Imperialismo, guerra imperialista e controrivoluzione

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L’obiettivo che ci proponiamo di raggiungere con i contenuti di questo articolo è cercare di analizzare come la tendenza alla guerra imperialista sul fronte esterno ricada sul fronte interno, nei rapporti tra le classi e rispetto ai paesi a capitalismo avanzato.

Si vogliono fornire, in particolare, alcuni spunti di riflessione per sviluppare l’analisi concreta della situazione nazionale italiana in cui noi comunisti ci troviamo ad agire, per migliorare la nostra pratica reale sia nel quotidiano sia in termini di prospettiva di lunga durata.

La tendenza alla guerra imperialista sovrasta la scacchiera dei rapporti internazionali, sia tra paesi imperialisti sia tra imperialismo e popoli oppressi, e influenza direttamente anche la politica condotta all’interno dei vari paesi. Come comunisti dobbiamo opporci e contrastare l’imperialismo di “casa nostra”: questa è la migliore forma di internazionalismo.

L’imperialismo come base economico-sociale della controrivoluzione

L’imperialismo rappresenta sia la fase suprema e sia quella di putrefazione del capitalismo, producendo inevitabili contraddizioni sul fronte interno che la classe dominante deve stabilizzare e contenere.

È un dato storico che il rafforzamento mondiale raggiunto dal capitalismo nella sua fase imperialista, consente di porre in essere un miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia dei paesi cosiddetti avanzati – le potenze imperialiste per l’appunto – a spese dei popoli della grande maggioranza del pianeta. Ciò ha consentito alla grande borghesia di indebolire l’azione del proletariato nei paesi imperialisti, di estendere l’influenza della borghesia all’interno della classe operaia, tramite la socialdemocrazia, che ebbe la sua base materiale nella cosiddetta aristocrazia operaia.

Già Engels, nella prefazione alla seconda edizione del suo celebre scritto Situazione della classe operaia in Inghilterra”, criticava i capi delle trade unions che si lasciavano corrompere integrandosi materialmente e ideologicamente nel sistema colonialista britannico1.

Lenin definì il rapporto tra socialdemocrazia e imperialismo, affermando come “il capitalismo abbia enucleato un pugno (meno di un decimo della popolazione complessiva del globo, e a voler essere “prodighi”, ed esagerando sempre meno di un quinto), di Stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiano tutto il mondo mediante il semplice “taglio delle cedole”. L’esportazione dei capitali fa realizzare un lucro che si aggira annualmente sugli 8-10 miliardi di franchi secondo i prezzi prebellici e le statistiche borghesi di anteguerra. Ora esso è senza dubbio incomparabilmente maggiore. Ben si comprende che da questo gigantesco sopraprofitto, così chiamato perché si realizza all’infuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del proprio “paese”, c’è da trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell’aristocrazia operaia. Ed i capitalisti dei paesi “progrediti” operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti e indiretti, aperti e mascherati. E questo strato di operai imborghesiti, di “aristocrazia operaia”, perfettamente piccolo borghese per la sua maniera di vivere, per i salari percepiti, per la sua concezione del mondo, costituisce il puntello principale della II Internazionale; e nei nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) della borghesia. Questi operai sono veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri e propri commessi della classe capitalista nel campo operaio, veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente e in numero non esiguo a lato della borghesia, a lato dei “versagliesi” contro i “comunardi”. Se non si comprendono le radici economiche del fenomeno, se non se ne valuta l’importanza politica e sociale, non è possibile fare un passo verso la soluzione dei compiti pratici del movimento comunista e della futura rivoluzione sociale.2.

Se usiamo le parole di Lenin come chiave di lettura per l’analisi concreta anche della fase attuale, possiamo affermare che esiste un inscindibile nodo che stringe il rapporto tra la proiezione imperialista, la tendenza alla guerra imperialista sul fronte esterno e la controrivoluzione preventiva sul fronte interno. Un legame che sussiste tra la ricerca da parte del capitale di nuovi mercati, soprattutto attraverso la guerra imperialista – ricerca via via più spasmodica nell’aggravarsi della crisi -, e la politica dello Stato volta a bloccare preventivamente ogni forma di lotta di classe del proletariato e, soprattutto, ogni istanza rivoluzionaria nei paesi imperialisti.

Storicamente, dunque, gli Stati imperialisti, grazie allo sfruttamento dei popoli oppressi delle periferie, il controllo delle materie prime e dei trasporti, insieme alla disponibilità di una forza lavoro a bassissimo costo, hanno avuto la possibilità di elargire un certo benessere all’interno dei paesi imperialisti. Ciò ha consentito di offrire un temporaneo e piccolo miglioramento sociale alle masse popolari, al prezzo di corromperne alcuni strati, incuneare divisioni tra la classe e tentare di impedire che le lotte economiche del proletariato divenissero lotta politica rivoluzionaria. In questo senso, l’imperialismo costituisce la base economica e strutturale della controrivoluzione perché produce, o dovrebbe produrre, l’effetto di smussare e rallentare le insanabili contraddizioni di classe nei rapporti capitalistici, attraverso la promozione di riforme e il mantenimento di un adeguato Stato sociale (welfare state), puntando invece a esportare tali contraddizioni all’esterno, assieme ai propri investimenti e al necessario riposizionamento politico-militare.

La storia è ricca di esempi di integrazione di parte dei lavoratori nel sistema capitalista e di come tale processo determini l’involuzione del movimento operaio nel riformismo o addirittura nella reazione. Abbiamo già citato la denuncia di Engels rispetto ai tradeunionisti inglesi e la battaglia di Lenin contro i venduti della Seconda Internazionale. Possiamo fare ancora un esempio più vicino a noi: la marcia dei 40 mila nel 1980 a Torino rappresentò il classico esempio di contrapposizione dell’aristocrazia operaia al proletariato.

È chiaro che senza i sovraprofitti dell’imperialismo, la corruttela di parte di strati dei lavoratori e il ruolo della socialdemocrazia e delle burocrazie sindacali in chiave controrivoluzionaria tutto ciò sarebbe stato impraticabile.

Oggigiorno, nel pieno della crisi generale del capitalismo, assistiamo al progressivo sgretolamento dello Stato sociale e di tutta una serie di conquiste storiche della classe lavoratrice che si sta verificando in numerosi Stati europei, come risultato della drastica riduzione del margine dei profitti dei padroni. Ciò produce delle conseguenze storiche che devono essere comprese per capire la realtà concreta di fase.

In termini di accumulazione di capitale monopolistico, possiamo dire che tuttora la borghesia imperialista dispone di risorse oggettive, da dispiegare all’interno dei paesi imperialisti e ottenute con lo sfruttamento dei paesi oppressi, per puntare ad appianare le contraddizioni nei primi a spese dei secondi. Ma, nella situazione di crisi e inasprimento della concorrenza globale tra grandi monopoli, tali spazi sono sempre più stretti e devono essere difesi e ampliati sempre di più con la guerra imperialista. Sul fronte interno le contraddizioni si acutizzano con l’aumentare della crisi e la classe dominante necessita di gestirle via via con la repressione, non potendo più farlo con lo Stato sociale.

Un esempio che chiarisce il rapporto tra la proiezione imperialista esterna di un paese e la sua capacità e disponibilità economica nell’appianare le contraddizioni interne, è rappresentato dal caso francese.

La Francia oggi è in grado di garantire uno Stato sociale che si può considerare ancora “avanzato” sicuramente rispetto a quello di alcuni paesi del Sud Europa, quali la Grecia o l’Italia stessa. Ad esempio, sono previsti diversi incentivi e contributi economici per tutte le coppie che hanno figli, a partire da un primo versamento di 900 euro che viene dato alla famiglia per le spese vive alla nascita (culla, passeggino), seguite da altre forme di sostegno economico che possono durare anche fino alla maggiore età dei figli. L’accesso alle scuole è facilitato, ci sono varie forme alternative agli asili nido pubblici (o aziendali, considerando che in Francia la maternità dura per un periodo inferiore che in Italia). L’assistenza sanitaria e altre forme di supporto alla famiglia sono ancora garantite. Questa situazione rappresenta l’altra faccia della medaglia della proiezione internazionale dell’imperialismo francese. Grazie allo super sfruttamento dei suoi rapporti coloniali, soprattutto in Africa, la Francia è ancora in grado di garantire un certo Stato sociale. Ad esempio, quattordici paesi africani sono costretti, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella banca centrale francese. Il debito coloniale che i francesi pretendono dalle ex colonie fa circolare circa 500 miliardi di dollari dall’Africa alla Francia; queste, inoltre, rappresentano ancora la prima fonte di approvvigionamento di materie prime (l’uranio proviene dal Niger; circa il 30% di petrolio importato dalla Francia proviene dall’Africa)3.

La situazione francese va letta però al netto di altri fattori che si stanno via via maggiormente imponendo. Innanzitutto quello della guerra imperialista: per mantenere con sempre più fatica i suoi spazi di dominio capitalistico a livello mondiale, la Francia schiera circa 10 mila soldati all’estero ed è parte attiva, in alcuni casi protagonista, di tutti i maggiori conflitti degli ultimi anni, non solo in Africa (le aggressioni alla Libia e in Mali), ma anche in Asia (Siria, Iraq, Afghanistan). Questo interventismo estero da parte di Parigi è anche la principale causa del rimbalzo in casa della guerra imperialista, attraverso gli attentati periodici delle organizzazioni islamiste o di singoli ispirati da esse.

Inoltre, nell’acutizzarsi della crisi, gli attacchi che gli ultimi governi stanno portando alla classe operaia francese, attraverso le controriforme delle legislazioni sul lavoro, stanno avvicinando la condizione dei lavoratori di questo paese a quelle degli altri paesi della fascia mediterranea. In risposta, infatti, il proletariato e gli studenti del paese hanno condotto e stanno conducendo forti mobilitazioni, anche con pratiche antagonistiche e di scontro aperto con lo Stato. E ancora, va detto come una parte del proletariato francese, quella più povera, di origine immigrata e delle periferie metropolitane, è stata costantemente protesa alla rivolta negli ultimi anni, visto il peggiorare delle sue condizioni di vita materiali nell’ambito della crisi. In questo settore, le organizzazioni islamiste non hanno avuto difficoltà a reclutare combattenti, raccogliendo la rabbia sociale e dandole veste di conflitto religioso.

Tutto ciò segnale come quel che rimane dello Stato sociale francese non riesce più a contenere la conflittualità interna. La Francia è l’unico paese dell’Ue che da due anni (novembre 2015) ha reso permanente lo stato di emergenza rinnovato ormai ben 5 volte consecutive. Lo stato di emergenza ha portato la normalizzazione di una serie di misure repressive e restrittive verso chi lotta all’interno dei confini nazionali. Tra novembre 2015 e il 5 maggio 2017 le autorità hanno fatto ricorso ai poteri d’emergenza per vietare 155 manifestazioni. In decine di altre occasioni, sono state applicate le leggi ordinarie. Nello stesso periodo sono stati presi 639 provvedimenti per impedire a singole persone di partecipare a manifestazioni: 574 di essi hanno riguardato proteste contro la controriforma del lavoro o successivamente per impedire la partecipazione a manifestazioni dopo il secondo turno elettorale del 7 maggio.

Il caso francese dimostra che la crisi e la tendenza alla guerra scompaginano le forme della controrivoluzione interna che la borghesia imperialista deve darsi.

La stessa categoria di “aristocrazia operaia” oggi deve ritenersi tendenzialmente superata visto l’attacco complessivo a tutti i lavoratori a cui la borghesia imperialista è costretta dal procedere della crisi, sia “tute blu” che “colletti bianchi”. La modulazione dell’attacco per categorie rappresenta solo la necessità di gestirlo per dividere la classe, stante l’affondo complessivo.

Per fare un esempio riguardo il nostro paese: il Jobs Act non è stato esteso agli statali, ma d’altra parte lo Stato rimane uno dei padroni che utilizza maggiormente il precariato e, su alcuni fronti previdenziali, come ad esempio il regime in caso di malattia, la condizione dei dipendenti statali è peggiore rispetto a quella dei privati.

 

La revisione della forma Stato, l’irrigidimento dei rapporti sociali e gli strumenti dell’apparato repressivo

Sussiste dunque un rapporto biunivoco tra fronte interno ed esterno, oggi predominato dalla tendenza alla guerra imperialista. Il riflesso di questo rapporto, a livello interno, si concretizza in diversi aspetti, che si ramificano all’interno dell’intera società. In primo luogo, la forma dello Stato, intesa nella sua sovrastruttura, si assesta in funzione della controrivoluzione preventiva4. Ogni possibile istanza rivoluzionaria deve essere soffocata sul nascere, perché la classe dominante, a distanza di cento anni dalla vittoriosa Rivoluzione d’Ottobre, è conscia che il cammino per l’abbattimento del capitalismo, quindi del suo stesso potere, passa attraverso la via rivoluzionaria e proprio l’esasperarsi di contraddizioni inconciliabili tra loro porta al germogliare di questa.

Se la controrivoluzione è stata perseguita storicamente sia con la repressione che con l’integrazione economico-sociale, oggi la crisi toglie le gambe a quest’ultima, in altre parole non ci sono margini di profitto per il capitale, neanche ricavati dallo sfruttamento dei paesi oppressi, che possono essere base stabile di sistemi di welfare e del loro ampliamento. A ciò consegue, inevitabilmente, un irrigidimento progressivo dei rapporti sociali, per cui la repressione diviene tendenzialmente l’unica forma possibile della controrivoluzione.

Lo vediamo anche nella spirale seguita nel nostro paese. Siamo, infatti, davanti a una blindatura, tangibile, che si esprime in molteplici forme diverse. Il controllo sociale diffuso, che dai quartieri, con la presenza sempre maggiore di militari e polizia per controllare i luoghi considerati sensibili (sono impiegati circa 5000 membri delle forze armate sul fronte interno), si è propagato come un’onda nelle scuole e nei luoghi di lavoro; la militarizzazione dei cantieri delle cosiddette grandi opere, come la Val di Susa, o dei luoghi attorno a siti bellici, come a Niscemi rispetto al Muos; la repressione delle varie mobilitazioni e istanze di lotta, l’uso della violenza poliziesca e delle inchieste della magistratura contro i lavoratori e gli immigrati in lotta; gli sfratti e la criminalizzazione della lotta per la casa; la mobilitazione reazionaria che fomenta la guerra tra poveri, la paura del diverso, dell’immigrato e degli emarginati sociali.

La borghesia si deve attrezzare per essere in grado di fronteggiare una situazione di peggioramento delle condizioni sociali, quindi deve inasprire, rinnovare e rafforzare il proprio apparato coercitivo, non solo attraverso la militarizzazione della vita pubblica, ma anche dotandosi di norme, leggi e di tutti gli strumenti utili nel riuscire a mantenere un controllo costante delle masse popolari.

In Italia, le ultime leggi che vanno in questa direzione sono il “pacchetto Minniti”5, che coniuga in sé il controllo e l’inasprimento delle politiche repressive nei centri urbani con il controllo dei flussi migratori e lo sfruttamento degli immigrati, e l’approvazione del Libro Bianco della Difesa6, che ridefinisce il ruolo delle forze armate militari anche sul piano interno.

Il “pacchetto Minniti” consiste in due decreti legge che affrontano varie questioni come l’illegalità diffusa del proletariato e sottoproletariato urbano, la repressione di chi lotta fuori dalle logiche della compatibilità politica e la gestione dei flussi migratori.

Questo insieme di norme propone la repressione e la stretta autoritaria come cura alla malattia della paura diffusa dalla stessa classe politica con la mobilitazione reazionaria, alimentata con i temi della cosiddetta “questione sicurezza”. Norma dopo norma, si manifesta sempre più nitidamente l’attualizzarsi del rapporto sulle operazioni urbane che l’Alleanza Atlantica stilò negli anni ‘90 prodotto da esperti di sette nazioni, tra cui l’Italia, e che la Nato fece apparire solo nel 2003 (noto come Piano Nato 2020)7. Un rapporto che, presumendo una situazione sociale sempre più critica, problematica e difficile da gestire, ritenne urgente una sempre più forte repressione anche sul piano militare e che previde l’impiego dell’esercito nel controllo delle metropoli occidentali a fronte di fatti non tanto d’insorgenza politica, ma soprattutto di ribellismo in sé e per sé a fronte del malessere sociale.

Il Libro Bianco – per la sicurezza internazionale e la difesa è stato approvato dall’attuale governo nel febbraio 2017 e rappresenta un documento strategico dell’imperialismo italiano.

Sicurezza è la parola d’ordine del Libro, leitmotiv degli ultimi dieci anni di politica estera della borghesia imperialista, sulla quale ruotano i tre obiettivi della pubblicazione: indicare lo strumento militare migliore in tema di “difesa”, individuare la migliore governance che possa garantire ampia agibilità e decisionalità al ministero della difesa, sviluppare modelli culturali che consentano di creare una cornice di consenso attorno alla tematica della sicurezza a cui si fa riferimento. “Maggiore sicurezza è un sinonimo di maggior difesa delle nostre libertà dal terrorismo” è la nota introduttiva al libro del ministro Pinotti; ovvero la libertà dei padroni del mondo di poter continuare a sfruttare, depredare, avvelenare e bombardare i territori dei popoli oppressi, gridando ipocritamente al terrorismo difronte agli attacchi nel cuore dell’Europa da parte di organizzazioni armate islamiste, che come un boomerang riportano nel vecchio continente gli orrori che esso esporta in tutto il mondo.

Il Libro propone un modello militare che viene realizzato attraverso la creazione di nuove politiche per l’innovazione, la ricerca scientifica e la tecnologia rese possibili con la cooperazione sempre più profonda tra il ministero della difesa, l’industria e l’università.

Nell’evoluzione dello scenario strategico evidenziata all’interno del Libro si legge una breve, ma lungimirante analisi sulla futura urbanizzazione globale: si stima che nel 2040 il 65% della popolazione mondiale vivrà in grandi agglomerati di città, meglio conosciuti come slum, e che il 95% di questo incremento della popolazione urbana avverrà nelle megalopoli dei paesi in via di sviluppo. Si prevede si svilupperanno conflitti sociali urbani per l’incapacità dei governi di tali paesi nell’assicurare i bisogni primari alle proprie popolazioni8.

Altre previsioni accertano continui flussi migratori futuri dovuti alla crescita demografica mondiale, ma alla quale non corrisponderà una proporzionale disponibilità di risorse naturali (principalmente cibo e acqua), e che “potrebbe portare a una forte competizione, anche armata, per il loro possesso9. Le analisi sopra descritte, sempre stando al testo, “costringono” gli Stati fra cui l’Italia a organizzarsi per intervenire militarmente, nel resto del mondo, per assicurare la propria difesa nazionale e, soprattutto, garantire l’approvvigionamento delle moltissime risorse provenienti dall’estero da cui essi dipendono. Tutto questo sarà, naturalmente, funzionale a stabilizzare la propria situazione interna, assicurando con la guerra esterna la pace sociale interna.

Tra le voci del personale civile del modello di “difesa” del Libro Bianco, compaiono sia studenti universitari, creando specifici percorsi formativi, che tecnici specialistici, coinvolgendo imprenditori privati e centri di ricerca.

Infatti, si legge testualmente in uno specifico paragrafo che “la possibilità del comparto sicurezza e difesa di trovare una sua corretta dimensione di sviluppo risiede nella capacità nazionale di favorire una stretta collaborazione tra la Difesa, l’industria e il mondo universitario e della ricerca10. Si scrive, inoltre, della necessità di un migliore collegamento tra i centri di eccellenza, soprattutto in ambito Nato ed europeo, con gli atenei universitari e sempre l’industria per favorire “l’opportunità per ricercatori di nuove aree di studio11.

Tutto questo dimostra come la scienza e la tecnologia, in questo sistema, siano al servizio del capitale e della guerra imperialista. Una stretta collaborazione, come scritto nel Libro Bianco, che è già realtà negli atenei italiani, con le numerose collaborazioni in ambito militare a cui la ricerca e gli studi universitari stessi sono asserviti.

L’egemonia di guerra

Rifacendosi alla concezione di egemonia propria del movimento comunista, perlopiù elaborata da Antonio Gramsci12, il potere della classe dominante è basato sulla presenza contemporanea di due elementi inscindibili tra loro: forza e consenso. Se prevale l’elemento della forza si ha il dominio; se prevale l’elemento del consenso si ha l’egemonia.

L’egemonia si manifesta come capacità di orientamento, di aggregazione, di direzione politica, intellettuale e morale su vasti settori di popolazione che non appartengono al gruppo sociale egemone, per guadagnarne l’adesione ad un determinato progetto politico e culturale. Nel caso di una formazione sociale sviluppata e complessa la funzione egemonica comprende in sé sia il momento della direzione e dell’orientamento politico sia della coercizione, del dominio sui gruppi sociali subalterni. Detto in parole povere: la “democrazia” per smussare le contraddizioni deve essere la regola, la polizia, per piegarle, deve essere l’eccezione sempre possibile quando le contraddizioni si esasperano e la “democrazia” non riesce a contenerle.

La classe dominante, quindi, deve cercare di coniugare questi due aspetti, che tradotti in linguaggio attuale vogliono dire rafforzare l’apparto repressivo e capacità di guadagnare l’adesione da parte delle masse popolari ad un determinato progetto politico e culturale.

Quindi, per il grande capitale non sono sufficienti solo gli strumenti dell’apparato repressivo per mantenere la pace sociale e garantire la stabilità necessaria per preservare il proprio potere poiché questi ne rappresentano solo l’aspetto più crudo e brutale e da soli condurrebbero ad un inevitabile distacco tra le masse popolari e la classe dominante.

È, invece, necessario costruire anche una direzione culturale da affiancare alla direzione politica o meglio un’integrazione ideologica delle masse nel sistema. Nel momento in cui, come si diceva, tende a venire meno lo Stato sociale, l’integrazione ideologica non può più basarsi su quel margine di benessere materiale che il sistema garantiva, ma deve fondarsi su altri mezzi. E qui rileva quella che possiamo definire come “egemonia di guerra”.

Per partire da un esempio concreto estrapoliamo questo brano dal Libro Bianco: Una reale condivisione del medesimo quadro di valori tra i cittadini e le loro Forze Armate richiede una costante comunicazione e un’assidua interazione tra le parti (…)13. Questa citazione dimostra il chiaro intento di migliorare e incentivare i rapporti tra la popolazione e gli apparati militari, con un occhio di riguardo verso il settore giovanile, il mondo della scuola e dell’istruzione in generale. Una tendenza già in atto con la sempre più forte presenza dell’ideologia militarista e nazionalista e degli apparati militari nelle scuole e nelle università, allo scopo di promuovere una cultura bellicista tra le nuove generazioni. Si manifesta così chiaramente il ruolo egemonico dell’istituzione scolastica e universitaria, quale cinghia di trasmissione dei valori della cultura dominante.

Un secondo esempio importante riguarda l’ideologia razzista veicolata dagli apparati politici, mediatici e culturali della classe dominante. Dentro la crisi del capitalismo la borghesia necessita di avere dei capri espiatori su cui scaricare le contraddizioni, il disagio sociale e il malcontento diffuso. Come spesso è accaduto in passato nei paesi a capitalismo avanzato, il capro espiatorio su cui scaricare le contraddizioni causate dalla crisi del capitalismo è rappresentato dall’immigrato.

I flussi migratori rappresentano uno degli effetti collaterali più tangibili della guerra imperialista e del dominio dell’imperialismo sui popoli oppressi. Lo spauracchio dell’islamofobia, in particolare, ha una duplice funzione in quanto, da un lato è funzionale come arma di distrazione di massa per far passare intanto le controriforme necessarie alla borghesia, dall’altro è necessaria a giustificare e motivare le continue aggressioni imperialiste sul fronte esterno14.

Sintetizzando quanto detto finora, possiamo affermare innanzitutto che, a causa della crisi, sono venute meno le condizioni per costruire nei paesi imperialisti un’egemonia interna sulla base del tentativo di integrazione economico-sociale delle masse. Condizioni che, come detto poc’anzi, derivavano dal maggior tasso di sfruttamento imposto ai popoli dei paesi oppressi rispetto a quelli del centro imperialista. Quindi, la classe dominante, dovendo riassestare la propria egemonia sul fronte interno, deve comunque costruirla in dialettica con il fronte esterno, ma non può farlo più sulla base dei livelli di sovraprofitto ottenibili un tempo, ma sulla base del mezzo con cui tenta comunque di imporre tuttora questi livelli di sovraprofitto ai popoli oppressi, ovvero della guerra imperialista. Militarizzazione, nuovi strumenti repressivi e ridefinizione del ruolo delle forze armate assumono dunque non solo un ruolo nelle dinamiche di repressione e guerra imperialista, ma anche quello di fattori di egemonia interna, con i quali trovare consenso da parte delle masse popolari o comunque di una parte delle masse. Lo Stato imperialista tende così a integrare comunque le masse promuovendo l’adesione attiva o passiva – quindi anche tramite la paura – ai suoi progetti strategici, sia sul fronte esterno sia sul fronte interno e punta a isolare tendenze opposte, quelle alla lotta di classe e allo sviluppo rivoluzionario delle contraddizioni.

Conclusioni

Nel processo di sviluppo delle contraddizioni che la guerra imperialista produce e acuisce si possono concretizzare o la mobilitazione reazionaria oppure svilupparsi la mobilitazione rivoluzionaria. Sul lungo periodo, stante il piano della guerra imperialista, i rapporti di forza sono a nostro favore: o la rivoluzione ferma la guerra imperialista, o la guerra imperialista produce la rivoluzione, come ha dimostrato la gloriosa e vittoriosa Rivoluzione Sovietica.

Infatti, le contraddizioni del capitalismo portano allo sviluppo dell’imperialismo e dunque alla guerra imperialista come riflesso dell’imperialismo sul piano politico-militare. Questo movimento che dovrebbe essere stabilizzante alla fine riporta i nodi al pettine in maniera ancora più aggravata, non solo perché le contraddizioni del capitalismo sono irrisolvibili e la crisi tende a manifestarsi in forma più acuta, ma anche perché la guerra imperialista finisce per generare contraddizioni sul fronte interno via via più gravi (attentati, immigrazione di massa, peso sociale della spesa militare che i fronti di guerra richiedono, con drastiche riduzioni della la spesa per sanità, istruzione, servizi per le masse popolari).

Per questo la questione politica della guerra imperialista va portata tra tutti i proletari che si mobilitazione per la difesa delle proprie condizioni di vita, ma anche nei settori di movimento antagonista che lottano contro il fascismo, il razzismo e l’autoritarismo.

Se non poniamo la guerra imperialista come aspetto principale della fase attuale – assieme alla crisi come aspetto fondamentale – non possiamo capire le contraddizioni del presente e sviluppare una pratica corretta. Così facendo, infatti, continuiamo a percepire tali contraddizioni come distinte, non cogliendone il complessivo e unico sviluppo strategico di un sistema che riproduce in maniera via via più elevata la barbarie e che ci impone la necessità del suo abbattimento.

Note:

1 cfr, V. I. Lenin, Imperialismo fase suprema del capitalismo, cap. 8, pag. 128, Edizioni La Città del Sole, Napoli. Per consultazioni on line si veda https://www.marxists.org/italiano/lenin/1916/imperialismo/index.htm

2 V. I. Lenin, ivi pg. 20

3 Sul recente ruolo dell’imperialismo francese in Africa, vedi Collettivo Tazebao, Note sulla fase politica – autunno 2017, www.tazebao.org

4 Sulla struttura, la sovrastruttura e la forma Stato rimandiamo alla lettura dell’articolo “La democrazia governante del numero 3 della rivista Antitesi pag. 60 e, nello specifico di tale contesto, alla lettura dell’articolo “Lottare contro l’imperialismo italiano presente in questo numero pag. 40

5 Vedi http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/02/20/17G00030/sg e http://www.altalex.com/documents/leggi/2017/02/13/immigrazione-nuove-norme-sul-contrasto-ed-istituzione-di-sezioni-specializzate

6 Ministero della Difesa, Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa, luglio 2015 reperibile su

http://www.informa-azione.info/files/NATO-UO2020_ita.pdf

7 Reperibile su Intervista all’avvocato G. Pelazza sul decreto antiterrorismo Alfano, vedi “Imparare a difendersi, contributi per resistere alla repressione, pag. 68, a cura di Compagne e compagni contro la repressione

8 Ministero della Difesa, Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa, luglio 2015, pag. 24

9 Idem

10 Ivi, pag. 123

11 Ivi, pag. 124

12 Per approfondire il concetto di egemonia si veda la nota presente nel glossario, pag. 68

13 Ministero della Difesa, Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa, luglio 2015 pag. 20

14 Per approfondire questa tematica, si rimanda all’articolo “L’Islàm politico, appunti di classe presente in Antitesi numero 2, pag. 85

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