La linea repressiva dell’Ue

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[Dalla sezione 4 del numero 1 di Antitesi]

A pochi mesi dall’approvazione del decreto “Alfano” in materia di “antiterrorismo”, l’Italia si prepara a varare nuove misure in termini di controllo e “sicurezza” sui treni, in particolare sulle tratte ad alta velocità e internazionali. Biglietto nominativo e maggiori controlli a campione di passeggeri e bagagli, aumento delle squadre miste per il controllo dei convogli internazionali, maggior scambio di informazioni tra i servizi di sicurezza dei diversi paesi, unite alla richiesta di un maggior restrinzioni sulla diffusione delle armi da fuoco in Europa. Queste sono le linee guida su cui si articola la proposta emersa dall’incontro a Parigi dei ministri dell’interno e dei trasporti di nove paesi europei, tra cui l’Italia, in risposta allo presunto e sventato attacco “terroristico” dello scorso 24 agosto sul treno ad alta velocità Parigi – Amsterdam. A queste si aggiungono le proposte di check point e controlli con metal detector nelle stazioni, sul modello adottato negli aeroporti, videocamere nei binari e nei vagoni dei treni, varchi e presidi all’accesso dei binari, consentito solo con l’esibizione del titolo di viaggio. Di fatto, si tratta di un inasprimento di pratiche che, in parte, sono già in uso nelle principali stazioni italiane.

Queste misure, presentate come “urgenti”, sono il frutto della politica dell’emergenza, che rappresenta la dimensione principale, non sono italiana, nella quale vengono prodotte nuove normative restrittive, di controllo e repressive. Di fatto rappresentano il tentativo di trovare una cura comune, cioè “europea”, ad una malattia già conclamata, il cosiddetto “terrorismo internazionale”, che di fatto è il rimbalzo in casa della tendenza alla guerra imperialista, in particolare delle aggressioni che le potenze europee conducono contro i popoli e i paesi dell’area arabo-islamica.

Periodicamente, al verificarsi di episodi che frantumano il senso d’invulnerabilità e di sicurezza all’interno dei confini della “civile e democratica” Europa, le diverse borghesie, con misure comuni a livello comunitario o con singoli accordi, approntando schemi di massima che poi i singoli paesi dovranno applicare concretamente con norme e misure ad hoc. Uno sviluppo dovuto dalla necessità di rafforzare i punti deboli del controllo a livello continentale, ma che non si caratterizzano per rientrare in una vera e propria strategia repressiva comune, una linea di condotta ampiamente definita e valida, da attuare nel lungo periodo a livello preventivo, che sappia superare la dimensione nazionale. Questo perché, sul piano comunitario, sono costretti a convivere da un lato l’interesse dell’Unione Europea alla centralizzazione delle strategie repressive e dall’altro alla libera circolazione di capitali, merci e forza lavoro, liberalizzati dal trattato di Schengen1, uno dei fondamenti costitutivi dell’Ue. Non è un caso che negli ultimi mesi, più volte si sia sentito parlare di “sospendere o rivedere” il trattato, da un lato per le debolezze riscontrate nei controlli “antiterrorismo”, dall’altro lato per le contraddizioni che emergono nelle frontiere esterne all’Ue con i flussi migratori provenienti dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente.

La tendenza alla centralizzazione avanza con pesanti contraddizioni derivate anche dall’oggettivo contrappeso rappresentato dei singoli Stati, delle loro specificità in termini di legislazioni, relazioni, apparati e priorità d’interesse, e sia dalle funzionalità proprie del rapporto comunitario, confermando come nel vecchio continente il piano repressivo sia ancora delegato principalmente all’azione dei singoli Stati o alla collaborazione e cooperazione tra di loro.

Un esempio significativo al riguardo, è rappresentato dagli accordi e dalla storica collaborazione tra apparati repressivi spagnoli e francesi nella repressione del movimento di liberazione basco, che hanno portato all’estradizione verso lo Stato Spagnolo di centinaia di compagni e compagne, non solo appartenenti al gruppo combattente Euskadi Ta Askatasuna, ma anche alle organizzazioni politiche e sociali della sinistra basca. I Paesi Baschi, situati al confine tra Stato Spagnolo e Stato Francese, sono divenuti così di fatto un’area controllata contemporaneamente da due apparati repressivi, distinti, ma vicendevolmente compenetranti nello scambio di informazioni e nelle operazione contro i militanti, con un vero e proprio travaso del modello spagnolo – più autoritario e poliziesco – su quello francese – formalmente più liberale e garantista. In questo caso, assistiamo ad una dimensione di transfrontalierità della repressione che però si determina nella collaborazione di due Stati rispetto alla questione oggettiva di un popolo che vive fra le loro frontiere e lotta per l’autodeterminazione da entrambi. Non dunque una centralizzazione a livello europeo o un allargamento di modelli repressivi in termini continentali, ma una calibrata collaborazione e compenetrazione repressiva laddove si sviluppa concretamente la contraddizione con le avanguardie del popolo basco.

Nel tempo, si sono comunque determinati strumenti centralizzati di repressione a livello comunitario, come con l’introduzione e l’aggiornamento delle “lista nera” di individui e gruppi classificati come “terroristi”, sul modello di quanto svolto dagli Stati Uniti dopo gli attacchi dell’11 settembre 20012. Lo scopo di questa lista nera è obbligare gli Stati membri a collaborare con ogni mezzo per la repressione delle attività di chi vi è incluso: quindi non hanno applicazione diretta, ma demandata alla cooperazione e all’azione effettiva dei singoli regimi nazionali.

Altri esempi di strumenti centralizzanti sono costituiti dall’istituzione di Europol, l’agenzia di polizia comunitaria per la lotta al crimine in Europa, di Eurojust, l’unità di cooperazione giudiziaria a livello comunitario, del coordinatore antiterrorismo dell’Unione Europea – carica attualmente occupata dal belga Gilles de Kerchove – così come l’introduzione del mandato di cattura europeo, che vanificherebbe le precedenti procedure di estradizione.

Infatti il mandato di arresto europeo viene introdotto tramite la decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio Europeo del 13 giugno 20023 e stabilisce un automatismo nelle consegne, ovvero una sorta di “libera circolazione” delle persone incriminate. Queste devono essere consegnate senza più alcun vaglio da parte delle magistrature e dei governi e con l’eliminazione di quello che era il fondamentale principio della doppia incriminazione che finora era sempre stato in vigore nello spazio europeo, cioè che un soggetto non può essere consegnato da uno Stato se lo Stato cui è richiesta la consegna non prevede quel fatto che gli è imputato come reato. Viene abolito questo tipo di meccanismo per tutta una serie di categorie di imputazioni, tra cui quella di terrorismo, di criminalità informatica, di favoreggiamento dell’ingresso e del soggiorno illegali ecc. La rimodellazione dello spazio giuridico europeo in tema di mandato di arresto segue anch’essa gli attentati dell’11 Settembre, nel tentativo di avere uno strumento centralizzante per rafforzare la lotta al “terrorismo”, in una fase in cui i diversi paesi europei hanno approvato una serie di pacchetti sicurezza sullo stile del Patriot Act statunitense, in linea con la definizione data di “terrorismo internazionale” su cui si sono ridisegnati i diversi ordinamenti giuridici.

Si tratta dei tentativi di approntare una strategia repressiva comune e generale a livello europeo, che vada oltre l’autonomia dei singoli stati; tendenza che va letta come il riflesso di ciò che oggi rappresenta l’Unione Europea, ossia un aggregato di borghesie imperialisti e capitaliste che si relazionano tra loro nella prospettiva contraddittoria di darsi unità a tutti i livelli, sopratutto sul piano economico e politico e dunque anche sul piano repressivo.

Come dicevamo, questa tendenza alla strategia repressiva comune trova talvolta maggiore attuazione sul piano della promozione dell’uniformità delle politiche demandata a livello di singoli stati, specie se a determinarla sono le strategie di guerra imperialista, come recentemente dimostrato dall’adozione, in molti paesi Ue e, di riflesso, nei paesi sotto l’influenza di Bruxelles (come quelli balcanici), di misure contro i cosiddetti “foreign fighters” e “lupi solitari”4.

Sempre nello scenario della tendenza alla guerra, un esempio di uno strumento repressivo diretto dell’Unione Europea, è costituito dalle Forze di Gendarmeria Europea (Eurogendfor). Il trattato istitutivo di Eurogendfor venne firmato a Velsen il 18 ottobre 2007 inizialmente da Francia, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo e Italia. L’acronimo sta per Forza di Gendarmeria Europea. Ha il suo quartier generale a Vicenza, all’interno della caserma dei carabinieri “Generale Chinotto”, e riveste compiti che spaziano tra il poliziesco e il militare, prevalentemente in scenari post bellici. Funziona principalmente sotto l’Ue, o qualora sia necessario, sotto mandato dell’ONU, della Nato o altre organizzazioni internazionali. Questo corpo dovrebbe rappresentare il prototipo di un esercito europeo, ma al momento manca di un reale sviluppo e le premesse specifiche, così come la linea politico-militare dell’Ue di affiancamento degli Stati Uniti nelle strategie di guerra imperialista a livello globale, ci prospettano che esso potrà avere semmai un ruolo subordinato all’Alleanza Atlantica.

Il tentativo di dotarsi di un corpo militare europeo rimanda però, in prospettiva, anche ad una repressione sul fronte interno se pensiamo che, secondo il trattato istitutivo, la Gendarmeria Europea potrà “sostituire o rafforzare le forze di polizia”, oltre che “condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi compresa l’attività d’indagine penale”, “assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence”, “svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti” e “proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici”5.

Per quanto riguarda il movimento di classe, all’interno dei diversi processi di lotta, è necessario tenere conto dello sviluppo e dell’evolversi delle leggi, delle norme e degli strumenti dell’apparato repressivo dello Stato e, nel caso dell’Unione Europea, di apparati sovranazionali che si pongono anch’essi sul piano repressivo. E’ importante sapersi confrontare con questo continuo rimodellamento per avanzare sul terreno della lotta, più forti e consapevoli di prima.

In particolare, per tutti coloro che sono impegnati attivamente e che si muovono sul terreno specifico della lotta alla repressione e della solidarietà di classe, risulta necessario sicuramente muoversi sul piano della dimensione e coordinamento internazionale di queste pratiche, che per noi in Italia significa oggettivamente collocarle sul piano europeo, anche in risposta all’opposto movimento delle classi dominanti che vogliono rendere sovranazionale la repressione.  Il fatto che la tendenza reazionaria che anima la borghesia, in questa fase di aggravamento della crisi, si materializzi in una stretta relazione tra fronte interno ed esterno,  ci offre il terreno per coniugare la lotta e la denuncia  contro l’evolversi della strumentazione repressiva a quella contro la guerra imperialista, consentendole di uscire dall’isolamento, da una dimensione spesso strettamente riservata agli “addetti ai lavori” e sottraendola anche all’abbraccio soffocante del garantismo borghese.

Questa internazionalizzazione deve assumere una dimensione concreta nei vari paesi, per divenire essa stessa sostanziale e non rimanere formale. Ciò può avvenire solo collocando la lotta contro la repressione e l’organizzazione della solidarietà di classe nello sviluppo generale della lotta di classe e dei movimenti di lotta reali, che se ne arricchiscono nei contenuti e nelle possibilità di ulteriore sviluppo.

Un esempio positivo in tal senso viene dalla solidarietà con prigionieri politici come Georges Ibrahim Abdallah, militante comunista libanese che ha dedicato la sua vita alla causa antimperialista o Marco Camenisch, rivoluzionario anarchico che ha portato avanti e rivendicato l’azione diretta contro la distruzione dell’ambiente, rispettivamente rinchiusi nella galere della Francia e della Svizzera. Il movimento in loro solidarietà ha trovato una reale collocazione in termini politici, cioè per quello che questi compagni rappresentano nel loro portato di lotta, laddove si è unita ai più vasti movimenti di appoggio alla lotta palestinese e di difesa dei territori, i quali esprimono, in forma immediata, quello che con le loro esperienze essi hanno sviluppato con una pratica rivoluzionaria.

 

Note

1 Trattato siglato nel 1985 nella città di Schengen, Lussemburgo. L’area Schengen oggi coinvolge 26 paesi (di cui 22 della comunità europea e 6 esterni), ha abolito i controlli alle frontiere interne all’Europa e prevede l’applicazione di regole e procedure comuni in materia di visti, soggiorni brevi, richieste d’asilo e controlli alle frontiere e anche il rafforzamento della cooperazione e del coordinamento tra i servizi di polizia e le autorità giudiziarie. Garantisce perciò il diritto alla libera circolazione e al soggiorno non collegato a motivi di lavoro. I cittadini degli Stati aderenti sono perciò liberi di attraversare i confini di uno Stato membro senza dover sottostare ad alcun controllo se non giustificato da motivi di ordine pubblico e di sicurezza nazionale.

2 Per dare l’idea dell’ampiezza del raggio d’azione della “lista nera” europea specifichiamo che, nella sua versione attuale, vi compaiono pressoché tutti i maggiori gruppi della Resistenza Palestinese, incluso il Fronte Popolare di Liberazione, varie organizzazioni combattenti progressiste e/o comuniste come l’Esercito di Liberazione Nazionale, le Forze Armate Rivoluzionarie – Esercito del Popolo (Colombia), il Fronte di Liberazione del Popolo Rivoluzionario, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Turchia), Sendero Luminoso (ovvero il Partito Comunista del Perù e le organizzazioni ad esso legate), il Partito Comunista delle Filippine, oltre che altri gruppi di ispirazione islamista, tra cui il libanese Hezbollah, o di liberazione nazionale, tra cui le Tigri Tamil. Periodicamente la lista viene rivista a seconda dell’attività effettiva dei gruppi “terroristi”. Vedi http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=OJ:JOL_2015_206_R_0013.

3 Il mandato d’arresto europeo adottato nel 2002 sostituisce il sistema dell’estradizione imponendo ad ogni autorità giudiziaria nazionale (autorità giudiziaria dell’esecuzione) di riconoscere ed eseguire, dopo controlli minimi ed entro rigide tempistiche, la domanda di consegna di una persona formulata dall’autorità giudiziaria di un altro paese dell’Ue (autorità giudiziaria emittente). La decisione quadro è entrata in vigore il 10 gennaio 2004 e ha sostituito la legislazione Ue esistente in materia. I paesi dell’Ue restano tuttavia liberi di applicare e concludere accordi bilaterali o multilaterali nella misura in cui essi facilitano o semplificano maggiormente le procedure di consegna.

4 Per il caso italiano si rimanda all’articolo presente nella sezione 4 di Antitesi numero 0.

5 Vedi http://files.meetup.com/699381/trattato_velsen.pdf.

 

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