I predoni del deserto: della Libia, del capitale e della guerra

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[Dalla sezione “Imperialismo e guerra” del numero 0 di “Antitesi. Analisi e strumenti per la rivoluzione proletaria”, maggio-agosto 2015]

“Anche la cosa più semplice diventa complicata in guerra”
von Clausewitz

Per le logiche intrinseche della guerra, si sa, spesso i nemici di ieri diventano gli alleati di oggi. Se caliamo questo principio in uno scenario frammentato ed esplosivo come quello della Libia post-Gheddafi, ci ritroveremo in mano una serie di dati paradossali ed apparentemente incomprensibili. Se poi aggiungiamo ulteriormente la variabile dell’informazione dominante, che si configura al solito come uno dei più potenti strumenti della guerra imperialista, quello che sta avvenendo assume dei contorni semplicemente schizofrenici.

Senza dilungarci eccessivamente in excursus storici, il dato fondamentale su cui ragionare è l’importanza strategica della Libia per quanto riguarda il settore energetico (petrolio e gas naturale), non solo per i paesi europei (Italia in primis), ma anche per gli Stati Uniti.

Dopo il dominio ottomano e il colonialismo italiano, all’indomani della Seconda guerra mondiale nacque il Regno Unito di Libia, dotato di una costituzione e di un’assemblea nazionale composta dalle tribù. La monarchia di re Idris gravitò ben presto nell’orbita angloamericana: in cambio di enormi cessioni alle grandi compagnie petrolifere occidentali il paese importava derrate alimentari per il fabbisogno della popolazione. Andando così ad incrementare un circolo vizioso: la scoperta del petrolio portò ad un progressivo abbandono della coltivazione della terra, a favore del terziario, permettendo un’ingerenza esterna sempre maggiore negli affari libici.

Fu negli anni sessanta che l’assetto neocoloniale e monarchico della Libia iniziò ad essere pesantemente messo in discussione con la diffusione del nazionalismo arabo in tutta la regione, grazie all’influenza dell’Egitto di Nasser e grazie allo sviluppo di forti movimenti popolari all’interno dello stesso paese nordafricano. Questo sommovimento portò infine alla proclamazione della Repubblica Libica Araba nel 1969, e nel 1970 al nuovo governo guidato da Mu’ammar Gheddafi. Egli da subito aveva intuito, osservando anche gli esempi forniti dagli assetti postindipendenti dei paesi africani ed asiatici, che il problema principale della Libia era rappresentato dai tentativi di addomesticamento delle politiche interne da parte degli stati imperialisti del blocco atlantico, al fine di controllare la produzione e l’esportazione delle materie prime. Nel 1971 sganciò dunque la moneta dall’obbligo di conversione con la sterlina, agganciando la nuova valuta (il Dinaro libico) direttamente alle riserve auree nazionali[i]; stesso tipo di manovra impiegata nell’investimento nel campo industriale, petrolchimico, meccanico ed alimentare che furono sviluppati verso l’autosufficienza.

È importante dunque ragionare tenendo a mente due fattori fondamentali:

1. la discontinuità rappresentata dal governo Gheddafi nel quadro degli assetti postcoloniali: la portata destabilizzante per gli interessi dei monopoli energetici mondiali nel nuovo corso rispetto alla produzione e commercializzazione del petrolio e del gas che furono orientate secondo logiche endogene al paese[ii], e la linea politica di rottura con l’imperialismo, come dimostrò il rifiuto degli accordi di Camp David del 1979 tra l’Egitto di Sa’dat e l’entità sionista, che porterà all’aggressione statunitense voluta da Reagan nell’86;

2. il blocco di potere in Libia è legato all’organizzazione sociale e religiosa, che è retto dalle tribù, a loro volta composte da clan, in tutto 186 diversi gruppi sociali. Il termine tribù, nella nostra mentalità pervasa dall’occidentalismo, spesso ci richiama a dimensioni primitive e selvagge: esse invece vanno prese in considerazione come forme sociali e politiche storicamente determinate, cioè portatrici di specifici interessi di classe. Questo assetto sociale venne fatto rientrare nella costituzione della Jamahiriya (“governo delle masse”) del 1977 nella quale infatti, i Congressi Popolari – organi di democrazia diretta – erano 186, tanti quanti il numero delle tribù e dei clan.

Nel 1986, a seguito delle accuse di Ronald Reagan alla Libia di nascondere cellule “terroristiche”, la Comunità Europea, con una dichiarazione congiunta dei Ministri degli Esteri, vota le prime sanzioni, poi rinnovate nel 1992 e negli anni a seguire, per la mancata estradizione di due cittadini libici sospettati di aver preso parte all’attentato del volo Pan-Am su Lockerbie (Scozia).

Nel corso degli anni ’90, tuttavia, una serie di fattori vanno ad incidere sulla posizione internazionale della Libia. Innanzitutto, il crollo dell’Urss priva Gheddafi di quello che, seppur contraddittoriamente, aveva rappresentato un referente internazionale nello scontro con gli Usa. A ciò si aggiunge il logoramento provocato dal quasi decennale conflitto con il Ciad sulla disputa territoriale per la Striscia di Aozou, combattuto tra il 1978 e il 1987, e il rafforzamento, all’interno del paese, dell’attività insurrezionale del Gruppo Islamico Combattente Libico, formato da reduci della guerra in Afghanistan contro i sovietici. In questa situazione, la Jamahiriya comincia a temere per la propria tenuta in una dimensione di isolamento e di embargo internazionale.

Inizia così una progressiva convergenza tra la Libia e il blocco imperialista a guida Usa con accordi economici e commerciali che fungono da testa di ponte per la riabilitazione politica dei nemici di ieri. Non stupisce dunque che nel 2003 la Libia venga cancellata da Bush dalla lista dei cosiddetti “stati canaglia”, a seguito di importanti concessioni in materia energetica nei confronti di Stati Uniti e Gran Bretagna nel 2000. Sempre del 2000 è anche l’accordo tra l’allora Ministro degli Esteri italiano Dini e il corrispettivo libico Shalgam

per la collaborazione alla lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e di sostanze psicotrope ed all’immigrazione clandestina”.[iii]

Una logica, insomma, ascrivibile alla parafrasi des ut do.

Un altro esempio può essere il Trattato di cooperazione e di amicizia italo-libico del 2008[iv], ratificato dal governo Berlusconi, volto alla stabilizzazione diplomatica tra i due paesi in seguito al riconoscimento ed al risarcimento ex post dei danni della guerra e dell’occupazione coloniali: tra le varie disposizioni, l’Italia si impegna a versare 5 miliardi di euro in 20 anni e a costruire, sempre a sue spese, un’autostrada di 1700 km per collegare la Libia dal confine con la Tunisia a quello con l’Egitto. L’accordo venne presentato dagli ambienti politici italiani più nazionalisti come una resa dell’Italia a Gheddafi, in realtà rappresentò soprattutto una manna per il grande capitale industriale italiano[v].

Del resto, già nel 2004 l’Eni stringe un partenariato al 50% con la National Oil Corporation (società petrolifera statale libica) – il Western Libyan Gas Project – per l’estrazione dei giacimenti di Bahr Essalam e di Wafa, e la costruzione di un impianto di trattamento a Mellitah che invia, attraverso il gasdotto GreenStream, il gas al terminale di ricevimento di Gela, per l’esportazione nel resto d’Europa[vi]. Ancora, nel 2007 sempre Eni e la NOC firmano un accordo strategico per cui all’Italia è assicurata la presenza in Libia fino al 2042 per l’estrazione di petrolio, e fino al 2047 per quella del gas[vii].

Nonostante questa progressiva convergenza, Gheddafi continua comunque a rappresentare una borghesia nazionale libica, in gran parte corrispondente, come classe dominante, al suo clan familiare, i cui interessi vanno a cozzare con quelli dell’imperialismo, specie del blocco Usa-Ue-Nato, seppur non in forma immediatamente e apertamente antagonistica come negli anni ottanta. In particolare la sua linea economico-politica, con l’avvento del nuovo secolo, si concentra sull’investimento di una ingente rendita petrolifera, ottenuta anche grazie ad una forte tassazione degli investimenti da parte dei monopoli energetici esteri, da un lato in ambito finanziario internazionale e dall’altro in ambito africano, sostanziando un progetto di sviluppo autocentrato del continente nero che avesse nella Jamahiryia il paese guida. Nel 2009, anno in cui era di turno alla presidenza dell’Unione Africana, accelera sulla proposta degli “Stati Uniti d’Africa”, un progetto – si sosteneva al vertice – potenzialmente operativo già dal 2017, in cui gli stati africani avrebbero costituito una federazione dotata di una moneta unica (agganciata al Dinaro libico) e, in particolare, un esercito unificato. Difficile non pensare che la prospettiva di un’Africa unita e autonoma, e di chiara matrice anticoloniale, destasse quantomeno preoccupazione, in particolare negli stati europei: non solo per quanto riguarda il cosiddetto land grabbing (il saccheggio delle materie prime), ma anche perché essa avrebbe finito per incrociarsi con gli interessi imperialisti delle nuove potenze in ascesa, soprattutto la Cina, attualmente primo partner commerciale del continente nero.

Dal 2003, caduto definitivamente l’embargo delle Nazioni Unite, Gheddafi inizia una serie di riforme in campo economico, da lui stesso definite misure “liberiste ma non liberali”. Queste spinte verso l’apertura ai capitali stranieri e alle privatizzazioni – che vanno a beneficio principalmente degli investimenti dei monopoli yankee, italiani ed europei – in un paese fino ad allora basato sulla redistribuzione sociale dei proventi del petrolio, furono promosse, in particolare nel biennio 2007-2008, da un personaggio “particolare”, Mahmud Jibril al-Warfali. Questo burocrate di formazione statunitense, con tanto di master in scienze politiche presso l’Università di Pittsburgh in Pennsylvania, è un esponente della tribù al-Warfallah, la più grande ed importante della Libia, che fa riferimento alle zone della Tripolitania: fondamentale diventa qui ricordare il cenno alle tribù come portatrici di istanze di classe e di potere. Jibril sin dall’inizio del 2011 ricopriva la carica di presidente dell’Ufficio per lo sviluppo economico nazionale che gli permise di dirigere il processo di controriforme ispirate al liberismo. Già il 23 marzo lo ritroviamo Primo Ministro ad interim del Consiglio Nazionale di Transizione, cioè a capo delle forze golpiste che, con il sostegno dei bombardieri atlantici, stanno insorgendo contro la Jamahiriya, coalizzando da una parte traditori come Jibril e dall’altra storici esponenti dell’opposizione integralista, tra cui la Fratellanza Musulmana e i quadri politici e militari del Gruppo Islamico Combattente. Nel 2012, è al vertice della coalizione Alleanza delle forze nazionali, il principale partito che controlla il governo di Tobruk, uno dei due che si contende attualmente il controllo del paese, nel caos del dopo Gheddafi. Lo stesso Jibril è colui che invoca la fine dell’embargo di armi alla Libia[viii], ufficialmente in corso su decisione delle Nazioni Unite, forte dell’appoggio, anche in forma di intervento militare diretto, che arriva al suo governo da parte di Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita e con l’obiettivo di sconfiggere i rivali del governo di Tripoli, in mano alla Fratellanza Musulmana e alleato alle milizie tribali della città di Misurata.

Il percorso politico di questo esponente della borghesia tribale libica è chiaro ed è esemplificativo, in senso generale, della frazione di classe di appartenenza. Egli ha scavato spazi di investimento e potere per gli imperialisti all’interno della Jamahiriya fino a quando sono sorte le condizioni per abbatterla del tutto, aprendo definitivamente le porte del paese alla restaurazione di assetti neocoloniali. Nel condurre questo processo ha candidato se stesso e la sua frazione di classe a fare da mediatrice nella restaurazione dello sfruttamento neocoloniale, garantendosi spazi di rendita da borghesia compradora. Ora che la Libia è precipitata nel caos si propone, assieme a tutta la compagine che sta dietro al governo di Tobruk, di ristabilire un ordine che permetta lo sfruttamento del paese “in tranquillità” agli imperialisti e ai loro complici locali ai quali appartiene, nonché ai propri addentellati regionali (i monarchi sauditi ed emiratini e i militari egiziani).

Un altro personaggio chiave dell’intricato mosaico libico è il generale Khalifa Belqasim Haftar: comandante dell’esercito di Gheddafi, nel 1987 viene catturato durante la guerra con il Ciad, e durante la prigionia, appoggiato ed equipaggiato dagli Stati Uniti, tenta di rovesciare il governo libico. Rimane dunque 20 anni da esule politico negli USA (ottenendo anche la cittadinanza), prima di tornare nel 2011 in Libia per combattere Gheddafi. Nell’aprile viene promosso tenente generale delle forze golpiste. Haftar guida ora le forze armate del governo di Tobruk, che combattono sul campo il governo di Tripoli in alleanza con le milizie tribali della città di Zintan.

Tuttavia, Haftar accusa ora i suoi padroni di ieri, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, di voler instaurare un protettorato sulla Libia e di voler cercare un loro Kharzai, nella prospettiva di una “afghanizzazione” del conflitto[ix]. Infatti, più di Jibril, che pure lo abbiamo visto protestare per l’embargo ufficialmente in corso anche per il suo governo, una figura come Haftar rappresenta la debolezza della linea imperialista, soprattutto americana, rispetto alla Libia. Pur essendo di chiara fattura made in Usa, il generale si sta rivelando come un ostacolo per ricostituire la situazione di unità tra laici e islamisti che rovesciò Gheddafi su mandato e col supporto imperialista, che, già segnata da continui scontri, si frantumò e degenerò in guerra civile totale e generale quando, nel maggio 2014, lo stesso Haftar attaccò il parlamento di Tripoli in mano alla Fratellanza. In sostanza, il suo estremismo anti-islamista, ispirato soprattutto dai suoi veri padroni che sono i militari egiziani, si sta rivelando controproducente rispetto a quella “riconciliazione nazionale” tra le due fazioni borghesi che per gli Usa rappresenta l’unica via percorribile per stabilizzare il paese e schiacciare sul nascere la presenza di gruppi cosiddetti jihadisti come Ansar al Sharia e Stato Islamico.

In conclusione, dunque, se è giusto ritenere che il governo di Tobruk è l’espressione delle forze più schiettamente filoimperialiste della borghesia libica – lo conferma il riconoscimento ufficiale da parte di tutti i paesi della Nato – è d’altra parte vero che la loro incapacità a tenere il paese sotto controllo si sta palesando e che, a causa di ciò, gli imperialisti Usa, e al loro seguito gran parte delle potenze atlantiche, non sono assolutamente intenzionati a dar loro un sostegno incondizionato sul campo politico e militare. Tanto che, attualmente, il governo di Tobruk si è schierato contro ogni possibile intervento italiano o europeo nelle acque territoriali e sul suolo libico, rivendicando invece l’afflusso di armi in quanto unico soggetto legittimato a porre sotto controllo il paese.

Passiamo ora al secondo schieramento in campo, quello del governo con sede a Tripoli. L’esecutivo era inizialmente guidato da Omar al-Hassi e si era proclamato unica autorità legittima nell’agosto del 2014, sconfessando il governo e il parlamento di Tobruk, ambedue in mano alle forze laiche, che erano uscite vincenti dalle contestatissime elezioni del 25 giugno 2015. Le consultazioni si erano tenute di fatto in una situazione, già allora, di guerra civile strisciante, con vaste aree del paese interessate da scontri tra milizie tribali, islamiste e forze militari ufficiali, tanto che in intere città non si era votato e su tre milioni aventi diritto al voto si erano registrati solo 800 mila elettori, di cui 300 mila avevano disertato le urne[x]. I proclamati vincitori delle elezioni, ovvero le formazioni laiche di Jibril e soci, non avevano nemmeno potuto sedersi nella capitale Tripoli, già allora in mano alle milizie islamiste vicine alla Fratellanza e avevano declinato su Tobruk – il più vicino possibile al confine egiziano – formando qui il nuovo governo.

La coalizione islamista che detiene il controllo della capitale oramai da quasi un anno è denominata Alba Libica e conta dalla sua parte tutta una serie di gruppi armati, tra cui le Brigate di Misurata, ai quali sembra aver garantito fette di potere sin dall’abbattimento di Gheddafi e che hanno costituito la forza militare e clientelare di questa fazione di borghesia libica, rendendola in grado di resistere agli assalti dell’esercito ufficiale, in gran parte schieratosi con Tobruk, che aveva viceversa provato a procedere al disarmo di tali forze armate irregolari. Grazie alla capacità militare delle Brigate di Misurata e ad altre formazioni come le milizie di Zawiyya, formate da tribù berbere, il governo di Tripoli ha conquistato anche lo strategico aeroporto di Sabha e la grande raffineria di Zawiyya, oltre a praticamente tutte le riserve di gas e petrolio e relativi impianti di estrazione e distribuzione situati in Tripolitania. Tramite la gestione dei siti estrattivi, Tripoli e le milizie ad essa legate stanno cercando legittimazione internazionale. E sembra che ci stiano riuscendo: Alba Libica, infatti, è il garante per l’Italia della protezione del terminal di Mellitah, ottenuto tramite un accordo tra le milizie e l’Eni (ne è ben contento l’amministratore delegato di Eni Descalzi che ha dichiarato un aumento da 240.000 a 275.000 barili tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015[xi]).

In ogni caso, al momento attuale, il governo di Tripoli non è stato riconosciuto internazionalmente da nessun paese, anche se, oltre agli accordi con l’Italia per la protezione dei siti energetici e una certa cauta apertura da parte statunitense, appare chiaro che a sostenerlo siano il Qatar e soprattutto la Turchia, cioè i due paesi che, per propri interessi espansionistici, hanno supportato ovunque, nel mondo arabo, la Fratellanza Musulmana e le forze islamiste. Non è un caso che, nell’attuale fase politica in Medioriente, che vede un riavvicinamento tra la Turchia e soprattutto il Qatar all’Arabia Saudita, in funzione anti-iraniana, evidenziatosi nell’unità di tutti i regimi sunniti della regione nell’aggressione allo Yemen, il governo di Tripoli sia passato attualmente dalle mani di Omar al Hassi, primo ministro dall’agosto 2014, a quelle di Khalifa al Ghawi, che parrebbe più disposto al dialogo con Tobruk[xii].

Ma, oltre all’islam politico della Fratellanza Musulmana, nel paese si stanno rafforzando le fazioni cosiddette jihadiste, in guerra a loro volta con entrambi i governi, ma di fatto cresciute nella proliferazione di gruppi armati tribali, locali e di ispirazione fondamentalista, che la Fratellanza stessa e le altre forze oggi al potere a Tripoli hanno tollerato e per certi versi supportato, anche nello scontro con il blocco che oggi controlla Tobruk e rispetto alle quali anche forze esterne, come il regime turco, conducono una politica di non dichiarato supporto sempre per i propri fini di espansione regionale.

Ad est del paese, opera il gruppo di ispirazione salafita Ansar al-Sharia (“partigiani della Sharia”), accusato dell’uccisione nel 2012 dell’ambasciatore statunitense Chris Steven, che ha proclamato l’emirato a Bengasi, tenendo testa ai tentativi del generale Haftar di riprendere il controllo della città. Senza dimenticare che, da ottobre, la città di Derna, al confine con l’Egitto, è la roccaforte dello Stato Islamico, al quale, probabilmente, Ansar al-Sharia ha “lasciato la porta aperta”. Proprio lo Stato Islamico, a partire dall’attentato all’hotel Corinthia a Tripoli del 28 gennaio, sembra oggi voler tentare un’avanzata da est verso ovest della Libia, peraltro con esplicite minacce agli interessi energetici degli imperialisti, in particolare rispetto al gasdotto di Mellitah.

Avendo tentato di descrivere a grandi linee lo scenario libico odierno, a partire anche da alcuni suoi protagonisti politici, rimane da chiedersi quali saranno le prossime mosse della cosiddetta comunità internazionale che, sulla scorta dello spauracchio dell’avanzata dello Stato Islamico anche in questo paese nordafricano, sembra voler riproporre “l’emergenza Libia”, a quattro anni dal disastroso intervento per la deposizione di Gheddafi.

Partendo dal presupposto dell’importanza strategica delle risorse del paese, e degli ingenti investimenti degli ultimi anni, troppi sono i fattori in gioco per non intervenire. L’avanzata dello Stato Islamico, con la sua portata mediatica ed il ruolo di “primo nemico” a livello internazionale, potrebbe convincere l’Onu e la Nato ad un intervento congiunto, in un parziale cambio di strategia rispetto alla mossa unilaterale della Francia che aprì la fase iniziale dell’aggressione nel 2011. In Italia abbiamo assistito al teatrino di dichiarazioni incendiarie di interventismo da parte dei Ministri della Difesa e degli Esteri Pinotti e Gentiloni, ricondotte poi da Renzi sotto l’egida di un’operazione internazionale, nella quale tuttavia, ha più volte aggiunto, l’Italia dovrebbe avere un ruolo di primo piano. Sicuramente l’accordo Eni-Fajr Libia per la protezione di Mellitah potrebbe essere un punto di forza per la posizione italiana, che sarebbe in grado, proprio per una certa equidistanza tra le fazioni di Tobruk e Tripoli, di ricondurle ad un accordo di pacificazione che, se non fosse in grado di per sé di stabilizzare la situazione, apra le porte ad un intervento militare esterno accettato dalle parti, in nome della lotta contro il “terrorismo”. In tale maniera, il ruolo italiano contribuirebbe alla linea statunitense di promozione della “riconciliazione nazionale”, condizionata dal fatto che il governo di Tripoli rinunci ad ogni ambiguità rispetto al proliferare dei gruppi jihadisti e che il governo di Tobruk, al suo interno, faccia prevalere le parti più disposte al dialogo e dunque isoli la posizione di Haftar. Diversa invece la posizione francese, più chiaramente sbilanciata dalla parte di Tobruk e dunque del ruolo egiziano, anche per l’interesse malcelato di mettere le mani sulle riserve energetiche della parte orientale del paese, la Cirenaica, oggi sotto controllo dei laici di Jibril e Haftar. Obiettivo, questo, perseguito dalla Francia sin dal suo sostegno all’insurrezione contro Gheddafi nel 2011, che proprio in questa regione iniziò, anche sulla base di una tendenza al separatismo da Tripoli che non è venuta meno neanche dopo la caduta della Jamahiryia.

A parte le considerazioni di carattere strategico, ciò che è certo è che quella della Libia è la cronaca di una morte annunciata dall’intervento del 2011 che, dopo l’eliminazione della “canaglia” Gheddafi, non è stato in grado di passare dalla distruzione di un paese indipendente, cosa effettivamente avvenuta e sotto gli occhi di tutti nelle sue conseguenze, alla costruzione di un paese che sappia garantire – soprattutto con il petrolio e il gas – lo sfruttamento e il profitto imperialista, cioè il motivo fondamentale che ha mosso questa ed altre guerre di aggressione.

In proposito, le parole del presidente della Camera di commercio italo-libica Gianfranco Damiano in un’intervista del dicembre 2014[xiii] sono eloquenti:

Dalla caduta di Gheddafi la situazione è andata peggiorando e da una media di 200-250 aziende iscritte alla nostra Camera di commercio quest’anno si è passati a solo un centinaio. Viviamo un forte disagio, le interrelazioni governative sono limitate, mancano punti di riferimento certi e da parte degli interlocutori libici non c’è la possibilità di fissare una road map per far ripartire l’economia del Paese. Questo stato di cose pesa sui grandi player come Eni, Iveco, Fiat e Telecom, ma soprattutto su quelle piccole e medie imprese che in Libia operano principalmente nei settori dell’energia, dell’agroalimentare, della meccanica e della metalmeccanica, del manifatturiero e dell’abbigliamento. Nonostante tutto qualcosa comunque si sta muovendo.

Quello che si sta muovendo è che, nel post-Gheddafi, ben il 70% delle aziende italiane che si trovavano in Libia prima dello scoppio della guerra sono tornate, e non hanno intenzione di rinunciare ai rapporti preferenziali da primo partner commerciale – basti ricordare ancora una volta il colossale appalto della Salini-Impregilo per l’autostrada libica. Citiamo un’altra dichiarazione di Damiano:

Ai tempi di Gheddafi tutte le attività che ruotavano attorno ai giacimenti, come per esempio le manutenzioni, venivano affidate automaticamente a determinate ditte. Dopo la rivoluzione si sono iniziate a vedere le prime gare per l’assegnazione degli appalti, e ciò inevitabilmente ha lasciato scontento qualcuno. Il problema è che mentre in Occidente si protesta civilmente, qui si passa direttamente ai kalashnikov[xiv].

Si sa che il “civile occidente”, qualora lo spuntare di kalashnikov in mano ai colonizzati mette a repentaglio, consapevolmente o meno, il proprio colonialismo, vi tende a rispondere schierando droni, cacciabombardieri e truppe occupanti. Sicuramente, a tutela e garanzia dei propri investimenti, la borghesia italiana, come le parole del sovracitato Damiano implicitamente dicono, spinge per un intervento che possa normalizzare la situazione, ma è altrettanto chiaro che la situazione sul campo, con la prosecuzione degli scontri tra le fazioni, e il necessario concerto con le linee emerse nel consesso imperialista a guida Usa a cui l’Italia fa riferimento, non consentono di forzare la mano, almeno per il momento.

In tutto questo sorge però un fattore di controtendenza. È costituito dalla merce di cui, a partire dal 2011 e contrariamente a tutte le altre, sono cresciute esponenzialmente le esportazioni dalla Libia, quella della forza lavoro dei “dannati della terra”, in fuga da quell’inferno di guerra imperialista, balcanizzazione e miseria che stanno ingoiando sempre più paesi dell’Africa e dell’Asia. Una merce che, a differenza di tutte le altre, diminuisce di prezzo tanto più ufficialmente ne è ostacolata la circolazione, perché le braccia di chi dipende, nella sua permanenza, da un permesso di soggiorno da lavoro o addirittura da una richiesta di asilo, vengono vendute al prezzo minore oggi reperibile sul mercato.

Strumentalizzando le stragi in mare, la cui responsabilità cade principalmente sulle politiche repressive in materia di immigrazione attuate da Italia ed Europa, il governo Renzi si è fatto promotore, all’interno dell’Ue, di una politica di intervento militare diretto, in Libia e nelle acque territoriali libiche, volta alla “distruzione dei barconi degli scafisti”. Una nuova edizione ideologico-politica dell’interventismo umanitario che stavolta, per assurdo, diverrebbe prevenzione delle fughe di massa per motivi umanitari!

Il primo passo di un nuovo intervento imperialista in Libia potrebbe essere proprio questo e l’iniziativa in tal senso va dunque ascritta propriamente all’Italia del governo Renzi. Quest’ultimo, come sul fronte interno ha compiuto, con il Jobs act, l’attacco strategico più rilevante, degli ultimi anni, alla classe lavoratrice, sul fronte esterno sta dimostrando di voler mutare la posizione strategica dell’Italia, da paese che partecipa alle campagne belliche del fronte Usa-Ue-Nato per ricavarne il ricavabile, a paese che se ne fa promotore con tutti i mezzi possibili.

“Per il colonizzato, la vita non può nascere che dal cadavere in decomposizione del colono”
 Frantz Fanon

 

[i] Basti pensare che nel 1971 1 Dinaro libico valeva 3,04 Dollari, oggi ne vale 0.7351 (0.6479 Euro).

[ii] A titolo di esempio, sulla scia di Egitto e Siria nel 1973, durante la guerra dello Yom Kippur contro Israele, il governo decise di nazionalizzare tutti i pozzi di estrazione ed alzare ulteriormente il prezzo del petrolio.

[iii] Il testo integrale dell’accordo si può trovare sul sito dell’Asgi: http://www.asgi.it/wp-content/uploads/public/accordo.italia.libia.2000.pdf

[iv]  http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=16PDL0017390

[v] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-08-12/saliniimpregilo-commessa-milioni-euro-084207.shtml?uuid=AbcHKSMI Da notare che, tra le imprese del consorzio guidato dal gruppo Salini-Impregilo, fanno parte anche la CMC, impegnata nella trivellazione del Tav Torino-Lione e sotto inchiesta per il crollo del viadotto sulla Palermo-Agrigento, e la Pizzarotti, coinvolta nella costruzione del Tav Tel Aviv – Gerusalemme che espropria villaggi palestinesi.

[vi] http://www.eni.com/it_IT/innovazione-tecnologia/progetti/western-libyan-gas-project/western-libyan-gas-project.shtml

[vii] http://www.eni.com/it_IT/media/comunicati-stampa/2007/10/eni-libyan-national-oil-16-10-07.shtml

[viii] http://www.lastampa.it/2015/02/18/esteri/intervento-estero-gi-un-disastro-nel-invece-togliete-lembargo-e-dateci-le-armi-UZkNNkaOumCi3RaBWDBxGI/pagina.html

[ix] http://www.lastampa.it/2015/02/23/blogs/caffe-mondo/haftar-il-generale-che-piace-al-governo-di-tobruk-e-che-americani-e-inglesi-non-vogliono-9JTAEXsvL12xF4QLjjOwZM/pagina.html

[x] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-11-07/parlamento-illegittimo-libia-sprofonda-caos-063927.shtml?uuid=ABSw9IBC

[xi] http://nena-news.it/libia-interessi-e-isterismo-italiano/

[xii] http://www.formiche.net/2015/04/01/libia-perche-il-primo-ministro-al-hassi-stato-rimosso/

[xiii] http://www.lookoutnews.it/libia-imprese-italia-intervista-gianfranco-damiano/

[xiv] Ibidem.

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