Note sulla fase politica – inverno 2017/2018

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NOTE SULLA FASE POLITICA – inverno 2017/2018

In un momento in cui la velocità degli avvenimenti molto spesso supera di gran lunga la capacità dei compagni di elaborarne una lettura di classe per poi orientare la propria pratica, il Collettivo Tazebao, attraverso la redazione e diffusione periodica delle Note di fase, punta a socializzare il proprio dibattito e sintesi politica, al fine di contribuire alla confronto e alla crescita del movimento comunista e proletario. Auspichiamo che questo sforzo sia utile non solo alle realtà politiche e soggettive a esso interessate, ma anche allo sviluppo e all’arricchimento della nostra stessa discussione e del nostro lavoro di propaganda. Per questo invitiamo tutti a farci pervenire osservazioni, critiche, proposte di confronto, collaborazione e quant’altro venga ritenuto giusto o necessario.

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Situazione internazionale

“Per molti decenni abbiamo arricchito industrie straniere a spese di quelle americane. (…)
E abbiamo speso miliardi di dollari all’estero, mentre le infrastrutture americane finivano in rovina. Rendevamo ricchi altri paesi, mentre il benessere, la forza e la fiducia nel nostro sparivano oltre l’orizzonte. Il benessere della nostra classe media è stato strappato via dalle sue case e redistribuito nel resto del mondo. Ma tutto questo è passato. E ora guardiamo solo al futuro. Noi, radunati qui e ora, stiamo proclamando una nuova legge che sia udita in ogni città, in ogni capitale straniera e in ogni stanza dei bottoni. D’ora in poi, una nuova visione governerà la nostra terra. Da questo momento, essa sarà: prima l’America!” Con queste parole, nel gennaio 2017, Trump si insediava alla Casa Bianca, promettendo al popolo americano (e non solo) una politica più “nazionalista”, in discontinuità con la ricetta Obama di risposta alla crisi. A distanza di un anno l’amministrazione Trump procede la sua rotta in acque tutt’altro che tranquille sia rispetto al fronte interno, critico per lo scontro in atto tra le diverse fazioni della borghesia statunitense, sia sul piano internazionale, dove gli Usa pagano la parziale perdita di egemonia dovuta al fallimento della strategia in Medioriente.
Infatti, col passare del tempo, le contraddizioni tra le diverse fazioni della borghesia statunitense non hanno trovato una sintesi. Anzi, lo scontro a suon di scandali e sgambetti, che vede contrapposti a livello istituzionale da un lato la Casa Bianca e dall’altro Cia, Pentagono, Dipartimento di Stato,  continua a consumarsi ed è la punta di un iceberg che ha alla base la contraddizione tra quella parte di borghesia attualmente al potere che, per rispondere alla crisi, punta sulle politiche protezionistiche cercando di imporre la propria egemonia e la parte orfana di Obama che, invece, puntava a stringere il maggior numero possibile di accordi di libero scambio costruendo la propria egemonia in questa maniera.
Trump, rispetto a quanto dichiarato in campagna elettorale, non si è smentito, salvo forse per ciò che riguarda le promesse fatte alla classe media. Il 20 dicembre, infatti, il parlamento Usa ha approvato la riforma fiscale di Trump, la più vasta detassazione dai tempi di Reagan, ovviamente in favore della borghesia e delle multinazionali statunitensi. La riforma, infatti, prevede per queste ultime la riduzione della tassazione sugli utili, con l’aliquota che passa dal 35% al 21% in media, per non parlare della liquidità che detengono fuori dagli Usa, al riparo dal fisco a stelle e strisce, che potrà rientrare in patria a bassissimo costo.
La riforma rappresenta una vera offensiva sul piano del dumping fiscale, allo scopo di favorire l’insediamento e il ritorno in patria delle multinazionali negli Stati Uniti a scapito degli altri paesi competitori.

Il problema principale di questa riforma consiste nel fatto che l’abbattimento delle tasse, e quindi le minori entrate fiscali nel bilancio degli stati, devono essere compensate da tagli sempre più ampi alla spesa pubblica, che graveranno sulle spalle delle masse. Il testo, tra le altre cose, prevede l’eliminazione dell’obbligo per ogni statunitense di essere assicurato pena il pagamento di pesanti ammende (il che naturalmente farebbe cadere l’obbligatorietà per gli Stati, che non lo vogliano, di attuare la riforma sanitaria, l’Obamacare).

Per quanto riguarda quindi la politica interna, Trump non si è smentito rispetto alle sue dichiarazioni iniziali e sta procedendo con la sua politica di drenaggio fiscale tutta a favore delle classi più ricche, avvantaggiando chiaramente la parte di borghesia che lo ha sostenuto.

Rispetto alla politica estera, invece, il primo anno di questa Presidenza è stato caratterizzato dalla necessità di riposizionamento statunitense a seguito della parziale perdita di egemonia che sul piano internazionale si registra in seguito al fallimento della linea Obama in Siria. Proprio sulla politica estera la differenza tra la Presidenza e il Pentagono si fa più evidente nei termini dell’identificazione delle principali linee di scontro da perseguire: mentre sono unanimi nell’identificare l’impegno contro la Cina come prioritario, dall’altro lato Trump vorrebbe rasserenare i rapporti con Putin, ma a ciò si contrappone il Pentagono, che mira a tenere aperto il fronte da guerra fredda con la Russia. Per entrambi, però, il riposizionamento passa per il Sud America, su cui anche Pechino ha messo gli occhi, rispetto al quale l’interesse dell’imperialismo Usa rimane inalterato. La continua ingerenza degli Stati Uniti in America Latina si è sviluppata attraverso due binari, da una parte cercando di riprendere il controllo degli Stati non allineati agli interessi Usa, come si è visto nei mesi passati in Venezuela con l’attacco al governo Maduro; dall’altra sostenendo e rafforzando i governi filo-Usa, come Brasile, Argentina e Colombia. I governi di Temer e di Macri sono fortemente sostenuti dalla Casa Bianca non solo per la convergenza di interessi rispetto alla politica interna che portano avanti, ma anche perché strumentali alla necessità di Washington di impedire un compattamento degli Stati sudamericani da contrapporre alle ingerenze esterne nell’area.

Diversi sono gli avvenimenti dell’ultimo periodo che dimostrano la continuazione della Dottrina Monroe da parte degli Usa, a partire dal tentativo di destituzione del governo Maduro portato avanti sostenendo le istanze della borghesia compradora venezuelana. Nonostante i media abbiano nell’ultimo periodo calato il sipario sulla situazione sudamericana, in realtà gli Usa continuano a intervenire, in maniera più o meno palese, ovunque ci sia il rischio di un governo non allineato agli interessi yankee. A dicembre, ad esempio, è stato sanzionato per brogli il capo del Tribunale Elettorale del Nicaragua in seguito al trionfo sandinista alle municipali, nonostante tutti gli organismi internazionali avessero certificato la regolarità delle elezioni, mentre negli stessi giorni gli Stati Uniti avevano riconosciuto il nuovo presidente in Honduras, nonostante gli osservatori avessero riscontrato gravi irregolarità e richiesto una nuova votazione. Mossa non troppo sconvolgente se pensiamo che solo 24 ore prima l’Honduras era stato uno dei pochi paesi a sostenere la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele, insieme al Guatemala.

Nel frattempo, nel silenzio dei media, in Honduras la popolazione è scesa in piazza per protestare contro i brogli elettorali che hanno portato al governo Hernandez. Una rivolta duramente repressa dalla polizia (a fine dicembre i morti erano già più di 20) che dimostra però la forza di un popolo che non vuole più accettare le ingerenze americane, come già avevano chiarito i venezuelani nei mesi precedenti. Anche l’Argentina, in questi ultimi mesi, è scossa da violente proteste di piazza contro Macri, forte alleato di Trump, a causa dell’approvazione di una legge che porterà a un’ulteriore riduzione delle pensioni, ennesimo decreto di un Presidente che sta portando avanti nel paese una politica di lacrime e sangue sulla pelle dei proletari argentini.

In Cile la situazione non è migliore data la vittoria alle ultime elezioni di Pinera, conservatore filostatunitense ammiratore di Pinochet, che ha “promesso” al popolo cileno l’eliminazione degli aiuti statali agli studenti, l’aumento dell’età pensionabile, maggiori tagli e austerità, oltre a essersi dichiarato contrario alla scuola pubblica gratuita.

Un rapporto da anni collaudato è quello tra Washington e Bogotà, basato sul fatto che gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale della Colombia, rappresentando il 30% delle importazioni e il 28% delle esportazioni del paese latinoamericano. Ecco spiegato l’appoggio incondizionato del governo Santos alle mire yankee nel continente, dimostrato anche quest’estate in occasione dello scontro con il Venezuela quando Bogotà dopo aver sostenuto in vari modi l’opposizione a Maduro l’ha anche pretestuosamente accusato di aver sconfinato militarmente in terra colombiana, fatto prontamente smentito da Caracas e che avrebbe potuto legittimare una reazione militare. In questo quadro si inseriscono i 450 milioni di dollari varati da Obama e ristanziati da Trump per “aiutare il processo di pace in Colombia” siglato il 23 giugno 2016. Esso è stato definito dal Presidente Usa un “modello” e prevede, oltre a un cessate il fuoco bilaterale perenne, la soppressione dell’organizzazione guerrigliera marxista. Nella pratica esso si traduce nei continui attacchi dei gruppi paramilitari contro ex membri e dirigenti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc-Ep). Tale feroce attività dei gruppi paramilitari fascisti a caccia di ex militanti semina violenza e terrore tra le comunità popolari e perfino tra le Ong estere. Va evidenziato, però, che il tentativo di liquidare politicamente un’organizzazione rivoluzionaria attraverso dei trattati di pace, promuovendo parallelamente forti azioni repressive dal punto di vista militare, per ottenere una soluzione pacificata del conflitto di classe, non è andato a buon fine perché una parte dell’organizzazione rivoluzionaria non ha aderito ed è intenzionata a portare avanti la lotta.

Per i governi che, invece, in Sud America non sono allineati agli interessi di Washington sono già pronte le menzogne da presentare a reti unificate. Come sta avvenendo in Bolivia, dove, in seguito alla ricandidatura di Evo Morales, sostenuto da un milione di persone scese in piazza per festeggiarlo, la propaganda Usa lo descrive come un autoritario e tace sul forte sostegno dimostrato dai boliviani, preparando il terreno per un nuovo scenario venezuelano. Già a dicembre, infatti, la casta dei medici ha iniziato uno sciopero contro l’attuale Presidenza per esprimere il loro rifiuto a lavorare, senza retribuzione, negli ambulatori pubblici gratuiti creati nelle zone povere, protesta che ha ovviamente avuto un forte eco mediatico al fine, probabilmente, di preparare il terreno per l’eliminazione del Presidente socialista in favore di qualcuno più in linea con gli Usa.

Pertanto se rispetto al “proprio giardino di casa” la presidenza Trump si avvale di una gestione collaudata, fin dalla Dottrina Monroe, che punta a mantenere il continente stretto sotto il controllo dello Zio Sam a suon di golpe più o meno morbidi, dittature e ingerenze economiche, politiche e militari a vari livelli, è la linea rispetto agli altri fronti aperti che si fa più incerta. Passando da proclami altisonanti a ripensamenti, è evidente la difficoltà che incontra l’imperialismo statunitense nel rimodulare una strategia di lungo respiro, difficoltà certamente frutto delle contraddizioni che vedono contrapposte le diverse fazioni della borghesia imperialista statunitense, sempre più in difficoltà nel trovare una sintesi con cui rispondere alla crisi economica e alla crisi di egemonia sul piano internazionale. All’inizio di novembre, ad esempio, è stata la volta del viaggio in pompa magna di Trump a Pechino dove sono state subito scintille sul tema dei rapporti economici tra i due paesi. “500 miliardi di dollari annui, questo è l’avanzo commerciale della Cina nell’interscambio con noi. E’ enorme, è eccessivo, state approfittando di noi”. Così sbotta Trump accusando l’amministrazione Obama dello squilibrio e di non aver difeso gli interessi dell’industria statunitense. Xi risponde che la crescita economica del gigante asiatico ha un effetto traino sulle altre nazioni, come sostengono anche le ultime rilevazioni del Fondo Monetario Internazionale. Da queste battute appare chiaro che la competizione tra Washington e Pechino continua a consumarsi e questi accordi, per un valore di 250 miliardi di dollari firmati tra imprese statunitensi e cinesi al cospetto dei due Presidenti, non sono altro che il preludio di un nuovo più forte scontro che ha già mostrato le prime schermaglie con i nuovi dazi statunitensi applicati, poco prima del WEF di Davos, a Cina e Sud Corea su pannelli solari ed elettrodomestici e con l’annuncio di estenderli ad alluminio e acciaio. Del resto, si registra anche un’accelerazione da parte di Pechino nel progetto di strappare al dollaro l’egemonia negli scambi internazionali. Se il commercio fra Cina e Russia con proprie valute, ignorando il dollaro, è diventato significativo dopo che gli Stati Uniti hanno sanzionato la Russia nel 2014 in seguito alla crisi Ucraina, sempre più paesi guardano alla Cina quando le contraddizioni con la Casa Bianca si fanno più critiche. Questo è il caso dell’Iran che è stato uno dei primi ad adottare la vendita di petrolio in yuan, a causa delle sanzioni degli Stati Uniti, ad esso si è aggiunto recentemente anche il Venezuela in seguito alle sanzioni promosse da Trump. Anche la Russia dal 2015 negozia alcuni scambi petroliferi in yuan. In questo contesto si devono leggere il recente annuncio da parte della Banca del Popolo di attivare un sistema di pagamento-contro-pagamento (PVP) per il rublo russo e le transazioni in yuan cinese per ridurre l’influenza del dollaro nelle transazioni internazionali e la dichiarazione del governo cinese sul fatto che il sistema di pagamento diretto fra Cina e Russia si estenderà ad altri paesi dell’Eurasia, dei Brics ed al Venezuela. Anche il Pakistan, in seguito allo scontro con Trump, ha dichiarato che utilizzerà lo yuan, in sostituzione del dollaro, nei pagamenti riguardanti gli scambi commerciali bilaterali con la Cina. È chiaro che, oltre all’interesse meramente economico derivante dalle rendite valutarie, il dato politico che si evince è che i due competitori sono a caccia di alleati che stringono a sé anche attraverso la moneta e per i paesi che aderiscono rappresenta una scelta di campo tra i due poli imperialisti.

Pertanto le difficoltà incontrate oggi da Washington nelle relazioni con la Cina rimandano a quelle burrascose con la Russia e vanno lette nel quadro, da un lato, della perdita di egemonia Usa susseguitasi al fallimento della linea Obama in Siria e, dall’altro, del rafforzamento, sul piano internazionale, dei poli imperialisti russo e cinese. Il conto è arrivato e per gli interessi statunitensi e anche molto salato. Di fatto, la clamorosa perdita di terreno politico in Medioriente è stata tutta a vantaggio russo che proprio sul terreno siriano ha guadagnato l’autorevolezza che mette oggi Putin come primo interlocutore per molte potenze regionali. Lo Stato Islamico, infatti, ha perso anche la sua ultima roccaforte in Siria Abu Kamal (Al Bukamal) ad opera dei soldati di Damasco e delle forze alleate e con essa non controlla più nessuna città nella regione, fatto che lo costringe a rivedere il proprio piano tattico da guerra di posizione a guerra di movimento. Dati questi aggiornamenti dal campo di battaglia è chiaro che con la sconfitta dello Stato Islamico tutti i nodi vengono al pettine e non c’è più nulla a fare da cuscinetto tra le potenze imperialiste che su questo fronte stanno sgomitando. Anzi, ogni avanzamento militare sul campo siriano ha delle ricadute ed è collegato all’inasprimento dei rapporti tra le due potenze imperialiste rivali. Ne è un esempio la liberazione da parte russa-iraniana-siriana di Bayt Jin, ultima roccaforte delle forze anti-governative nel Ghuta occidentale e ai piedi della montagna meridionale Jabal al-Shayq (Monte Hermon) confinante con le posizioni israeliane. La liberazione di Bayt Jin da al-Qaida e loro alleati supportati, equipaggiati e finanziati da Israele dal 2015, mette a rischio la “zona cuscinetto” che Israele si era costruita per impedire ad Hezbollah e Iran di entrare in contatto con le sue forze. Liberando l’area di Bayt Jin e gli altopiani circostanti, il fronte iraniano-siriano infligge un primo colpo all’alleato principale degli Usa in Medioriente, anche se ci sono ancora aree sotto indiretta influenza israeliana nella Siria meridionale, come l’area di Qunaytra e i villaggi circostanti (Tarangah, Jabat al-Qashab e Ayn al-Baydah). Come si diceva, in Siria la strategia statunitense è fallita consegnando il testimone a Putin che passa all’incasso: rafforzando vecchi e consolidati rapporti e costruendone di nuovi con le potenze regionali che più mirano a primeggiare nell’area. Risultato di ciò è il vertice a Sochi fra Russia, Turchia e Iran del novembre scorso che si è ritrovato nuovamente il 29 e 30 gennaio. Un asse che si sta organizzando da gennaio dell’anno scorso attraverso i vari vertici ad Astana (il 21-22 dicembre c’è stato l’ottavo incontro) nei quali si va progettando il dopo Stato Islamico che punta a ridefinire gli equilibri in Medioriente. Il Vertice di Ginevra di metà dicembre, indetto dall’Onu, non poteva che concludersi con un nulla di fatto, ponendo al tavolo tutti i competitori a decidere il futuro della Siria, tra chi come lo Zio Sam mira a una sua spartizione mantenendo le sue basi militari installate nel Nord del paese, grazie all’alleanza con le forze curde, e tra chi, come la Russia, punta a una sua influenza sul paese tripartita con Turchia e Iran, mantenendo Assad al potere e costruendo sui destini del paese arabo un nuovo blocco eurasiatico contrapposto a Usa, Ue e Nato.

In tale situazione si colloca l’attuale intervento turco in Siria, con il quale Erdogan intende anch’egli procedere all’incasso del rinnovato rapporto con la Russia e contemporaneamente porre un’ipoteca su qualsiasi tentativo, sia da parte di Washington che da parte di Mosca, di includere le forze curde nelle trattative e negli assetti regionali per il post-Stato Islamico. Il sorgere di un’altra entità politica curda ai propri confini siriani, oltre che a quelli iracheni, rappresenterebbe per Ankara una minaccia strategica alla propria tenuta interna e alla proiezione d’interesse verso la Siria settentrionale che il sultano manifesta fin dall’inizio del conflitto. D’altra parte, né la Russia né gli Usa possono in questo momento opporsi all’intervento turco. La prima rischierebbe così di spezzare il proprio tentativo di attrarre Erdogan nella propria orbita, i secondi, specularmente, finirebbero per destabilizzare ulteriormente i rapporti con Ankara (furiosa con gli Stati Uniti per il loro appoggio ai curdi sia in Iraq che in Siria) e consegnarla definitivamente alla Russia.
Così la Casa Bianca ha dovuto riformulare la propria strategia in Medioriente e lo sta facendo cercando di rinsaldare i rapporti con alleati storicamente molto più affidabili della Turchia come Israele e Arabia Saudita. Epicentro di questa nuova armonia è il comune obiettivo: l’Iran, salito agli onori delle cronache borghesi per le manifestazioni anti-governative che hanno interessato, negli ultimi giorni di dicembre, Mashad e un’altra decina di centri minori dell’Iran settentrionale, raggiungendo poi altre province e infine Teheran. Motivo iniziale della protesta è la mancanza di benefici economici per le masse che la firma dell’accordo sul programma nucleare con la comunità internazionale avrebbe dovuto portare. Tale mobilitazione si inserisce in un più ampio dibattito sulla corruzione che in questo periodo scuote la politica nazionale iraniana e vede contrapposte due fazioni della borghesia: da un lato quella raccolta intorno alla figura dell’ex Presidente Ahmadinejad, finito nel mirino appunto del Ministro della Giustizia, e dall’altro quella al potere con il governo di Rohani. Pertanto le manifestazioni, a seconda della città o del quartiere, si sono caratterizzate con contenuti e direzioni diverse e vi hanno trovato spazio tanto le proteste dirette dall’opposizione, volte a colpire il governo Rohani che comunque sembra mantenere ampi consensi, quanto quelle di gruppi portatori di istanze popolari come quelle dei terremotati e contro il carovita. Va infatti detto che anche l’Iran subisce la crisi economica globale e l’impegno sui vari fronti di guerra in Medioriente ha un costo notevole. È evidente che nella campagna anti-iraniana che stanno conducendo Tel Aviv, Washington e Riyad questo è un boccone delizioso servito su un piatto d’argento che apre alla ricetta della destabilizzazione interna già sperimentata abbondantemente dagli stessi per colpire i governi non allineati ai propri interessi, vedi tra tutti la stessa Siria.

All’interno quindi del tentativo di riposizionamento in Medioriente deve essere letta la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, come una sorta di estremo tributo all’alleato sionista da tempo impegnato nella campagna di occupazione di Gerusalemme Est, campagna che passa dal continuo esproprio delle case palestinesi, all’insediamento di nuovi coloni, alle innumerevoli provocazioni sioniste sulla spianata delle moschee etc. Va quindi evidenziata una discontinuità tra la politica di Obama, che mirava a una normalizzazione dell’occupazione, tale da far morire per asfissia il popolo palestinese, e la linea di Trump, che sostiene la volontà di Netanyahu di chiudere la partita con la Resistenza Palestinese e tutto il suo popolo portando a compimento il piano di pulizia etnica. Assistiamo, infatti, dopo il via libera sanzionato dalle dichiarazioni di Trump, a un rincrudimento dell’occupazione che passa dalla violenta repressione delle mobilitazioni palestinesi, costata dal 6 dicembre al 7 gennaio 14 morti e 4.549 feriti, alla massiccia campagna di arresti, alla proposta di legge per l’introduzione della pena di morte per i prigionieri politici palestinesi, alla decisione del Likud, partito al governo, di promuovere l’annessione di parte della Cisgiordania a Israele.

Ma proprio sulla terra di Palestina si evidenzia nuovamente la perdita di egemonia statunitense, che in questa campagna non è riuscita a trascinarsi dietro gli imperialisti europei, come dimostrato alla votazione all’Onu su Gerusalemme a cui gli Usa hanno risposto stizziti con le minacce della ambasciatrice Nikki Haley e un primo taglio di 285 milioni di dollari al bilancio Onu. Questo significa senza dubbio che con l’avanzare della crisi si sviluppa anche la contraddizione interimperialista e non solo tra i poli imperialisti dichiaratamente rivali, di cui abbiamo parlato precedentemente, ma anche tra gli alleati stessi, che nel caso dei paesi Nato non riconoscono più la guida di Washington imprescindibile su tutti i fronti internazionali, anzi si iniziano a profilare le spinte delle borghesie europee a una maggiore indipendenza dagli Usa rispetto ai piani di guerra futura.

In questo senso va letta l’accelerazione degli ultimi mesi del progetto della Cooperazione Strutturata Permanente sulla Difesa (Pesco). Sebbene ancora in gestazione, la “difesa europea” inizia a concretizzarsi. Infatti, quest’estate la Commissione Ue ha istituito un Fondo Europeo per la Difesa che verrà usato per ricerca, sviluppo e acquisizione degli armamenti. Il Fondo avrà una dotazione complessiva di 500 milioni di euro per il 2019 e il 2020, ma punta a toccare quota un miliardo l’anno dal 2021. Di metà dicembre è poi l’incontro tra i capi di Stato e di governo dell’Unione Europea a Bruxelles, che ha dato il definitivo via libera alla Pesco. “È rilevante che questo si faccia in un momento in cui c’è una domanda geopolitica di Europa molto importante nel Mediterraneo e in Africa”, ha detto Gentiloni. A cui fa eco Mogherini: “una decisione storica che porta l’Unione a essere un fornitore di sicurezza globale”. Ancora più esplicito il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk: “un’espressione pratica della nostra volontà di costruire una difesa europea: buone notizie per l’Ue e per i nostri alleati, cattive per i nostri nemici”. Ancora tutti da chiarire due punti fondamentali: quali rapporti essa avrà con la Nato e chi guiderà la difesa comune. Certo le contraddizioni che caratterizzano i rapporti tra le diverse borghesie dei paesi europei non sono sparite, anzi con il progredire della crisi la necessità di accaparrarsi nuovi mercati e risorse e popoli da sfruttare mina tutte le alleanze tra borghesie, tanto che la borghesia italiana, ad esempio, lamenta il progressivo avvicinamento della Francia di Macron e della Germania della Merkel. Sicuramente è unanime lo spirito famelico con cui esse guardano a una nuova spartizione dell’Africa[1]. In questo senso, banco di prova per la tenuta del fragile progetto della difesa europea sarà la prossima missione in Niger[2] anche se proprio all’indomani della decisione, mentre si scaldano i motori in vista della partenza della missione, già si sentono i primi scricchiolii. Infatti, mentre Macron vola a Pechino per parlare con Xi del futuro dell’Africa, parte della borghesia imperialista italiana mugugna perché vede il protagonismo francese sempre più aggressivo e avverte il pericolo di investirsi in una missione che avvantaggia principalmente Parigi, mentre vorrebbe puntare su paesi dove la propria presenza è più forte. Gli interessi economici e commerciali italiani nel continente africano sono molteplici e si snodano lungo più linee storiche di penetrazione dall’Eni presente dai primi anni Sessanta all’Enel, fino ai grandi gruppi attivi nel settore delle costruzioni e dell’ingegneria, come Salini Impregilo e Trevi, solo per citarne alcuni. Nella spartizione dell’Africa la borghesia italiana è tutta intenzionata a buttarcisi a capofitto, puntando, da un lato, ad allargare la sua penetrazione già massiccia (essa rappresenta la terza investitrice mondiale), dall’altro, a difendere le posizioni già conquistate e nella diatriba elettorale cerca la forza politica che saprà garantirgli l’impegno su tale partita.

Situazione interna

La fase che stiamo attraversando e che probabilmente durerà ben oltre il 4 marzo, sarà fortemente connotata dalla dinamica elettorale e dal tentativo disperato di formare un governo stabile.
La stabilità di governo sta divenendo una sorta di incubo per la borghesia imperialista italiana, incapace di comporre, in un quadro di egemonia politica ad essa legata, gli interessi dei vari gruppi di cui è composta e delle classi subalterne che essa comanda. Un quadro comune a molte delle formazioni imperialiste a livello mondiale: dagli Usa alla Germania, dalla Spagna alla Gran Bretagna, sempre più si susseguono espressioni elettorali incapaci di consegnare alla borghesia un quadro di governabilità stabile ed efficace.
È la crisi economica del modo di produzione capitalistico che mette a nudo i contrasti di interessi, sia tra le classi sia all’interno della stessa borghesia imperialista, e che travalica nel sistema politico di dominio e di consenso. È ciò che, con ogni probabilità, accadrà anche in questa tornata elettorale grazie al mancato esito positivo del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, che ha provocato lo sconquasso del PD, e grazie all’approvazione del Rosatellum. La nuova legge elettorale, infatti, è il risultato dell’unica mediazione che le principali espressioni politiche della borghesia imperialista italiana (PD e FI) sono riuscite a trovare nel tentativo di marginalizzare il M5S e preparare l’accordo post voto, dato che con ogni probabilità nessuna lista in campo riuscirà a ottenere la maggioranza parlamentare. Un tentativo, tra l’altro, il cui esito non è per nulla scontato, data l’incapacità dei due partiti di raccogliere i consensi sufficienti. Dopo cinque anni di governi nominati dal Presidente della Repubblica, l’esito di un governo stabile in grado di proseguire saldamente nelle cosiddette riforme è del tutto incerto.
Intanto assistiamo al teatrino elettorale in cui le varie componenti gareggiano a chi la spara più grossa: pensioni minime a 1000 euro, salario minimo legale a 10 euro all’ora, abolizione delle tasse universitarie, abolizione del canone Rai, abolizione della riforma Fornero, abolizione del Jobs Act, abolizione delle tasse sulla casa, abolizione del bollo auto. Chissà quante non ne spareranno fino alla data delle elezioni per cercare di legittimare un quadro politico ormai alla frutta agli occhi delle masse.
Mentre si può facilmente ipotizzare la fine che faranno la stragrande maggioranza di queste belle promesse, frutto di un rinvigorito keinesismo preelettorale; altrettanto facilmente possiamo affermare che i veri programmi antipopolari, dettati dalle agende della Ue e di Confindustria, cui tutti, compresi gli ex euro scettici Lega e M5S, fanno gli inchini, saranno sicuramente implementati e presentati come necessità improcrastinabili per recuperare competitività nei mercati e uscire dalla crisi.
Il programma del PD altro non è se non la prosecuzione di ciò che ha fatto in questi 5 anni, cioè smantellamento dello stato sociale e del mercato del lavoro, accompagnato da enormi benefici fiscali e super e iper ammortamenti per gli investimenti agli industriali. Questo gli rende impossibile formare una coalizione assieme ai partiti e partitini formatisi alla sua sinistra, i quali intendono recuperare voti appunto da quelle fasce sociali fortemente colpite dalle riforme degli ultimi 5 anni. Il risultato è che il PD verrà tagliato fuori dalla contesa elettorale legata al voto e scommette solo sul fatto che gli altri contendenti non ottengano la maggioranza, così da essere comunque il partito più votato (dopo il Movimento 5 Stelle) per poter partecipare in posizione di forza all’inciucio post elettorale. Cosa tutta da vedere dato che fatica a schiodarsi da una debacle che lo getta prossimo al 20 % appena.
Il centrodestra, al momento, sta mettendo a punto la Flat tax (aliquota fiscale secca a tutto vantaggio dei ceti più ricchi), unico punto su cui esiste intesa nella coalizione, e cerca disperatamente di smussare gli angoli su tutto il resto (abolizione/eliminazione legge Fornero, rapporto con Ue etc. che vedono interessi fortemente contrapposti tra Lega e FI) nel tentativo di apparire compatto al suo interno, così da attirare i voti necessari per vincere da subito le elezioni. Le continue schermaglie sulla leadership della coalizione, però, rischiano continuamente di compromettere l’intento.
Il M5S, dal canto suo, ha recentemente reimpostato la sua politica estera accreditandosi negli Usa, facendo ammenda sulla loro storica simpatia filo russa, e virando sfacciatamente nel rapporto con la Ue per quanto riguarda la sua politica di uscita dall’euro. Inoltre, si è sperticato in mille promesse per gli sgravi fiscali e gli aiuti alle imprese. In questo, non c’è che dire, il M5S ha ben compreso cosa significhi apprestarsi a comparire come partito/movimento di governo in una formazione imperialista come l’Italia.

In merito al periodo elettorale ci sembra utile approfittare per sviluppare alcune riflessioni sul suo possibile impiego in favore della classe proletaria.  Due sono le linee che si possono sviluppare: la linea di dare rappresentanza alle lotte partecipando alla contesa e la linea di estraniarsi dal teatrino elettorale e approfittare del contesto per dare più risonanza e sviluppare la lotta di classe ponendo la questione della rottura con il sistema borghese e della presa del potere.
Per quanto riguarda la prima, essa va da chi percorre la vecchia e opportunista strada tracciata dal revisionismo storico, incarnato nella tradizione del vecchio PCI, che ancora spera di poter usare i bisogni e le lotte del proletariato in chiave riformista per accedere agli scranni del potere; a chi, ponendosi genuinamente questioni di prospettiva politica alle lotte, crede di poterle ancora sviluppare facendole pesare nell’arena politica elettorale. Se, per quanto riguarda i primi, non ci sembra il caso di sprecare un’acca, tanto è squallido e servile al capitale il percorso del vario ceto politico ex PCI, che vuole occupare lo spazio formalmente a sinistra del PD e che tanto discredito ha raccolto tra le file del proletariato e della classe operaia; per quanto riguarda i secondi ci sembra più interessante il confronto.
I problemi di dare prospettiva alla lotta di classe (pur nelle condizioni di difficoltà in cui oggi si trova, in quanto non in grado, da sola, di reggere l’urto che il capitale sta scagliando contro di essa) sono problemi veri, che si pone tutti i giorni ogni compagno interno a percorsi di lotta di classe, che non siano sola e mera propaggine di soggettività organizzate, ma risultato delle contraddizioni profonde del modo di funzionare del capitale. Noi non siamo contro la partecipazione alle elezioni per partito preso e non escludiamo a priori l’uso di questo strumento, come di qualsiasi altro, che possa tatticamente far avanzare a favore del proletariato lo scontro di classe. Siamo altrettanto convinti, però, che la questione della rivoluzione e del potere politico non sia certamente contenuta strategicamente nelle urne elettorali e che l’utilizzo della tribuna parlamentare, così come delineato un secolo fa da Lenin ne L’estremismo malattia infantile del comunismo, sia oggi reso vano dalla natura e dalla strategia controrivoluzionaria dello Stato borghese, edificata  nella forma della democrazia parlamentare dopo che il fascismo aveva fallito nel contenere la spinta trasformatrice del movimento di classe. La controrivoluzione nei paesi dell’Europa occidentale, dal secondo dopoguerra a oggi, ha utilizzato il piano elettorale e parlamentare, mediante i partiti revisionisti e riformisti, per tentare di contenere e integrare la lotta di classe del proletariato. Si è determinato così un modello controrivoluzionario che solo l’azione delle organizzazioni comuniste combattenti, negli anni settanta e ottanta, ha saputo mettere in discussione, attraverso la ricerca di una via rivoluzionaria concreta.
Alla luce di questi insegnamenti storici, quello che ci preme è capire se, in base all’analisi concreta della situazione, oggi il proletariato possa rafforzarsi o indebolirsi nella partecipazione alle elezioni. Partiamo dal presupposto che troviamo alquanto fuorviante la problematica della rappresentanza delle lotte, soprattutto se l’ambito di tale rappresentanza sia da ricercarsi nelle istituzioni borghesi, in quanto crediamo che i comunisti debbano rappresentare una prospettiva politica complessiva e non le lotte stesse. O meglio debbano chiedere e promuovere, tra le fila del proletariato, non la delega a rappresentare i suoi interessi immediati, ma il suo protagonismo diretto sia nella difesa/conquista di quest’ultimi che nello scontro con il capitale per la conquista di un nuovo sistema sociale. Protagonismo che, per dare un riferimento storico, si è dato nella forma dei soviet in Russia o dei consigli nel nostro paese, quali espressioni di forza e autorganizzazione del potere politico da parte della classe proletaria.
Guardando alla situazione concreta, crediamo che essa indichi da ogni parte come un errore avvallare oggi il teatrino elettorale. Innanzitutto, perché il meccanismo democratico-borghese di consenso legato alle elezioni è fortemente inceppato e screditato agli occhi, non solo del proletariato, ma della maggioranza della popolazione. Sono gli stessi sondaggi a indicare che il 70% dei giovani sotto i 30 anni non intendono partecipare alle elezioni. In secondo luogo (ma non per importanza) i rapporti di forza tra le classi sono innegabilmente a favore della borghesia, che prosegue inesorabile nella sua opera di attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari.
In questo contesto la partecipazione alle elezioni non può avere nessun risvolto tattico, anzi offre il fianco al nemico di classe, ben disposto ad accogliere settori di classe o di soggettività a essa legati, che gli permettano in qualche modo di rilegittimare la loro struttura di consenso. Inoltre, mancando i rapporti di forza in grado di usare a proprio favore questo strumento, non si fa che seminare illusione e alla fine sconforto tra la classe, con il risultato finale dell’indebolimento complessivo.
Ne deriva che la seconda linea sia invece quella di approfittare del clima di attenzione verso “la politica” per soffiare sulla lotta di classe; per sviluppare la lotta nei territori, nelle scuole, nei posti di lavoro come stanno facendo le maestre o gli operai dell’Embraco di Chieri (To); per sviluppare il protagonismo e l’autonomia di classe del proletariato, che sulla sua diretta esperienza deve conquistare fiducia in se stesso (come ben ci ha mostrato tutta l’esperienza operaia delle lotte nel settore della logistica) e che in base a questa fiducia riconquistata sia in grado di proporsi come principale agente della trasformazione sociale; e per chiarire che le sorti e la ripresa dello scontro di classe e la possibilità di conquistare un altro mondo non stanno scritte nelle cartelle elettorali, ma nella lotta per la conquista del potere politico da parte della classe operaia organizzata.

Il contesto economico, in cui si svolgono queste elezioni, è quello della tanto decantata ripresina, confermata dai dati del terzo quadrimestre 2017 che contemplano rispetto al secondo: crescita del PIL a 0,4%, +5,9% gli investimenti, valore delle società non finanziarie prossime ai valori pre-crisi, esportazioni in crescita costante, propensione al risparmio in crescita. Quest’ultimo, tra l’altro, va a incrementare i Piani Individuali di Risparmio, Pir, previsti dalla penultima legge di bilancio quali strumenti per dirottare il risparmio verso le piccole e medie imprese e che nel 2017 vi hanno messo a disposizione ben 10 mld di euro. A ciò si aggiunge il tanto decantato milione di posti di lavoro creati dal Jobs Act, tralasciamo qui per il momento come vengono vergognosamente conteggiati questi “posti di lavoro” (basta lavorare un’ora la settimana per conteggiare un posto di lavoro) e la loro qualità (per il 90% sono posti di lavoro precari).
Un trend di crescita che effettivamente dura da qualche trimestre, ma sulla cui robustezza nessuna istituzione economica borghese è pronta a scommettere. Intanto, perché è un trend che procede dimezzato rispetto alla media europea, poi perché è chiaro a tutti che è il frutto di un’economia drogata dai quantitative easing della BCE, dall’enorme drenaggio in corso dal pubblico al privato (vedi esenzioni fiscali, super e iper ammortamenti agli investimenti, etc.) e dagli sgravi fiscali per le nuove assunzioni. Una volta cessata la droga e in assenza di soluzioni vere per quanto riguarda la redditività del capitale, si vedrà come reggerà questo castello di carte.
Un primo assaggio si è già avuto all’inizio dell’anno, quando un primo timido ritiro del quantitative easing della BOJ (banca centrale del Giappone) ha creato immediatamente allarmi nei mercati finanziari, scatenando ondate di vendite di titoli con conseguente innalzamento dei rendimenti dei bond statali e pericoli per l’andamento dei debiti sovrani. Occorrerà vedere il trend degli investimenti quando finiranno i finanziamenti pubblici e occorrerà vedere che fine faranno i posti di lavoro creati una volta terminati, a fine di quest’anno, gli sgravi fiscali (come si è già visto con i dati di novembre che registrano un calo vertiginoso dei contratti a tempo “indeterminato”)
Insomma, come abbiamo già avuto modo di affermare nelle scorse Note di fase, siamo nel corso di una ripresa che con molte probabilità avrà lo stesso esito di quella del 2011, cioè di un proseguo della crisi. È per questo che non cessano, sia dalle burocrazie economiche europee che dai circoli della borghesia imperialista domestica, gli appelli a non mollare sulla strada del risanamento pubblico e delle riforme, che altro non sono che smantellamento di ciò che rimane del welfare state, ulteriore abbattimento dei salari, inseguimento di quote di plusvalore relativo con l’Industria 4.0 e di plusvalore assoluto con la nuova campana, che ricomincia a suonare in tutta Europa, sulla necessità dell’allungamento della giornata lavorativa.
A prescindere, quindi, dalle mille promesse illusorie che la campagna elettorale sta facendo tracimare dagli schermi televisivi, questa è la vera agenda che qualsiasi governo in carica dopo il 4 marzo dovrà mettere in campo.

Un altro aspetto da tenere in considerazione, in un contesto in cui la borghesia intende proseguire nell’attacco alle condizioni di vita e di lavoro della classe proletaria e delle masse popolari, è il rinvigorirsi delle bande fasciste che di recente moltiplicano le loro azioni in tutto il paese. Ciò non può che essere visto come una carta a disposizione dei padroni per dividere i lavoratori e intimidire quelle situazioni di movimento che intendono opporsi ai diktat del capitale. Un fenomeno per altro comune a tutti i paesi europei, a testimonianza di una fase generale in corso in cui la svolta autoritaria e violenta del capitale è una possibilità che procede di pari passo all’approfondirsi della crisi e alla perdita di egemonia della borghesia.
La mobilitazione contro il fascismo non è quindi un problema di lotta tra bande, ma un altro aspetto della stessa lotta contro il capitalismo.
Un aspetto che si farà sempre più intenso man mano che la borghesia riterrà necessario avvalersene.

Conclusioni

Proprio verso la fine della stesura di queste Note di fase ci arriva la notizia che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) lancia l’allarme per l’arrivo di una “nuova” crisi e lo fa dopo aver migliorato le stime di crescita dell’economia mondiale per i prossimi due anni. Il capo economista del FMI, Maurice Obstfeld, dopo aver analizzato la debolezza dei fattori congiunturali che hanno portato alla cosiddetta ripresina, spiega: “la prossima recessione può essere più vicina di quello che sembra e le munizioni con cui dovremo combatterla sono forse più limitate rispetto a dieci anni fa, perché i debiti pubblici oggi sono molto più alti”. Tradotto in termini di politiche imperialiste e di conflitto capitale-lavoro ciò non può che significare un avvitamento delle contraddizioni interimperialiste in campo internazionale e un approfondirsi ulteriore dell’attacco alle condizioni di vita e di lavoro dei proletari e delle masse popolari in generale. Una ulteriore fase in cui la capacità di risposta della classe e delle soggettività rivoluzionarie sarà nuovamente messa alla prova dalle pressioni delle manovre del padronato e dalla tendenza alla guerra che si va sempre più approfondendo. Riuscire a sviluppare iniziative, percorsi e organizzazione di massa che siano in grado di contrapporsi al capitale è il compito che dobbiamo sviluppare e accrescere da qui in avanti, con l’intento di unire la lotta immediata alla prospettiva della conquista del socialismo. E’ quindi nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei territori in cui siamo presenti che dobbiamo sforzarci di creare organismi di massa, i quali a partire dalla lotta per i bisogni immediati, sempre più minacciati dalla crisi del capitale, sappiano mettere in discussione il suo potere e respingere al mittente le sue ricette di uscita dalla crisi, fatte di smantellamento dello stato sociale e approfondimento dello sfruttamento, rilanciando contemporaneamente l’idea che solo con la fine del capitale e del suo modo di organizzare il sistema sociale sarà possibile porre fine alle crisi ad esso connaturate e procedere verso la conquista di un altro sistema sociale.

Un terreno di azione strettamente legato alle lotte continuerà a essere sicuramente quello dell’antifascismo militante, dato che in questi ultimi mesi si è ben visto il susseguirsi delle azioni delle varie bande fasciste, corroborate dal complice silenzio delle istituzioni borghesi e talvolta dalle casse di risonanza dei media mainstream, ad indicare quanto esse rappresentino un asso nella manica del padronato nella funzione di dividere il proletariato ed attaccarne le parti più coscienti ed organizzate.

Come sarà d’altro canto da impegnarsi a fondo nel contrastare un altro tipo di fascismo, rappresentato sul piano internazionale dallo Stato sionista che verrà celebrato con tutti gli onori al prossimo Giro d’Italia, in partenza da Gerusalemme, con una propria squadra in sfregio al vero e proprio genocidio ai danni del popolo palestinese. Genocidio che nell’ultimo periodo ha sortito un’accelerazione in seguito al riconoscimento da parte degli Usa di Gerusalemme capitale di Israele, riconoscimento che avvalla di fatto il progetto sionista di pulizia etnica contro il popolo palestinese. Anche in quest’occasione si dimostrano evidenti i rapporti di complicità e legittimazione tra sionisti e imperialisti italiani, contro di essi è necessario mobilitarsi per esprimere nel concreto la solidarietà internazionalista con il popolo palestinese e la sua Resistenza.

CONTRO IL CAPITALE E LA SUA CRISI SVILUPPARE INIZIATIVE E AUTONOMIA DI CLASSE!

MORTE ALL’IMPERIALISMO LIBERTA’ AI POPOLI!

SIONISTI ASSASSINI NON VI FAREMO ANDARE IN GIRO!

ANTIFASCISMO E’ ANTICAPITALISMO!

ANTIFASCISMO MILITANTE PAROLE POCHE ………. TANTE!

[1] Rispetto alla nuova spartizione dell’Africa in corso rimandiamo a quanto già scritto nelle Note di Fase autunno 2017http://www.tazebao.org/note-sulla-fase-politica-autunno-2017/

[2] Per quanto riguarda la futura missione in Niger rimandiamo all’articolo Gentiloni chiude la legislatura con l’elmetto.  http://www.tazebao.org/gentiloni-chiude-la-legislatura-lelmetto/

Collettivo Tazebao – 30 Gennaio 2018

collettivo.tazebao@gmail.com

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