L’antifascismo non si delega!

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Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato della Mensa Occupata di Napoli,
con l’occasione porgiamo tutta la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne.

“Il 29 aprile 2011 tre nostri compagni venivano accoltellati dai fascisti di Casapound. Qualche giorno fa si è chiuso il processo. Di seguito il nostro comunicato sulla chiusura del processo.”

L’ANTIFASCISMO NON SI DELEGA!

Il 29 aprile 2011 i compagni del Collettivo Studenti Federico II si organizzano insieme agli altri studenti per cancellare, alla luce del giorno, svastiche, croci celtiche e la scritta “Antifa vi buchiamo” comparse nella notte sulle mura esterne della facoltà di lettere e filosofia.
Quella stessa mattina si presentano, proprio fuori alla facoltà, alcuni fascisti di Casapound, armati di coltelli. Uno di questi, candidato alle amministrative in una lista a sostegno dell’aspirante sindaco Lettieri; altri due, appartenenti al “Nucleo Dirlewanger” di Torre del Greco.
Dopo aver messo in fuga i prodi spadaccini – il candidato alle comunali con una vistosa ferita alla testa – si fa il conto delle ferite dei compagni: due coltellate alle gambe, una ad un braccio ed una ad una mano – trapassata da una parte all’altra – utilizzata da un compagno per parare un fendente portato all’altezza della clavicola.
Il candidato di Casapound viene trasportato all’ospedale Loreto Mare, dove gli vengono applicati diversi punti di sutura alla testa.
I tre compagni feriti si recano con mezzi propri all’ospedale Pellegrini. Qui vengono raggiunti dalla Digos e, dopo le medicazioni, portati in Questura.
Nel frattempo i compagni di tutta la città si radunano fuori la facoltà di lettere, e da lì parte un corteo che raggiunge la questura – non tralasciando di sanzionare adeguatamente il circolo elettorale di Lettieri che si trova lungo la strada – per accogliere i compagni all’uscita.
In Questura nessuno dei compagni risponderà alla richiesta di riconoscimento degli aggressori. I compagni usciranno dalla Questura nel pomeriggio, con una denuncia a piede libero per rissa (aggravata dalla presenza dei coltelli!). Denunciato per rissa sarà anche uno soltanto dei fascisti: quello ferito.
Quest’ultimo, per avvalorare la tesi dell’aggressione subita dagli antifascisti, dopo esser stato dimesso dal Loreto Mare, vi farà ritorno la notte, lamentando dolori al capo.
Questi i fatti storici, di cui sono a conoscenza tutti coloro che abbiano avuto a che fare con l’antifascismo militante nella città di Napoli.
Poi inizia il procedimento.
Tutti gli indagati verranno invitati dal PM per sottoporsi volontariamente ad interrogatorio.
I compagni non si presenteranno.
Solo il prode guerriero di Casapound si. In quella sede, questi spiegherà di essere stato aggredito da decine di persone armate e di aver anche chiamato un ispettore della Digos di cui ha il numero di cellulare, affinché la polizia si recasse sul posto.
Ciò verrà confermato durante il processo dallo stesso ispettore della Digos.
Il dibattimento si svolgerà in assenza di tutti gli imputati. Dall’istruttoria non emergerà niente di niente.
Si andrà avanti nel processo per 7 anni: nessuno che abbia visto come si sono svolti i fatti; nessuno che riconosca i presunti corrissanti.
Nel frattempo i fatti oggetto del procedimento per rissa, vengono ricondotti in una più ampia inchiesta a carico dei fascisti di Casapound, per associazione sovversiva e banda armata. In questo processo gli stessi fatti della rissa vengono diversamente ricondotti al reato di lesioni, provocate dai fascisti a danno dei compagni.
Lo svolgimento del processo per rissa avrebbe dovuto indurre il PM a chiedere l’assoluzione perché “il fatto non sussiste”, giacché non è provato in alcun modo nemmeno che un incontro tra gli imputati vi sia mai stato.
Eppure, la necessità di ricondurre tutto ad una rissa tra appartenenti ad opposte fazioni, ha suggerito al pubblico ministero di concludere, non solo sostenendo che dall’istruttoria “emergono i fatti così come illustrati nel capo di imputazione”, ma addirittura chiedendo l’assoluzione del fascista spadaccino: il quale si sarebbe legittimamente difeso dall’aggressione degli avversari. Questa ultima circostanza, sarebbe provata dal fatto che il prode guerriero, dopo averle prese ed essersela data a gambe, ha chiamato la polizia affinché intervenisse sul posto. Per i compagni, invece, il PM ha chiesto la condanna.
I difensori dei compagni hanno rispettato il punto di vista dei propri assistiti, chiedendo l’assoluzione di tutti gli imputati, fascista compreso. Di contro, il difensore del prode guerriero di Casapound, ha rilevato che il proprio assistito avrebbe subito un’aggressione da parte degli antifascisti, motivo per cui ha chiesto l’assoluzione dello spadaccino per legittima difesa.
Il giudice – in assenza totale di prove – non ha potuto far altro che assolvere “perché il fatto non sussiste”.
A conclusione di questa vicenda giudiziaria, alcune valutazioni sul comportamento che collettivamente i compagni hanno ritenuto più opportuno tenere.
I compagni avrebbero potuto riconoscere gli accoltellatori. Avrebbero potuto raccontare di essere stati vittima di un agguato fascista premeditato, con tanto di avvertimento “Antifa vi buchiamo” scritto sulla parete dell’università. Avrebbero potuto, perché no, denunciarli.
I compagni si sarebbero potuti costituire parte civile nel processo per associazione sovversiva e banda armata a carico dei fascisti. Avrebbero, inoltre, avuto elementi sufficienti per ottenere un ribaltamento del procedimento a proprio carico sostenendo la sussistenza delle lesioni – se non di un tentato omicidio – a carico del fascista candidato alle comunali.
Nessuno dei compagni lo ha fatto.
Non perché ci sentiamo i guerrieri della notte, non per ottusità, non per identitarismo stradaiolo.
Semplicemente perché, quando affermiamo che non crediamo alla giustizia dei tribunali, lo sosteniamo davvero.
Quando gridiamo per strada che “l’antifascismo è rosso e non lo deleghiamo”, lo sosteniamo sul serio.
Perché non pensiamo di poter delegare i nostri ideali di giustizia a quello stesso sistema giudiziario che imprigiona migliaia e migliaia di subalterni in nome degli interessi di pochi.
Semplicemente perché pensiamo che un atteggiamento vittimistico, che avvalori una ricostruzione dei fatti che rinuncia a far valere la legittimità politica delle proprie pratiche, sia sbagliato e perdente.
Perché pensiamo che sia più coerente rivendicarsi di aver messo in fuga un gruppo armato di fascisti, piuttosto che andare a denunciarli alla polizia di uno Stato contro il quale combattiamo.
Crediamo sia più utile rivendicarsi la legittimità politica dell’autodifesa, perché è necessaria la salvaguardia – anche fisica – dei percorsi di lotta, piuttosto che andare a chiedere aiuto alla magistratura di quello stesso Stato.
Quel 29 aprile 2011 siamo fieri di aver fatto scappare i fascisti a gambe levate. Siamo fieri di aver inflitto un ulteriore colpo al loro orgoglio. Siamo fieri di non aver fatto nulla affinché potessero subire le angherie di una repressione che non auguriamo a nessuno, nemmeno ai nostri peggiori nemici.
E siamo contenti, oggi, che il processo si sia concluso in quello che per noi era da principio il miglior modo possibile, nonostante a condannarci ci abbiano provato tutti, dal primo all’ultimo.

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