Il proletariato internazionale e la crisi

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Antitesi rivista n. 2
Sezione 1: Sfruttamento e crisi

Il proletariato internazionale e la crisi

Come i fatti mostrano, la lunga crisi nella quale è immerso irreversibilmente il sistema capitalista, iniziata fin dagli anni ’70 e, dal 2007 in modo ancora più evidente, non accenna a dar segni di soluzione. Anzi, gli ultimi eventi che hanno coinvolto la Cina, e più in generale i paesi cosiddetti emergenti e in ultimo anche l’Unione Europea (Ue), lo confermano con forza. Nonostante le incessanti misure di lacrime e sangue prese dalla borghesia internazionale contro il proletariato e sebbene ci troviamo difronte a decenni di distruzione di forze produttive e di capitali – con ristrutturazioni che investono interi settori industriali, periodici crolli borsistici e devastazioni di intere economie nazionali con guerre via via più estese – il ciclo di accumulazione capitalistica globale rimane tendenzialmente negativo.

Dentro alla condizione di crisi che avvolge tutto il pianeta ogni contraddizione che si sviluppa a livello locale rimbalza immediatamente sul piano internazionale. La cosiddetta globalizzazione [1], lungi dall’aver portato soluzione alla crisi del sistema attuale, accelera l’acuirsi delle contraddizioni motrici dello sviluppo della realtà nella quale viviamo: la contraddizione tra borghesia e proletariato, quella tra imperialismo e popoli oppressi e quella tra imperialismi.

In questo articolo ci occuperemo di trattare specificatamente la contraddizione tra borghesia e proletariato, non dimenticando il suo concatenarsi dialettico con le altre contraddizioni.

Da questa impostazione emergerà chiara la critica a tutte quelle concezioni affermatesi negli ultimi due decenni e, in particolare, a quelle di coloro che, interni al campo di classe, hanno visto nella cosiddetta globalizzazione o un’opportunità di emancipazione degli sfruttati, o un’“arma” vincente nella mani del capitale per spezzare la resistenza operaia e proletaria e annientare i rapporti di forza tra le classi. Delle visioni che sono entrambe frutto dell’idea che è semplicemente la soggettività di classe, o borghese o proletaria, che determina la realtà, senza tenere conto del piano materiale di sviluppo delle contraddizioni del capitalismo contemporaneo.

All’interno del campo proletario, la penetrazione delle ideologie post-moderne e post-operaiste, figlie di una visione che nega il ruolo oggettivamente centrale e dunque rivoluzionario della classe operaia rispetto al modo di produzione capitalistico, hanno contribuito e/o si sono fatte strumento del tentativo della borghesia di distruggere la cultura e la memoria storica dei lavoratori, tentativo attuato con la vana speranza di impedire la ripresa della lotta di classe.

Addirittura, gli apologeti della “globalizzazione”, folgorati dalla new economy, dalla rete, dai processi orizzontali resi possibili dalle nuove tecnologie, hanno ricercato e ricercano i “nuovi soggetti della trasformazione” nei cosiddetti knowledge workers. Ciò ha portato questi neo- o post-operaisti che dir si voglia, da un lato all’abbaglio di rivestire ideologicamente dei processi di sviluppo delle forze produttive funzionali al capitale (soprattutto alla dimensione della circolazione e valorizzazione del capitale finanziario) e dall’altro a non comprendere come la collocazione reale di questi lavoratori, nel processo di produzione di plusvalore, li stava portando ad una operaizzazione di fatto, avvicinandoli ai lavoratori del ciclo materiale; a partire dall’essere accomunati a quest’ultimi dalla loro bassa condizione salariale e dalla precarietà contrattuale.

L’operaismo, se da un lato ha postulato la determinazione della classe rivoluzionaria su basi soggettive e non oggettive, finendo così per negare la funzione rivoluzionaria della classe operaia, dall’altro ha legato tale teorizzazione alla concezione secondo cui il capitalismo abbia superato le sue contraddizioni intrinseche. Non va negata, dunque, e va tenuta nella dovuta considerazione la dialettica tra la situazione oggettiva e quella soggettiva, ma va affermato chiaramente che la causa principale della crisi sono le tendenze stesse che regolano il divenire del sistema capitalistico. Dimenticarlo ha portato molti a considerare gli effetti della crisi come le sue cause scatenanti: chi le ha indicate nelle politiche economiche sbagliate degli Stati, chi nell’abnorme sviluppo della speculazione finanziaria, altri nell’esasperazione delle disuguaglianze sociali dovute a una cattiva redistribuzione della ricchezza, che avrebbe causato la conseguente caduta dei consumi.

La cosiddetta globalizzazione ha determinato anche la scomposizione della classe operaia dei paesi di vecchia industrializzazione con la delocalizzazione della produzione, o di sue parti, in paesi meno sviluppati, dove le condizioni di lavoro sono o quantomeno erano infime, permettendo così il reclutamento di vastissime masse di neo-salariati ad un minor costo per il capitale. Tutte queste trasformazioni sono state accompagnate dallo sviluppo sempre più concreto della tendenza alla guerra imperialista che inevitabilmente ha influito sulla divisione internazionale del lavoro.

La crisi è, al contrario, intrinseca al sistema di produzione capitalista: il capitale non ha per suo scopo il soddisfacimento di bisogni, ma la produzione di profitto e non è certo il buon senso o la moralità dei padroni e dei governanti di turno che determinano le decisioni nell’economia, ma gli interessi di classe. La produzione di plusvalore è il cuore del problema: all’aumento dell’accumulazione di capitale corrisponde una diminuzione tendenziale del saggio di profitto. [2] Il problema principale nel sistema capitalista è la profittabilità dell’enorme massa di capitale accumulato. Essendo solo il lavoro fonte di plusvalore è chiaro che la risposta principale alla crisi dei capitalisti è stata, e sarà ancor più nel futuro, l’attacco alle condizioni di lavoro e di vita del proletariato.

Il limite della produzione capitalistica, infatti, è proprio il capitale stesso che deve auto-valorizzarsi, esso è contemporaneamente il motivo e il fine della produzione. Per farlo deve espropriare e impoverire la grande massa dei lavoratori con l’aumento del grado di sfruttamento attraverso le controriforme dei governi della borghesia, l’aumento di disoccupazione e precarietà, dell’esercito industriale di riserva, la ricerca di maggiore saggio di profitto all’estero attraverso le delocalizzazioni, ecc.[3]

Sulle condizioni del proletariato internazionale

Oggi, nel pieno della crisi, quali sono le reali condizioni del proletariato internazionale e, al suo interno, quelle della classe operaia? Il dato certo è che sono aumentate le disuguaglianze sia all’interno delle economie di vecchia e nuova industrializzazione, sia tra paesi dominanti e oppressi. Basti citare un dato su tutti: la ricchezza delle 85 persone più ricche al mondo corrisponde a quella di metà della popolazione mondiale, cioè 3,5 miliardi di persone (fonte: Oxfam). A questo si deve aggiungere che la disoccupazione è divenuta un dato cronico, e allo stesso tempo la precarizzazione, il super sfruttamento del lavoro e la miseria sono in continuo aumento.

Attraverso la lente dei dati sulla disoccupazione e sui salari ci si può fare un’idea concreta della condizione del proletariato dentro la crisi. Utilizzeremo i dati forniti dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) nelle relazioni del 2014/15 per fotografare in una visione d’insieme la situazione attuale per poi trarne alcune riflessioni. Le ricerche fatte forniscono un rapporto globale su salario e disparità di reddito [4], occupazione [5] e tendenze per i giovani [6].

Le motivazioni e le finalità di questa ricerca dell’Ilo puntano a “suggerire” alle istituzioni e ai padroni la necessità di cambiare orientamento rispetto alle politiche di “moderazione salariale” e/o di austerità, considerando importante il ruolo del reddito e del salario nel favorire i consumi. Di fronte a situazioni di declino/stagnazione e, quindi, di deficit della domanda (ad esempio nella Ue), si sono accorti che il taglio dei salari non incide solo sui costi di produzione, ma anche sui consumi. Il punto è che per i padroni si tratta di una “non soluzione”, perché la creazione del plusvalore, da cui dipende il profitto capitalistico, si situa nella fase della produzione e dunque vendere più merci a un maggior costo di produzione, determinato dal maggior salario, non rende nulla in termini reali, ad un capitalista.

Strategicamente, dunque, soprattutto in una fase di crisi, l’interesse del padronato è attaccare il salario per ridurre tali costi di produzione e ottenere maggiore plusvalore. Tatticamente però, aumentare il salario può essere conveniente se viene svolto in rapporto ad alcune dinamiche, ad esempio, se si tratta di un aumento puramente nominale, eroso dall’inflazione, che si traduce in una propensione al consumo a costo zero per il capitalista. Oppure può legarsi a politiche di programmazione e bilanciamento tra settori produttivi capitalistici, perché l’aumento salariale in un ambito maggiormente remunerativo in una fase può essere di supporto agli altri settori. O ancora, può essere un’operazione profittevole se contemporaneamente si aprono spazi di accumulazione maggiore, pur temporanei, o calino i costi di produzione su altri fronti legati non al capitale variabile ma a quello costante, ad esempio, l’attuale crollo del prezzo del petrolio.

Aldilà di tutte queste considerazioni, va constatato che gli attuali progetti di salario minimo proposti, oggi rappresentano un ulteriore attacco al salario e alle condizioni contrattuali. Ad esempio, l’attuale governo italiano punta a sostituire ai contratti collettivi nazionali l’indicazione di un salario minimo legale, in modo da livellare le retribuzioni operaie verso il basso o comunque legarle alla contrattazione aziendale, da sempre più favorevole al padronato.

TABELLA 1
Tendenze nella crescita media dei salari nell’economia globale

Ritornando ai dati, illustrati nella tabella 1, emerge che la crescita globale salariale è rallentata nel 2013 rispetto al 2012 ed è ancora ben sotto ai valori pre-crisi. La crescita è stata trainata dai paesi cosiddetti emergenti [7] e in via di sviluppo, ma ciò non ha compensato i valori stagnanti nelle economie sviluppate nelle quali, in più paesi, la crescita è rimasta inferiore a quella precedente il 2007.

A livello mondiale le medie dei salari reali mensili sono cresciute del 2,2% nel 2012 e del 2% nel 2013, contro una crescita del 3% nel 2006/2007.

Nei paesi non occidentali, gli aumenti sono stati più veloci, ma con grandi differenze regionali: 6% Asia, 6% Ue orientale e centrale, 1% America Latina e Caraibi, 4% Medio Oriente, 1% Africa. Il dato globale dei G20 è 6,7% nel 2012 e 5,9% nel 2013. Da notare, però, che la crescita salariale globale si dimezza se dai calcoli viene omessa la Cina e passa dal 2% all’1,1% nel 2013 e dal 2,2% all’1,3% nel 2012. Nelle economie del cosiddetto occidente, va considerato anche che i salari reali medi, oltre ad essere rimasti sotto a quelli antecedenti il 2007, hanno subito forti perdite in particolare in Grecia, Irlanda, Italia, Giappone, Spagna e Regno Unito e che la produttività del lavoro ha superato in generale, salvo rare eccezioni, la crescita dei salari medi, compreso in Germania e negli Usa.

Salta agli occhi che, dove ci sono stati aumenti più forti, ad esempio in Cina, essi sono stati accompagnati da un ciclo di lotte operaie. [8] Un dato che comunque resta chiaro è che il salario medio mensile Usa è il triplo rispetto a quello cinese, nonostante il divario si sia ridotto tra il 2000 e il 2012.

Tra i cosiddetti emergenti, la quota di reddito da salario è notevolmente cresciuta nella Federazione Russa mentre, ad esempio, è declinata in Turchia e in Messico, mentre i salari medi reali stanno, anche se lentamente, convergendo verso le medie delle economie sviluppate (i cosiddetti paesi occidentali).

All’interno di quest’ultimi, i salari rappresentano il 70/80% del reddito familiare, mentre nei paesi emergenti o in via di sviluppo la quota si assesta intorno al 40%. Ad esempio in Argentina, il 50/60%, il 40% Brasile e in Perù, il 30% in Vietnam. Con l’aggravarsi della crisi, la quota da lavoro autonomo o formalmente autonomo, all’interno del reddito familiare, incide molto più sia negli emergenti che nei paesi sviluppati, ma riguarda fasce di popolazione a basso reddito, dimostrando come la crescita della piccola borghesia o di forme di lavoro autonomo che di fatto svolgono nel processo produttivo una funzione reale da operai salariati, non corrisponde ad un arricchimento economico delle masse popolari.

Per quel che riguarda il divario retributivo medio tra gli autoctoni e gli immigrati, è nettamente a favore degli autoctoni, con le sole eccezioni di Danimarca, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Svezia e Cile. Nella lettura dei dati va tenuto presente che negli ultimi anni la Cina, il Giappone, la Germania e gli Usa hanno utilizzato politiche per l’aumento del salario minimo, accompagnate da accorgimenti fiscali, per intervenire sulla redistribuzione del reddito. Sul punto vale quanto già si diceva precedentemente.

Veniamo ora ai dati sull’occupazione. Sempre l’Ilo ci dice che attualmente esistono 201 milioni di disoccupati nel mondo. Dal 2007/08 la quota di occupati mondiale è diminuita di 61 milioni di unità, mentre il tasso di crescita globale dell’occupazione è passato dal 1,7 al 1,4% nei quattro anni successivi allo scoppio dell’ultima crisi (2007-2011). Il lavoro dipendente è circa il 50% del lavoro globale con minimi del 20% nell’Africa sub-sahariana e nell’Asia meridionale. Il lavoro a tempo pieno, è sempre meno presente, mentre il lavoro precario e quello autonomo, o almeno formalmente autonomo, sono in massiccio aumento. Solo il 45% del lavoro salariato è full-time e la quota è in declino: 6 su 10 lavoratori sono part-time e 1 su 4, sempre a livello mondiale, sono a tempo pieno.

La disoccupazione in crescita è il dato pregnante in ogni area geografica e al suo interno esiste una marcata differenziazione in base al sesso, come si può vedere dalla tabella 2.

TABELLA 2
Tasso di disoccupazione diviso per sesso e anno (2007, 2009 e 2014) a livello mondiale e regionale (%)

Anche i dati sulle coperture pensionistiche e sociali nella crisi hanno subito notevoli cambiamenti riducendo le tutele dei lavoratori, come si può leggere nella tabella 3 [9]

TABELLA 3

Nella tabella 4 si può – inoltre – vedere come la miriade di nuove tipologie di contratti ha portato a condizioni di super-sfruttamento e di carenza di diritti. [10] Nella Ue il dato riscontrato sull’allontanamento dal modello “standard” del contratto a tempo pieno, è il più elevato e cioè, a fronte di una media di diversificazione delle forme di lavoro a livello globale di 0,52, la Ue raggiunge la media di 0,72. In aggiunta, è stato verificato attraverso lo studio di dati comparati che la natura mutevole dei posti di lavoro, dove ha influito positivamente sugli esiti occupazionali, ha dato risultati solo a breve termine e ha fatto crescere il lavoro autonomo o formalmente autonomo.

TABELLA 4

In ultima, l’Ilo ci fornisce informazioni sulla situazione globale dei giovani in rapporto al mercato del lavoro registrando, nel 2015, oltre a un netto calo dell’occupazione la tendenza alla combinazione tra part-time e lavoro temporaneo con percorsi di studio/formazione. I dati proposti mostrano anche la disparità tra i sessi, come illustra la tabella 5

TABELLA 5
Tasso di forza lavoro giovanile, divisa per regione e sesso, 1991 e 2014

Considerando i dati che abbiamo analizzato (solo in piccola parte citati ed esposti in questo testo) e per avere una visione d’insieme possiamo provare schematicamente a focalizzare la nostra attenzione sulle parti che possiamo oggettivamente distinguere in seno al proletariato internazionale e alle masse popolari: la classe operaia e i lavoratori, l’esercito industriale di riserva e le masse contadine.

La classe operaia e i lavoratori

La classe operaia dei paesi “sviluppati” e le sue condizioni di vita sono strettamente intrecciate alla nuova classe operaia dei paesi “emergenti” visto i processi di delocalizzazione della produzione industriale. E questo ha comportato contemporaneamente l’aumento della disoccupazione nei paesi sviluppati, una riduzione dei salari e l’erosione delle conquiste sotto la mannaia del ricatto dei licenziamenti e della delocalizzazione da parte dei monopoli capitalistici.

Il dato positivo è che nei paesi “emergenti” si sono sviluppate lotte di conquista (più salario, più diritti) scaturite dalle pesantissime condizioni di vita e di lavoro a cui enormi masse di lavoratori sono costretti. Contemporaneamente, nei paesi “sviluppati” hanno avuto luogo perlopiù lotte di resistenza (ai licenziamenti, all’attacco al salario e alle precedenti conquiste), ma anche qualche lotta rivendicativa che è riuscita a strappare vittorie importanti, come il caso del movimento dei facchini in Italia.

Va comunque rilevato che la classe operaia è costantemente aumentato di effettivi a livello mondiale, grazie all’aumento dei lavoratori salariati nei paesi “emergenti” che ha superato l’entità della loro diminuzione in quelli sviluppati. L’urbanizzazione di una parte importante delle masse contadine nei paesi emergenti, è stato certamente un fattore centrale in questa tendenza. Se nel 2014 il tasso di urbanizzazione globale era pari al 54%, entro i prossimi quarant’anni il dato potrebbe lievitare fino al 66% [11], un esodo dalla campagna alla città di 2,5 miliardi di persone, il 90% delle quali si concentrerebbe tra l’Africa e l’Asia.

Il flusso di nuovi super-fruttati e diseredati alimenterà ulteriormente non solo quello dalla campagna alle nuove aree industriali, ma anche quello dei flussi verso altri paesi, specie quelli cosiddetti sviluppati. Ancora una volta nella storia recente, la contraddizione tra città e campagna si intreccia con quella tra nord e sud del mondo, ma ha sempre come causa originaria la contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro.

Un altro aspetto da non dimenticare nell’esaminare il legame tra la classe operaia dei paesi “sviluppati” e degli “emergenti”, è come le tecnologie incorporate nelle macchine esportate dagli sviluppati, stiano in qualche modo “omogeneizzando” la composizione organica del capitale [12] e quindi, tendenzialmente, anche la composizione della forza lavoro e le sue condizioni.

Infine, osserviamo che, nel processo veloce di trasformazione del capitale e della classe operaia sotto i colpi della crisi, i knowledge workers hanno poca rilevanza: essi, oltre che a costituire una quota minoritaria nelle migrazioni (ad es. gli informatici indiani che arrivano in “occidente”), finiscono negli “emergenti” (ad esempio in India e Cina) nelle classi medie mentre, sia negli Usa sia nella Ue vanno ad alimentare la precarizzazione e l’esercito industriale di riserva.

Esercito industriale di riserva

Nella fase attuale dello sviluppo capitalistico, l’espulsione della forza lavoro tende a divenire fenomeno costante e in aumento. L’esercito industriale di riserva viene ora attratto, ora respinto, dal mondo del lavoro, ma in modo tale che, solo parte di esso, rimanga stabilmente emarginato dalla produzione. A fronte della sovraccumulazione di capitale esiste dunque una sovraccumulazione di capacità lavorativa. Spesso la diminuzione relativa della forza lavoro, con l’avvento sempre più veloce delle nuove tecnologie e la conseguente espulsione di lavoratori, porta molti a considerare causa di ciò lo sviluppo tecnologico (informatizzazione, robotizzazione ecc) che viene di conseguenza considerato come nemico principale. Si confonde il potere reale capitalistico con il mezzo tecnico che lo incorpora. Il nemico resta sempre la classe borghese che dà alla tecnologia un potere dispotico sulla classe. Nel rapporto tra mezzi di produzione/materie prime e lavoro, solo nel capitalismo l’espansione dei mezzi di produzione ha frenato l’espansione del lavoro. [14]

Nelle megalopoli e nelle metropoli, sia nel nord che nel sud del mondo, questa massa esprime lotte con caratteristica di rivolte. Vi fanno parte sempre più i giovani e gli immigrati.

Va considerato come la promozione della cosiddetta “sharing economy” da parte della borghesia imperialista [13], rendendo profittevoli attività fino ad adesso gratuite e spontanee, permette in prospettiva di dare una fonte di sopravvivenza economica costante all’esercito industriale di riserva, ma di mantenerlo pur sempre inalterato come massa sociale di pressione al ribasso su altre parti del proletariato e delle masse popolari. Si veda, ad esempio, il ricatto della multinazionale Uber nei confronti dei tassisti.

Contadini e masse rurali

Le masse che vivono di agricoltura costituiscono ancora una fetta importante della popolazione mondiale. A livello mondiale una persona su tre opera in ambito agricolo. I piccoli agricoltori producono l’80% del cibo consumato nei paesi “emergenti”. Il 49,5% della popolazione mondiale vive in aree rurali, tre miliardi di persone, settecento milioni in Cina. In questo campo la produzione familiare e/o di villaggio è esposta all’aggressione del capitale multinazionale che ne erode i margini di mercato, espropriando o distruggendo la terra su cui si fonda. In particolare, in Asia, America Latina e Africa, si tratta di masse popolari che nello scorso secolo hanno portato avanti grandi lotte e rivoluzioni. Oggi sul portato storico di queste lotte, in particolare in America Latina, è in corso il tentativo di recupero da parte della chiesa cattolica, con la “teologia terzomondista” di Bergoglio. [15]

Oggi numerose lotte di massa sono in corso contro le devastazioni e i saccheggi perpetrati dalle multinazionali e le condizioni di super-sfruttamento vissute nel settore agricolo. Esistono in queste aree anche processi rivoluzionari, ad esempio in India quello guidato dal Partito Comunista dell’India – Maoista. [16]

Conclusioni

Le condizioni che emergono dalla situazione oggettiva sia del capitalismo sia del proletariato e delle masse popolari a livello internazionale sono gravide della necessità di cambiamento: la crisi è conclamata da tempo e il proletariato vive uno stato di sfruttamento e di contraddizioni sempre più esplosive. La mancanza di uno sviluppo soggettivo dentro alle lotte, che in forme diverse attraversano tutto il proletariato, è la questione principale. In particolare per noi, qui nei paesi imperialisti, è sempre più urgente la necessità di recuperare una chiara visione di classe e, soprattutto, il concetto di inimicizia (della classe nemica) assieme a quello dello Stato dei padroni da abbattere per strappare loro il potere. Questo recupero non può essere relegato solo all’analisi, allo sforzo intellettualistico e/o di testimonianza della memoria storica della nostra classe, ma deve divenire asse portante per i compagni per coniugarlo alla pratica, per avere obiettivi chiari nella militanza dentro le lotte.

Va combattuta prima di tutto l’influenza delle false chimere che impazzano nel dibattito e nell’impostazione delle mobilitazioni degli ultimi decenni, le quali marginalizzano (sottostando all’attacco pluridecennale della borghesia contro l’identità di classe e le sue categorie) la questione di classe sostituendola spesso con quella identitaria (lotte ambientaliste, di genere, antispeciste, antirazziste, orizzontalità e trasversalità, beni comuni ecc.). Non si vuole certo demonizzare o non considerare le lotte che emergono sulle contraddizioni specifiche secondarie, ma implementarle e dar loro forza rimettendole al loro posto nella relazione con la contraddizione fondamentale. Per poter fare questo è indispensabile riporre al centro la militanza e l’elaborazione comunista sulla contraddizione capitale/lavoro.

E l’internazionalismo proletario, il collegamento, il sostegno e l’unità con le lotte in ogni parte del mondo diventa cemento per ricostruire l’identità di classe dentro la crisi, con il caldo auspicio che in altre parti del globo il proletariato riporti qualche avanzamento e qualche faro si accenda rafforzando così l’intera classe.

Note

[1] Per “globalizzazione” si sono intesi, nel linguaggio della classe dominante e dei revisionisti, tutta una serie di fenomeni che hanno contraddistinto il modo di produzione capitalistico negli ultimi anni, in termini di sviluppo delle forze produttive (informatica), a livello di preponderanza del ruolo del capitale finanziario, di impulso ai commerci internazionali e di una sempre più estesa divisione del lavoro internazionale.

Analizzando la sostanza reale di queste tendenze, aldilà di aspetti formali e di innegabili innovazioni sul piano produttivo, ci si ritrova davanti null’altro che alla piena continuità e all’approfondimento di quella fase del capitalismo che è stata definita monopolistica e imperialista. Il ciclo economico mondiale, in compenetrazione con il piano politico e militare, risponde ancora alle tendenze reali e sostanziali individuate da Lenin ne “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” ovvero:
1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche

Tanto che la categoria di globalizzazione non ha retto alla prova dei fatti, difronte all’aggravarsi della crisi e dello sviluppo sempre più forte della guerra imperialista, ed oggi è apertamente messa in discussione anche dalla stessa borghesia.

Vedi antitesi n.1 sezione 1. Sfruttamento e crisi
articolo: “Camminando sull’orlo del precipizio: note sulla lunga depressione del capitale”
paragrafo: “Conclusioni
http://www.tazebao.org/note-lunga-depressione-capitale/

[2] Seguendo Marx chiamiamo (c) il capitale costante, cioè le macchine e le materie prime; chiamiamo (v) il capitale variabile, cioè il lavoro; Saggio di plusvalore (Spv); Plusvalore (Pv); Saggio di profitto (Sp). Le relazioni tra i valori sono le seguenti Spv=Pv/v Sp=Pv/c+v

Con questa legge elaborata da Marx viene definita la caduta tendenziale del saggio di profitto: Essendo solo il lavoro l’unica fonte di plusvalore, l’aumento degli investimenti in quantità di mezzi industriali e qualità tecnologiche (cioè l’aumento di c) dà come risultato del processo produttivo profitti progressivamente decrescenti in proporzione agli investimenti complessivi.

[3] A questo proposito e a dimostrazione che la questione della crisi del capitalismo è intrinseca al suo stesso essere ci sono studi precisi basati su dati reali sull’andamento storico del saggio di profitto fatti da studiosi marxisti quali M. Roberts e G. Carchedi.
In particolare consigliamo il testo: “Marx’s law of profitability: answering old and new misconceptions”

[4] Vedi http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/@dgreports/@dcomm/@publ/documents/publication/wcms_ 324678.pdf

[5] Vedi http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—dgreports/—dcomm/-publ/documents/publication/wcms_3 68626.pdf

[6] Vedi http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—dgreports/—dcomm/—publ/documents/publication/wcms _412015.pdf

[7] Vedi http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—dgreports/—dcomm/—publ/documents/publication/wcms _368626.pdf

Nell’Appendice A a pagina 35 del pdf si può trovare la classificazione usata dall’Ilo per paesi sviluppati,
emergenti e in via di sviluppo

[8] Antitesi n.2 sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
Articolo “La lotta di classe i Cina”
http://www.tazebao.org/la-lotta-di-classe-in-cina/

[9] Tabella presa da http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—dgreports/—dcomm/—publ/documents/publication/wcms_368626.pdf

[10] Tabella presa da http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—dgreports/—dcomm/—publ/documents/publication/wcms_368626.pdf

[11] Vedi http://esa.un.org/unpd/wup/Highlights/WUP2014-Highlights.pdf

[12]  “La composizione del capitale è da considerarsi in duplice senso. Dal lato del valore essa si determina mediante la proporzione in cui il capitale si suddivide in capitale costante ossia valore dei mezzi di produzione e in capitale variabile ossia valore della forza-lavoro, somma complessiva dei salari. Dal lato della materia, quale essa opera nel processo di produzione, ogni capitale si suddivide in mezzi di produzione e in forza-lavoro vivente; questa composizione si determina mediante il rapporto fra la massa dei mezzi di produzione usati da una parte e della quantità di lavoro necessaria per il loro uso dall’altra. Chiamerò composizione del valore la prima e composizione tecnica del capitale la seconda. Fra entrambe esiste uno stretto rapporto reciproco. Per esprimere quest’ultimo, chiamerò la composizione del valore del capitale, in quanto sia determinata dalla sua composizione tecnica e in quanto rispecchi le variazioni di questa: la composizione organica del capitale” (Il Capitale, K. Marx, libro primo, settima sezione, capitolo 23°)

[13] Soltanto quando MP (Mezzi di Produzione-Materie Prime) e L (Lavoro) si formano storicamente come (c), capitale costante e (v), capitale variabile, come parti costitutive del capitale, ovvero quando si affaccia alla storia la borghesia capitalistica e il suo modo di produrre, soltanto allora MP= (c) si oppone a L= (v). Non è la composizione tecnica, bensì quella organica, che respinge la forza lavoro. Il capitale è un’entità contraddittoria formata da due parti antitetiche (c) macchinari e materie prime e (v) forza lavoro. Il capitale è un rapporto tra (c) e (v). la sola vera fonte del capitale è il lavoro umano.

[14] Vedi Il Sole 24 Ore, inserto “La sharing economy” del 17/12/2015.

[15] Cfr. http://www.lastampa.it/2015/07/10/vaticaninsider/ita/vaticano/bergoglio-ai-movimenti-popolari-questaeconomia-uccide-VuInKYTGlYP5yyBoHRhxtN/pagina.html

[16] Vedi Antitesi n.2 sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
Articolo “La guerra popolare in India”
Paragrafo “Cenni sull’India”
http://www.tazebao.org/guerra-popolare-india/

Testi e pubblicazioni consultati

Collettivo prigionieri comunisti delle Brigate Rosse, L’albero del peccato, Rebelles, 1983;

Formenti C., Utopie letali. Capitalismo senza democrazia, Jaca Book, 2013;

Il Sole 24 ore;

Centro di Iniziativa Comunista Internazionalista, ilcuneorosso n° 2 – crisi globale e lotta di classe in Europa, 2014.

 

Siti consultati

www.academia.edu

www.criticamente.com

www.esa.un.org/unpd/wup/

www.ilfattoquotidiano.it

www.ilo.org

www.lastampa.it

www.marxists.org

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