Le lotte economiche nella crisi

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Antitesi n.7
Sezione 1: sfruttamento e crisi
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Le lotte economiche nella crisi

Offensiva padronale e resistenza proletaria

Dalla fine degli anni Settanta ad oggi il capitalismo vive una condizione di crisi generale di sovrapproduzione di capitali, apertasi con la conclusione del ciclo positivo inaugurato dalle macerie del secondo conflitto imperialista e manifestatasi da principio come caduta del saggio di profitto. [1]
Con l’esplosione della bolla dei mutui subprime negli Usa, negli anni 2007-2008, e con lo scoppio della crisi del debito sovrano nel 2010, abbiamo assistito ad una forte acutizzazione di tale crisi, manifestatasi a livelli diversi, ma caratterizzante l’economia di tutto il sistema imperialista mondiale, coinvolgendo la totalità dei paesi capitalisti e soprattutto i paesi e gli aggregati di paesi a capitalismo monopolistico come Usa e Ue.
Già all’affacciarsi dell’inversione del ciclo di valorizzazione del capitale ad inizio anni Settanta, la grande borghesia, per contrastare questa perdita di profitto, ha approfondito l’attacco alle condizioni della classe operaia e delle masse popolari, attraverso lo spostamento di produzioni in altri siti produttivi e applicando una divisione del lavoro internazionale plasmata secondo i margini di profitto ottenibili e l’“addomesticabilità” dei comparti operai. Contemporaneamente, sul fronte interno, si è proceduto a dismettere in larga misura la grande fabbrica, con l’affidamento di parti di produzione a cooperative o ditte di piccole dimensioni che consentono una maggiore profittabilità del capitale, non solo in termini di sfruttamento operaio, ma anche perché parte dei costi di produzione vengono spalmati sulla piccola borghesia, cioè sulle piccole aziende che sono integrate nel comando produttivo del capitale monopolistico. [2]
Inoltre, con lo spettro della crisi e della disoccupazione, la classe operaia ha subito ricatti pesantissimi, con licenziamenti, ristrutturazioni aziendali e soprattutto con la cancellazione di conquiste che, nel decennio precedente, aveva ottenuto con lotte durissime. Un processo reazionario che si è modulato a partire dall’accordo Fiat nel settembre 1980, con il quale il padronato ha ottenuto la resa incondizionata da parte sindacale, ovvero l’accettazione dei processi ristrutturativi e l’espulsione delle avanguardie di lotta. La borghesia ha voluto così dettare le regole del gioco in un contesto di crisi che ha progressivamente colpito la vita delle masse popolari con diminuzione dei salari, disoccupazione e aumento della precarietà e flessibilità. Le politiche seguite dai governi borghesi e dall’Unione Europea hanno proceduto ad un attacco feroce alla condizione operaia e proletaria, soprattutto dopo che l’esplodere della bolla dei mutui subprime si è riverberata nel vecchio continente con la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”, ovvero con l’instabilità finanziaria degli Stati europei nel biennio 2010-2011. Secondo uno studio della Fondazione Di Vittorio (struttura del sindacato confederale della Cgil) i salari in Italia hanno perso mille euro di potere di acquisto annuo dal 2010 al 2017. [3]
Oltre alla diminuzione salariale, la crisi ha comportato la perdita di milioni di posti di lavoro, con le chiusure, le delocalizzazioni e le ristrutturazioni aziendali. Il tasso di disoccupazione in Italia [4] nel 2008 era il 6,7%, circa 1,6 milioni di lavoratori, il 12,7% nel 2014, l’11,2% nel 2017 e il 9,9% nel maggio 2019, circa 2 milioni e mezzo di lavoratori. [5] In questo contesto, i vari governi, i padroni e le burocrazie sindacali hanno riorganizzato l’assetto normativo e contrattuale in maniera più funzionale ai propri interessi, non solo per ciò che riguarda la riduzione del salario e la flessibilizzazione della forza-lavoro, ma anche in funzione del controllo e comando della stessa, per prevenirne e impedirne la riorganizzazione e l’antagonismo con la classe dominante. Uno di questi passaggi è rappresentato dalla vicenda dell’imposizione degli accordi Fiat di Pomigliano e Mirafiori, siglati tra la Fiat di Marchionne e i confederali Cisl e Uil nel 2010. Con questi accordi la direzione Fiat mirava ad aumentare le condizioni di sfruttamento all’interno degli stabilimenti, aumentando l’estrazione di plusvalore assoluto e relativo [6], con l’estensione dei 18 turni di lavoro, la diminuzione delle pause da 40 minuti a 20 minuti a turno, lo spostamento della pausa mensa a fine turno e l’aumento di 80 ore degli straordinari obbligatori in deroga al Ccnl metalmeccanici allora vigente. Altro obiettivo è stato quello di delegittimare la rappresentanza sindacale all’interno delle fabbriche, confermndo l’esigibilità del contratto e la legittimità sindacale solo ai sindacati firmatari dell’accordo, escludendo di fatto la Fiom. Per raggiungere questo obiettivo, Fiat non ha esitato a costituire una nuova società ovvero le newco “Fabbrica Italia” e “Mirafiori”, nonchè ad uscire da Confindustria, avendo così la possibilità di non applicare gli accordi siglati tra quest’ultima e sindacati in tema di rappresentanza e in merito alla costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie all’interno delle aziende. In questo modo, infatti, ha potuto disconoscere gli accordi del 1993 relativi alla costituzione delle Rsu ed applicare solo la legge 300/70 (Statuto dei lavoratori) che riconosce la sola rappresentanza aziendale (Rsa), in modo da estromettere la Fiom.
Se negli anni Settanta era la classe operaia della Fiat che faceva da esempio di lotta per gli operai delle altre aziende, in questa fase di attacco e arretramento è stata questa “rottura” da parte della Fiat a fare scuola in termini di offensiva padronale, con le imposizioni del boia Marchionne che diventano ben presto elementi costitutivi dei futuri contratti collettivi e delle proposte governative in tema sindacale. Dapprima con l’accordo interconfederale del giugno 2011, che ha visto la firma di tutte e tre le sigle sindacali confederali ricomponendo (a destra) la frattura con la Fiom e successivamente con la legge 148 del settembre 2011 dell’allora ministro Sacconi, con la quale si è inoltre allargato il perimetro di interesse della contrattazione decentrata (ovvero degli accordi interni alle aziende) e regolamentato la rappresentanza sindacale e l’esigibilità (ovvero le limitazioni delle azioni di sciopero) del contratto da parte padronale. [7]
Questo attacco perpetrato dai padroni a danno dei lavoratori ha fatto avanzare il processo di impoverimento del contratto collettivo nazionale e accelerato lo spostamento della contrattazione dal livello nazionale a quello interno aziendale con lo sviluppo del cosiddetto welfare aziendale, altro obiettivo tanto caro alla classe padronale, da tempo ricercato e che in questi ultimi anni sta trovando applicazione sempre più generale. Con la decentralizzazione contrattuale, i padroni puntano a rompere l’unità su scala nazionale della classe e a dare concessioni ai dipendenti azienda per azienda, ovviamente chiedendo in cambio più produttività e quindi livelli più alti di sfruttamento.
Su questa linea, l’accordo del giugno 2011 si è sviluppato con il varo del Testo Unico sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014 siglato tra Confindustria, Cgil, Cisl, Uil e Usb.
In questo accordo vengono ripresi i temi della certificazione della rappresentanza, la regolamentazione della rappresentanza all’interno delle aziende, l’efficacia della contrattazione collettiva nazionale di categoria e aziendale e le procedure di raffreddamento e di prevenzione del conflitto sindacale. Con questo accordo si consente la partecipazione alla contrattazione collettiva nazionale ai soli sindacati firmatari dell’accordo in questione “che abbiano, nell’ambito di applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro una rappresentanza non inferiore al 5% considerando a tale fine la media fra il dato associativo e il dato elettorale come risultante dalla ponderazione effettuata dal Cnel e che abbiano partecipato alla negoziazione in quanto hanno contribuito alla definizione della piattaforma e hanno fatto parte della delegazione trattante l’ultimo rinnovo del c.c.n.l.” limitando quindi l’agibilità dei sindacati considerati non rappresentativi in base alle clausole di questo Testo Unico. [8]
Inoltre l’aspetto più importante riguarda appunto la cosiddetta esigibilità contrattuale (introdotta per la prima volta negli accordi Fiat da Marchionne): “I contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti formalmente dalle Organizzazioni Sindacali che rappresentino almeno il 50% +1 della rappresentanza, previa consultazione certificata delle lavoratrici e dei lavoratori, a maggioranza semplice saranno efficaci ed esigibili. La sottoscrizione formale dell’accordo, come sopra descritta, costituirà l’atto vincolante per entrambe le Parti. Il rispetto delle procedure sopra definite comporta che gli accordi in tal modo conclusi sono efficaci ed esigibili per l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici nonchè pienamente esigibili per tutte le organizzazioni aderenti alle parti firmatarie della presente intesa. Conseguentemente le parti firmatarie e le rispettive Federazioni si impegnano a dare piena applicazione e a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi così definiti”. [9] Di fatto con questa clausola si impediscono le azioni di lotta, finanche lo sciopero, che possano essere adottate dai lavoratori in merito alla definizione e applicazione del contratto. Un ulteriore attacco alla contrattazione collettiva nazionale viene dato con l’allargamento degli spazi di contrattazione interna aziendale. “I contratti collettivi aziendali possono definire, anche in via sperimentale e temporanea, specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro nei limiti e con le procedure previste dagli stessi contratti collettivi nazionali di lavoro”. Ed inoltre: “…i contratti collettivi aziendali conclusi con le rappresentanze sindacali operanti in azienda d’intesa con le relative organizzazioni sindacali territoriali di categoria espressione delle Confederazioni sindacali firmatarie del presente accordo interconfederale o che comunque tali accordi abbiano formalmente accettato, al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale dell’impresa, possono definire intese modificative con riferimento agli istituti del Ccnl che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”. [10] Va detto che l’infame accordo sulla rappresentanza è stato confermato, da ultimo, attraverso la firma, il 19 settembre scorso, della convenzione tra confederali, Confindustria e Inps, che dovrà certificare, in pieno stile corporativo [11], i dati degli iscritti ai vari sindacati in modo da verificare quale forza sindacale possa siglare i contratti nei diversi settori.
Ulteriori attacchi portati avanti da padroni e governi in questi anni di crisi sono stati la riforma delle pensioni Fornero a fine 2011 e il Jobs-Act del governo Pd nel marzo 2015.
Nel cosiddetto decreto Salva Italia del governo Monti del dicembre 2011, con il quale il governo dava impulso ad una ristrutturazione delle finanze pubbliche colpendo duramente le masse popolari con l’appoggio del Pd e del boia Napolitano, approfittando del clima di incertezza economica e politica di quel periodo, era inserita la manovra sulle pensioni della ministra Fornero. Con questa controriforma si è accelerato il processo del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, già previsto nella legge Dini del 1995, che comporta per i lavoratori pensioni sempre più basse. Inoltre si è allungata l’età lavorativa legando strettamente il requisito della pensione all’aspettativa di vita, definita biennalmente dall’Istat, e aumentando l’età di pensionamento per le donne. Sono quindi peggiorate le condizioni per i lavoratori e le lavoratrici per il riconoscimento della pensione, già modificate pesantemente dalla controriforma Dini nel 1995 e dai successivi governi. Ad oggi per raggiungere quella che era definita pensione di anzianità, che con la riforma Fornero viene invece definita pensione anticipata, sono necessari 42 anni e 10 mesi di contribuzione per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne, mentre la pensione di vecchiaia è fissata a 67 anni. Inoltre, con la legge Fornero, si approfondisce l’opera di attacco all’art. 18, con la possibilità di licenziamento per motivi di crisi aziendale, cosiddetto licenziamento economico, attacco che sarà portato nel 2015 in maniera definitiva dal governo Pd-Renzi con il Jobs-Act. [12]
Con questa ennesima controriforma i padroni hanno libertà di licenziare superando il vincolo dell’art. 18 contro i licenziamenti senza giusta causa sancito nello Statuto dei Lavoratori del maggio 1970 (legge 300/70). Infatti con l’entrata in vigore della legge il 7 marzo 2015, per i lavoratori assunti prima di questa data, si applica il regime previsto dall’articolo 18 della legge 300/70, mentre per gli altri è in vigore il sistema cosiddetto delle tutele crescenti, ovvero possono essere liberamente licenziati dai padroni, anche senza giusta causa, avendo solamente diritto ad un’indennità economica pari a due mensilità per ogni anno di anzianità di servizio con un massimo di 24 mesi. Inoltre col Jobs-Act sono state allargate le possibilità per il padrone di demansionare il lavoratore, abbassandone di fatto il salario, e di potenziare l’utilizzo di strumenti di videosorveglianza e controllo dei lavoratori.
Questo quadro non esaustivo degli attacchi padronali alle condizioni della classe operaia e dei lavoratori dimostra non solo come padroni e governo abbiano perseguito una linea “coerente” per contrastare la perdita di plusvalore e profitto, ma anche quanto la risposta della direzione sindacale complessiva sia stata inadeguata, sottomessa e complice rispetto all’offensiva della classe dominante.
Di fatto le centrali confederali hanno appoggiato le manovre padronali sottoscrivendo accordi con le istituzioni confindustriali tendenti a eliminare la scomoda presenza dei sindacati di base nei tavoli di trattativa, senza promuovere iniziative di lotta e mobilitazioni contro le manovre governative. In questo senso è stato scandaloso il silenzio che ha accompagnato l’attuazione della controriforma Fornero, senza che ci sia stata un’ora di sciopero indetta dai confederali ed altrettanto scandaloso è stato il corporativismo dimostrato da Cisl Uil e dalla Cgil del nuovo segretario Landini che, il 9 febbraio scorso a Roma, hanno manifestato insieme ad una delegazione di Confindustria, in nome della continuità delle “grandi opere”, isolando così la classe operaia dai movimenti di lotta per la difesa del territorio e dell’ambiente.
Sostanzialmente il ruolo dei confederali è stato quello di continuare nel compito di pompiere sociale all’esplodere delle contraddizioni date dalla situazione di forte recessione dovuta alla crisi acutizzatasi nel 2008.
Ovviamente non si vuole dire che negli anni precedenti la classe operaia fosse in fase di avanzamento, poichè gli attacchi alle conquiste sono in essere da anni e, con la complicità dei sindacati confederali, i lavoratori hanno dovuto ingoiare rospi molto duri come la riforma delle pensioni Dini, la dismissione della scala mobile e le numerose ristrutturazioni e delocalizzazioni aziendali. Sicuramente, però, le parti più avanzate della classe avevano dato dei segnali importanti nel periodo precedente all’aggravamento più forte della crisi e proprio per questo le burocrazie confederali ritenevano necessario bloccare ogni forma di mobilitazione, per dare spazio ai padroni di attaccare in maniera più forte, nel momento in cui il capitalismo traballava di più. Non si voleva che nella nuova condizione economica si ripetessero mobilitazioni come la lotta per i precontratti nel 2003 nelle fabbriche metalmeccaniche, contro la firma separata di Cisl e Uil del Ccnl di allora, che ha visto la mobilitazione di migliaia di lavoratori in numerose fabbriche per difendere la piattaforma rivendicativa che i due confederali avevano annullato firmando il contratto nazionale. Oppure la lotta allo stabilimento Fiat di Melfi nel 2004 contro l’imposizione del terzo turno notturno e dei sabati lavorativi obbligatori che, partita nei reparti dello stabilimento dalla base dei lavoratori in contrasto le direttive sindacali, era cresciuta enormemente arrivando a 35 giorni di lotta e blocco dei cancelli, costringendo la Fiom a farsi carico delle rivendicazioni operaie. O come la lotta degli autoferrotranvieri e del trasporto pubblico locale per l’aumento del salario e il rinnovo contrattuale nel 2004, partita dai lavoratori di Milano e diffusasi in tutta Italia, che ha fronteggiato le precettazioni imposta dai prefetti. Lotta che è costata molto ai lavoratori in termini di provvedimenti disciplinari e multe per non aver adempiuto agli obblighi della precettazione, ma che ha visto riconosciute le loro rivendicazioni, con l’attuazione di misure governative atte a rispondere agli aumenti salariali richiesti.

Lotte rivendicative nella crisi

In questo ultimo decennio, comunque, numerose sono state le lotte dei lavoratori per rispondere agli attacchi padronali e ai progetti di chiusura, ristrutturazione o delocalizzazione delle aziende.
Nel settore siderurgico sono state significative le lotte dei lavoratori all’Alcoa e all’Ilva. In questo settore le lotte incidono anche su piani di ripartizione del capitale monopolistico che si divide quote di mercato a livello globale con chiusure o ampliamenti di stabilimenti, a seconda delle direttive prese dai livelli decisionali del capitale monopolistico.
La vertenza Alcoa ha visto i lavoratori degli stabilimenti, soprattutto in Sardegna a Portovesme (che era lo stabilimento più colpito dal progetto di chiusura della multinazionale Usa) impegnati in lotte durissime, che hanno spesso sconfinato dai limiti imposti dai vertici sindacali, con manifestazioni e scontri nelle sedi del governo nazionale, imponendo di fatto la cessione degli impianti ad un altro gruppo (Sider Alloys) per la continuazione della produzione e il mantenimento dei livelli occupazionali. Nonostante per molti lavoratori sardi, circa 400, sia ancora in corso la cassa integrazione, e quindi non siano ripresi a pieno regime la produzione e l’assorbimento dell’occupazione, la lotta di questi lavoratori è stata importante perché dimostra come la determinazione e il protagonismo della classe operaia siano necessarii per condurre le lotte, a fronte delle imposizioni padronali molto spesso avvallate dai sindacati confederali.
Altra vicenda in cui la determinazione dei lavoratori nella lotta è stata fondamentale è quella dello stabilimento Ilva di Taranto. [13]
La classe operaia Ilva, quantomeno nelle sue parti più avanzate, ha attuato numerose iniziative di lotta e mobilitazioni che contrastavano la divisione che si voleva loro imporre tra salute-ambiente e difesa del posto di lavoro, cercando invece l’unità della difesa del lavoro e della salute del territorio. La vicenda non è ancora conclusa, visti i tagli occupazionali e il ricorso, da subito, alla cassa integrazione da parte dei nuovi padroni di ArcelorMittal che, nel frattempo, hanno potuto incassare l’immunità penale per i reati ambientali, decisa dal precedente esecutivo, con il consenso anche i confederali e dell’Usb, e confermato dall’attuale. In questi anni di crisi, si sono sviluppate lotte significative in settori non tradizionalmente combattivi quanto la classe operaia delle fabbriche, ovverosia il terziario, specialmente nel settore dei call-center e della logistica.
La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici dell’Almaviva, ad esempio, è stata significativa perché la più determinata nel settore dei call-center. I lavoratori e le lavoratrici di questa compagnia di call-center, con l’appoggio dei sindacati di base, sono riusciti a sviluppare lotte importanti con azioni di sciopero e presidi che hanno rallentato, anche se purtroppo non impedito, i progetti di ristrutturazione e delocalizzazione di Almaviva, spalleggiata dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico Calenda, che hanno comportato il licenziamento di 1660 lavoratori della sede romana e la decurtazione del salario per gli altri.
Nel settore della logistica e delle cooperative operanti in questo settore si sono sviluppate lotte importanti e determinate che hanno portato a notevoli miglioramenti per i lavoratori di questo comparto ed allo sviluppo di un sindacalismo di base guidato dal Si Cobas che ha scardinato le imposizioni dei confederali, molto spesso legati a doppio filo con i padroni delle cooperative. Le azioni di lotta dei lavoratori per ottenere miglioramenti salariali e maggiori conquiste nei posti di lavoro sono state incisive e determinate, non cedendo di fronte al livello di scontro imposto dal padrone e dagli sbirri nei picchetti davanti ai cancelli dei magazzini, alle intimidazioni e provocazioni dei crumiri. È impossibile citare tutte le situazioni di lotta che hanno coinvolto i lavoratori della logistica e interessato i magazzini in tutta Italia, dalla Granarolo, alla Ikea, alla Gls, alla Toncar, alle ditte spedizioniere per Amazon e tanti altri. I lavoratori della logistica e lo sviluppo del sindacalismo di base del Si cobas in questo settore hanno portato un alto livello di lotta che è da esempio per tutti i lavoratori.
È da considerare che in questo comparto vi è un rapporto di forza favorevole in quanto la distribuzione delle merci rappresenta non solo un momento vitale per la realizzazione del plusvalore del capitale, ma anche un servizio che non può essere delocalizzato e parcellizzato, come le fabbriche, proprio per la sua funzione oggettiva di portare le merci nei luoghi di vendita. Quando le vertenze dei lavoratori sono affrontate in modo così determinato e non compromissorio dalla base dei lavoratori stessi e dai loro rappresentanti sindacali si dimostrano essere vincenti.
Inoltre si è palesato il ruolo di avanguardia dei lavoratori immigrati che, nonostante i ricatti sul posto di lavoro che potevano pregiudicare anche il conseguimento del permesso di soggiorno o il licenziamento, si sono posti sul terreno della lotta per il miglioramento delle proprie condizioni e sono cresciuti all’interno delle organizzazioni sindacali di base, diventando di fatto delle avanguardie di lotta che segnano il percorso e la linea da seguire per conseguire delle lotte vincenti.
Le lotte si sono così sviluppate da vertenze interne ai magazzini a obiettivi più generali, come il rafforzamento dei contratti collettivi ed un superamento della linea sindacale compromissoria al ribasso dei sindacati confederali. Il fatto che in questo settore la classe lavoratrice sia maggiormente composta da lavoratori immigrati, quindi non legata tradizionalmente e imbrigliata da decenni con il confederalismo sindacale, ha rappresentato un aspetto sicuramente positivo per il rafforzamento dei sindacati di base, principalmente del Si Cobas, che hanno potuto così estendere le rivendicazioni in molti magazzini. Questo protagonismo dei lavoratori immigrati può essere in un certo senso paragonabile al ruolo avuto dal proletariato immigrato dal sud Italia nelle fabbriche del nord negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso che hanno avuto una funzione determinante nello sviluppo delle lotte operaie di quegli anni.
Un altro aspetto importante è rappresentato dal fatto che le lotte, partite da singole aziende di logistica, negli anni sono passate dall’incidere sulle vertenze nazionali nei rinnovi contrattuali all’allargarsi in altri comparti al di fuori della logistica raggiungendo la classe operaia di fabbrica, come all’Italpizza di Modena, dimostrando che dove vi sono componenti che vogliono lottare, le lotte si allargano.
Allargando lo sguardo sul terreno delle lotte sociali e del territorio, si conferma l’esemplarità della lotta No Tav che tiene ferma la propria opposizione alla realizzazione dell’opera malgrado l’accerchiamento politico, confermato dalle ipocrisie e dai tradimenti dei 5 Stelle, e che continua a resistere nonostante la repressione molto dura. Va sottolineata anche la lotta per le occupazioni delle case sfitte e gli spazi sociali, che vede invece una stretta repressiva in corso da anni, accentuatasi in particolare nell’ultimo periodo, a partire dal piano di sgomberi a livello nazionale, inaugurato nell’estate 2018 con la circolare ai prefetti redatta dall’allora Ministro degli Interni Salvini.

Conclusioni

Da questa panoramica sulle lotte rivendicative di questi anni di crisi emergono alcune considerazioni. Innanzitutto si può dire che nel proletariato, a livello generale, convive una situazione di arretramento della coscienza e della capacità di lotta, contrastata però da continue tendenze a dimostrare capacità di mobilitazione, seppur non generalizzabili e spesso concretizzate quando la situazione oggettiva obbliga inevitabilmente alla lotta (ad esempio nel caso di licenziamenti). A pesare è la situazione oggettiva della crisi, che riduce i margini materiali su cui avanzare contro i padroni, ma anche la situazione soggettiva, con il ruolo di egemonia della classe dominante che è svolto dai sindacati filopadronali e, in generale, dal prevalere, anche in seno alla classe operaia, di una cultura che direttamente o indirettamente la fa identificare con la classe dominante o la fa subordinare ad essa (individualismo, desolidarizzazione di classe, razzismo…). Non è una situazione immutabile perchè, come abbiamo visto, componenti soggettive, sindacali e di classe determinate, anche sul fronte delle lotte economiche, possono rompere la pace sociale e, in taluni casi, anche vincere rispetto allo strapotere padronale.
Il compito di noi comunisti, sia a livello generale nei rapporti con il proletariato e sia nei posti di lavoro dove siamo presenti, è di lavorare sui tre piani di lotta: economica, ideologica e politica. Economica nel senso di infondere la coscienza sulla necessità di difendere e lottare per le proprie condizioni materiali di vita contro i padroni e il loro Stato e di esser parte e sostenere le lotte economiche, rapportandosi ai settori di massa che vi si cimentano, ai singoli proletari che le animano e alle avanguardie di lotta che le dirigono. Ciò perchè i posti di lavoro e le lotte economiche devono essere un terreno di battaglia ideologica, per far crescere la consapevolezza tra i proletari e tra le masse che la contraddizione con i padroni non è relegabile alla singola questione sindacale e materiale, ma deve svilupparsi rispetto all’intero assetto sociale esistente. Ed è dalla lotta economica e dalla lotta ideologica nel suo seno, e in seno all’intera classe, che noi comunisti dobbiamo puntare a raccogliere forze per costruire le condizioni per la lotta politica, organizzandola già nei livelli minimi e concreti oggi possibili (ad esempio attraverso la costruzione di collettivi comunisti radicati nella classe), cioè la lotta per contendere il potere alla borghesia. “Perché la lotta sindacale diventi un fattore rivoluzionario occorre che il proletariato l’accompagni con la lotta politica, cioé che il proletariato abbia coscienza di essere il protagonista di una lotta generale che investe tutte le questioni più vitali dell’organizzazione sociale, cioé abbia coscienza di lottare per il socialismo.” [14]

Note

[1] Sul punto vedi, ad esempio, https://marxismocritico.com/2016/05/24/dietro-e-oltre-lacrisi/

[2] Su questi punti vedi Antitesi n° 1
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
Articolo: “Sulla divisione internazionale del lavoro”
https://www.tazebao.org/sulla-divisione-internazionale-del-lavoro/

nonché Antitesi n° 3
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
Articolo: “Dalla frammentazione della classe, all’unità del politico”
https://www.tazebao.org/classi-sociali/

[3] https://www.repubblica.it/economia/2019/03/08/news/stipendi_crolla_il_potere_d_acquisto_in_sette_anni_persi_mille_euro-221064515/

[4] Per tasso di disoccupazione nella disciplina macroeconomica borghese si intende il rapporto tra il numero di coloro che cercano lavoro e il totale della forza lavoro (la somma tra gli occupati e le persone in cerca di lavoro). Si misura sulla popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni. Una persona è considerata “in cerca di occupazione” se rispetta due criteri: ha effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle ultime quattro settimane ed è disponibile a lavorare nelle due settimane successive. Se questi due criteri non sono soddisfatti la persona è considerata “inattiva”. La disoccupazione giovanile si misura invece tra i 15 e i 24 anni. I giovani inattivi sono definiti neet, non impegnati né nello studio, né nel lavoro, né nella formazione. Nel tasso di disoccupazione non viene considerato chi non è alla ricerca di lavoro, ma è comunque inoccupato; gli ultimi anni di forte crisi economica hanno espulso fasce di lavoratori e lavoratrici che non hanno potuto reinserirsi nel mondo del lavoro per vari motivi (età avanzata, mancanza di professionalizzazione, difficoltà familiari, ecc) dovendo accettare di fatto questa estromissione dal lavoro.

[5] https://tg24.sky.it/economia/2018/10/01/disoccupazione-italia-ultimi-dieci-anni.html

[6] Vedi Antitesi n° 3
Glossario: PLUSVALORE
https://www.tazebao.org/glossario-antitesi-n-3/

[7] https://tesi.luiss.it/10391/1/montuoro-tesi-2013.pdf pp.186-192

[8] https://www.lavoroediritti.com/varie/sindacati/il-nuovo-testo-unico-sulla-rappresentanzasindacale

[9] https://www.lavoroediritti.com/varie/sindacati/il-nuovo-testo-unico-sulla-rappresentanzasindacale

[10] https://www.lavoroediritti.com/varie/sindacati/il-nuovo-testo-unico-sulla-rappresentanzasindacale

[11] Vedi glossario: CORPORATIVISMO
https://www.tazebao.org/glossario-antitesi-n-7/

[12] vedi Antitesi n. 0
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
Articolo: “Il Jobs Act”
https://www.tazebao.org/jobs-act-rottamazione-conquiste-lavoratori/

[13] Sulla questione Ilva e più in generale su ambientalismo e lotta di classe vedi Antitesi n.5
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
Articolo: “Ambientalismo e lotta di classe”
https://www.tazebao.org/ambientalismo-e-lotta-di-classe/

[14] Gramsci “La costruzione del Partito Comunista: 1923-1926”, ediz. Einaudi, Torino, 1971, p. 53

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