Note sulla fase politica – autunno 2019

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NOTE SULLA FASE POLITICA – autunno 2019

In un momento in cui la velocità degli avvenimenti molto spesso supera di gran lunga la capacità dei compagni di elaborarne una lettura di classe per poi orientare la propria pratica, il Collettivo Tazebao, attraverso la redazione e diffusione periodica delle Note di fase, punta a socializzare il proprio dibattito e sintesi politica, al fine di contribuire al confronto e alla crescita del movimento comunista e proletario. Auspichiamo che questo sforzo sia utile non solo alle realtà politiche e soggettive a esso interessate, ma anche allo sviluppo e all’arricchimento della nostra stessa discussione e del nostro lavoro politico sul territorio. Per questo invitiamo tutti a farci pervenire osservazioni, critiche, proposte di confronto, collaborazione e quant’altro venga ritenuto giusto o necessario.

Le compagne e i compagni del collettivo Tazebao

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Sulla situazione internazionale

Il 15 dicembre, sarebbero dovuti scattare nuovi dazi degli Usa nei confronti di 160 miliardi di dollari di prodotti cinesi, ma due giorni prima Trump annunciava un’intesa che li congelava, affermando che le trattative condotte avrebbero portato a “molti cambi strutturali ed acquisti massicci di prodotti agricoli, energetici e manifatturieri”. Si è aperto così un nuovo capitolo nella lotta all’insegna del protezionismo tra Usa e Cina [1], inaugurato da Trump con i dazi annunciati già nella primavera del 2018 su acciaio e alluminio, a cui è arrivata immediatamente la risposta della Cina, con contro dazi su una lista di 128 prodotti made in Usa. Finora, Pechino pare comunque essere stata in vantaggio complessivo nel conflitto commerciale, con perdite leggermente inferiori rispetto a quelle statunitensi, grazie alla svalutazione dello yuan rispetto al dollaro, che consente alle merci cinesi di essere ugualmente competitive sul mercato interno degli Usa nonostante l’incidere dei dazi sui prezzi.
Beninteso, l’annuncio di Trump a metà dicembre è solo una tregua in un conflitto commerciale che è parte della più vasta contraddizione interimperialista tra gli Usa e la Cina, nella quale per gli Stati Uniti non è in ballo semplicemente il proprio pesante deficit commerciale, ma, strategicamente, il primato imperialista mondiale. In particolare, con il progetto della “nuova via della seta”, l’imperialismo cinese punta a creare un’area globale, dai propri confini fino all’Africa, dove esportare capitali e di cui controllare i mercati. Quest’area investe anche l’Europa, dunque direttamente l’area della Nato, rispetto alla quale gli Usa stanno utilizzando pressione economica, politica e culturale per colpire l’avanzamento cinese.
Il debole imperialismo italiano, che sul fronte esterno cerca il suo spazio vitale all’interno di un consesso atlantico a sua volta pervaso di contraddizioni sempre più pesanti, rischia da questo punto di vista di ritrovarsi come il classico vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro delle potenze globali. Da un lato, l’imperialismo cinese punta a integrare nella via della Seta due dei principali porti italiani, quelli comunicanti con i mercati europei, e cioè Trieste e Genova ed è riuscito a strappare l’adesione italiana alla “nuova via della seta”, sfruttando, nel precedente esecutivo, l’anomalia dei 5 Stelle non ancora pienamente addommesticati in senso atlantista.
Dall’altro, il personale politico italiano risente della storica influenza/sudditanza agli Usa: non è un caso che il consiglio dei ministri numero uno del governo Conte bis, dopo che quest’ultimo aveva ottenuto l’appoggio personale di Trump per la nomina, abbia deciso il golden power sulle tecnologie 5g, ponendo uno scudo rispetto ad acquirenti extracomunitari (leggasi cinesi) sulle reti di telecomunicazione di nuova generazione, esclusione poi sollecitata anche dal Copasir.
Del resto, appare chiaro come, nella fine del primo governo Conte, non sia del tutto estraneo il pesare di influenze eterodosse negli ambienti governativi (il rapporto della Lega con la Russia ad esempio e dei 5 stelle con la Cina), così come di schizofrenie in politica estera, sintomo di una debolezza intrinseca dell’imperialismo italiano. Ad esempio, si era visto in poco tempo Salvini divenire da “miglior alleato di Putin” a garante dei rapporti con gli Usa rispetto agli entusiasmi dei 5 Stelle per l’adesione italiana alla “nuova via della seta”. E anche la riconferma di Conte alla guida del nuovo esecutivo non è assolutamente estranea dai buoni rapporti che quest’ultimo ha saputo coltivare con gli Usa e sopratutto con Trump stesso, che l’attuale primo ministro italiano ha inteso difendere dal cosiddetto “ucraina gate”, mobilitando i servizi segreti italiani. Confermando il livello di compenetrazione in chiave di subalternità che è stata nei decenni costruita tra imperialismo statunitense, pur oggi attraversato da gravissime contraddizioni anche interne, e imperialismo italiano, nelle cui gravi contraddizioni interne ovviamente gli alleati d’oltreoceano, ma anche gli altri potentati internazionali (Germania, Francia, Cina, Russia…) hanno facilità ad infilarsi ed agire ognuno per proprio tornaconto.
La posizione debole dell’imperialismo italiano appare anche sul fronte arabo, rispetto alla Libia, con il netto spostarsi del governo di Tripoli sotto la sfera turco-qatariota, viste le ambiguità della diplomazia italiana, tornata dialogante – dopo la parentesi “sovranista” del primo governo Conte nella sfera internazionale con la Francia, principale protettore internazionale del governo di Tobruk. Così come rispetto alle ricadute europee della brexit – confermata dalle ultime elezioni politiche nel Regno Unito – poichè inevitabilmente gli Usa cercheranno, come stanno già facendo, nell’Italia una sponda in seno all’Ue per contrastarvi il predominio tedesco, ma d’altra parte l’economia italiana è sempre più fortemente integrata con quella germanica.
La brexit non si preannuncia dunque come una risoluzione delle contraddizioni interimperialiste in Ue, ma come un suo aggravamento, sulla scorta sopratutto del fatto che Usa, Cina e Russia stanno giocando la loro partita nel vecchio continente, sfruttando le contraddizioni interne del cosiddetto “mercato comune” e scontrandosi indirettamente sul terreno europeo. Agli Usa, in particolare, interessa assicurare la subordinazione dell’Ue alle proprie strategie, ostacolando l’influenza cinese e russa e attaccando le velleità tedesche di autonomia da Washington. Ed è per questi motivi che gli Stati Uniti hanno varato le sanzioni contro il raddoppio del gasdotto Nord Stream per le forniture russe a Berlino. La Germania, già integrata a livello energetico con la Russia, si sta integrando progressivamente nella “nuova via della seta”, come ha dimostrato recentemente l’accordo sinogermanico sul porto di Duisburg, per farne uno dei nodi centrali del traffico merci tra Pechino e il vecchio continente.
Del resto, se l’imperialismo cinese oggi punta per espandersi sopratutto sulla sua forza economica relativa, o quantomeno ha necessità di valorizzare sul piano dell’esportazioni globali, e dunque della ripartizione economico-politica del pianeta, la propria sovrapproduzione interna di capitali, l’imperialismo yankee conferma la linea di una difesa della sua posizione internazionale attraverso il militarismo, le strategie di guerra e la destabilizzazione politica. Per parlare concretamente guardiamo ai 750 miliardi di dollari che l’amministrazione Trump intende chiedere alle camere per il comparto della “difesa” per il 2020. Una cifra stratosferica, superiore ai già pesantissimi budget a suo tempo previsti negli ultimi due anni ovverosia 700 miliardi nel 2018 e 716 nel 2019.
In realtà Trump aveva preannunciato di voler ridiscendere a quota 700, ma, l’esplodere del cosiddetto “Ucraina gate”, lo ha probabilmente convinto a cedere alle richieste dei settori più apertamente guerrafondai del Partito Repubblicano e alle pressioni dell’industria militare.
Al netto delle contraddizioni interne alla classe dominante statunitense, si tratta comunque di un’escalation che lancia un chiaro messaggio al mondo intero e, in particolare, un monito al nemico strategico cinese, ma anche a quello russo. Dal canto loro Russia e Cina stanno rinsaldando i legami, come dimostrato anche dal progetto di gasdotto “Forza della Siberia”, con cui Mosca punta a rifornire energicamente il gigante asiatico.
Rispetto specificatamente alla Cina, la presidenza Trump ha puntato a realizzare quanto quella Obama aveva compiuto in relazione alla Russia: aprire un fronte di confronto, quantomeno indiretto, e il più possibile minaccioso per lo spazio strategico del nemico. L’amministrazione Obama lo ha fatto rispetto all’Ucraina, cioè contendendo, anche militarmente, alla Russia il suo “spazio vitale” ovvero l’Europa Orientale e i suoi stessi confini fisici e colpendola, in quanto potenza energetica, in uno dei gangli vitali per il passaggio del gas verso l’intero vecchio continente. L’amministrazione Trump ha puntato a farlo rispetto ad Hong Kong, sostenendo una nuova “rivoluzione arancione” e colpendo così la Cina, potenza industriale, commerciale e finanziaria, nella sua principale piazzaforte finanziaria globale. Due salti di qualità strategici nella tendenza alla guerra tra potenze imperialiste, guidata principalmente dall’azione dell’imperialismo maggiormente aggressivo in questa fase, quello statunitense.
Naturalmente, come già si anticipava, l’amministrazione Trump rilancia il bellicismo e la destabilizzazione politica anche per venire a capo di contraddizioni sempre più pesanti in seno all’imperialismo statunitense, che hanno portato all’avvio della procedura di impeachment nei confronti del presidente stesso. A Trump, il Partito Democratico e buona parte dello “Stato profondo” statunitense stavolta paiono non perdonare l’aver posto i propri interessi di bottega politica davanti a quelli della strategia di guerra imperialista rispetto al popolo del Donbass e alla Russia, condizionando il supporto militare al regime ucraino all’apertura di un’inchiesta su presunti affari illeciti commessi dalla famiglia del rivale democratico Joe Biden in Ucraina. Quest’ultimo, uno dei papabili per la candidatura contro Trump alle prossime presidenziali, ha un figlio, tale Hunter Biden, che rivestiva il ruolo di consigliere d’amministrazione nella Burisma, azienda petrolifera ucraina, già oggetto di investigazioni, ma graziata politicamente su intervento del precedente governo di Kiev. La questione non è però esclusivamente quella di far fuori un rivale politico, scavando nel torbido della borghesia imperialista statunitense e delle sue propaggini affaristico-mafiose nel mondo, ma è ancora una volta quella della pericolosità strategica della presidenza Trump. Egli non solo ha dimostrato di anteporre i suoi interessi personali alla politica estera statunitense, ma lo ha fatto in un contesto preciso, quello ucraino, ove concretamente riemerge il fantasma di un Trump disinteressato alla “minaccia russa” o addirittura pronto a tendere le mani a Putin. Ovvero i timori della strategia trumpiana, già alla base del “Russia gate” per cui si può dialogare con il Cremlino per spartisi il mondo in aree di influenza politica, concentrandosi in senso ostile invece sulla Cina, che, a differenza della Russia, è potenzialmente in grado di mettere in soffitta il primato economico mondiale statunitense. Non a caso Zelensky, il nuovo presidente ucraino, e Putin, sembravano aprire, nei mesi scorsi, ad una trattativa rispetto al Donbass, poi venuta meno col procedere dell’impeachment di Trump, rispetto al quale il presidente russo si è esposto affermando che si tratta di “accuse inventate”.
Ampliando il nostro sguardo fuori dall’Europa, un’area dove le contraddizioni poste dalla crisi del sistema capitalista si stanno acutizzando, portando a fortissime mobilitazioni delle masse popolari che minacciano l’esistenza dei governi al potere, è rappresentata dall’America Latina, dove in questi ultimi mesi molti paesi sono stati attraversati da movimenti popolari, dal Venezuela alla Bolivia, dalla Colombia al Cile all’Ecuador, esempi di come le masse popolari si mobilitano e rivoltano contro i sistemi esistenti, cercando la via per combattere le conseguenze della crisi del capitalismo.
Una mobilitazione che ha portato in luce le varie contraddizioni presenti e che si stanno sviluppando in quest’area, dalla contraddizione imperialismo-antimperialismo, borghesia compradora-borghesia nazionale, proletariato-borghesia.
Il tentativo di colpo di stato in Venezuela effettuato dal figurante Guaidò, espressione dell’imperialismo yankee contro il governo legittimo di Maduro, che ha visto mobilitarsi gran parte delle masse popolari in difesa delle conquiste del “socialismo” bolivariano, è stato il primo recente esempio in ordine di tempo dello sviluppo della contraddizione imperialismo-antimperialismo e borghesia compradora-borghesia nazionale. Questo tentato golpe è stato per ora sconfitto appunto dalla mobilitazione delle masse popolari che, nonostante i limiti espressi dai governi ChavezMaduro, in ordine alla risposta alla crisi generale e alla reale socializzazione dei mezzi di produzione, vedono comunque nel mantenimento di questo sistema di governo una difesa delle loro conquiste e non hanno accolto le sirene imperialiste e della borghesia asservita agli interessi statunitensi. [2]
Colpo di stato che, invece, è riuscito nel novembre scorso in Bolivia con la deposizione del presidente Evo Morales, costringendolo alla fuga in Messico. Si è instaurato così un nuovo regime con a capo la serva Jeanine Anez, che sta attuando una forte repressione dei movimenti sociali e politici boliviani contrari al colpo di stato, con più di 30 morti negli scontri nelle strade, l’espulsione di medici e consulenti del governo Morales venezuelani e cubani, l’attacco alla forma di stato plurinazionale integrante le minoranze indigene. Questo sempre con l’appoggio dell’imperialismo degli Stati Uniti e con il supporto “tecnico” di Israele per la repressione della sinistra oppositrice del nuovo regime. Fermando Morales si è voluto arrestare un processo di sviluppo autocentrato per la Bolivia, puntando a mettere le mani sulle enormi ricchezze, in termini di materie prime minerarie, del suo sottosuolo; in particolare dei giacimenti di litio componente fondamentale per lo sviluppo della green economy di cui la Bolivia è uno dei massimi detentori.
La rivolta popolare in Cile, esplosa lo scorso ottobre ed ancora in corso, rappresenta la risposta delle masse popolari a decenni di politica governativa neoliberista, che hanno visto la depredazione della economia cilena a vantaggio delle multinazionali imperialiste, soprattutto statunitensi (con la privatizzazione delle risorse naturali quali il rame, la privatizzazione del settore pubblico a cui ha partecipato anche in ruolo di primo piano l’Enel italiano), e l’impoverimento dei ceti popolari e delle minoranze indigene mapuche. Una rivolta di popolo, innescata dall’aumento di pochi centesimi di euro dei biglietti per il trasporto pubblico, che si è allargata a rivendicazioni generali di miglioramento delle condizioni di vita e dei salari, rivendicando le dimissioni del governo Pinera. A queste mobilitazioni popolari il governo cileno ha risposto con una repressione brutale, degna figlia dei tempi della dittatura di Pinochet, instaurando lo stato di emergenza, con più di trenta morti, violenze, stupri e più di 12.000 arresti.
La tendenza alla ribellione di massa e all’instabilità politica non è però solo confinata in Sud America, ma si sviluppa in ogni parte del globo (vedi i recenti esempi di Hong Kong, Libano, Iraq, Iran, Malta, India…), arriva fino nel cuore dell’imperialismo (vedi il caso della Francia). È la ricerca da parte delle masse popolari di una via di uscita alla crisi del capitalismo e smaschera l’incapacità delle classi dominanti e dei loro governi di farvi veramente fronte scaricandone gli effetti sulle masse. Questo nel quadro dell’acuirsi della tendenza alla guerra imperialista frutto della concorrenza degli imperialisti sulla quoto mondiale dei profitti.
Via di uscita che può tradursi in senso reazionario e guerrafondaio laddove la direzione dei movimenti di massa è in mano all’imperialismo, sopratutto dell’imperialismo Usa, ma apre contemporaneamente poderosi spazi alla direzione di classe e rivoluzionaria che coerentemente può essere esercitata solo dal movimento comunista. Si conferma dunque ancora una volta, a livello mondiale, l’insegnamento di Lenin secondo cui “Per il marxista non v’è dubbio che la rivoluzione non sia possibile senza una situazione rivoluzionaria e che non tutte le situazioni rivoluzionarie sbocchino nella rivoluzione. Quali sono, in generale, i segni di una situazione rivoluzionaria? Siamo sicuri di non sbagliare a indicare questi tre segni come i segni principali:

  1. Le classi dominanti non riescono più a conservare il loro potere senza modificarne la forma; una crisi negli «strati superiori», una crisi nel sistema politico della classe dominante, che apre una fessura nella quale si incuneano il malcontento e l’indignazione delle classi oppresse. Per lo scoppio della rivoluzione non basta ordinariamente che «gli strati inferiori non vogliano più» continuare a vivere come prima, ma occorre anche che «gli strati superiori non possano più» vivere come per il passato.
  2. Un aggravamento, maggiore del solito, dell’oppressione e della miseria delle classi oppresse.
  3. In forza delle cause suddette, un rilevante aumento dell’attività delle masse, le quali in un periodo «pacifico» si lasciano depredare tranquillamente, ma in periodi burrascosi sono spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi «strati superiori», ad un’azione storica indipendente” (Sul fallimento della Seconda Internazionale, 1915).

[1] https://www.tazebao.org/sul-protezionismo/

[2] Per approfondire vedi https://www.tazebao.org/venezuela-al-tempo-della-reconquista/

 

Sulla situazione interna

All’atto di nascita del governo Conte bis, la quasi totalità della stampa imperialista, sia italiana sia estera, lo celebrava come un ritorno del nostro paese ad un ruolo centrale nella vita politica mondiale. Si diceva che, dopo la parentesi “populista” del primo governo Conte, i rapporti internazionali del nostro paese, all’interno del consesso imperialista internazionale, specie nell’ambito dell’Ue e della Nato, sarebbero potuti essere pienamente ricostruiti, con reciproco vantaggio. Altrimenti, il “sistema Italia” ne avrebbe patito le amare conseguenze. Secondo il New York Times, l’attuale esecutivo costituirebbe “un’opportunità, come spera l’establishment europeo, di aiutare l’Italia a guarire le sue spaccature all’interno dell’Ue, ritrovare una briciola di responsabilità finanziaria e tornare al tavolo dei leader europei”; secondo il direttore della Stampa, Molinari, “C’è stata tanta fiducia per il governo Conte bis, sia a livello internazionale che europeo, ma ora i tempi stringono e le sfide sono delicate. L’Italia potrebbe tornare protagonista sulla scena mondiale o finire rapidamente in serie B”.
Le vicende del governo Conte hanno di fatto confermato, al netto della propaganda, come la contraddizione principale che si trova l’esecutivo di fronte e, attorno a cui attualmente ruota la vita sociale, è proprio quella dei rapporti tra imperialismo italiano e imperialismo internazionale, ovvero delle sorti del primo nel sempre più contraddittorio terreno del secondo, nel contesto della crisi economica internazionale e dell’aggravio delle contrapposizioni interimperialiste e intermonopoliste.
La vicenda dell’Ilva, da questo punto di vista, è emblematica. Una multinazionale a prevalente capitale indiano, Arcelor Mittal, riesce a mettere le mani sulla acciaieria più grande d’Europa, quella di Taranto e sul più importante gruppo industriale dell’acciaio in Italia, in base ad un accordo, quello del 5 settembre 2018, che poneva 2.586 lavoratori su 10.700 subito in cassa integrazione e garanzie di impunità giudiziaria sul fronte della salute dei lavoratori e degli abitanti di Taranto. Lo gestisce per poco più di un anno, verifica che l’investimento non le rende, stante l’aumento del prezzo delle materie prime e la situazione del mercato internazionale a seguito della “guerra dei dazi”, e ne annuncia la restituzione al governo o addirittura la chiusura, procedendo poi a ricatti che, aldilà della ridda di voci iniziali sulla conferma del cosiddetto scudo penale in materia ambientale, riguardano più precisamente il taglio di circa metà dei dipendenti.
Un caso centrale per l’intero sistema economico del capitalismo nel nostro paese, che ne rivela la debolezza di proiezione strategica, in primis in relazione allo Stato e ai governi che ne dovrebbero rappresentare gli interessi e le politiche generali. Ma vi si conferma anche la debolezza, in questa fase, della classe operaia e delle masse popolari, schiacciate a Taranto tra l’incudine e il martello del ricatto lavoro-ambiente, prive di iniziativa e di direzione che sia autenticamente e concretamente autonoma dai pesantissimi attori e manovratori in campo, in primis ovviamente la multinazionale e il governo.
Rispetto all’Ilva, vi sono in gioco la tenuta stessa del sistema industriale italiano e in particolare del ciclo produttivo sul territorio nazionale, i rapporti di forza interimperialisti a livello industriale, oltre che il potenziale esplodere di una bomba sociale e ambientale che, dal territorio già compromesso di Taranto, si ripercuoterebbe a livello nazionale. Ed è per questo che il governo Conte, pur attraversato da profonde contraddizioni sul punto, si sta muovendo per garantire quantomeno la continuità produttiva dell’area, trattando con i padroni di Acelor Mittal in nome degli interessi strategici di tutto il grande capitale italiano e, sempre in nome di questi, paventando anche l’intervento pubblico, come risulta dalla bozza di accordo del 20 dicembre. In ogni caso, pare scontato che, qualsiasi soluzione governo e multinazionali troveranno alla questione dell’Ilva, punteranno a farne pagare le conseguenze agli operai e alle masse popolari di Taranto. [3]
Altro caso emblematico della contraddizione tra imperialismo italiano e imperialismo internazionale è quello della riforma del Mes, ovverosia del Meccanismo Europeo di Stabilità, il sistema, elaborato in sede Ue, per garantire i prestiti finanziari, tramite un fondo unico e centralizzato, ai paesi Ue a rischio fallimento, a fronte di tagli della spesa pubblica e di ristrutturazioni del cosiddetto debito sovrano. Con la riforma, si vorrebbe formalizzare e appesantire il vaglio di controllo della finanza pubblica, imponendo ristrutturazioni, di fatto dando più garanzie per la restituzione dei capitali erogati dal fondo, al quale peraltro l’Italia si è impegnata ad erogare 125,3 miliardi su 704,8 complessivi a livello europeo.
I maggiori centri del capitale finanziario italiano, cioè le banche e le assicurazioni, hanno espresso il loro timore proprio rispetto a questa prospettiva, che determinerebbe, a loro svantaggio, la perdita dei crediti di cui sono titolari nei confronti dello Stato, visto che controllano circa la metà dell’italico debito sovrano. Tali preoccupazioni del capitale finanziario italiano vanno inquadrate nel contesto reale dei rapporti di forza interimperialistici all’interno dell’Ue e della fragilità intrinseca al settore bancario italiano, dimostrata da ultimo dal piano di ristrutturazione di Unicredit, con 5.500 esuberi, e dallo scoppio del bubbone della Banca Popolare di Bari.
In questo quadro, imponendo una cura dimagrante al debito italiano secondo il piano di riforma del Mes, tanto sarebbero danneggiate le banche italiane (così come accadrebbe negli altri paesi dei cosiddetti Pigs) le quali ovviamente scaricherebbero il “risanamento finanziario” sulle spalle dei “risparmiatori” ovvero sopratutto sulle masse popolari, quanto ne guadagnerebbero le banche tedesche, che vedrebbero apprezzarsi i propri titoli, con lo spostamento di capitali a loro favore, a fronte dell’austerità finanziaria imposta ai paesi sottoposti alle misure del Mes.
Sulla questione del Mes si sta dunque conducendo una partita importante per la classe dominante italiana e ovviamente la sovrastruttura della politica ufficiale ne risente, con Salvini e la destra in genere che, dietro la solita retorica patriottarda, nascondono il loro proporsi come migliore garanti degli interessi dell’imperialismo italiano nel consesso dell’Ue, puntando ancora una volta a dare un compiuto “corpo di classe dominante” allo “spirito” sovranista, come sempre buono per raccogliere consensi tra masse popolari arrabbiate e confuse.
Del resto, hanno gioco facile all’egemonia di massa, se pensiamo che la manovra di bilancio che il governo Conte bis sta preparando in sostanza non fa altro che, da una parte, spalmare differentemente il salasso dell’aumento dell’Iva imposto dall’Ue e, dall’altra, posticiparlo, visto il continuo aumento del debito pubblico, ai prossimi anni. Complessivamente, la legge finanziaria consiste in una manovra di tasse giustificate con supposti criteri ecologici e di salute pubblica che, alla fine, vanno a ricadere sui consumatori finali (quindi le masse popolari in generale) o sui lavoratori di determinati settori (gli imballaggi di plastica ad esempio).
Dall’altro lato, sempre nella manovra, c’è il grande inganno del taglio al cuneo fiscale, peraltro applicato pienamente solo ai lavoratori che non hanno già “beneficiato” degli 80 euro di Renzi e fino a 35 mila euro l’anno di busta paga. Attraverso questa misura si assimilano in sostanza i costi previdenziali a quelli fiscali, mettendo un altro piccolo tassello nello smantellamento progressivo del sistema pensionistico. In sostanza, il cosiddetto “salario indiretto” viene tramutato, in parte, in salario diretto, realizzando una gioco delle tre carte demagogico, nel quale il salario viene aumentato paradossalmente a spese del lavoratore e della collettività che è e sarà chiamata a coprirne i costi, mentre il profitto padronale è garantito. D’altronde il taglio al cuneo fiscale non è la rivendicazione principe della Confindustria e della Cgil di Landini, corporativamente unite da questa splendida innovazione che converte, nel campo dei lavoratori salariati, decenni di demagogia, formalmente interclassista, ma sostanzialmente borghese sul taglio delle tasse? E il sistema di cosiddetta “paga globale” non è già utilizzato in diversi settori industriali italiani, prima di tutto nel sistema degli appalti Fincantieri?
Anche il percorso di approvazione della legge finanziaria è stato condotto all’insegna di continue trattative all’interno della maggioranza e non poteva che essere così, visto che il Pd si pone come forza di garanzia dell’Ue e dell’imperialismo italiano nel suo complesso, i 5 Stelle devono puntare al mantenimento di una minima linea di massa populista tra proletariato e piccola borghesia, mentre Renzi, con il suo nuovo partito a immagine e somiglianza, punta ad aggregare il centro in un disegno neo-democristiano. Gli scricchiolii di cedimento della maggioranza sono perciò continui – a ogni piè sospinto nel dibattito politico balenano ipotesi di governi tecnici alla Monti – anche perché sul piatto ci sono due possibili referendum, una sulla legge elettorale proposto dalla Lega e uno di conferma del taglio dei parlamentari, che destabilizzano così il quadro già complesso delle forze sostenitrici di Conte.
Rispetto al taglio dei parlamentari va detto chiaramente che, come per l’abolizione di fatto della prescrizione, il populismo “anticasta” dei 5 Stelle è stato chiaramente funzionale a ulteriori svolte autoritarie. Indebolire il potere legislativo significa infatti rafforzare quello esecutivo e dunque rafforzare quel processo di deriva autoritaria istituzionale che i politologi della borghesia imperialista hanno definito “democrazia governante”. [4]
In questo quadro, l’egemonia nella società della destra borghese, ultraliberista e reazionaria, l’unica a darsi una chiara linea di massa, basata da un lato sulla fuffa propagandistica contro l’Ue e realmente invece razzista e autoritaria contro i settori più deboli delle classi oppresse (immigrati in primis), è un dato che si è finora confermato in ogni tornata elettorale e che non può essere esorcizzato dalla raffazzonata alleanza governativa tra Pd e 5 Stelle. Tale egemonia non può, in linea generale, essere contesa dal tentativo, da parte sopratutto del Pd, di eterodirigere settori di massa irretiti da una sorta di populismo liberalglobalista, da mobilitare contro Salvini e su cui tentare di ricostruire, con molta fatica, una maschera progressista di presunta alternativa alla Lega. Opporre le sardine “democratiche” ai piranha fascisti pare un’operazione perdente fin da principio: si tratta infatti di un “movimento” spacciato come di opposizione ma in realtà a funzione elettorale, nato per impedire il successo della destra alle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna. La maschera sta già cadendo con una sorta di programma, che comprende addirittura un punto nel quale si chiede di equiparare la violenza verbale alla violenza fisica. Questo “movimento” ha mobilitato in modo trasversale le masse e questo è l’aspetto positivo che sta lì a dimostrare il desiderio/necessita di opporsi allo stato presente di cose e su questo aspetto è importante che i comunisti facciano inchiesta. Comunque, l’esperienza insegna, da ultimo con i 5 Stelle, che le piazze apolitiche, “democratiche” e interclassiste non hanno mai aperto la strada a percorsi autenticamente antagonistici, ma hanno riprodotto l’egemonia della borghesia sotto diverse forme: il fatto che le “sardine” fin da subito godano dell’appoggio di buona parte del personale politico e mediatico della classe dominante la dice lunga sul fatto che come movimento non potranno che confermare questo dato di fatto. Senza per questo scomodare le invettive contro la bandiera rossa del 30 novembre a Firenze e la tragicomica momentanea apertura persino a Casapound.
Per i comunisti è chiaro che è prioritario il rapporto con altre piazze, quelle che pongono la questione di classe, innanzitutto le mobilitazioni dei lavoratori, quelle in difesa della casa e dei territori, quelle dell’autentico antifascismo, di classe e militante, e della lotta alla guerra imperialista. È prioritario costruire percorsi reali di opposizione e solo in questo modo si potranno ostacolare il tentativo della classe dominante di utilizzare i movimenti, imponendo contenuti fasulli o addirittura reazionari, utili a riprodurre l’egemonia borghese sulla classe.
Sono moltissime, nell’ambito della crisi, le vertenze operaie aperte sui territori, nelle quali spesso passa la linea compromissoria dei sindacati confederali ovverosia lottare – e senza incisività – per arrabattare gli ammortizzatori sociali, invece di difendere effettivamente i posti di lavoro, di fatto accompagnando e non ostacolando realmente i piani di dismissione, delocalizzazione, ristrutturazione già previsti e decisi dai padroni. Sicuramente ci sono eccezioni, come il caso della Whirlpool di Napoli, dove l’incisività delle forme di lotta e la determinazione dei lavoratori riesce effettivamente a costituire una forza di resistenza concreta nel teatrino della gestione padroni – bonzi sindacali – governo. Sicuramente, a determinare la forza di una lotta è anche il rapporto di forza oggettivo che, ad esempio, in questa fase della crisi e del capitalismo, è a favore dei padroni per quanto riguarda il settore industriale, dove il deinvestimento può avvenire portando la produzione altrove, tagliando sugli stabilimenti oppure semplicemente trasferendo il capitale in settori più profittevoli. Ma la distribuzione delle merci sul territorio deve per forza avvenire, a pena della mancata valorizzazione del capitale investito, e pertanto le lotte nel settore della logistica stanno continuano nel centro-nord, ove gli operai, organizzati dai diversi sindacati di base, sperimentano sulla loro pelle il peso della repressione, riuscendo in molti casi a farvi fronte con una giusta linea di solidarietà, unità e rilancio della lotta. Anche a fronte di un terrorismo repressivo che si indurisce, visto l’aggravarsi delle pene per buona parte dei reati di piazza decisi nel decreto Salvini bis e che il governo Conte bis, nonostante le dichiarazioni iniziali, si è ben guardato da abrogare o nemmeno modificare.
Ma il ruolo della classe operaia si è riconfermato come centrale anche rispetto alla costruzione del movimento contro la guerra imperialista, come abbiamo visto rispetto ai recenti blocchi degli imbarchi di materiale bellico nel porto di Genova, poi recentemente sviluppatasi anche nel corteo contro le produzioni militari di Leonardo Finmeccanica del 7 dicembre scorso. La questione principale, per costruire il movimento alla guerra imperialista, è infatti quella del suo legame e radicamento in situazioni reali, di massa, come avviene in Sicilia da anni con la lotta contro il Muos e in Sardegna contro le basi militari, fra i lavoratori, come nel caso appunto di Genova, e come si dovrebbe fare in ogni settore sociale. Ad esempio nelle università e fra gli studenti, vanno sostenuti e promossi i percorsi che pongono la questione dei legami, nel campo della ricerca e delle applicazioni sopratutto in termini militari e di repressione, tra l’accademia italiana da una parte e quella israeliana, statunitense, turca…dall’altra.
La necessità del movimento contro la guerra imperialista è quella di incidere sul piano della partecipazione italiana ad un più vasto complesso militar-industriale ruotante intorno alla Nato e ai paesi ad essa vicini, specie Israele e petromonarchie arabe, così come del protagonismo militare diretto su tutti i principali fronti di guerra aperti (Libia, Afghanistan, Iraq, Siria…). Ciò chiama anche al superamento delle posizione di ambiguità nella visione internazionale. Basti vedere rispetto alla Siria, nel caso del recente attacco turco, per cui una mobilitazione su posizioni astrattamente giuste, ovvero il rifiuto dell’aggressione da parte di Ankara, implicitamente ne affermava una reazionaria, ovverosia il mantenimento dello status quo nella Siria nord-orientale, il cosiddetto Rojava, con la presenza delle truppe occupanti statunitensi che Trump ha deciso di ritirare parzialmente.
Sul punto generale del movimento contro la guerra imperialista e specifico della solidarietà al popolo palestinese, va compreso come la questione dell’antisemitismo (vedi ad esempio l’istituzione della Commissione Segre) venga agitata strumentalmente dallo stato borghese e dai suoi apparati egemonici per seminare confusione e colpire, anche a livello penale, l’antisionismo. Agitare lo spauracchio, da parte della stampa, delle aggravanti di odio razziale verso i contestatori della presenza delle bandiere israeliane con la scusa della Brigata Ebraica nel corteo del 25 Aprile a Milano, è un modo iniziale per capitalizzare a livello repressivo anni e anni di mantra sionisti sull’equivalenza tra antisemitismo e solidarietà al popolo palestinese. Da questo punto di vista, l’obiettivo del movimento contro la guerra imperialista e contro il sionismo, è quello di lavorare sul ribaltamento dell’accusa denunciando la natura razzista del regime di occupazione in Palestina, rivendicando la lotta del popolo palestinese come parte irrinunciabile e dirimente dell’antirazzismo e dell’antifascismo oggi. Israele, infatti, è sempre più un modello da seguire pedissequamente per la destra razzista a livello mondiale, da Bolsonaro a Salvini passando per Trump. Sul punto va fatta una battaglia politica chiara contro i tentativi, da parte sopratutto del Pd e dei settori da esso direttamente o indirettamente guidati, di deformare l’antifascismo sulla scorta della strumentalizzazione sionista della shoah rilanciando, invece, una vera lotta contro i fascisti, i razzisti, gli antisemiti e via dicendo che imperversano, grazie all’egemonia leghista, nelle scuole, nelle università, nei quartieri popolari…Ciò significa sopratutto essere parte e sostenere i giovani e tutti gli/le antifasciste militanti che si mobilitano contro i reazionari e gli squadristi e sanno restituire quantomeno parte della loro violenza.
Nelle mobilitazioni dei proletari, nel movimento contro la guerra imperialista, nelle situazioni militanti giovani, va fatta inchiesta, vanno portate delle posizioni comuniste, vanno costruiti e stretti rapporti di dibattito/formazione e pratica politica. È prioritario oggi per i comunisti formare nuovi compagni che sappiano muoversi fra le masse con una giusta prassi e una giusta concezione del mondo.

[3] Sui pregressi rispetto all’Ilva vedi:
https://www.tazebao.org/alcune-riflessioni-a-freddo-sulla-questione-dellilva-ditaranto/

[4] Sulla nozione di “democrazia governante” vedi https://www.tazebao.org/controrivoluzione/

 

SOSTENIAMO LE LOTTE DELLA CLASSE OPERAIA E DELLE MASSE POPOLARI CONTRO LE MISURE CHE LA BORGHESIA ADOTTA PER SCARICARE SU DI LORO LA CRISI DEL SUO SISTEMA!

PROMUOVIAMO E SOSTENIAMO IL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA: NO MUOS, IL BLOCCO DELL’USO DEI PORTI ITALIANI PER LA GUERRA, IL SOSTEGNO ATTIVO ALLA RESISTENZA PALESTINESE CONTRO IL SIONISMO E DI TUTTI I POPOLI CHE LOTTANO CONTRO L’IMPERIALISMO!

OPPONIAMOCI ALLA RICERCA SCIENTIFICA FINALIZZATA ALLA GUERRA IMPERIALISTA! NO AI MILITARI E ALLA PROPAGANDA GUERRAFONDAIA NELLE SCUOLE!

COSTRUIAMO DIBATTITO E AGGREGAZIONE POLITICA COMUNISTA!

Collettivo Tazebao
21 dicembre 2019
collettivo.tazebao@gmail.com
www.tazebao.org

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