L’islam politico, appunti di classe

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Le implicazioni politiche dell’islam delle origini

I musulmani nel mondo sono circa un miliardo e mezzo, dei quali oltre l’85% è sunnita, il resto sciita. Queste due principali correnti condividono molti dei capisaldi religiosi, come il credo nei cosiddetti cinque pilastri dell’islam – arkān al-islām – ovvero gli obblighi fondamentali che ogni fedele, in base alla sharia (la legge religiosa) – è tenuto ad osservare: le testimonianze di fede, le preghiere rituali, l’elemosina, il digiuno durante il mese di ramadan e il pellegrinaggio alla città santa de La Mecca almeno una volta nella vita, per coloro che siano in grado di affrontarlo.

Sunniti e sciiti concordano sull’unicità di dio e sul fatto che Maometto, vissuto tra il 570 e il 632 d.C, è il suo profeta. Egli è stato l’iniziatore politico di quella rinascita ed espansione dei popoli arabi che li portò, soprattutto sotto la guida dei califfi che gli successero, a costituire un impero esteso tra la Spagna e i confini dell’India. L’ideologia che accompagnò questo straordinario moto politico fu quella dell’islam, ovvero di un ritorno al puro monoteismo di Abramo, contro il politeismo tribale delle popolazioni arabe, che andavano unificate sotto un unico dio e dunque sotto un unico comando politico, e in opposizione all’ebraismo e al cristianesimo, accusati di aver tradito gli insegnamenti dei profeti, giustificando così il jihad, ovvero la guerra santa, contro le tribù ebree e le potenze cristiane, come Bisanzio. Il Corano, assieme ai detti attribuiti dalla tradizione al profeta, rappresenta il riferimento principale di tutte le correnti sunnite e sciite dalle origini dell’islam ad oggi. Il testo sacro dell’islam fonde assieme la dottrina spirituale, le norme legali, sociali e di costume e la lotta politica e militare sostenuta da Maometto e dalla sua fazione, che ebbe base sociale nella nascente borghesia della città di Medina, in contrapposizione alle classi dominanti de La Mecca, ovvero il principale centro di potere economico e politico nella penisola arabica di allora.

L’islam politico contemporaneo e i Fratelli Musulmani

Per comprendere l’importanza dell’islam a livello politico oggi, bisogna necessariamente risalire alle origini e agli sviluppi della penetrazione colonialista europea nel mondo arabo che distrusse i mercati orientali, l’artigianato locale e ruppe le strutture tradizionali, diffondendo tra le masse arabe un senso di umiliazione e il desiderio di rivincita contro gli invasori: è in questi passaggi che l’islam assume un’enorme importanza come arma identitaria da contrapporre alla “civilizzazione” coloniale.

“L’era del risveglio islamico” iniziò con la spedizione di Napoleone in Egitto del 1799 quando, due anni dopo, si registrava la prima rivolta nazionale egiziana contro l’occupante francese. Non mancarono molte altre rivolte contro la dominazione coloniale di inglesi e francesi che, nei decenni successivi, giocarono a spartirsi e scambiarsi gran parte dei territori nordafricani e mediorientali. A guidare questi moti erano perlopiù fazioni feudali i cui interessi andavano a cozzare con la predazione imperialista, mentre a insorgere materialmente sono i ceti più oppressi, ovvero le classi contadine. L’ideologia che sosteneva la ribellione è l’identitarismo religioso musulmano, contrapposto all’ideologia politica delle potenze europee, sia nella versione cristiana tradizionalista che in quella di matrice razionalista – illuminista. In seguito alle rivolte che percorsero tutto il mondo arabo tra il 1919 e il 1927, le potenze di Francia e Gran Bretagna miravano a calmierare la situazione con concessioni di indipendenza formali, integrando sempre di più nei propri assetti di potere le classi dominanti feudali locali. Nelle masse che aspiravano all’indipendenza, contro le potenze coloniali, cresceva l’odio verso i dirigenti indigeni collaborazionisti: la grande aristocrazia fondiaria, che in parte inizialmente prese parte alle rivolte, divenne agente della Gran Bretagna. Al posto e contro i traditori, le redini del movimento anticoloniale furono prese dalle fazioni della borghesia locale non compromesse politicamente con l’imperialismo, ma che erano andate strutturandosi con l’espansione economica di quest’ultimo. Questo blocco di classi, soprattutto mercantili, cavalcava i sentimenti delle masse e sviluppava un’ideologia di difesa e ritorno alla tradizione islamica originaria, affermandola non più come mero riflesso identitario, ma come visione politica complessiva da opporre a quella dei colonialisti e delle classi collaborazioniste. In sostanza, le teorizzazioni e il programma politico che allora si andavano formulando, postulavano che la sharia, la legge religiosa, dovesse ridiventare fonte fondamentale del diritto pubblico e privato, regolando la vita dello Stato. Una visione, dunque, di restaurazione dell’ordine islamico integrale (integralismo) e di ritorno ai suoi fondamenti (fondamentalismo), basata anche sulla ricchezza che il Corano e le tradizioni profetiche offrono in materia di regolamentazione delle leggi sociali.

È con questa impostazione che, nel 1928, nacquero i Fratelli Musulmani o movimento della Fratellanza Musulmana, come partito transnazionale nel mondo arabo-islamico, i quali entrarono però in contraddizione con le altre forze anticolonialiste, come il movimento comunista, espressione della classe operaia e delle masse lavoratrici, e come le fazioni borghesi nazionaliste laiche, legate perlopiù a ceti burocratici e militari, che invece aspiravano ad una modernizzazione dei paesi arabi, in grado di emanciparli economicamente e politicamente dall’imperialismo delle potenze europee e, successivamente, dagli Usa. Tali fazioni confluirono poi nel nazionalismo arabo e nel baathismo, d’impostazione laica e contrari al tradizionalismo religioso, che dominarono la vita di buona parte dei paesi della regione, a partire dall’esperienza dell’Egitto di Nasser.

L’affermazione del nazionalismo arabo sottrasse di fatto ai Fratelli Musulmani il ruolo di movimento borghese che rappresentasse le istanze anticolonialiste e antimperialiste. In effetti una parte della borghesia e di esponenti politici e intellettuali che facevano riferimento alla Fratellanza si ricollocò in tal senso, ma ciò non rappresentò la fine del movimento, la cui continuità si basò sulla rappresentanza degli interessi di settori di media e piccola borghesia in contrapposizione alla borghesia di Stato che, attraverso l’interventismo di capitale pubblico nell’economia, dominava paesi come l’Egitto, la Siria e l’Iraq, dove si erano affermati i regimi nazionalisti laici. Ideologicamente, la Fratellanza, in antagonismo alla laicità promossa da tali governi o comunque per distinguersi dall’islam ufficiale delle gerarchie religiose ad essi legate, puntò ad egemonizzare gli ambienti religiosi più conservatori e integralisti attraverso le correnti islamiche cosiddette salafite. Nella contraddizione interborghese tra forze islamiste e nazionaliste, le prime tentarono di porsi alla testa delle altre contraddizioni che il potere delle seconde si trovava difronte, nello scenario interno dei singoli paesi e nell’arena regionale e internazionale. Da un lato si determinava la contraddizione sul fronte esterno rispetto all’imperialismo Usa e delle potenze europee, con cui i Fratelli Musulmani in molti casi collusero contro il nemico comune rappresentato dai regimi nazionalisti. Dall’altro lato vi erano le contraddizioni sul fronte interno, in particolare quella tra la classe lavoratrice e le masse popolari rispetto a regimi che, seppur connotati in senso antimperialista, rimanevano comunque capitalistici. Gli islamisti tentarono, e in parte vi riuscirono, di porsi alla testa del movimento di massa, contendendo questo ruolo ai comunisti, proponendo la visione di un “islam sociale” che potremmo paragonare al pensiero sociale cattolico in Europa. Oltre a ciò, i rapporti con le monarchie arabe conservatrici vennero a consolidarsi – pur se di principio la Fratellanza Musulmana rimase fautrice di un assetto repubblicano – in nome della lotta al nazionalismo laicista nonché al movimento comunista. Nel 1970, il movimento islamista si schierò con il re Hussein nella sanguinosa repressione del “Settembre Nero”, contro la Resistenza Palestinese, allora egemonizzata da posizioni laiche e rivoluzionarie.

Più in generale, a partire dall’inizio degli anni settanta, il procedere della crisi del capitalismo internazionale, obbligò i regimi arabi laici, come la Siria, la Tunisia, l’Egitto, a promuovere politiche di attacco alle condizioni di vita delle masse e, in parte, ad aprirsi ad investimenti provenienti dai paesi imperialisti o dalle monarchie conservatrici del Golfo. Ciò permise ai Fratelli Musulmani di guadagnare nuovi consensi e spazi, mettendosi ad un lato a capo della protesta sociale e dall’altro prevenendo, anche con taciti accordi con i regimi, che la mobilitazione vada verso la lotta di classe e lo sviluppo del movimento comunista. In particolare, nello stesso periodo, furono soprattutto i cedimenti che i regimi laici operarono nei confronti dell’imperialismo Usa e dell’occupazione della Palestina a dare consenso ai Fratelli Musulmani e ad altre fazioni islamiste, che seppero sfruttarli per porsi alla testa del malcontento di massa, come nel caso dell’opposizione al regime di Sadat e poi di Mubarak in Egitto. Proprio in questo paese, negli anni ottanta e novanta, si assistette ad una progressiva cooptazione dei Fratelli Musulmani, o almeno delle loro fazioni più disponibili al compromesso, negli apparati del regime, a svolgere la funzione, seppur ufficialmente fuorilegge, di “opposizione tollerata” e di guardaspalle esterno prima per Sadat e poi per Mubarak, affinché le contraddizioni sociali e politiche nel paese non prendessero vie più radicali. Alla fine degli anni novanta e con il nuovo secolo, si assistette ad un’ascesa economica delle classi borghesi rappresentate dai Fratelli Musulmani sia in Egitto che in buona parte del mondo arabo e musulmano, soprattutto a causa del legame capitalistico che gran parte di esse iniziano ad avere con l’alta finanza, in particolare quella in mano all’emirato del Qatar, il quale iniziò ad utilizzare la Fratellanza come proprio strumento politico. In Turchia, il processo di crescita economica del paese, produce un ricambio nella classe dominante, che passava dalla vecchia borghesia di Stato kemalista a nuovi settori imprenditoriali, rappresentati dal partito Giustizia e Sviluppo, di ispirazione islamista, vicino alla Fratellanza, il quale tuttora regge i destini del paese attraverso il regime autoritario di Erdogan.

Le rivolte di massa del 2010-2011, in mancanza di altre organizzazioni e in particolare in assenza di autonomia e capacità di direzione politica da parte del proletariato, rappresentano l’occasione per la Fratellanza Musulmana di capitalizzare anni di opposizione, seppur in parte compromissoria, ai regimi laici autocratici. L’ascesa capitalistica dei settori borghesi che essi rappresentarono e la loro relazione con Qatar e Turchia, due alleati degli Stati Uniti e delle potenze europee, costituirono una garanzia per quest’ultimi sulla perdita di velleità antimperialiste da parte della Fratellanza. Ma, alla prova del potere in paesi come l’Egitto, la Tunisia e la Libia, essa fallì nel riuscire a mantenere il controllo delle società, principalmente a fronte di un moto di ribellione di massa che tuttora continua, alla ricerca di una via di autentico cambiamento politico e sociale. I Fratelli Musulmani persero ovunque quel ruolo di potere che avevano guadagnato ponendosi alla testa dei movimenti di massa, spazzati via dal golpe dei militari in Egitto, costretti ad un ruolo minoritario in Tunisia e spinti verso la guerra civile in Libia, tenendo in mano il governo di Tripoli in lotta contro le fazioni borghesi rivali strette attorno al governo di Tobruk e al generale Haftar.

Sunniti e sciiti, lo scontro interno all’islam politico

Lo scisma tra sunniti e sciiti risale alla morte del profeta Maometto (632 d.C.) e alla disputa attorno alla sua successione, tra la fazione dei familiari, capeggiata dal cugino e genero del profeta, Alì, e tra quella dei componenti della tribù: per i primi ad essere legittimati alla successione erano solo coloro che potevano vantare legami di sangue diretti, mentre per i secondi lo erano tutti i componenti del gruppo tribale. Fra coloro che erano stati fra i più vicini a Maometto e che dirigevano la politica del nuovo Stato da questi fondato, prevalse la linea di eleggere il califfo (in arabo “successore”) tra gli appartenenti alla tribù e non sulla base della parentela, isolando la posizione di Alì. La frattura tra la dirigenza di quello che sarebbe divenuto l’impero arabo divenne via via più complessa e sanguinosa con lo scontro tra le classi dominanti delle nuove terre conquistate, in particolare dell’Iraq, che divenne centro degli “sciiti”, cioè “seguaci” in riferimento al loro parteggiare per Alì, e della Siria, che, con la dinastia degli Umayyadi, rifondò il califfato su base ereditaria, legittimato solo per i “sunniti”, chiamati così perché affermano di rifarsi alla “sunna” cioè agli insegnamenti tramandati a partire da Maometto. L’apice del conflitto fu toccato nel 680 d.C., quando Husayn, il secondo figlio di Alì e allora a capo del partito sciita, venne ucciso e decapitato dalla fazione sunnita nella battaglia di Kerbala, in Iraq.

Lo scontro a livello ideologico tra sunniti e sciiti riguardò la concezione del potere politico. Se per i sunniti, il califfo ha la funzione di detenere il potere temporale e di salvaguardare l’osservanza della religione così come stabilita da Maometto, per gli sciiti il potere temporale deve essere subordinato a quello spirituale. Secondo la versione sciita, dopo la morte del profeta, solo Alì – e in seguito i suoi discendenti in linea retta – sia per il legame di sangue sia per la stretta vicinanza che egli ebbe con il fondatore dell’islam, avrebbero dovuto detenere il potere politico in nome del loro superiore potere spirituale, del loro essere imam, guide della comunità dei musulmani. Per gli sciiti infatti la guida (imam) della comunità islamica deve essere assunta dai discendenti del profeta nella linea della figlia Fatima e del marito Alì. E nella linea di quest’ultimo seguirono dodici imam, ognuno generante e designante il suo successore. Ma il dodicesimo imam, al Mahdi, scomparve a Samarra, in Iraq, nell’873, dando luogo al mito del “grande occultamento” che dura fino ad oggi. L’imam assente è ancora regnante, ma la sua guida temporaneamente è affidata alla comunità del clero. Si parla dunque, in distinzione rispetto al califfato, di imamato.

Questa differenza ha influenzato il pensiero e la prassi politica delle società musulmane fino ad oggi, sulla base fondamentale degli interessi e delle contraddizioni tra le classi. Da una parte, dopo il disfacimento dell’impero ottomano – che rivendicò la continuità del califfato –  e esauritasi l’era del colonialismo europeo, il modello in gran parte delle società a maggioranza sunnita è stato quello di un potere statale – temporale che pretendeva riconoscimento e supremazia dal potere religioso, fondandosi o su un assetto più o meno laico, come ad esempio in Egitto, o su un assetto integralista, come in Arabia Saudita. Ciò ha teso ad essere un modello di potere per le classi dominanti che fosse in grado di legittimare lo Stato attraverso la religione direttamente (nel caso di regimi integralisti) o indirettamente (nel caso di regimi laici, con la comunità religiosa comunque rigorosamente asservita al potere pubblico). Seppur integralisti, i regimi islamisti sunniti non si fondano né sul potere degli ulema, i dotti della sharia, né su un ruolo dirigente dello Stato in materia religiosa, ma solo sull’imposizione da parte dei suoi apparati delle regole e della morale coranica. Viceversa essi pretendono fedeltà politica dagli addetti alle questioni religiose e le intendono come funzionali al proprio rafforzamento. Tutto ciò rappresenta una continuità rispetto al ruolo del califfo, così come inteso dai sunniti, nel periodo post-Maometto.

Dall’altra parte, in Iran, cioè nell’unico paese musulmano a schiacciante maggioranza sciita, si è affermato, con la rivoluzione del 1979, un modello cosiddetto di repubblica islamica che vede il clero, quale detentore del potere spirituale, guidare il potere dello Stato. Il processo di trasformazione guidato da Khomeini dopo l’abbattimento del regime filoimperialista dello Scià, ha posto nelle mani del clero il controllo del potere statuale, rendendo tale assetto sovrastruttura di un processo di indipendenza e sovranità economica e politica della Persia, scontrandosi con l’imperialismo Usa in nome della lotta contro il “grande Satana” americano.

Se l’Iran sciita rappresenta l’esempio di un islam politico funzionale, in senso generale, all’antimperialismo, l’Arabia Saudita sunnita costituisce, invece, l’esempio di un islam politico, storicamente e generalmente, prono o quantomeno alleato dell’imperialismo Usa e delle potenze europee, oltre che del regime sionista israeliano. Il potere della dinastia dei Saud si affermò progressivamente nel corso dei primi tre decenni del novecento, sulle macerie dell’impero ottomano e con il sostegno determinante dell’imperialismo inglese, fondando un regime monarchico assolutista e integralista. Tale Stato rappresentava la dittatura della classe feudale stretta attorno alla corona, che, con il passare dei decenni si sviluppò progressivamente in borghesia compradora, asservita alla borghesia imperialista statunitense e del campo atlantico. La classe dominante saudita si strutturò come soggetto sociale e politico di mediazione nelle esportazioni di petrolio e gas naturale, di cui il paese è rispettivamente primo e sesto nel mondo per riserve detenute. La gigantesca rendita da idrocarburi costituì e costituisce la fonte economica principale con cui i monarchi sauditi seppero esercitare un’influenza determinante sulle vicende di gran parte dei paesi arabi e islamici e su tutte le comunità musulmane nel mondo, proiettando a livello regionale e globale i propri interessi di borghesia compradora asservita all’imperialismo Usa.

Sul piano interno, l’islam politico portato avanti dalla corona saudita e dagli ulema ad essa fedeli fin da su subito fu ispirato alla dottrina wahhabita, cioè ad un islam sunnita estremamente rigido, diverso da quello arabo classico e ottomano, che bolla come infedeli gli sciiti e le altre minoranze confessionali nel mondo islamico (cosiddetto “takfirismo”). Un’ideologia funzionale alla stretta tenuta del regno, che passa tuttora per la condanna ad una sorta di apartheid dei sudditi di fede sciita, che costituiscono il 15 % della popolazione, concentrati perlopiù nelle province orientali più ricche di petrolio.

In realtà la discriminazione verso la minoranza sciita è una tendenza costante nella storia e nell’attualità del mondo arabo-islamico, per il tipico meccanismo per cui le classi sfruttatrici dominanti deviano il malcontento sociale verso i “diversi” e perché effettivamente molto spesso questa confessione dell’islam è praticata dalla parte più oppressa della popolazione, sia in quanto uscita perdente nello sconto con i clan sunniti fin dalla disputa sul califfato, sia in quanto tale confessione assume il valore di simbolo di ribellione verso le oligarchie e la religione ufficiale.

Il 1979, l’anno della vittoria della rivoluzione in Iran, egemonizzata dalla borghesia islamista sciita, fu un anno cruciale nella storia dell’intero mondo musulmano.

Sul piano interno del regno saudita, faceva la sua comparsa un’opposizione armata islamista sunnita, che accusava la monarchia di aver tradito la causa musulmana, vendendosi agli Usa. A novembre, un gruppo di combattenti che oggi si sarebbero definiti “jihadisti” occupò la Grande Moschea de La Mecca, rivendicando la cessazione delle esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti e l’espulsione di tutti gli stranieri “infedeli” – tecnici, civili e militari – dalla penisola arabica. L’azione fu stroncata nel sangue dall’intervento delle teste di cuoio francesi, chiamate in soccorso dagli sbirri sauditi e convertite frettolosamente all’islam perché altrimenti non avrebbero potuto mettere piede nel luogo ritenuto sacro.

Dall’altra parte, la vittoria di Khomeini galvanizzò tutte le masse sciite del mondo arabo, in Libano, in Iraq, in Arabia Saudita, nei paesi del Golfo Persico e via dicendo, portando alla nascita di movimenti politici organizzati, come Hezbollah in Libano. Contemporaneamente, l’Arabia Saudita e altri regimi reazionari sunniti, supportati dalla regia di fondo dell’imperialismo statunitense, avviavano il sostegno all’opposizione armata al governo filosovietico in Afghanistan, organizzando l’afflusso di mujaheddin (combattenti del jihad), costituiti soprattutto da giovani disoccupati e sottoproletari, ma anche da figli della borghesia come lo fu Bin Laden. Oltre a voler combattere l’Urss e i suoi alleati, per le classi dominanti come quella saudita, pakistana, giordana ecc. si trattava di avviare una poderosa operazione di contro egemonia, rispetto alla forza attrattiva di ribellione destabilizzante a livello interno che sia il nascente jihadismo sunnita sia il khomeinismo stava avendo per tutte le masse arabo – islamiche, in un periodo in cui il procedere della crisi del capitalismo le rendeva potenzialmente inclini a recepire tesi e pratiche di sovversione.

Ma si sarebbe dovuto attendere più di due decenni per arrivare allo scontro diretto tra le due varianti fondamentali di islam politico, quello sunnita e quella sciita, espressioni in linea generale della rivalità tra borghesia saudita e iraniana, detentrici rispettivamente delle prime e delle seconde riserve petrolifere mondiali. Fu l’invasione statunitense dell’Iraq, nel 2003, a determinare le condizioni per questo scontro diretto, che si ripropose proprio dove era iniziato, più di milletrecento anni prima. Una volta occupata la Mesopotamia, gli Usa si videro costretti a promuovere, in sostituzione al regime del sunnita Saddam Hussein, la salita al potere della comunità sciita, ovvero dei ceti tribali, borghesi e clericali che la dominano, strettamente legati all’Iran. Le strategie politiche e militari dell’imperialismo Usa entravano così, per la prima volta, in forte collisione con i vitali interessi dell’Arabia Saudita e degli altri regimi sunniti, le cui classi dominanti iniziano a influenzare in senso negativo il processo di resistenza all’occupazione dell’Iraq, animato perlopiù dalle masse sunnite del centro-nord del paese e che progressivamente divenne dominato da posizioni settarie antisciite, fino ad essere egemonizzato dal gruppo takfirista Stato Islamico. Nel 2011 in Siria, con l’esplodere della rivolta delle masse sunnite contro il regime dello sciita Assad, lo scontro iracheno già visto in Iraq si allargava nel paese confinante, ma in tal caso gli Usa si schierano con il fronte sunnita, per abbattere l’alleato chiave dell’Iran e della Russia nel mondo arabo. Nel 2015 la dinamica dello scontro interconfessionale investiva lo Yemen, già segnato da cinque anni di rivolta e guerra civile, con l’intervento dell’Arabia Saudita a sostegno del suo fantoccio, il sunnita Hadi, contro la ribellione guidata dalla milizie sciite Houthi, sostenute dall’Iran. Anche in quest’ultimo caso, Washington non mancherà di supportare politicamente e militarmente l’Arabia Saudita, pur concludendo, proprio mentre quest’ultima avviava l’intervento bellico, l’accordo con Teheran sul nucleare1.

A inizio gennaio, è avvenuta la chiara provocazione dell’esecuzione dell’imam sciita e oppositore politico Nimr al Nimr in Arabia Saudita, assieme ad altri 46 prigionieri accusati di terrorismo. Questo crimine ha palesato la volontà saudita di dividere ulteriormente sunniti e sciiti e di provocare nuove tensioni regionali con l’Iran. Al Nimr era infatti una figura di spicco e un simbolo dell’attivismo sciita nel mondo e la sua decapitazione ha provocato un’ondata di proteste in tutto il mondo islamico, in particolare in Iran (dove è stata assaltata l’ambasciata saudita), Bahrein, Sudan, Libano, Pakistan, Yemen e nel Kashmir indiano. Ciononostante però, il tentativo di Riad di far fallire gli accordi sul nucleare iraniano, pur trovando appoggio tra tutti i regimi sunniti dell’area oltre che da Israele, non ha oggi sortito effetto, e i Saud appaiono incapaci di smarcarsi effettivamente dalla regia generale statunitense, pur subendone il prezzo in termini di potere regionale.

Al Qaeda e Stato Islamico

Tra i 46 condannati a morte dall’Arabia Saudita a gennaio, oltre a al Nimr, figuravano molti militanti di al Qaeda, ritenuti responsabili di attentati nel regno negli anni tra il 2003 e il 2006. Si è trattata di una vera e propria mattanza contro l’organizzazione che fu guidata proprio dal saudita Bin Laden, il che la dice lunga sul rapporto di scontro tra quest’ultima e il regime, aldilà di letture complottistiche – tanto di moda anche nella sinistra di classe – che pretenderebbero un’identità perfetta tra i due.

Ragionando con ordine, dobbiamo innanzitutto dire che al Qaeda è un movimento definibile come jihadista, cioè che postula ideologicamente il dovere politico e militare per i musulmani di combattere a livello internazionale per la restaurazione dell’ordine divino sulla terra, quello che fu di Maometto e dei primi califfi, contro le potenze infedeli come gli Usa e contro i governi che vi si asserviscono. L’organizzazione sorgeva nel 1989, dandosi un nome che letteralmente significa “la base”, derivato dai campi base di addestramento dei mujaheddin in Afghanistan, supportati in funzione antisovietica da Stati Uniti, Arabia Saudita, Pakistan e altri regimi sunniti.

In sostanza, la sua nascita rappresentò l’incapacità degli Usa e degli altri governi ad essi alleati di tenere sotto controllo la mobilitazione reazionaria che avevano guidato per combattere l’Urss, visto che il programma politico di al Qaeda prevedeva che i combattenti musulmani, una volta sconfitta l’Unione Sovietica, dovessero ora battersi per la sconfitta degli Stati Uniti. L’organizzazione fu fondata dal rampollo di una delle famiglie più ricche dell’Arabia Saudita, Osama Bin Laden, e dal medico Ayman al Zawahiri, originario di una famiglia della borghesia egiziana e già militante dei gruppi islamisti più oltranzisti, quelli che, a differenza dei Fratelli Musulmani, avevano rifiutato ogni conciliazione con i regimi laici. Questa paternità la dice lunga sulla natura di classe di al Qaeda, che intende rappresentare le tendenze più radicali della borghesia sunnita a rompere con l’imperialismo Usa e con tutti i governi “infedeli”, verso un’indipendenza e una conquista di rinnovata potenza del mondo arabo-islamico sunnita. Per farlo, il gruppo cominciò ad agire come una rete internazionale, con un comando centralizzato, volta a compiere attentati in tutto il mondo, a supportare gruppi armati islamisti attivi nei singoli paesi, come i Talebani in Afghanistan, in taluni casi fino a integrarli definitivamente nella propria rete organizzativa, come accaduto per il movimento siriano di Jabhat al Nusra che combatte il regime di Assad, oppure a creare dei gruppi locali che si riferiscono direttamente all’organizzazione, come nel caso di quella che fu al Qaeda in Iraq o di al Qaeda nello Yemen, ancora attiva nella guerra civile in corso nel paese arabo.

Per quanto riguarda lo Stato Islamico, il gruppo deriva da Al Qaeda in Iraq. Quest’ultima, dopo aver promosso dapprima il Consiglio della Shura dei Mujaheddin, a seguito della fusione con altri gruppi della Resistenza Irachena, assunse il titolo di Stato nel 2006, rivendicando il controllo delle province sunnite dell’Iraq. Con lo scoppio della guerra civile in Siria, il gruppo entra nel paese vicino, proclamandosi Stato Islamico di Siria e Iraq, rivendicando il controllo delle zone orientali del paese, al confine iracheno, ricche di gas e petrolio, dove invece si era affermata la branca siriana di al Qaeda cioè Jabhat al Nusra. Fra i due gruppi si apriva una faida interna ad al Qaeda, con migliaia di morti, che in concreto riguardava il controllo delle fonti energetiche siriane e che si concluse con l’espulsione dello Stato Islamico dall’organizzazione internazionale, decretata da Ayman Al Zawahiri, poiché aveva trasbordato dai confini del proprio fronte di jihad – l’Iraq – attaccando i “fratelli mujaheddin” di al Nusra.

Lo Stato Islamico, come organizzazione a sé stante, nasceva dunque da una rottura interna ad al Qaeda, che è sintomatica della diversa strategia assunta dal gruppo e dalla diversa natura di tale organizzazione, con riferimento alle classi borghesi di cui è espressione e proiezione politica. Da un lato al Qaeda mette principalmente in campo una strategia militarista di attacchi destabilizzanti nei singoli paesi e a livello internazionale, chiamando le masse musulmane alla rivolta e offrendosi come braccio armato della borghesia araba e islamica che vuole scindere il rapporto di sudditanza verso gli Usa. Dall’altro, lo Stato Islamico si dà corpo, nei singoli fronti di guerra civile, come una vera e propria organizzazione politica di controllo del territorio, strutturando una borghesia di comando che sfrutta le risorse economiche conquistate con la guerra. Ciò lo ha portato, dopo aver conquistato vaste zone dell’Iraq e della Siria, a proclamarsi come nuovo califfato islamico. In tal senso, i successi ottenuti da tale organizzazione si spiegano anche con la sua capacità di conquistare consensi tra le masse popolari sunnite, ponendosi come alternativa ai regimi tradizionali. Se osserviamo la pubblicistica dello Stato Islamico, come il periodico in lingua inglese Dabiq, notiamo come, al fianco della propaganda bellica, sia costante una propaganda di tipo sociale, con l’inaugurazione di scuole, servizi pubblici gratuiti, ospedali, imposizione di prezzi politici sui beni di prima necessità, realizzazione di infrastrutture, che vuole evidenziare come il gruppo offra condizioni di vita migliori nelle zone conquistate in Siria e in Iraq rispetto ai governi di Damasco e Bagdad. Questa propaganda è volta anche ad attirare combattenti da altri paesi, anche quelli dell’Europa, in una prospettiva di rottura con l’alienazione, l’emarginazione metropolitana e l’assenza di futuro per i giovani proletari musulmani immigrati nel vecchio continente, che possono divenire, all’occorrenza anche utili per attentati nelle retrovie del nemico “crociato”, come continua ad accadere in Francia e in Belgio dopo l’avvio dei bombardamenti contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq.

Se lo Stato Islamico si propone dunque come difensore e garante di una vita migliore per i sunniti, la sua prassi di guerra e di governo prevede l’utilizzo del terrore di massa e della pulizia etnica verso le altre componenti religiose e confessionali, oltre che per i nemici politici, tanto che nella propaganda e nell’azione militare del gruppo si è accentuata quella deriva settaria e takfirista, già storicamente presente nell’islamismo sunnita, diretta in funzione antisciita e contro tutte le minoranze religiose, come gli yazidi in Iraq. Ciò discende propria dalla strategia del gruppo il quale, aspirando a controllare il territorio, lo ripulisce confessionalmente da tutto ciò che non è islamico – sunnita o che non accetta di sottomettervisi.

L’oppio, il sonnifero e il sedativo

Oggi i media e le borghesie al governo in Europa – dalla Danimarca alla Francia, dalla Germania all’Italia, fino ai paesi dell’Est Europa – agitano lo spettro dello Stato Islamico, fomentando l’islamofobia, nel consueto gioco di seminare la paura del diverso per poter meglio imporre sul fronte interno sempre più dure misure di controriforme che colpiscono tutti i proletari, sia nativi che immigrati, e per poter, sul fronte esterno, legittimare la continuazione delle aggressioni imperialiste a danno dei popoli.

Il compito di noi comunisti è innanzitutto quello di contrastare l’islamofobia dal punto di vista non di un generico antirazzismo, ma sulla base della rivendicazione dell’identità e della lotta di classe, che deve unire tutti i proletari, aldilà dell’origine, della religione e della cultura, opponendosi alla retorica bellicista e razzista che vuole giustificare la guerra imperialista. Secondariamente, dobbiamo affermare e lottare per il sostegno alla resistenza dei popoli aggrediti, aldilà del fatto che essa viene diretta da componenti borghesi, com’è l’islam politico nelle sue diversi varianti.

Per rafforzare la nostra pratica di lotta in tal senso, la comprensione, in termini materialisti dialettici e di classe, di questo fenomeno ci aiuta da un lato a rompere nettamente con la cultura e la propaganda imperialista, che entra fin dentro al movimento antagonista e comunista (vedi tutta la retorica complottista e sull’islamofascismo) e dall’altro ci aiuta ad affrontare la contraddizione fra la concezione e la linea politica dei comunisti e quelle degli islamisti, talvolta concretamente e principalmente antimperialista, ma per natura fondamentalmente reazionaria, visti gli interessi di classe di cui è espressione.

Possiamo dunque affermare che l’islam politico è espressione di fazioni di borghesia dei paesi arabi e musulmani, che – per i propri specifici e concreti interessi nelle diverse fasi storiche – entrano più o meno in contraddizione tra di esse e con gli interessi e le strategie delle borghesie imperialiste, in primis quella Usa, e ovviamente si dialettizzano, in senso antagonista o non antagonista, anche con gli interessi e le strategie del proletariato. Il rifarsi alla religione, elemento sovrastrutturale che connatura pressoché inevitabilmente le società divise in classi, è un modo di darsi una linea di massa identitaria rispetto al popolo, come lo è per i nazionalisti richiamarsi alla patria.

La storia dell’islam politico – svolta in queste pagine in estrema sintesi e con un’inevitabile sommarietà – potrebbe essere facilmente ribaltata come la storia dei limiti e degli errori del movimento comunista nei paesi arabi e islamici. Dalla sua incapacità a porsi alla testa del moto anticoloniale dei popoli mediorientali e nordafricani nel secolo scorso, alla sua mancanza di autonomia politica rispetto al nazionalismo arabo e, in taluni casi, all’islam politico stesso, fino all’estrema debolezza, in termini di movimento politico organizzato, rispetto ai recenti sommovimenti di massa nel Nord Africa e nel Medio Oriente, che sono partiti da agitazioni del proletariato, delle masse diseredate e dei disoccupati e sono finiti in gran parte sotto la direzione degli islamisti. E ovviamente, questa stessa storia potrebbe essere percorsa dal punto di vista della repressione del movimento comunista e di tutte le genuine istanze proletarie, che ha unificato tutte le componenti borghesi locali, come gli islamisti e i nazionalisti, ed è stata perlopiù diretta dall’imperialismo Usa o dai suoi agenti.

Marx ha affermato che “la miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni 2. Queste frasi, riferite alla religione come sovrastruttura, possono essere anche ampliabili alla religione che si fà politica attiva, come nel caso dell’islamismo.

La storia ci dice che se i comunisti vogliono perseguire questa “felicità reale del popolo”, non possono solo affermare quanto sia illusorio per le masse “assumere l’oppio”, ma devono sostituirlo con la lotta di classe del proletariato, con la loro capacità di dirigere la lotta delle masse in senso rivoluzionario. Questo vale qui, nell’”occidente” razionalista, che di oppio politico e culturale diverso dalla religione ne consuma a bizzeffe, e là, nell’”oriente” tradizionalista, dove le masse cercano con forza una via per l’autentica liberazione e si pongono sotto la direzione di coloro, come gli islamisti, che la promettono e sono pronti a dare tutto per essa. In altre parole, o i comunisti liberano prima se stessi dal sonnifero politico che li ha storicamente addormentati o quantomeno intorpiditi e riescono a tenere testa al sedativo della repressione e della reazione, oppure le masse paradossalmente continueranno a cercare in un cosiddetto “oppio” una tanto illusoria, quanto legittima nel suo essere concreta, causa di liberazione.

Note

1 Come a dire che tentare di fare gli arbitri e i garanti delle reciproche posizioni rimane l’unica prospettiva che gli Usa hanno di mantenere la propria supremazia in un Medio Oriente attraversato e sconvolto, sulla base della crisi capitalistica internazionale, dal rafforzarsi delle ribellioni popolari e dallo scontro tra le borghesie locali per spartirselo. La linea dell’amministrazione Obama è stata quella di utilizzare questo scontro per rendere ancora necessario l’intervento e l’arbitrato politico statunitense, permettendo a quest’ultimo di perseguire i propri interessi strategici nell’area, tendendo però a normalizzarla con forme di gestione e contenimento dei conflitti che siano preludio di un rilancio delle strategie di guerra imperialista a livello globale, contro Russia e Cina. Da qui, la linea dell’amministrazione Obama di garantire ai Saud di fare il bello e il cattivo tempo nella penisola arabica e contemporaneamente, dopo il fallimento delle sanzioni economiche e le difficoltà oggettive di un’aggressione militare, la legittimazione dell’Iran come interlocutore e l’offerta nei suoi confronti a prendersi una parte di influenza nel mondo arabo, nello specifico in Iraq, dove Teheran sta collaborando con gli Usa nella guerra allo Stato Islamico.

2 K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, 1844, leggibile al link https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/criticahegel.htm

Testi consultati

AA.VV., Limes n° 9/2015, Le guerre islamiche, Gruppo editoriale l’Espresso;

AA.V.V., Limes n° 5/2015, La radice quadrata del caos, Gruppo editoriale l’Espresso;

AA.VV., L’islamismo, Laterza, 1991;

Anonimo, Medioriente di fuoco. Imperialismo e resistenze arabe dall’Ottocento ad oggi, dicembre 2014;

Centro di documentazione Wacatanca, Medioriente di Fuoco. Note di approfondimento, maggio 2015;

Axworthy M., Breve storia dell’Iran, Einaudi, 2008;

Di Nola A. M., L’islam storia e segreti di una civiltà, Newton & Compton, 2001;

Vigna E., Afghanistan ieri e oggi 1978-2001 Cronaca di una rivoluzione e di una controrivoluzione, La città del Sole, 2001;

Zarcone P. F., Islam un mondo in espansione Tradizione modernizzazione e sintomi di rivolta, Massari, 2009.

Siti consultati

www.bbc.com

www.internazionale.it

www.jihadology.net

www.limesonline.com

www.marx21.it

www.repubblica.it

www.osservatorioiraq.it

www.sinistrainrete.info

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