La lunga crisi della borghesia

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Domenica sera è tramontata l’opzione di governo penta – leghista. Il Presidente Mattarella, nel pieno delle proprie funzioni costituzionali, ha bocciato il governo Conte. Il discorso pronunciato dall’inquilino del Quirinale in tarda serata aveva dei chiari destinatari: “agli investitori […] stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende”. In altre parole l’Ue, in primis, e tutti gli attori dei mercati finanziari che hanno contribuito all’aumento dello spread e alla caduta della borsa milanese dell’ultimo periodo. Il discorso di Mattarella era rivolto, inoltre, a quelle frazioni di borghesia uscite nettamente sconfitte dalle votazioni del 4 marzo e prima ancora dal referendum costituzionale voluto da Renzi. Il referendum del 4 dicembre 2016 ha messo a nudo quel piano inclinato sul quale l’egemonia della borghesia imperialista è in caduta vertiginosa. Una crisi di legittimità che ha portato alla vittoria di Lega e M5s alle ultime elezioni. Queste formazioni hanno raccolto il voto dei proletari e della piccola borghesia impoveriti dalla crisi e dalle manovre della borghesia imperialista. Lega e M5s hanno dato in qualche modo espressione al malcontento dipingendosi come formazioni anti-establishment e trovandosi poi nell’arduo compito di formare un governo. Gli oltre 80 giorni senza Presidente del Consiglio danno la misura dell’empasse nella quale si trovano non solo le forze politiche, ma la borghesia stessa. Questa crisi della classe dominante è il riflesso politico istituzionale dello scontro economico tra grande capitale e piccola – media borghesia che si acuisce nella crisi. Lega e M5s, con il contratto di governo, hanno tentato di portare a Palazzo Chigi le istanze della piccola e media borghesia, forti del sostegno di ampi settori del proletariato privo di rappresentanza istituzionale. Una linea che finché strilla contro gli immigrati e contro il degrado, attacca la generica “casta”, punta il dito contro i dipendenti pubblici fannulloni e i sindacati, soffiando quindi sulla mobilitazione reazionaria, trova risalto e spazio negli stessi ambienti che, in questi giorni, le hanno costruito la forca, da La Repubblica a Il Sole 24 Ore. Infatti, è proprio da parte di Confindustria che sono arrivate le critiche più aspre e pesanti, per bocca dello stesso Vincenzo Boccia che ha smontato punto per punto il contratto di governo durante l’assemblea annuale.

I vari proclami sulla “ripresina” di Gentiloni si scontrano con la necessità delle frazioni dominanti della borghesia imperialista di avere un governo che risponda alla crisi con un programma semplice e chiaro: altre mazzate ai proletari, tagli al sociale, investimenti pubblici alle imprese e alla guerra imperialista, all’interno della cornice disegnata dalla Ue a trazione tedesca e dalla Nato a guida USA. Questo è il programma che deve entrare a Palazzo Chigi, poco importa la figura umana e il soggetto politico che si assumeranno tale responsabilità anti – popolare. Fuori da questa opzione ci sono tutti i vaccini della democrazia borghese contro eventuali “brutti scherzi” che le stesse regole della democrazia borghese produce.

La Costituzione, tanto invocata sia da chi vede in Mattarella un golpista, sia da chi lo vede come un partigiano che blocca da solo l’avanzata dei barbari penta – leghisti, attribuisce al capo dello Stato un ruolo di garanzia per il capitale. I tanto osannati padri costituenti avevano previsto la possibilità di un elettorato indisciplinato e ribelle.

Questo ci ricorda che la questione del governo, o meglio del potere, può trovare soluzione solo nella via rivoluzionaria. La possibilità di riformare il capitale è preclusa non solo ai proletari, ma anche a quei settori della piccola e media borghesia che potrebbero mettere i bastoni fra le ruote al grande capitale. Chi vuole stare ai giochi della democrazia borghese ne deve seguire le regole, ma quest’ultime sono fatte perchè, a prescindere da chi vinca, sono sempre gli stessi a ritirare il premio.

Qualsiasi sia il governo tecnico, Cottarelli o qualcun altro, che si rivada alle elezioni in estate o successivamente, il dato principale è la crisi politica attuale e la perdita di egemonia della classe dominante. Tutti elementi che oggettivamente vanno in favore del proletariato e della classe operaia. Questo, ovviamente, se noi saremo in grado di giocare bene le nostre carte rilanciando la lotta e lavorando per l’unità di classe.

 

 

 

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