Note sulla fase politica – Giugno 2017

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NOTE SULLA FASE POLITICA – fine primavera 2017

In un momento in cui la velocità degli avvenimenti molto spesso supera di gran lunga la capacità dei compagni di elaborarne una lettura di classe per poi orientare la propria pratica, il Collettivo Tazebao, attraverso la redazione e diffusione periodica delle note di fase, punta a socializzare il proprio dibattito e sintesi politica, al fine di contribuire alla confronto e alla crescita del movimento comunista e proletario. Auspichiamo che questo sforzo sia utile non solo alle realtà politiche e soggettive ad esso interessate, ma anche allo sviluppo e all’arricchimento della nostra stessa discussione e del nostro lavoro di propaganda. Per questo invitiamo tutti a farci pervenire osservazioni, critiche, proposte di confronto, collaborazione e quant’altro venga ritenuto giusto o necessario.

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Sulla situazione internazionale: il Tap e la guerra dei gasdotti

L’Italia attualmente dipende per il 45 per cento dal gas russo, percentuale che sale al 65 per cento nei giorni invernali. Gran parte delle altre forniture vengono poi dall’Algeria e dalla Libia  che è ancora un’area instabile. Così si esprimeva il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, in merito all’importanza della realizzazione del progetto del gasdotto transadriatico, meglio conosciuto con l’acronimo inglese Tap (Trans Adriatic Pipeline), sottolineando soprattutto la necessità di “diversificare le fonti e le rotte di approvvigionamento”.

Il gasdotto transadriatico Tap è uno dei progetti energetici che rientrano nel cosiddetto Corridoio meridionale del gas, definito dalla Commissione Ue un’iniziativa importante per portare le risorse di gas del Mar Caspio e dell’Asia centrale sui mercati europei. L’opera parte quindi al confine tra Grecia e Turchia, proseguendo verso ovest il tragitto del Trans Anatolian Pipeline (Tanap), che trasporta il gas naturale dell’Azerbaigian. Si snoda quindi in tre paesi, Grecia, Albania e Italia, per oltre 800 chilometri, di cui un centinaio nell’Adriatico. In Italia, il Tap si radica in Salento, nel comune di Meledugno, con un tratto di 8 chilometri sulla terra ferma, mentre la condotta sottomarina nelle acque territoriali italiane misurerà 25 chilometri. Da Meledugno, il gasdotto si riallaccia alla rete nazionale di Snam rete Gas a Mesagne, in provincia di Brindisi, attraverso un altro condotto di 56 km che costruirà Snam stessa. Attraverso quest’ultimo il gas azero verrà distribuito agli altri mercati europei, in particolare in Austria e in Europa centrale.

Secondo quanto descritto nel progetto, il tratto italiano del gasdotto dovrebbe avere una portata di 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, con la possibilità di un aumento di portata nel futuro fino a 20 miliardi di metri cubi. Il costruttore è il consorzio svizzero Tap, i cui azionisti sono al 20% la Socar (Azerbaigian), la Bp (Gran Bretagna) e la Snam (Italia), al 19% la Fluxys (Belgio), al 16% Enagas (Spagna) e al 5% Axpo (Svizzera).

A partire dal Tap, seguendo il fitto snodarsi delle condotte che trasportano il gas, si disegna, sotto i nostri occhi, la rete di interessi, a volte affini a volte antagonisti, che legano tra loro i diversi paesi imperialisti e le multinazionali del settore.

Infatti, il nuovo gasdotto Tap, la cui costruzione dovrebbe cominciare a breve, costituirebbe il terzo e ultimo segmento del Southern Gas Corridor, una via del gas promossa dall’Ue in quanto concorrenziale rispetto ai progetti russi. L’Europa, praticamente priva di risorse, è dipendente dalle importazioni di gas che arrivano dalla Russia quasi per il 70%. Questo cordone ombelicale negli anni si è fatto sempre più soffocante per le classi dominanti europee, sopratutto con lo svilupparsi delle contraddizioni che vedeva man mano sempre più delinearsi l’antagonismo tra Bruxelles e Mosca. Si è fatta, quindi, sempre più impellente l’esigenza di smarcarsi da un’arma di ricatto così efficace e capace di condizionare la politica estera dei paesi dell’Unione Europea. In questi termini si spiega la tendenza del mercato europeo negli ultimi quindici anni a cercare di diversificare i propri fornitori. È questo il quadro in cui nascono tutti i progetti legati alla costruzione di nuove vie del gas e che ha visto il tentativo da parte statunitense di proporsi come esportatore alternativo usando il gas di scisto. Un’operazione che si è dimostrata difficile da attuare, ma che ha visto dei passaggi concreti come, ad esempio, con la recente decisione europea di sostenere la costruzione di un nuovo rigassificatore in Croazia, sull’isola di Veglia, e con i progetti di implementazione di nuovi impianti di tal genere in Italia.

Nella fase presente, il gas, in quantità diverse, arriva nei paesi dell’Ue da tre bacini: il Nord Africa (Algeria e Libia), la Russia e l’area caucasica-centroasiatica.
Dal Nord Africa partono quattro gasdotti: il Transmed, che passando per la Tunisia collega l’Algeria all’Italia (Mazara del Vallo); il Greenstream, che dalla Libia arriva a Gela; il Maghreb che arriva in Spagna partendo dall’Algeria e Marocco e, infine, il Medgas, che collega direttamente l’Algeria alle coste spagnole.

Per quanto riguarda la Russia, la sua forza come fornitrice di gas all’Europa sta anche nel tentativo di monopolizzare le vie di rifornimento, sia sulla direttrice orientale (Balcani e Ucraina) sia su quella nordica. Rispetto a quest’ultima, il Nord Stream, inaugurato nel 2011, ha una capacità di trasporto di 27,5 miliardi di metri cubi all’anno e collega la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico. Successivamente, il gas arriva nel centro Europa dalle coste tedesche trasportato dal gasdotto Opal. Nell’ottobre 2016 la Commissione Europea aveva approvato l’accesso di Gazprom al gasdotto Opal e il suo diritto esclusivo di utilizzare il 50% della capacità di transito dell’Opal. Inoltre, la Commissione aveva permesso a Gazprom di partecipare alle aste per un ulteriore 40% della capacità. Attualmente è in fase di realizzazione il progetto Nord Stream – 2, che dovrebbe raddoppiare la capacità di questo gasdotto nordico.

Il Nord Stream è stato ideato da parte russa proprio per evitare, via mare, i paesi baltici e la Polonia, privando tali nazioni di ogni possibilità di influire sui rifornimenti diretti all’Europa e dunque di ogni forza di pressione sia sulla Russia sia sull’Ue. Ecco perché le classi dominanti di tali paesi, fautori di una linea di scontro politico frontale con Mosca e fortemente influenzati da Washington, si sono sempre opposti ad ambedue i progetti Nord Stream e all’Opal, visti come una morsa energetica russo-tedesca che attenta alla loro indipendenza. Polonia, paesi baltici, ma anche Ucraina e Bielorussia, hanno invece sempre spinto per potenziare il gasdotto Yamal che, dalla Russia siberiana conduce fino alla Germania, attraversando o comunque lambendo tutti questi paesi dell’Europa orientale.

La loro opposizione è coincisa con una certa ostilità che il gasdotto nordico ha trovato negli ambienti istituzionali europei, perché ha ulteriormente legato l’Ue alle forniture russe. Si è delineata così, una contraddizione tra gli interessi specifici dell’imperialismo tedesco e quelli complessivamente intesi dell’Unione Europea. Ciò è avvenuto in maniera in parte inedita, se pensiamo che generalmente la Germania, in quanto imperialismo dominante nel vecchio continente, riesce a far coincidere le proprie priorità nazionali con l’agenda comunitaria. Nel caso dei gasdotti Nord Stream e Opal, Berlino ha invece dovuto premere sugli organi centrali dell’Unione, non senza qualche fatica, affinché dessero piena legittimità ai suoi accordi con la Russia in barba agli altri paesi membri dell’Unione. I primi di aprile, la Commissione Europea ha dovuto dichiarare di non avere armi giuridiche per vietare la costruzione del gasdotto, sebbene il progetto non sia gradito “da un punto di vista politico“. A inizio giugno, il presidente del Consiglio Europeo, Tusk, ha espresso la contrarietà ufficiale al progetto North Stream 2, perché rafforzerebbe la dipendenza europea dalla Russia. D’altro canto, Polonia, Lituania e Lettonia, oltre alla compagnia petrolifera ucraina Naftogaz, hanno promosso azioni legale anche sul caso del gasdotto Opal, volendo ridimensionare le aperture a Gazprom nell’accesso a tale gasdotto.

Ma gli interessi tedeschi rispetto a Nord Stream ci fanno meglio comprendere, nella sua complessità e contraddittorietà, la politica della Germania rispetto alla questione ucraina, esplosa negli ultimi anni in maniera sempre più virulenta, come lotta per la ripartizione del paese tra Ue e Usa da una parte e Russia dall’altra. Merkel è stata chiaramente dalla parte dei golpisti di Kiev fin da principio, allineandosi con gli Usa e schierandosi in prima fila nella pressione sulla Russia perché demorda dall’influenza sul paese confinante. Contribuendo ad accendere lo scontro con Mosca sul fronte ucraino, la Germania ha perseguito anche lo specifico interesse di destabilizzare quella via di transito del gas in Europa per rafforzare Nord Stream, il cui raddoppio venne deciso nell’estate del 2015.

Se è vero dunque che la contraddizione interimperialista, con lo scontro tra Russia e campo dell’asse “occidentale” Usa-Ue-Nato, tende a svilupparsi sempre di più – proprio a partire dallo scoppio della crisi ucraina nel 2014 – dall’altro lungo questa direttrice di antagonismo gli interessi oggettivi delle diverse borghesie si diversificano e la stessa ostilità si declina a seconda di tali interessi e ne viene resa strumentale. Concretamente, nei rapporti specifici tra Ue e Russia rilevano la compenetrazione che tende ad esservi nelle sfera energetica-economica e la penetrabilità dell’Unione da parte russa, viste le contraddizioni interimperialiste che vigono e si alimentano al suo interno, le quali offrono a Mosca la possibilità di incunearvisi sul piano economico e politico. E ovviamente, specie dopo i recenti scontri tra Trump e Merkel, il North Stream è entrato anche nel mirino degli Usa, che lo vedono come un potenziale fattore di unitarietà tra imperialismo russo e imperialismo tedesco. A metà giugno, il senato statunitense ha votato nuove sanzioni contro la Russia, che colpiscono anche gli investitori nel progetto North Stream 2. Una nuova sfida a Mosca, ma sopratutto un atto di rottura con gli alleati tedeschi.

E, a tal proposito, tornando al Tap, possiamo notare come, pur essendo proclamato come progetto strategico dell’Ue, non vi siano presenti capitali tedeschi, proprio perché, evidentemente, il gasdotto transadriatico non fa comodo agli interessi di Berlino, deciso invece a mantenere un legame diretto e preferenziale con il gas russo. È chiaro che la Germania vede con timore la prospettiva che l’Italia diventi una piattaforma per il passaggio del gas dalle regioni del Mediterraneo all’Europa, puntando invece a mantenere il proprio ruolo strategico attraverso il Baltico.

D’altra parte la posizione tedesca, come le politiche di Merkel rispetto all’Ucraina rivelano, non è quella di assecondare gli interessi russi, ma di tutelare il proprio rapporto privilegiato come hub del gas russo in Europa attraverso il Nord Stream. Quindi non solo destabilizzazione della via ucraina e freddezza rispetto al progetto Tap, ma anche chiusura sempre più forte verso l’altro paese chiave per il transito del gas russo verso l’Europa, la Turchia di Erdogan. Attualmente, il Blue Stream trasporta gas naturale russo all’Anatolia attraverso il Mar Nero ed è gestito da Gazprom nella parte territoriale russa e dalla compagnia turca Botas nella parte sotto la sovranità di Ankara, con il gas commercializzato anche dall’italiana Eni. Si tratta, dunque, dell’altra grande alternativa, assieme al Nord Stream, al transito per Kiev del gas proveniente da Mosca. E siccome, ovviamente, il Blue Stream è a sua volta in concorrenza al Nord Stream, i recenti scontri politico-diplomatici tra Berlino e Ankara su più fronti si spiegano anche in tal senso, essendo la Turchia diretta concorrente della Germania come passaggio nei rifornimenti di gas verso l’Europa. È notevole, ad esempio il cambio dei toni della diplomazia tedesca rispetto alla Turchia e alla zona del Medio Oriente su cui essa si affaccia, sopratutto Siria e Iraq, uno dei fronti più caldi dove lo scontro interimperialista si manifesta, intrecciandosi con la guerra contro i popoli e le varie contraddizioni con cui si sviluppano i rapporti tra i diversi attori regionali dell’area. Nell’incontro del febbraio 2016, Merkel e Erdogan deploravano all’unisono i raid russi sulla Siria. Erano i tempi in cui tra Ankara e Mosca la tensione era alle stelle dopo l’abbattimento, nel 2015, del caccia russo in Siria da parte delle forze armate turche e Merkel sperava di allargare le due sponde del Mar Nero, determinando una faglia che avrebbe decretato definitivamente il prevalere della via settentrionale di passaggio del gas di Putin verso l’Europa su quella meridionale. A distanza di un anno, nell’ultimo incontro del febbraio 2017 tra Erdogan e Merkel, una volta intervenuta la riconciliazione tra Ankara e Mosca, la distanza tra il presidente turco e la cancelliera tedesca era apparsa evidente su più fronti e il recente veto delle autorità germaniche alla propaganda governativa turca in territorio tedesco per il referendum sul presidenzialismo voluto da Erdogan, ha riacceso come non mai lo scontro. E all’inizio di questo mese, lo scontro tra Berlino ed Ankara è arrivato a tal punto che la Germania ha deciso di ritirare il contingente militare di 250 soldati e i sei tornato schierati nella base aerea di Incirlik, da dove contribuivano ai bombardamenti della coalizione contro lo Stato Islamico.

Infatti, la riconciliazione tra Erdogan e Putin porta di fatto il nome del progetto Turkish Stream che, dopo aver visto una battuta d’arresto in seguito all’abbattimento del caccia russo, oggi vede una nuova accelerazione. Si tratta di un gasdotto che, partendo dal territorio russo attraverserebbe il Mar Nero arrivando nella Turchia europea e da qui risalirebbe i Balcani, per rifornire l’Europa, ovviamente senza toccare l’Ucraina. Di fatto, il Turkish Stream rappresenta il raddoppio della linea metaniera del Blue Stream ed è la risposta di Mosca al siluramento, da parte di Washington, del South Stream. Quest’ultimo, promosso da Gazprom e da Eni e poi dalla tedesca Wintershall e dalla francese Edf, doveva, aggirando l’Ucraina, portare il gas russo attraverso il Mar Nero, la Bulgaria, la Serbia, l’Ungheria fino a raggiungere la Slovenia, l’Austria e l’Italia. Tale progetto veniva bloccato nel 2014 dalla Bulgaria, su pressione dello Zio Sam, all’indomani dell’apertura del fronte ucraino.

Dopo mesi di stallo dovuti all’incrudirsi dei rapporti tra Mosca e Ankara sul fronte siriano, con la riapertura del dialogo causato dal cambio di equilibrio seguito alla liberazione di Aleppo, a febbraio il presidente russo ha firmato una legge sulla ratificazione degli accordi russo-turchi sulla costruzione del gasdotto Turkish Stream. Per la sua realizzazione lavoreranno congiuntamente la Gazprom e la turca Botas. Il progetto prevede la costruzione di due linee di gasdotto dalla capacità di 15,75 miliardi di metri cubi ciascuna sul fondale del Mar Nero. Attraverso una linea il gas verrà consegnato in Turchia, mentre nell’altra transiterà verso i paesi europei. Entrambe le linee dovrebbero entrare in funzione nel 2019. E, contemporaneamente al riavvio del Turkish Stream, oggi Mosca, Belgrado e Budapest stanno ripensando a mettere in campo una nuova versione del South Stream che porti il gas russo, attraverso la Turchia, in Europa e che costituisca dunque una sorta di prolungamento del Turkish Stream. Non a caso, un potenziale paese di transito com’è la Macedonia è oggi conteso da una parte dalla Russia, che sostiene l’attuale opposizione, e dall’Ue e dagli Usa, schierati con il governo del nuovo primo ministro Zaev.

Il Tap è ideato proprio in antagonismo al Turkish Stream: se in entrambi la Turchia, con annesso l’ingombrante Erdogan, gioca da punto nodale, il primo vuole escludere o quantomeno limitare l’approvvigionamento dalla Russia mentre il secondo lo rafforzerebbe. Così come entrambi, Turkish Stream e Tap, si pongono in competizione e in contraddizione sia con la via ucraina, più caldeggiata dagli Usa, e sia con il Nord Stream, russo-tedesco. Eni, come abbiamo visto con Blue Stream, prova a ritagliarsi la sua fetta anche in campo avverso, stringendo rapporti con una Russia verso la quale l’imperialismo italiano, pur aderendo alle campagne di guerra della Nato, usa sempre opportunistici guanti di velluto. Ma è chiaro d’altra parte che con il gasdotto Tap, l’imperialismo italiano e dunque i monopolisti del cane a sei zampe, puntano ad esercitare un ruolo di punta per l’intera Ue, addirittura alternativo alla Germania. Va detto che il valore strategico del Tap quale fattore di emancipazione europea dal gas russo rischia comunque di essere messo in discussione proprio dall’intesa russo-turca sul Turkish Stream e dall’imprevedibilità di Erdogan, sempre più ostile all’Ue. Cosa succederebbe, infatti, se Ankara decidesse di allacciare il gasdotto Turkish Stream alla linea Tap verso l’Italia, nel caso, in cui, ad esempio, il South Stream balcanico fosse definitivamente affossato? Si tratterebbe, ovviamente, di un pesantissimo smacco per l’Ue, che si ritroverebbe ancor di più accerchiata dalla potenza energetica russa a causa di un progetto ideato per sottrarvisi.

Alla partita poi si aggiunge progetto EastMed, uno o più tubi per portare le risorse di gas dell’est Mediterraneo in Europa, attraverso Cipro e Grecia. Il progetto è stato argomento del vertice tenutosi a Roma i primi di marzo tra il ministro dello sviluppo economico Calenda e il suo omologo israeliano. La volontà da parte sionista di lanciare il progetto dell’hub del gas del Mediterraneo dimostra cambio di passo nella strategia di Tel Aviv, che mira ad accaparrarsi un ruolo da protagonista, a spese ovviamente dei palestinesi a cui vengono rapinati anche i giacimenti di gas al largo di Gaza, nella partita mediterranea dell’energia, in competizione con l’Egitto, detentore del super giacimento Zohr. Ma anche il Libano reclama la sua parte della torta, tanto che lo scorso gennaio il ministro dell’energia e delle risorse idriche libanese ha annunciato l’approvazione di due decreti per lo sfruttamento delle risorse energetiche specificando rispetto alle risorse contese con Tel Aviv di essere disposto a utilizzare tutti i mezzi a disposizione per difendere i propri diritti sulle risorse. E il fattore del gas naturale non poteva mancare nell’ultimo fronte caldo apertosi in Medio Oriente, quello tra Arabia Saudita e Qatar. La base reale, sul piano economico, delle accuse saudite all’emirato di intelligenza col nemico iraniano è infatti quella dello sfruttamento congiunto, da parte di Doha e Teheran, del più ricco giacimento sottomarino di gas del pianeta, quello del North Dome/South Pars, nel Golfo Persico.

All’interno dell’intricato quadro delineato, l’Italia ha un ruolo sempre più centrale: tendendo a farsi più difficoltose, con lo sviluppo delle contraddizioni interimperialiste, le vie del gas nell’est Europa, traballando persino quelle settentrionali e visto, infine, il caos libico, il gas dovrà sempre più passare per la porta mediterranea orientale e il Tap va propriamente in tal senso.

Sulla situazione interna

Se è vero che i predoni imperialisti si fanno la guerra fra di loro, mettendosi a vicenda il bastone tra le ruote nelle rispettive strategie, è anche vero che talvolta il bastone tra le ruote lo riescono a mettere le masse popolari, lottando per le proprie condizioni di vita. E, infatti, il principale movimento di lotta che si è sviluppato in questo ultimo periodo è stato quello contro la costruzione del gasdotto Tap in Puglia, a Melendugno, in provincia di Lecce. Una mobilitazione che, come moltissime altre del suo genere, a partire dal contesto particolare della lotte in difesa dell’ambiente e del territorio, va a contrastare impianti strategici per l’imperialismo italiano e non solo. Lo Stato borghese anche in questo caso maschera l’opera come “interesse generale”, mentre, come abbiamo visto, essa è funzionale al controllo delle materie prime a danno dei popoli nella contesa dei mercati internazionali e in un contesto di crisi sistemica dal quale gli imperialisti non riescono ad uscire. E su questo c’è da riflettere perché è proprio in virtù di tale valenza strategica che questa lotta dovrà scontrarsi pesantemente con gli apparati repressivi e coercitivi dello Stato. La storia del movimento No Tav in proposito la dice lunga, costituendo sicuramente un esempio positivo per tutte le lotte territoriali. Infatti, come in Valsusa, la popolazione locale ha saputo mettere in campo una forte resistenza fatta di blocchi, barricate, scontri con la polizia e altre forme di conflitto, riuscendo a rallentare il progetto.

Sul fronte del lavoro ha avuto importanza invece la vicenda di Alitalia, i cui dipendenti hanno respinto, nel referendum del 24 aprile, le proposte padronali, governative e confederali di ristrutturazione dell’azienda, che prevedevano migliaia di licenziamenti, riduzioni del salario e peggioramenti di condizioni lavorative per i neo assunti. La vittoria dei no al referendum interno non era certo scontata, visto l’ingente mole di pressioni fatte dai dirigenti Alitalia, coadiuvati dal governo, che ha subito tolto dal tavolo delle possibilità la nazionalizzazione dell’azienda come soluzione. Ciò nonostante i lavoratori hanno con forza detto che non ci stanno più a far sì che le loro vite siano sacrificate sull’altare del profitto e che il risanamento dell’azienda non deve passare per i posti di lavoro. Ora che l’azienda è stata posta dal governo in amministrazione controllata, premessa di ristrutturazioni pesanti per renderne appetibile la vendita, l’opposizione dei lavoratori non si è sopita, come hanno dimostrato il partecipato corteo del 27 maggio a Roma, organizzato dai sindacati di base, gli scioperi dei piloti di fine maggio e le adesioni allo sciopero generale dei trasporti del 16 giugno.

La vicenda di Alitalia rischia inoltre di fare scuola per altre vertenze relative a processi di ristrutturazioni aziendali, come nel caso dell’Ilva, che ha visto l’annuncio, da parte degli aggiudicatati Marcegaglia – Intesa San Paolo – Arcerlor Mittal, di 5500 esuberi su 10 mila dipendenti. Anche in tal caso, conterà la capacità della classe di mobilitarsi, come ha già fatto con scioperi e manifestazioni da Genova a Taranto, seguendo l’esempio dei lavoratori Alitalia nel rifiutare i pesantissimi tagli occupazionali e nel diffidare i sindacalisti dal cedere nelle trattative nazionali.

Crediamo sia utile, inoltre, legare la sfida lanciata dai lavoratori di Alitalia agli esiti di un altro referendum, quello sull’accordo per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, tenutosi lo scorso dicembre, nel quale, pur nell’esito vittorioso dei sì, la vittoria dei no in molti grandi gruppi industriali ha creato scompiglio e allarme sia nel padronato che nelle fila delle burocrazie sindacali confederali, portando in taluni casi importanti defezioni tra la Fiom a favore del sindacalismo di base.

Il legame che ci interessa evidenziare è che laddove la classe, pur nell’esercizio degli strumenti messi a disposizione dalla democrazia sindacale e borghese come quello del referendum, è chiamata ad esprimersi direttamente, il malcontento verso le mosse padronali, governative e le burocrazie collaborazioniste del sindacato si manifesta in maniera chiara e addirittura, nel caso ultimo di Alitalia, travolge la direzione di quest’ultime.

Questo malcontento riesce a diventare forza di lotta quando si rompe l’asfissiante pace sociale che i confederali, sopratutto in questa fase, puntano a imporre. I sindacati di base, pur con tutte le critiche che si possono muovere alle loro concezioni e pratiche (il settarismo ne è l’evidenza più netta), riescono comunque a raccogliere positivamente la spinta alla ribellione e alla mobilitazione di parte della classe.

Un esempio su tutti in tal senso si conferma essere il caso delle vertenze del settore della logistica, dove ampi settori di lavoratori, organizzati nei diversi sindacati di base, stanno portando avanti lotte via via più incisive e determinate. Mobilitazioni condotte a duro prezzo, confrontandosi con il terrorismo padronale e statale: i licenziamenti politici, le intimidazioni in stile mafioso, le montature giudiziarie e tutte le varianti della “giustizia” borghese e della violenza su mandato padronale. Ricordiamo, da ultimo – a fine marzo – le pistole elettriche usate dai vigilantes a Nogara, in provincia di Verona, per colpire i lavoratori dei magazzini Coca Cola in lotta contro i licenziamenti e le multe di decine di migliaia di euro comminate ai manifestanti presso la stazione di Bologna, all’indomani dell’omicidio di Abd Elsalam. Quando la classe sfruttata lotta, la classe dominante abbandona gli “appelli alla ragionevolezza” e sfodera tutto il suo apparato repressivo!

Venerdì 16 giugno, con lo sciopero della logistica e dei trasporti proclamato da diversi sindacati di base, la mobilitazione dei lavoratori di Alitalia, il malcontento tra i ferrovieri e gli autisti dei servizi pubblici di linea e tutti i focolai di lotta dei facchini hanno trovato un momento unitario. Più le lotte esistenti si uniscono, più la lotta può allargarsi alla classe nel suo complesso, rompendo tutte le divisioni che i padroni impongono sul piano della struttura del processo produttivo, con la sua frammentazione e parcellizzazione1, sul piano contrattuale (precari e fissi) ma anche sul piano, purtroppo, dell’appartenenza nazionale, con la propagandata contrapposizione d’interessi tra proletari immigrati ed autoctoni.

Ed è significativo come le lotte della logistica vedano una forte presenza di proletari immigrati, ovvero di quella sezione della classe verso cui una parte dello schieramento di regime borghese (la destra, Lega in testa, ma sempre di più anche i grillini) vuole scaricare il malcontento di massa, mentre l’altra (il Pd in testa) continua a strumentalizzarla, per provarsi ancora a dipingere come “sinistra”, diversa, almeno perché non razzista, dalla destra, pur adattandosi alle concezioni e alle prassi di quest’ultima in termini di “sicurezza” (vedi decreto Minniti).

Il presentarsi come fautori della società aperta e solidale, per il Pd, rientra in un più generale discorso ideologico che sta contrapponendo due tendenze nell’imperialismo contemporaneo, quella liberista-globalista e quella protezionista-nazionalista. Una frattura che si è vista con la Brexit in Europa, con l’elezione di Trump negli Usa, con lo scontro Macron-Le Pen alle recenti elezioni in Francia e, sul piano delle relazioni nel campo atlantico, con lo scontro tra Trump e Merkel al recente G7 di Taormina2.

Orbene, se guardiamo ai recenti dati economici della formazione imperialista italiana, potremmo constatare come uno dei pochissimi indicatori positivi (aldilà dei poco significativi valzer sulla crescita dell’italico pil3), è quello relativo alle esportazioni, che dovrebbero aumentare del 3,8% quest’anno. Dover ridimensionare anche la propria fetta sui mercati globali per via delle nuove spinte protezioniste, sarebbe effettivamente una nuova batosta per il capitale italiano4.

Gentiloni, prima e dopo il G7, non ha lesinato nella propaganda globalista, come quando, intervenendo al B7 – Business Summit, presso la sede romana di Confindustria, ha affermato che bisogna ribadire la centralità della libertà economica perché senza libertà economica non c’è alcuna possibilità di crescita e di sviluppo. Scommettere ancora sul libero mercato, il più grande motore di prosperità della storia. Ovviamente, la libertà economica corrisponde concretamente al potere della grande borghesia, al quale risponde, come ogni governo in regime capitalista, anche quello Gentiloni.

E infatti, la priorità che, al momento dell’instaurazione, si era dato quest’ultimo consisteva nell’intervento per il salvataggio delle banche come Monte dei Paschi di Siena, Popolare di Vicenza e Vento Banca. Si è compiuto così, in continuità con i precedenti governi Monti, Letta e Renzi, l’ennesimo drenaggio di capitale pubblico (20 miliardi di euro nel “salva banche” varato a febbraio) a favore delle ricapitalizzazioni degli istituti di credito in crisi. Un’operazione che ha una natura strettamente di classe: la ricchezza sociale prodotta dai lavoratori e dalle masse popolari viene regalata, con relativo nuovo debito pubblico, a favore del capitale bancario, per coprire le insolvenze del capitale industriale, a fronte di migliaia piccoli risparmiatori lasciati sul lastrico.

Naturalmente, la stampa borghese si scaglia contro le condotte criminali degli amministratori, dimenticando come il vero dato oggettivo che spinge sotto i riflettori mediatici e giudiziari tali ruberie è la crisi economica del capitalismo, la quale trasferisce sul piano del sistema creditizio quello che è il suo aggravarsi sul piano della produzione reale. Nel contesto di crisi, dove il bacino dei capitali di credito tende a prosciugarsi, finiscono per rilevare ruberie che, costituendo l’esplicarsi della normale voracità e bassezza morale dei banchieri, non sarebbero in nessuna maniera poste sotto i riflettori mediatici e giudiziari qualora la situazione economica fosse diversa, con capitali in abbondanza da spartirsi e indolori falsificazioni dei bilanci successivamente coperte dall’incasso di interessi sui crediti.

In fatto di banche, Gentiloni afferma la necessità dell’intervento statale perché questo si trasformi in una ripresa del credito e in ossigeno per l’economia”. Traspare dunque quale sia la linea politica da attuare per il governo in merito alla cosiddetta emergenza banche: pieno sostegno alla frazione di classe dominante finanziaria, scaricandone i costi sulle condizioni sociali delle masse popolari.

E sempre a carico di quest’ultime, Gentiloni ovviamente spartisce capitali anche per l’alta borghesia industriale: a fine maggio, con il decreto del presidente del consiglio di ripartizione dei fondi della legge di bilancio 2017, vengono rifinanziate con 47 miliardi in 15 anni le grandi opere, il settore bellico, l’industria 4.0 e altri investimenti strategici del capitale monopolistico. Un rilancio di intervento keynesiano che, sulle cosiddette infrastrutture, non è mai mancato nel nostro paese, visto come il rigonfiamento del debito pubblico con tali politiche venga a sua volta scaricato sui lavoratori e su tutte le spese sociali improduttive in materia di scuola, università, sanità, pensioni…

L’unico segno di discontinuità tra il governo attuale e i precedenti si era intravisto nell’abolizione dei voucher per evitare il referendum di fine maggio. Una mossa che ha manifestato la pavidità dell’esecutivo difronte ad una votazione con la quale si sarebbe potuta riproporre una sconfitta come nel referendum del 4 dicembre. Ma una volta evitata la consultazione, il Pd si è fatto promotore, con il sostegno di Lega e Forza Italia, della reintroduzione dei voucher sotto altro nome – buoni lavoro – e con una regolamentazione per alcuni versi peggiorativa della precedente. Si prevede, infatti, che l’azienda possa revocare entro tre giorni dalla prestazione “occasionale” la comunicazione data all’Inps sull’utilizzo della manodopera. Così facendo, una volta svolto il lavoro e avendolo regolarizzato come prestazione occasionale pagata coi nuovi voucher, il padrone potrà tornare sui suoi passi e retribuire il dipendente in nero e mantenere inalterato, a 5 mila euro annui, il tetto per il pagamento in tale forma. E così, dopo aver giustificato i voucher come mezzo per evitare il lavoro nero, lo hanno definitivamente agevolato con la nuova formula dei buoni lavoro!

Dal punto di vista politico generale, la vicenda dei voucher merita almeno alcune riflessioni. Ancora una volta è infatti emersa l’irriformabilità del capitalismo gravato dalla crisi, la quale obbliga la politica a soddisfare gli appetiti padronali anche tornando clamorosamente sui propri passi e rinunciando al possibile e probabile consenso popolare che accompagnerebbe misure come quella dell’abolizione dei buoni lavoro. Dall’altro è evidente come si è riproposto l’inconsistenza della battaglia per elevare la condizione dei proletari senza adeguati rapporti di forza, che sono necessariamente da costruire attraverso la lotta di classe e non attraverso la via referendaria e istituzionale perseguita dai burocrati della Cgil. Quest’ultimi vogliono chiaramente presentarsi come gli unici portavoce delle istanze dei lavoratori nel gioco della rappresentanza politica, per pesare nel rapporto con il Pd, ma di fatto continuando ad illudere i proletari sul riformismo e sulla via istituzionale, puntando invece a soffocare le istanze di lotta che la classe riesce ad esprimere.

Altre misure che il governo sta preparando sono il taglio al cuneo fiscale per i giovani neoassunti, annunciato come parte della nuova legge di bilancio da parte del vice ministro dell’economia Morando al recente convegno dei giovani di Confindustria di Rapallo. Con tutta probabilità si tratterà del taglio dei contributi previdenziali per i neoassunti a tempo indeterminato sotto una certa età. In sostanza proseguiranno, in forma diversa, quelle politiche di decontribuzione a favore delle imprese già previste dal jobs act, solo che stavolta si parla di spalmare qualcosa anche nella busta paga del lavoratore (tanto paghiamo tutti noi, non sicuramente il padrone!).

Gentiloni sta insomma facendo quanto lo incaricano di fare i padroni e infatti, al convegno di Rapallo, il segretario di Confindustria Boccia ha spronato il governo a continuare così con le parole Agisci come se fosse l’ultimo giorno, pensa come fossi immortale e farai grande il paese”, mettendo in guardia da una fine anticipata della legislatura. La linea della continuità nelle controriforme e della stabilità governativa perseguita dal padronato si scontra con le velleità del “nuovo” capo del Pd Renzi, rieletto alle scorse primarie, che nel governo Gentiloni vede solo una pausa momentanea e obbligata, dopo la sconfitta del 4 dicembre, per riassestarsi all’esecutivo. Renzi vuole piazzarsi nuovamente a palazzo Chigi come ariete della classe dominante ma, paradossalmente, questa stessa classe oggi diffida della sua sete di potere e della possibile instabilità governativa nel futuro dopo elezioni e pertanto si è stretta a difesa dell’attuale esecutivo, contro i tentativi di destabilizzarlo da parte di buona parte del Pd renziano. Con la vicenda dell’inchiesta del ministro Lotti sulla Consip e con le dichiarazioni del giornalista De Bortoli, fido rappresentante della impostazione politica della classe dominante, che hanno mostrato l’impegno della ministra Boschi (che di fatto è la quinta colonna renziana nell’attuale esecutivo) nel salvataggio della banca di famiglia Etruria, la grande borghesia ha lanciato dei messaggi chiari e vuole indebolire la fronda capeggiata dal Pd di Renzi perché si allinei nel sostegno del governo Gentiloni. Il boia Napolitano, voce organica della classe dominante, è stato ancora più chiaro quando ha stroncato il suo ex pupillo Renzi affermando che ricerca un potere che non ha

In questa fase l’egemonia del regime della borghesia imperialista italiana è in crisi dal punto di vista della creazione delle condizioni che consentano stabilità politica, dopo la sconfitta al referendum costituzionale del dicembre scorso, perché il progetto renziano del “partito della nazione” che doveva rappresentare con continuità e con governi stabili gli interessi dei padroni non si è affermato e non emerge nessuna forza e tendenza chiara la quale possa prendersi con forza egemonica il ruolo dirigente del regime stesso.

In estrema sintesi i compiti dei comunisti, in questa fase, rimangono quelli di:

-portare avanti la costruzione del movimento contro la guerra imperialista, radicandone i contenuti anche nelle lotte popolari, per le implicazioni tra fronte interno di devastazione sociale ed ambientale e fronte interno di aggressione e rapina dei popoli. Il caso del Tap è emblematico in tal senso. Il Collettivo Tazebao sta portando avanti in tal senso la propria campagna contro la guerra imperialista e chiama a confrontarsi e a collaborare tutte le forze e i compagni che, senza dogmatismi e settarismi, ritengono importante convergere le proprie energie su questa tematica.

– legarsi alle lotte proletarie e popolari, imparare ed elaborare pratiche e insegnamenti che da esse emergono, relazionarsi ai compagni e alle compagne più avanzati/e e aperti alla coscienza comunista, per radicarla fra le masse, per fare di ogni lotta una scuola di comunismo. Per coscienza comunista intendiamo la consapevolezza e la relativa volontà della necessità di abbattere il sistema capitalista – che non ha più nulla da dare all’umanità se non crisi, guerra e barbarie – per arrivare all’instaurazione del potere dei lavoratori, costruendo così una società senza sfruttamento e classi sociali.

COSTRUIRE E RAFFORZARE IL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA!

SOSTENERE E LEGARSI ALLE LOTTE DEI LAVORATORI E DELLE MASSE POPOLARI!

RADICARE LA COSCIENZA COMUNISTA, FARE DI OGNI LOTTA UNA SCUOLA DI COMUNISMO!

COLLETTIVO TAZEBAO 19 giugno 2017

collettivo.tazebao@gmail.com

www.tazebao.org

1 Sui processi di frammentazione del processo produttivo e dunque della classe, si veda Antitesi n° 3, Dalla frammentazione della classe, all’unità del politico, pp. 19 ss., richiedibile al Collettivo Tazebao.

2 Il protezionismo è una tendenza storicamente manifestatasi nelle fasi di crisi del capitalismo, con la quale le borghesie al potere nei diversi paesi inaspriscono la vicendevole guerra economica-commerciale, che prelude alla guerra guerreggiata. Al pari del liberismo, a pagarne le conseguenze sono i lavoratori, sui quali vanno inevitabilmente a scaricarsi le conseguenze del protezionismo (crollo delle produzioni per i mercati d’esportazione, aumenti dei prezzi delle merci, affossamento delle economie deboli…). Sul punto vedi: Note di fase autunno 2016 – Sulla situazione internazionale: la tendenza al ritorno del protezionismo http://www.tazebao.org/note-sulla-fase-politica-autunno-2016/ .

3 A maggio l’Istat stimava un andamento del pil per i primi tre mesi del 2017 in aumento del 0,2 % rispetto agli ultimi tre mesi del 2016 e una crescita annuale del 0,8 %, poi a giugno questi indicatori sono stati rivisti rispettivamente allo 0,4 e 1,2, tra le grida di giubilo del governo. L’Ocse ha invece previsto una crescita ridotta all’1% nel 2017 e ancora più bassa nel 2018, attestata allo 0,8%. Il Fmi si è espresso per un aumento del 1,3%, rivedendo di sei decimi le precedenti proiezioni ed è bastato questo per far gridare Gentiloni al miracolo economico.

4 Un dato assolutamente non trascurabile rispetto alle esportazioni italiane è che, nel 2016, il nostro paese ha venduto all’estero una quantità di armi e prodotti bellici pari a 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell’85,7% rispetto al 2015. La borghesia imperialista italiana sta dunque facendo lauti affari grazie al clima di guerra a livello globale, capitalizzando ovviamente anche le alleanze e le relazioni che essa instaura, nonché il proprio ruolo all’interno della Nato. Infatti, tra i maggiori clienti dell’industria bellica italiana spiccano, oltre ai paesi del blocco atlantico, le petromonarchie arabe (Arabia Saudita in testa), il cui ruolo in Medio Oriente è via via sempre più guerrafondaio e aggressivo, sopratutto in chiave antiiraniana.

[scarica la versione pdf delle Note sulla Fase politica]

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