse, diffondere e spiegare queste idee finché le masse non le assimilano, vi aderiscono fermamente e le traducono in azione e verificare in  tale azione la giustezza di queste idee. Poi sintetizzare ancora una volta le idee delle masse e riportarle quindi alle masse perché queste idee siano applicate con fermezza e fino in fondo. E sempre così, ininterrottamente,  come una spirale senza fine; le idee ogni volta saranno più giuste, più vitali  e più ricche. Questa è la teoria marxista della conoscenza”. [1]
Nel praticare la linea di massa i comunisti devono innanzitutto relazionarsi a quella che è la parte più avanzata delle masse, per quanto minoritaria, o alle tendenze comunque progressive e positive – ovverosia la sinistra – e devono puntare ad organizzarla per conquistare egemonia sul centro – la parte intermedia delle masse, quella non egemonizzata in senso reazionario dalla classe dominante – riuscendo così a isolare la destra, la parte egemonizzata o addirittura mobilitata in senso reazionario dalle masse. Organizzare e unire la sinistra, conquistare il centro e isolare la destra fu la linea generale, declinata ovviamente rispetto alle forze concrete in campo, che i comunisti cinesi praticarono sempre, nella guerra civile, nella guerra di liberazione nazionale, nella costruzione del socialismo e nella rivoluzione culturale proletaria. Così come fu praticata, anche senza una formulazione compiuta, dagli altri reparti vincenti del movimento comunista; pensiamo ad esempio all’importanza, nella strategia bolscevica, della mobilitazione della sinistra delle masse, ovverosia della classe operaia, conquistando il centro, ovverosia la classe contadina.

[1] Mao Tse Tung, “Alcune questioni riguardanti i metodi di direzione”, 1943, Opere di Mao Tse Tung in 25 volumi, versione cd rom, vol. 8, p. 169

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