L’Italia alla campagna d’Ucraina

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[Dalla sezione “Imperialismo e guerra” del numero 0 di “Antitesi. Analisi e strumenti per la rivoluzione proletaria”, maggio-agosto 2015]

1. I rapporti tra italia e russia prima dell’euromaidan (2003-2013)

L’Italia ha storicamente avuto buone relazioni economico-politiche con la Russia, nonostante si sia sempre attestata lungo le linee stabilite dalla Nato, quindi principalmente dagli Stati Uniti. I fondamenti di questo rapporto sono stati il considerevole interscambio commerciale e l’oggettiva necessità da parte italiana di rifornirsi di gas russo. Ciò ha portato il principale monopolio nel campo degli idrocarburi energetici, l’Eni, a tessere una serie di stretti rapporti con il proprio corrispettivo, il gigante Gazprom, che costituisce il pilastro economico mondiale dell’imperialismo russo, controllando da solo una quota superiore al 20% del mercato mondiale del gas. Vediamone i passaggi.

Nel 2003 avviene l’inaugurazione del Blue stream, gasdotto costruito in join venture da Eni e Gazprom per portare, attraverso il mar Nero, il gas russo in Turchia.

Del 2007 è l’accordo per la costruzione del gasdotto South stream tra Eni e Gazprom siglato durante il governo Prodi II allo scopo di collegare direttamente la Russia all’Unione Europea. In particolare si doveva così evitare, passando attraverso il Mar Nero, il passaggio in Ucraina, che già allora era pervasa da instabilità e da insofferenza, in parte della classe dominante, rispetto alla preponderante influenza russa.

Nel 2009 l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), uno dei principali centri di analisi internazionale della borghesia italiana, afferma:

“(…) l’unità italiana (bipartisan e inter-istituzionale) su di una condotta “comprensiva” nei confronti della Russia ha contribuito a posizionare l’Italia fra i paesi dell’Unione Europea (insieme a Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Lussemburgo) che la stampa russa ha definito con realismo “i lobbisti di Mosca”. Durante il conflitto russo-georgiano dell’agosto 2008, l’Italia ha sostenuto l’azione diplomatica svolta dalla presidenza di turno dell’Ue – detenuta dal presidente francese Sarkozy – che ha mediato fra Georgia e Russia al fine di pervenire all’accordo in sei punti del 12 agosto per il cessate il fuoco. L’Italia si trova dunque in una posizione privilegiata per svolgere un’azione di mediazione a favore di un’apertura dell’Ue verso la Russia, smussando la posizione dei paesi meno inclini. […] In particolare, i quaranta gruppi di dialogo bilaterale su temi specifici già avviati fra Commissione Europea e governo russo dovrebbero essere rivitalizzati. Questa cooperazione settoriale, infatti, contribuisce a una graduale “europeizzazione”, intesa anche come progressiva familiarizzazione con istituzioni, persone e pratiche. [..] Il programma delle cosiddette road maps per la creazione di quattro spazi comuni (economia, giustizia, ricerca e cultura, sicurezza esterna), su cui nel 2005 era stato raggiunto un accordo fra le parti, potrebbe offrire l’opportunità per approfondire la collaborazione.” [3]

I dati confermano perfettamente queste tendenze. Nel 2010-2011 lo stato dei rapporti economici tra Italia e Russia era questo [4]:

“L’Italia è il terzo partner commerciale della Federazione Russa (se si escludono i Paesi Bassi che statisticamente computano le merci che transitano per il porto di Rotterdam), e il settimo fornitore. […] La Russia è complessivamente il principale fornitore di energia all’Italia: da essa acquistiamo infatti petrolio per circa il 15% delle nostre importazioni e gas per il 30% delle nostre importazioni. Mosca è fornitore tradizionalmente affidabile, cui si è fatto ricorso in caso di difficoltà contingenti di altri produttori.”

Nel settore industriale e high-tech, le aziende Finmeccanica collaborano con successo con imprese russe: Alenia produce e commercializza con Sukhoi il velivolo Super jet 100. Sono inoltre significativi gli investimenti di Pirelli, Danieli, Gruppo Marcegaglia, Ferrero, Indesit, Cremonini, Coeclerici, Marazzi, Barbaro. Di recente si è inoltre consolidata la strategia russa di FIAT che annovera la joint venture con la banca pubblica Sberbank per l’assemblaggio a San Pietroburgo di 12 mila jeep l’anno, l’intesa per un investimento con la società locale ZIL (20% Sberbank), l’attivazione dello stabilimento della joint venture Case-NewHolland-Kamaz per l’assemblaggio di macchinari agricoli, e quella Iveco-OboronService per la prossima produzione di veicoli militari “Lince”.

“Nel settore bancario, Unicredit Banca è l’ottavo istituto di credito del Paese in termini di assets e prima banca straniera. Banca intesa risulta tra i primi cinque istituti per credito alle piccole e medie imprese in Russia […][4]”

Interscambio commerciale

Dal 2010 al 2011 il volume degli scambi con la Russia è passato da 22 miliardi di euro a 27,356 miliardi. Nel 2013 il livello di interscambio tra la Russia e l’Italia ammonta a circa 34,3 miliardi di dollari. [5-6]

Import Export Italiano

Esportazioni italiane in Russia ed importazioni russe in Italia:

Nel 2012 lo stock di investimenti diretti dell’Italia in Russia ha raggiunto 897 milioni di dollari. L’Italia occupava il 22º posto a livello mondiale ed il 12º nell’ambito UE. Rilevante la crescita del 12,9% registrata rispetto al 2011. Tuttavia, come già evidenziato, i dati sugli investimenti sono viziati da vari fattori e in particolare non tengono conto degli investimenti effettuati da società di diritto russo controllate da gruppi esteri. Seguendo tale sistema di valutazione e considerando gli investimenti delle grandi società italiane (Enel, Eni, Pirelli, Ferrero, ecc.) la stima sullo stock dell’Italia sale a oltre 10 miliardi di Euro. Nel 2012 lo stock di investimenti diretti della Russia in Italia ha raggiunto 1,5 miliardi di dollari. L’Italia occupava il 22º posto a livello mondiale e l’11 º nell’ambito UE. Considerevole la crescita del 19,4% registrata rispetto al 2011, anche se in precedenza si era registrata una flessione del 6,7% rispetto al 2010. [7]

Il contesto politico

“L’obiettivo dell’integrazione della Russia nell’Occidente è stato perseguito dagli Stati Uniti e dall’Europa con la convinzione che, da parte russa, si accettasse senza riserve il modello culturale e politico occidentale. L’Occidente doveva svolgere in Russia la sua missione “civilizzatrice” per eccellenza: educare un popolo e una società – che avevano difeso orgogliosamente per secoli la loro diversità e autonomia – a un nuovo modello culturale.

L’Ispi sintetizza così, nei termini dell’ideologia della geopolitica – che la borghesia utilizza per guardare alle questioni internazionali – le mire imperialiste di Usa e Ue rispetto alla Russia.

Legandosi a processi già avviati con la dissoluzione dell’Urss, il blocco Usa-Ue-Nato conduce una serie di assalti alle aree di influenza russa, con i cambi di regime della “rivoluzione delle rose” in Georgia (2003) e della “rivoluzione arancione” in Ucraina (2004), che apre a Kiev una fase di dualismo di ingerenza tra blocco Usa-Ue-Nato da una parte e Russia dall’altra. Nel 2008, lo scontro tocca uno dei suoi apici con la guerra per il controllo dell’Ossezia del Sud combattuta e vinta dalla Russia contro la Georgia, pur sostenuta dal blocco Usa-Ue-Nato.

Tali eventi mostrano il fallimento della linea politica italiana di distensione tra Nato e Russia, riflesso dei suddetti rapporti economici. In particolare, nel 2002 la Russia viene ammessa a partecipare al vertice Nato che si tiene nella base militare di Pratica di Mare. In quell’ambito viene firmata la “Dichiarazione di Roma” che crea un consiglio di venti paesi Nato più Russia. La luna di miele tra Nato e Russia dura però pochissimo e implode già con la guerra all’Iraq nel 2003, che vede l’opposizione di Mosca. [8]

L’Italia, la Russia, la Nato

L’Italia, pur schierata con gli Usa nella guerra in Iraq, si espresse un po’ a sorpresa contro la cosiddetta rivoluzione delle rose in Georgia e quella arancione in Ucraina, riuscendo così a mantenere buoni rapporti con la Russia. Sia in Georgia sia in Ucraina, dopo anni di finanziamenti e spalleggiamenti a forze filo occidentali e con un massiccio uso della propaganda, si erano tentati infatti cambiamenti delle linee governative attraverso la sostituzione dei ceti dirigenti di governo dei due paesi , inizialmente per via pacifica poi con veri e propri moti di piazza.

Ancora: alla domanda posta dalla Nato riguardo la posizione dell’Italia riguardo l’ingresso della Georgia e dell’Ucraina nella Nato, D’Alema informava che l’Italia avrebbe ricalcato la linea della Germania, che allora era notoriamente ostile alla proposta [9]. Monti corresse subito la situazione riportando saldamente l’Italia sotto l’egida Nato. E’ in questo quadro che arriva, nel 2013, l’inaspettato ok della Germania all’ingresso dell’Ucraina nella Nato e l’Italia si accoda.

2. … e poi arrivò l’Euro-Maidan

Il 2013 è un anno molto complicato per l’Ucraina. Janukovic respinge gli accordi di associazione con l’Unione Europea e cominciano le prime proteste in piazza Maidan. A fine novembre il vertice Eastern partneship a Vilnius fallisce totalmente e l’Ucraina si allontana ancora di più dall’Ue, ribadendo che non libererà Julia Thymoscenko, già a capo della cosiddetta rivoluzione arancione. [10]

Ricominciano le proteste: il municipio di Kiev viene occupato, perno centrale dell’organizzazione è il partito nazifascista Svoboda. Janukovic corre in Cina a ricevere 8 miliardi di dollari di aiuti economici, ma in piazza ci sono ormai quasi un milione di persone. La Rada approva le leggi anti-manifestazione, mentre l’Ucraina ottiene dalla Russia 15 miliardi di dollari di aiuti, il dimezzamento del prezzo del gas e l’acquisto da parte russa di una parte importante di debito pubblico. Il tentativo dell’Ucraina di invertire la rotta tornando sotto l’ala protettiva del Cremlino viene interrotto dal golpe. Si insedia un nuovo governo che vota l’impeachment per Janukovic e la liberazione di Thymoshenko. Il paese cade in un clima profondamente reazionario, ove le bande nazifasciste di Svoboda e Pravki Sektor di fatto hanno mano libera nelle violenze contro russofoni, esponenti del partito di Janukovic e militanti di sinistra. Di lì a poco, a cascata, l’Ue e gli Usa varano le prime sanzioni economiche contro la Russia, colpevole di opporsi al nuovo corso in Ucraina, mentre quest’ultima avvia il percorso di entrata nell’Unione Europea. Il primo aprile 2014 la Nato sospende ogni cooperazione militare e civile con la Russia: poco prima l’Onu aveva dichiarato illegale, nonostante il referendum, l’entrata della Crimea nella Federazione Russa. La Russia viene di fatto esclusa dal G8. [11] La guerra nell’Ucraina orientale esplode di lì a poco.

L’elezione di Mogherini a rappresentante della politica estera dell’Ue avviene proprio in questo contesto. Il suo curriculum non lascia nessun dubbio: ha una carriera politica da perfetta serva della Nato [12], eppure Lettonia, Estonia e Lituania si sono subito trincerati dietro un secco no alla sua elezione, affermando che l’Italia non ha una posizione marcatamente anti-Putin. Il governo Renzi quindi dà vita ad una impennata di intransigenza anti russa, sostenendo tutte le ondate di sanzioni nonostante il peso delle controsanzioni imposte dalla Russia si faccia subito sentire (dichiarazione di crisi del mercato agricolo). Forse è questo l’aiutino definitivo: l’elezione avviene, comunque “controbilanciata” agli occhi dei paesi baltici dalla nomina alla presidenza del Consiglio Europeo dell’oltranzista anti russo polacco Donald Tusk.

Di fatto Mogherini non brilla per protagonismo e dimostra l’inconsistenza della sua carica. Appena avvenuta l’elezione l’Italia cambia di nuovo passo quando in parlamento viene approvato un ordine del giorno contro le sanzioni alla Russia, a firma di un Roberto Calderoli, preoccupato degli effetti delle stesse sulle aziende “padane”. Nel frattempo, in pieno semestre di presidenza italiana dell’Ue, il nostro ambasciatore Sannino proverà ben due volte a chiedere la sospensione delle sanzioni, senza successo. Il governo ribadirà la contrarietà alla presenza di militari italiani in Ucraina.

Tutto questo comporta che l’Italia ha infine scelto la Russia? No, assolutamente no. Passata sotto traccia sui media nonostante la gravità, la notizia dell’astensione dell’Italia sulla mozione contro la riabilitazione del nazismo presentata dalla Russia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (sicuramente strumentale, ma utile rispetto alla questione Ucraina) dà subito riconferma della natura ambigua delle relazioni estere italiane, ribadita dalla partecipazione dell’Italia alla “forza di intervento rapido” della Nato e alle esercitazioni intorno al blocco russo [13]. Inoltre di fronte alla possibilità di armare le truppe di Kiev Mogherini, che si è espressa in maniera del tutto contraria, è stata subito corretta dal Ministro degli Esteri Gentiloni il quale ha affermato che “se però gli Stati Uniti decidono di armare Kiev, noi li seguiremo perché sono i nostri primi alleati”. Ad oggi possiamo dire che l’Italia, a parte subirsi gli effetti delle sanzioni e propagandare la democraticità del nuovo governo di Kiev, non ha nessun ruolo chiave nella vicenda. Di fronte ai successi militari della Resistenza del Donbass, Merkel e Hollande sono corsi da Putin a febbraio proponendo una trattativa che ha portato agli accordi di Minsk sulla tregua ancora in vigore, escludendo di fatto Mogherini e saltando a piè pari tutte le istituzioni dell’Unione Europea, evitando cioè di dover trovare una sintesi che tenga conto anche dei rappresentanti di quei paesi baltici passati nel blocco Nato di recente e fautori dello scontro totale con Mosca, anche per influenza delle posizioni statunitensi.

L’incontro tra Renzi e Putin a inizio marzo è leggibile invece nella ricerca del consenso russo all’intervento italiano in Libia, anche perché Mosca ha già di fatto dato via libera a quello condotto dall’Egitto di Al Sisi, consolidando un rapporto che vorrebbe sottrarre definitivamente Il Cairo dall’influenza statunitense.

3. La questione energetica e le sanzioni 

Gas russo e dipendenza italiana

Gli export di gas russo verso i paesi europei 2003-2013 in mmc russi sono:

Italia: da 19.8 del 2003 a 25,3 del 2013
Germania: da 35 del 2003 a 41 del 2013
Francia: da 11.2 del 2003 a 8.6 del 2013
Estonia: da 0,8 del 2003 a 0,7 del 2013
Lettonia: da 2.4 del 2003 a 1.1 del 2013
Lituania: da 2.9 del 2003 a 2,4 del 2013
[13]

I tre paesi baltici neo entrati nella Nato e più accaniti nello scontro con la Russia sono di fatto liberi da condizionamenti provenienti dal gas russo. La Francia sta riducendo l’importazione di gas russo, che comunque si attesta su livelli molto più bassi di quelli italiano e tedesco. Italia e Germania invece sono fortemente dipendenti dall’importazione del gas russo (che passa per noi, guarda caso, dall’Ucraina) e dobbiamo tenere conto, per quanto riguarda il “nostro” imperialismo, che la situazione di conflitto in Libia sta mettendo in serio rischio l’altra grande fonte di approvvigionamento.

Guardandola invece dal lato russo, anche il Cremlino si trova nella necessità di mantenere aperto il canale di distribuzione del proprio gas. La rendita della vendita di petrolio e gas per la Russia è una parte centrale del Pil e le imposte sulle esportazioni di questi due beni superano la metà delle entrate del bilancio statale. Gli Usa lo sanno ed è per questo che hanno deciso di sferrare un attacco decisivo alla Russia proprio nel mercato delle risorse energetiche. Gli Usa hanno inondato il mercato di gas di scisto di cui sono diventati primi produttori mondiali, facendo scendere il prezzo di gas e petrolio che, come conseguenza diretta, ha avuto il crollo del valore del rublo. Il deprezzamento del rublo è cominciato con l’annessione della Crimea, ha rallentato in primavera ed è esploso negli ultimi mesi, fino ad una perdita del 22% del valore. La Russia ha alzato il tasso di interesse fino al 9,5% nel tentativo di bloccare l’uscita di capitali esteri dallo stato. Ha quindi dovuto lasciare libero il rublo di fluttuare perché la difesa del valore della moneta stava comportando una continua perdita di riserve. Il deprezzamento della valuta comporterà l’aumento dell’inflazione, effetto rafforzato anche dalle sanzioni. Un vero e proprio attacco economico in piena regola (neppure nuovo: già nel 1986 gli Usa e l’Arabia Saudita si accordarono per far collassare i prezzi del petrolio, portando un duro colpo all’Urss).

L’Italia in tutto questo?

L’Italia ha costruito insieme alla Gazprom il Blue stream, un gasdotto che importa gas russo verso la Turchia. Fu l’italiana Saipem, controllata dall’Eni, a realizzare la tratta off shore.

Sempre Eni e Saipem facevano parte della società, insieme ad altri monopoli francesi e tedeschi e soprattutto insieme a Gazprom, che avrebbe dovuto costruire il South stream, un gasdotto per portare il gas russo in Bulgaria scavalcando l’Ucraina, già coperta da altri gasdotti. Ma, come si saprà, la Russia ha annunciato la cancellazione del progetto per via del peggiorare delle tensioni con l’occidente e per l’evidente fatto che ormai si è rivolta verso oriente (Cina e Turchia), ricomprando le quote Eni e Saipem che perdevano così una commessa importantissima.

In uno studio della Commissione Europea, l’Italia non è stata ritenuta vulnerabile in caso di stop dei rifornimenti di gas russo, perché non dipende per oltre il 70% dalle sue importazioni.

Quale scenario si potrebbe aprire per l’Italia qualora le contromisure russe si estendessero alle forniture di gas?

“In Italia il gas copre quasi il 50% dell’attività di generazione elettrica e il 35% dei consumi privati e la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento è storicamente molto elevata: le importazioni di gas pesano infatti per circa il 90% del fabbisogno totale. Quasi un terzo è di provenienza russa, ma nell’ultimo anno, la temporanea interruzione delle importazioni dalla Libia e la riduzione dei flussi dall’Algeria hanno ulteriormente innalzato questa quota al 40%. Un eventuale blocco del gas russo avrebbe certamente effetti negativi, ma potrebbe essere compensato in parte da maggiori flussi da Nord Europa e Nord Africa e aumentando la quota di GNL, per quanto compatibile con la capacità di rigassificazione presente sul territorio italiano. In questo scenario è tuttavia plausibile che le forniture nordeuropee sarebbero ridotte (vista la maggiore domanda proveniente da diversi paesi Europei) e un’eventuale interruzione dal Nord Africa – anche alla luce delle perduranti tensioni libiche – potrebbe rendere più problematica la gestione del taglio alle forniture da Mosca” [15]

L’Italia infatti si rifornisce di gas anche dalla Norvegia e da altri paesi, ma sopratutto si è ritenuto che avrebbe tutte le possibilità di approvvigionamento nel Mediterraneo: una visione di questo tipo ci porrebbe come passaggio nord-sud importantissimo, intravedendo per noi anche la possibilità di fungere da sito di rifornimento di stati messi ben peggio di noi da questo punto di vista (come Ungheria e Austria). Il gasdotto Tap (Trans adriatic pipeline), che dovrebbe “debuttare” nel 2019 va proprio in questa direzione.

A tutto questo si pongono almeno due ordini di dubbi.

Il primo è il fatto che attualmente non esistono le condizioni politiche e di stabilità e sicurezza affinché le forniture di gas dalla Libia possano riprendere normalmente, figurarsi se si può pensare che ci sia oggi un contesto adatto per potenziare le infrastrutture che ci collegano alla nostra ex colonia. Anzi va detto che le mancate esportazioni di gas libico sono state coperte per l’appunto con forniture aggiuntive di gas russo. In parte si spiega così il rinnovato protagonismo dell’Italia nel voler risolvere – con una nuova guerra – una questione libica che si trascina da dopo la morte di Gheddafi. L’Algeria invece, altro snodo per noi importante, risente di vari problemi: mancanza di investimenti in infrastrutture ed esplorazione, aumento impressionante della domanda interna a causa di prezzi bassi, forti movimenti popolari di opposizione allo sviluppo di impianti di gas di scisto.

Il secondo è che se l’Italia non importa gas per oltre il 70%, ciò non significa che le forniture extra che potrebbero venirle dalla Norvegia o da altre nazioni possano compensare la chiusura totale dei rifornimenti russi.

Due sono quindi le possibilità che si aprono per l’Italia: trovare altri tipi di fonti energetiche o trovare altre fonti di gas da cui approvvigionarsi.

Riguardo al primo punto, le possibilità sono essenzialmente:

– il tigh oil, la cui estrazione è stata messa in difficoltà dagli Usa stessi con il crollo del prezzo del petrolio
– gas estratto tramite fracking che comunque ha alti costi e difficoltà a reperire finanziamenti
– il nucleare (battuto già da due referendum popolari) e i rigassificatori

Punto di svolta, come dicevamo, di questa vicenda potrebbe essere il Tap. Così almeno lo presentano il Governo e Confindustria. Il gasdotto dovrebbe portare il gas a zero, attraverso Turchia e Grecia, fino a vari stati europei tramite sezioni periferiche del gasdotto principale trasformando di fatto l’Italia in un punto strategico lungo l’asse nord-sud.

Il Tap ha quantomeno adesso (ma si prospettano anche in futuro) due problemi. Da una parte la svolta pro Russia della Turchia, tra i partner commerciali più importanti di Mosca, che già riceve gas russo col Blue stream e con la quale Putin ha firmato un protocollo di intesa energetica che aumenta il volume del gas importato, peraltro scontato. Dall’altra la situazione greca, il cui sviluppo potrebbe essere molto importante in questa vicenda: Tsipras ha già affermato di essere contrario a nuove sanzioni contro la Russia.

Se quindi il Tap davvero si presenta come la salvezza, ci dovrebbero comunque occorrere almeno altri 10 anni affinché si possa, per l’Italia e tutta l’Europa, sopperire davvero in toto al gas russo. [14]

In questa situazione che potrebbe rivelarsi, per gli interessi dell’imperialismo italiano, ben più difficoltosa di quanto già lo è, non stupisce che Eni-Saipem sia riuscita a rinfilarsi nel progetto alternativo al South stream che la Russia sta portando avanti, quello del Turkish stream [16], confermando quanto l’incoerenza italiana, specie tra il piano degli affari e quello della politica, sia sintesi tra la debolezza in mezzo ai giochi delle grandi potenze e la pervicace ricerca, ad ogni costo anche politico, di spazi di profitto.

Le sanzioni dal punto di vista del capitale [17-18]

Alla luce di tutto questo risulta quasi paradossale capire come mai l’Italia abbia accettato le sanzioni imposte alla Russia. Di fatto un allineamento con la Nato e la strategia di guerra che essa porta avanti, contornato solo da flebili borbottii, con un forte peso nella nostra economia.

Nel 2014 l’export italiano verso la Russia è sceso del 11,6% nel 2014 dopo quattro anni di crescita consecutiva, soprattutto nei settori colpiti direttamente dalle sanzioni (agroalimentare ad esempio) ma non solo: anche tessile, arredamenti, mezzi di trasporto (dati Coldiretti 2014). La Sace prevedeva ancora meno: il 10% circa, con una contrazione in previsione nel 2015 di circa il 7%. La meccanica strumentale rischia una perdita di 650 milioni in due anni.

Ancora dallo studio Sace: “Negli ultimi anni, le imprese russe hanno largamente investito in Italia, quadruplicando la propria presenza tra il 2005 e il 2011; tra il 2005 e l’agosto di quest’anno si sono verificate 37 operazioni di M&A aventi come target società italiane, per un controvalore di circa 2 miliardi di dollari, che hanno coinvolto grandi gruppi attivi nella siderurgia (Severstal), nell’alluminio (RusAl), nell’acciaio (Evraz), nel settore energetico (Lukoil, Renova, Gazprom) e nel comparto bancario (fondo di investimento Pamplona). Nel settore turistico, poi, i russi hanno dato un contributo via via crescente, se si considera che tra il 2008 e il 2012 le loro presenze sul suolo italiano sono aumentate del 66% e gli arrivi del 63% (raggiungendo il 3,5% del totale degli arrivi dall’estero), per una spesa complessiva di € 1,3 miliardi nel 2013”.

La borghesia pro-Russia e quella pro-Ue in Italia:

“La Russia deve essere un alleato contro il terrorismo. Se il nemico è quello che taglia le gole, allora ci si allea con Putin. Si è svegliato anche quel frescone di Renzi che è andato in Russia. Le sanzioni sono una cosa demenziale. La Russia è una potenza con cui dialogare e non con cui litigare”. Lo ha detto il segretario della Lega, Matteo Salvini, nel corso della manifestazione a Piazza del Popolo a Roma, il 28 Febbraio. Per un certo lasso di tempo la Lega Nord non ha aperto bocca rispetto alla vicenda ucraino-russa, fin quando ha capito che c’è un pezzo di borghesia italiana (piccoli e medi imprenditori, soprattutto del settore agro alimentare) quella che con la Russia dei vincoli economici ce li ha eccome, che probabilmente non digerisce la linea anti-russa dell’Ue e dell’Italia al seguito. L’inviato della Lega Nord in Russia è Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia (tra i punti di riferimento della galassia rossobruna e fascista interessata alla questione Donbass), promotore di un accordo tra Russia Unita, il partito di Putin e la Lega Nord affinché quest’ultima sia portavoce degli interessi russi nei consessi internazionali. E per quanto Savoini ribadisca che questo non comporta finanziamenti russi alla Lega Nord, nessuno si dimentica i 9 miliardi prestati da una banca russa al Front National francese, il vero modello a cui il partito di Salvini si ispira.

Ma Salvini non è solo: recentemente si è espresso contro la situazione di tensione con la Russia anche il filotedesco Mario Monti che durante il programma “ 8 e mezzo” (puntata del 6/2/15) fa diceva riguardo alla possibilità di armare Kiev: “No. Sarebbe un avvicinarsi a un punto di intollerabilità per la Russia. Credo che non sempre gli Stati Uniti si rendano conto che l’Europa ha i suoi problemi e non può essere vista solo come strumento degli interessi globali degli Stati Uniti. Dobbiamo scegliere: potrebbe essere più costoso per l’Occidente rompere con la Russia che potrebbe invece essere un alleato nel contenere il terrorismo.” Nella stessa puntata, è Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, che riflette le posizioni dell’imperialismo italiano rispetto agli scenari internazionali, ad affermare che “[gli Usa]Vogliono evitare che l’avvicinamento fra Germania e Russia diventi un fatto troppo strutturato, politico. Sanno che il problema è ucraino, russo, ma è soprattutto nostro. Già le sanzioni funzionano più contro noi europei che contro la Russia”. E’ nella stessa puntata che sia Caracciolo, che Monti che il generale dell’esercito italiano Mini, già comandante della missione in Kosovo, avanzano l’idea di una Europa spaccata in due: da una parte una vecchia Europa (leggasi borghesia), totalmente inserita nel blocco Nato ma protesa costantemente verso la Russia e una Nuova Europa (leggasi borghesia) che invece vuole necessariamente fare fuori Putin. Questa “Nuova Europa”, quella che spinge il piede sull’acceleratore per la guerra, sarebbe composta da Polonia, Svezia, Paesi Baltici ovviamente benedetta da Washington.

Nella politica italiana, rispetto alla questione ucraina e russa, si riflettono le diverse tendenze insite nella classe dominante e nella borghesia in senso più generale. La posizione leghista riflette l’insofferenza di settori borghesi a sanzioni che ne colpiscono gli interessi e si connette, in senso più generale, alla ribellione ai diktat dell’Unione Europea che il partito di Salvini vuole rappresentare. La posizione di una fazione trasversale saldamente filoeuropea, com’è il caso di Monti o di Caracciolo, riflette la debolezza non solo dell’Italia, ma dell’Unione Europea nel suo complesso, che è entrata in conflitto con la Russia per ripartire a suo favore i mercati dell’est – Ucraina in primis – e ora si trova a costituire il terreno di una battaglia che si gioca, invece, tra Mosca e Washington.

Infine la posizione del governo Renzi, che da un lato si allinea perfettamente alla direttive eurostatunitensi, ma dall’altro continua a scavare lo scavabile per dare continuità, almeno in termini economici, ai buoni rapporti con la Russia, oggettivamente spinto, in tal senso, dalla questione del gas.

Note

1. Limes dicembre 2014. L’anticristo viene da oriente di Aldo Ferrari
2. http://contropiano.org/articoli/item/29187
3. http://www.ispionline.it/it/documents/Russia-brief%208-05-09.pdf
4-5. http://www.esteri.it/mae/it/politica_estera/aree_geografiche/europa/i_nuovi_rapporti.html
6. http://www.infomercatiesteri.it/public/schedesintesi/s_88_russia.pdf
7. http://www.ice.it/paesi/europa/russia/upload/088/FAR03-Investimenti%20esteri.pdf
8. http://www.infomercatiesteri.it/scambi_commerciali.php?id_paesi=55
9. http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/russia-ucraina/bush-nato/bush-nato.html
10. http://www.comunitaarmena.it/comunita/comunicati/limes%20021213.html
11. http://www.huffingtonpost.it/stefano-baldolini/il-sigillo-tombale-sullo-spirito-di-pratica-di-mare_b_5030597.html
12. http://contropiano.org/politica/item/26035-giro-di-polka-nell-unione-europea-mogherini-lady-pesc
13. http://www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/pdf_2014_12/20141202_141202-facstsheet-rap-en.pdf
14. Europe will rely on Russian gas for at least another decade
-Finalcial times -Jonathan Stern Chairman and Senior Research Fellow, Natural Gas Research Programme, Oxford Institute for Energy Studies, UK
15. Limes 12/2014: Affossare l’economia russa? Ci perdiamo tutti- di Gian Paolo Caselli
16. http://www.agenzianova.com/a/555c78b648ba80.35310220/1146206/2015-05-20/speciale-energia-gazprom-saipem-avviera-la-costruzione-del-turkish-stream-il-mese-prossimo
17. http://temi.repubblica.it/limes/le-contromosse-della-russia-nella-guerra-fredda-finanziaria/67590
18. http://www.sace.it/docs/default-source/ufficio-studi/pubblicazioni/focus-on—europa-russia—una-guerra-commerciale-alle-porte.pdf?sfvrsn=8

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