Note sulla fase politica – inverno 2018/2019

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NOTE SULLA FASE POLITICA – Inverno 2018/2019

In un momento in cui la velocità degli avvenimenti molto spesso supera di gran lunga la capacità dei compagni di elaborarne una lettura di classe per poi orientare la propria pratica, il Collettivo Tazebao, attraverso la redazione e diffusione periodica delle Note di fase, punta a socializzare il proprio dibattito e sintesi politica, al fine di contribuire alla confronto e alla crescita del movimento comunista e proletario. Auspichiamo che questo sforzo sia utile non solo alle realtà politiche e soggettive a esso interessate, ma anche allo sviluppo e all’arricchimento della nostra stessa discussione e del nostro lavoro politico sul territorio. Per questo invitiamo tutti a farci pervenire osservazioni, critiche, proposte di confronto, collaborazione e quant’altro venga ritenuto giusto o necessario.

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Sulla situazione internazionale

“Gli spread italiani sono scesi dal picco di ottobre-novembre ma restano alti. Un periodo prolungato di rendimenti elevati metterebbe sotto ulteriore pressione le banche italiane, peserebbe sull’attività economica e peggiorerebbe la dinamica del debito”. Con queste parole viene descritta la situazione finanziaria dell’Italia dal direttore della Ricerca del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), Gita Gopinath, presentando il rapporto World Economic Outlook poche ore prima dell’inizio del Forum economico mondiale, tenutosi a Davos dal 22 al 25 gennaio. In tale rapporto viene tagliata la previsione di crescita per l’Italia dall’1% di ottobre allo 0,6%. Come già al Vertice di Palermo per la Liba e al G20 di Buenos Aires, anche a questo appuntamento internazionale l’Italia arriva mentre è sul banco degli imputati. [1] Questa volta, però, non è da sola: sempre nel rapporto sopra indicato Roma e Berlino vengono presentate come responsabili della revisione in peggio delle stime di crescita per l’Eurozona con conseguente calo dell’euro del 2% fra ottobre e gennaio. Le previsioni, da parte del Fmi, sono tutt’altro che rosee: meno crescita per l’economia globale nel 2019 e 2020 e con più incognite. Le nuove stime del Fmi prevedono una crescita globale del 3,7% nel 2018, come tre mesi fa, ma peggiorano il 2019 (3,5% da 3,7%) e il 2020 (3,6% da 3,7%). In particolare se per gli Usa la previsione di crescita è ancora del 2,5% quest’anno e dell’1,8% il prossimo, l’Eurozona subisce il rallentamento nel 2019, riducendo le attese a 1,6% (da 1,9%) e mantiene il 2020 a 2,7%.
Mentre Gopinath richiama alla cooperazione per risolvere le dispute commerciali e fronteggiare i rischi di una possibile crisi finanziaria e di un’economia globale indebolita dalla guerra dei dazi; densi nuvoloni neri si addensano all’orizzonte: i fattori di instabilità sono vari dalla Brexit alla fine del Quantitative easing (Qe) di Draghi, dalla guerra commerciale tra Usa e Cina alle elezioni europee di maggio, passando per il rialzo dei tassi della Federal Reserve (Fed) e i prezzi del petrolio in calo.
Tra i primi elementi, che creano preoccupazioni, ci sono le dichiarazioni della Banca Centrale Europea (Bce) in merito alla fine del Quantitative easing, il programma grazie al quale ha acquistato dal 2015 2.600 miliardi di titoli del debito pubblico e di corporate bond[2]. A preoccupare ulteriormente Roma è il fatto che, a ottobre del 2019, perderà anche il suo “santo in paradiso” poiché scadrà il mandato di Draghi, alla presidenza della Bce dal 2011. In questo scenario a scricchiolare pericolosamente sembra in particolare l’Europa, che si presenta all’appuntamento elettorale di fine maggio incerta di fronte alla Brexit, rispetto alla quale dopo due anni e mezzo non si è ancora arrivati a una conclusione, e lacerata tra le varie spinte sovraniste e le volontà egemoniche franco-tedesche sotto la bandiera “europeista”, rilanciate con il recente trattato di Aquisgrana. Una situazione nella quale ogni programmazione unitaria in campo economico e/o politico appare per il momento impossibile e rimandata, semmai, all’esito elettorale.
Se questi sono i maggiori fattori di instabilità provenienti dal Vecchio Continente, non ne mancano altri sotto l’ombra della Casa Bianca. Tra questi va annoverato il rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve: nel 2018 la Fed li ha ritoccati verso l’alto per quattro volte, l’ultima a dicembre. Questi rialzi corrispondevano alla fase di cosiddetta ripresa del capitalismo Usa, ovvero a un periodo, negli ultimi anni, di allentamento della crisi, certificato dalla crescita del PIL. Con il nuovo anno, però, la Fed ha annunciato di voler fermare futuri rialzi, o comunque di proseguire più prudentemente in tal senso, poiché nuovi venti di aggravamento della crisi stanno colpendo sopratutto l’Europa, ma anche la Cina, minacciando anche quei margini di ripresa, in gran parte riflesso del rinnovato slancio a livello di finanziarizzazione dell’economia, che si erano recentemente conseguiti negli States.
Altro elemento importante è il calo del prezzo del petrolio, nonostante le previsioni di un suo rialzo dovuto alle nuove sanzioni statunitensi contro l’Iran. Gli Stati Uniti, però, appaiono debolmente capaci di imporre con decisione ed effettività tali sanzioni negli interscambi mondiali, in particolare rispetto alla Cina, che da sola copre un quarto delle esportazioni di petrolio persiano. Altro fattore è dato dal surplus di crescita di petrolio di scisto, con l’aumento della produzione statunitense di oltre due milioni di barili nell’anno passato, a cui difficilmente può reagire un calo della produzione da parte dei paesi Opec, un cartello attraversato ora come non mai da contraddizioni interne (pensiamo solo alla “guerra fredda” tra Iran e Arabia Saudita). Infine, il motivo generale del calo del prezzo del petrolio è la comune sfiducia nell’andamento economico nel nuovo anno, anche perché si teme che il rilancio del protezionismo potrà incidere negativamente sulla crescita industriale globale.
È, infatti, la ripresa della guerra economica tra le due sponde del Pacifico il fattore più temuto. Al momento sembra esserci stato un rallentamento nella corsa sfrenata dei dazi, con la tregua di 90 giorni, dal primo gennaio al primo marzo, fissata a Buenos Aires durante l’ultimo G20. In questo periodo la Cina ha ridotto i dazi sulle auto provenienti dagli Usa e sono anche ripartiti gli scambi bilaterali sui prodotti agricoli, in particolare sugli acquisti di soia Usa da parte di Pechino, che si è detto anche disponibile a rivedere il piano industriale Made in China 2025 che punta, tra le altre cose, al primato in vari settori tra cui intelligenza artificiale e robotica. Questa pax commerciale ha giovato alla Cina: a gennaio gli acquisti sul mercato azionario cinese hanno raggiunto la cifra record di 9 miliardi di dollari, cioè il flusso mensile maggiore di sempre per gli investimenti esteri nelle Borse di Shanghai e di Shenzhen.
Sull’altra sponda le scelte di Trump di alimentare la guerra economica con il principale competitor degli Usa non trova la borghesia unita, tanto che si è formata una coalizione costituita da oltre 200 associazioni che rappresentano aziende dei vari settori (manifatturiero, agricolo, retail, tecnologia, petrolifero, dei liquori) che hanno avviato da mesi una campagna, denominata Tariffs Hurt the Heartland, per chiedere alla Casa Bianca e al Congresso di porre fine alla guerra commerciale con la Cina, sostenendo che essa danneggia anche gli interessi delle grandi multinazionali yankee. Queste iniziativa va inquadrata in uno scenario che vede la borghesia imperialista statunitense sempre più divisa, divisione che è emersa agli onori della cronaca anche nel recente vicenda dello shutdown (scusa ufficiale anche per l’assenza degli Usa a Davos). Tali pressioni potrebbero aver influito sulla volontà di Trump di arrivare ad un accordo, tanto da aver deciso a febbraio di allungare la tregua, (altrimenti sarebbe scattato l’aumento dei dazi Usa dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi). A suggellare un accordo tra le due potenze, potrebbe esserci un vertice a marzo tra i due presidenti.
Se la colomba sembra volare tra le due sponde del Pacifico, in realtà sotto la cenere covano le contraddizioni che si manifestano su terreni che coinvolgono altri paesi. Ne è un esempio l’arresto in Canada, su mandato Usa, di Meng Wanzhou, direttore finanziario del colosso Huawei e figlia del fondatore Ren Zhengfei, accusata di aver fomentato la violazione delle sanzioni con l’Iran, a cui è seguito l’arresto di diversi cittadini canadesi da parte di Pechino. Lo scontro prosegue a Monaco di Baviera dove a metà febbraio si sono svolti i lavori della Munich Security Conference, conferenza annuale internazionale sulla sicurezza che si svolge ogni anno nella città tedesca dal 1963. In questo scenario si gioca la partita tra Washinton e Pechino per il dominio tecnologico mondiale, quella per il controllo delle nuove reti 5G necessarie per le connessioni ultra veloci legate alla guida autonoma, all’internet delle cose e all’intelligenza artificiale. Non a caso Cina e Stati Uniti hanno inviato in Germania delegazioni ai massimi livelli, consapevoli che l’Europa sarà il primo campo di battaglia per la ridefinizione del primato tecnologico delle due maggiori potenze imperialiste.
La contraddizione antagonistica con la Cina è anche tra le cause del cambio di strategia da parte Usa sui fronti di guerra. Se, infatti, nell’ultimo periodo è ravvisabile un disimpegno dal fronte mediorientale, rispetto al quale Washington ha affidato la salvaguardia dei propri interessi a Israele e alle petromonarchie arabe, in seguito al fallimento della strategia Obama; dall’altro lato è chiaro il rinnovato interesse per ristabilire la propria egemonia nel “giardino di casa”, proprio alla luce del tentativo cinese di penetrarvi. La Cina, infatti, guarda al Sud America ormai da anni, basti pensare agli stretti rapporti economici con Panama o ai copiosi investimenti in Brasile (parliamo di una cifra che supera i 50 miliardi di dollari negli ultimi 10 anni, su un totale attuale di 500 miliardi giunti in Sud America in fondi per il commercio). Ad oggi, la Cina è uno dei partner commerciali principali di Brasile, Argentina, Cile e Perù; oltre alla crescita degli scambi bilaterali con questi paesi, la Banca di Investimenti cinese per le infrastrutture si è detta disponibile a sostenere lo sviluppo infrastrutturale di Brasile, Argentina e Messico. Tutto questo costituisce una grave minaccia per la Casa Bianca che si è adoperata non poco nell’ultimo periodo per riposizionare governi a lei amici.
Tale groviglio di interessi si è manifestato in tutta la sua crudezza con il nuovo tentativo di golpe in Venezuela [3] sostenuto dagli Usa e dai suoi alleati regionali per porre fine alla scomoda, seppur contraddittoria, esperienza della Rivoluzione Bolivariana.
Se quindi sul questo fronte Trump sta spingendo l’acceleratore perché tale esperienza venga fermata con un golpe o paventando l’intervento diretto, altri segnali ci mostrano una generale corsa agli armamenti, che bene si spiega con le contraddizioni globali di cui abbiamo detto finora. Uno di questi è la dichiarazione del presidente americano di voler uscire dal Trattato sul disarmo e sul controllo delle armi nucleari con la Russia, firmato nel 1987 a chiusura della vicenda degli Euromissili. Questo non è altro che la trasposizione, sul piano militare, della linea economica dei dazi: significa che la tregua tra Usa e Cina di oggi porterà ad un più acuto scontro domani con l’aggravarsi della crisi e che la guerra è una soluzione a cui la borghesia imperialista mostra di pensare seriamente. Tutti gli ultimi documenti strategici statunitensi parlano di scontro pressoché inevitabile, sul lungo periodo, con la Russia e con la Cina; quest’ultima, peraltro, era esclusa dal Trattato sulle armi nucleari, rivelatosi dunque completamente inadatto all’attuale situazione globale.
Proprio alla luce di questo è sempre più urgente intraprendere percorsi contro la politica di guerra imperialista che investe sempre di più gli ambiti quotidiani della vita di noi lavoratori, studenti e proletari, come ad esempio la militarizzazione della scuola. Su questo terreno, infatti, vediamo sempre più frequentemente concretizzarsi la linea della guerra imperialista che dirige l’agenda politica di governo ed è importante sviluppare percorsi di sensibilizzazioni e mobilitazione che coinvolgano studenti e insegnanti.
A questo bisogna affiancare percorsi che sviluppino la solidarietà concreta con tutti i popoli, dalla Palestina al Donbass al Venezuela, che stanno resistendo contro gli interessi imperialisti, denunciando e lottando principalmente contro gli interessi dell’imperialismo italiano e contro i suoi legami internazionali (Usa-Nato, Ue e Israele).

[1] Infatti, già sullo sfondo del vertice di Palermo sulla Libia del 12-14 novembre si vedeva lo svilupparsi della contraddizione tra il governo giallo-verde e l’Ue a causa della bocciatura della legge di Bilancio 2019 da parte della Commissione Europea e all’insegna di tale contraddizione si erano svolti i colloqui tra Conte e il presidente della Commissione Ue, Juncker, e il commissario Ue per gli affari economici e monetari, Moscovici, a latere del G20 del 30 novembre – 2 dicembre in Argentina. Questo mentre nei corridoi si vociferava che la scelta italiana metteva a rischio recessione l’Europa tutta.

[2] Corporate bond: è un prestito ottenuto da una società e garantito con obbligazioni di pagamento per finanziarsi sul mercato dei capitali. In sostanza, gli investitori (banche, fondi, altre società…) acquistano delle obbligazioni con relativa rendita. Ciò avviene abitualmente per espandere la propria attività o in vista di un’acquisizione o di una fusione che richiedano il reperimento immediato di una certa liquidità.

[3] Su questo argomento si veda il comunicato Giù le mani dal Venezuela del 27 gennaio 2019. http://www.tazebao.org/giu-le-mani-dal-venezuela/

 

Sulla situazione interna

Le elezioni regionali, in Abruzzo e Sardegna, hanno messo in luce che il piano, auspicato da Confindustria, di annichilire il M5S all’interno della compagine di governo sta dando i suoi frutti. Al dimezzamento dei voti grillini si accompagna il successo della Lega sopra le aspettative. Un buon segnale per il padronato da parte di un partito che, da quando è andato al governo, si è dimostrato il più affidabile per i suoi interessi. Dallo smarcamento dal Decreto Dignità, al sostegno alle grandi opere (Tav compresa), alla circolare contro le occupazioni, alla legge Salvini, alla, seppur parziale, conferma degli iper e super ammortamenti nella Legge di Bilancio, fino alla prossima autonomia delle regioni del nord, dove è concentrata l’industria e la finanza, la Lega ha ben fatto capire da che parte sta.
Il M5S sta subendo pesantemente la situazione, non tanto per il protagonismo dell’alleato/avversario di governo, quanto per l’impossibilità, una volta arrivato nella sala dei bottoni, di poter conciliare, soprattutto in tempi di crisi economica, le sue promesse elettorali a favore dei “cittadini” con gli interessi di chi detiene effettivamente le leve dell’economia, ossia il grande capitale industriale e finanziario. Non cogliere lo scontro di classe, che nella crisi si acuisce sempre di più con l’offensiva su tutti i terreni da parte del grande capitale, ha causato l’incartamento dei grillini, che su tanti temi hanno fatto dietro front (grandi opere) e su altri hanno dovuto annacquare pesantemente ciò che era stato promesso in campagna elettorale (reddito di cittadinanza).
Se, quindi, rispetto al M5S sembra che una parte delle masse si sia resa conto della sua inconsistenza, per quanto riguarda la Lega siamo ancora in una fase di grossi consensi (che vanno comunque mitigati visto anche il fortissimo dato dell’astensione che, sia in Abruzzo che in Sardegna, ha toccato il 47%). In una fase di durissimi attacchi alle condizioni di vita e di lavoro delle masse, questo partito riesce a incanalare la rabbia in direzioni altre (immigrati in primis) che non siano quelle dei veri e diretti nemici di classe.
Se Salvini se la prende con le “burocrazie europee”, da sconfiggere alle prossime elezioni, non è certo per dare voce ai lavoratori italiani; al contrario utilizza la loro rabbia per intaccare la direzione europea rappresentata soprattutto dalla borghesia imperialista tedesca e francese, che troppo spesso marginalizza quella italiana. Molti lavoratori non si accorgono del giochetto e pensano davvero che la Lega sia per un’Europa a loro misura, contro questa asservita ai grandi capitani della finanza e dell’industria.
Salvini, d’altronde, ha gioco facile nel raccogliere il malcontento, se l’alternativa è rappresentata dagli stessi che difendono le istituzioni europee e che sono stati i principali fautori dell’immiserimento costante dei lavoratori negli ultimi 20 anni (PD, FI). O da chi, come la “nuova” CGIL di Landini (il cui compito sarà quello di ricostruire consensi elettorali al centrosinistra a guida PD), alla sua prima discesa in campo apre per la prima volta un corteo sindacale (quello del 9 febbraio) a settori di Confindustria. Per non parlare dello smaccato volta faccia sul TAV, all’indomani dell’investitura, del neosegretario e del suo pressoché totale silenzio degli ultimi anni, quando i governi Napolitano facevano macelleria sociale dei diritti dei lavoratori. O da chi, come in tanti settori del cosiddetto “movimento”, limita la sua azione al tema dei diritti civili senza inserirli nella corretta chiave dello scontro di classe in atto, ponendo la contraddizione in termini ideologici tra razzismo/antirazzismo anziché mettere l’accento sulla contraddizione tra i lavoratori tutti e il padronato e il governo dall’altra.
Ciò nonostante le contraddizioni sono tutte sul tappeto; dai drivers di Amazon, ai lavoratori dell’Italpizza, ai pastori sardi, all’incessante mobilitazione nel settore della logistica emerge che la lotta di classe è sempre lì a dare un’opzione diversa, cioè quella dello scontro con il padronato come unica via per riuscire, almeno in parte, a difendere salario, condizioni di vita, posti di lavoro e conquiste di un tempo.
Anche le donne sono scese in campo in massa nelle piazze contro un revanscismo cattolico di destra, che sta mettendo in discussione conquiste storiche del movimento femminile. Dal ddl Pillon ai sempre più frequenti attacchi al diritto di interruzione volontaria di gravidanza, regolato dalla 194, il governo in carica sta dando copertura e ulteriore agibilità a chi vorrebbe ostacolare il processo di autodeterminazione della donna, relegandola alla sottomissione all’ordine capitalistico-patriarcale. Pensiamo al World Congress of Families a Verona a fine marzo, ai ripetuti interventi nei consultori pubblici delle associazioni Pro-Life, al tentativo di sedicenti comitati (forzanovisti) di manifestare per l’abrogazione della 194. L’importanza del movimento che si mobilita contro questi gruppi clerical-fascisti, non sta solamente nella semplice difesa di diritti acquisiti in anni di lotte, ma anche e soprattutto al contributo che riesce a dare nel creare un argine all’attacco complessivo che il capitale sta portando in termini di discriminazione, assoggettamento e divisione sociale. Donne, giovani e immigrati precari, ricattabili e sottomessi: di questo il capitale ha bisogno per abbassare il costo della forza lavoro e garantire che la legge del profitto continui a ripercuotersi sull’intera società. Nella crisi economica che pervade il sistema, le lotte legate alla tutela dei diritti e alla questione di genere si mutano, gioco forza, in uno scontro di classe che vede venire al pettine l’inconciliabilità di interessi tra padronato e masse popolari.
Uno scontro che l’esecutivo Conte minaccia di trasformare in guerra sia contro i lavoratori in lotta, su cui da ora in poi peserà la legge Salvini, sia contro le soggettività che cercano di dare una prospettiva di rottura con il sistema.
Le dichiarazioni da clima di guerra civile seguite allo sgombero dell’Asilo a Torino e la pesantezza della repressione a fronte di centinaia di solidali scesi in campo, l’ondata repressiva che ha colpito i compagni anarchici di Trento, accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, le continue minacce di sgombero dei centri sociali e delle occupazioni a scopo abitativo, l’arrivo dei primi avvisi di garanzia per blocco stradale a seguito della legge Salvini contro i lavoratori della logistica e i pastori sardi in lotta, le perquisizioni provocatorie di carabinieri e polizia nelle scuole superiori, come accaduto all’Umberto I di Palermo: tutto ciò la dice lunga sulle intenzioni prossime di un governo che assicura al padronato il pugno di ferro contro la lotta di classe e vuole creare un’egemonia repressiva e autoritaria in tutta la società. Per il padronato è un’ottima cosa avere un governo che gode di consenso ed è pronto a reprimere le lotte e le sue avanguardie, soprattutto con una nuova tornata della crisi economica in arrivo.
Infatti, la fase a cui andiamo incontro sarà, con tutta probabilità, caratterizzata da un nuovo avvitamento della crisi economica. I vari centri economici mondiali e trasnazionali (Fmi, Bce) da mesi hanno previsto il ritorno di una fase recessiva mondiale e ormai la danno per certa. Nel nostro paese queste previsioni si sono già avverate con l’entrata in “recessione tecnica” (che si verifica quando per due trimestri consecutivi si ha una variazione negativa del PIL). Una situazione che sta acuendo le contraddizioni, che avevamo già analizzato nelle scorse Note di fase [4], tra il governo Conte e l’UE a guida franco tedesca; una guida che il recente trattato di Aquisgrana ha voluto rafforzare nel tentativo disperato di contenere le spinte sovraniste, che stanno attraversando il continente, in vista delle elezioni di maggio.
Diversamente dalle indicazioni austere in campo economico della Ue, il governo Conte intende proseguire sulla strada di un keynesismo incerto e raffazzonato, quanto storicamente inconcludente.
Incerto, perché le misure come quota 100 e reddito di cittadinanza si sono rivelate una cosa striminzita rispetto a quanto promesso in campagna elettorale (la Fornero resta, la platea molto più ristretta e le modalità del reddito -basti pensare al solo fatto assurdo che 6000 ex disoccupati e nuovi precari navigator dovranno trovare lavoro ai disoccupati) e perché sul tema delle grandi opere, classico volano delle politiche economiche keynesiane, procede a spizzichi e bocconi (vedi freno del M5S sul TAV).
Inconcludente, perché il problema della crisi non è in ultima analisi quello dello sviluppo del consumo (problema a cui il reddito di cittadinanza vorrebbe porre rimedio), ma quello della profittabilità del capitale, come ben evidenziato dal caso della lotta dei pastori sardi contro l’industria casearia, la quale per garantire la profittabilità degli investimenti deve necessariamente comprimere i costi, rivelando quanto i problemi delle masse siano di natura sistemica, legati al modo di produzione capitalista e non possono in esso trovare soluzione, se non ricorrendo nuovamente all’incremento della spesa pubblica, con tutto ciò che comporta in termini di aumento del debito dello stato.

Conclusioni

E’ sicuramente questa una fase nuova, per tanti tratti diversa da ciò che abbiamo conosciuto fino ad adesso. Prima la borghesia imperialista riusciva, tramite le sue propaggini politiche, a garantirsi una legittimità egemonica sull’intero corpo sociale. Se era divisa al suo interno, per spartirsi gli enormi profitti derivanti dallo sfruttamento dei lavoratori secondo le leggi della concorrenza proprie del capitale, riusciva comunque a dare rappresentazione di sé come garante dell’ordine e dell’interesse generale sotto cui tutta la popolazione avrebbe in qualche modo beneficiato. La crisi economica, però, ha prima corroso e infine infranto questa egemonia: i margini di profitto si sono erosi e i costi della crisi sono stati fatti pesare senza remore sui lavoratori, sui proletari e sulle masse popolari in generale, comprese grosse fette di piccola e media borghesia che in questi anni hanno subito un pesante processo di proletarizzazione.
La rabbia popolare è andata montando a fronte delle ipocrite rassicurazioni che i vari governi padronali cercavano di dare.
Anche chi oggi sta raccogliendo la rabbia popolare non può che seminare illusioni, perché al di fuori dell’abbattimento di questo sistema non c’è che il perpetuarsi di un sistema basato sul profitto destinato per sue leggi alla crisi. La stessa possibilità di usare il debito pubblico in funzione keynesiana si infrangerà sulle barriere della nuova crisi in arrivo a livello mondiale; con essa, probabilmente, si infrangeranno le illusioni date dai cosiddetti populisti, i quali o si faranno in tutto e per tutto strumento del capitale, per scatenare la canea reazionaria, o si annulleranno.
L’attuale situazione rivela tutta l’inconsistenza populista del M5S, che pensava che i problemi sociali fossero dovuti non a questioni sistemiche, imperniate su profondi contrasti di classe, ma sulla presunta onestà di chi governa. Una volta che gli “onesti” hanno preso in mano le leve del comando si sono accorti, però, che tali leve non rispondono alle loro braccia, ma alle grinfie del capitale. Il populismo si è quindi palesato agli occhi delle masse che hanno subito fatto registrare nelle urne la loro decrescente adesione. Mentre, invece, cresce il sovranismo della Lega che riesce a creare consenso e a superare in chiave sciovinista le disillusioni create dalla mancata soluzione di problemi da parte delle ricette keynesiane. È in questa chiave che la rabbia popolare viene in questa fase principalmente incanalata creando, da una parte, quella cappa di cinismo sociale, razzismo, imbarbarimento che tutti respiriamo e, dall’altra, un clima repressivo contro le lotte e i settori organizzati che si muovono in chiave anticapitalista.
La borghesia imperialista italiana è indecisa, ad oggi, sulla possibilità di spingere l’acceleratore sulle ipotesi sovraniste/protezioniste, ma continua a lisciare il pelo alla Lega di Salvini, cosciente del fatto che questa è un’ipotesi da non scartare in assoluto.
Una prospettiva questa che non lascia presagire nulla di buono, se consideriamo che storicamente proprio l’appoggio di grandi capitali (come Fiat in Italia e Thyssen, Bayer, Rothschild in Germania) ai movimenti populisti/sovranisti di allora diede origine al fascismo e al nazismo.
Data la situazione resta da rispondere alla domanda: come contrastare questa prospettiva nel contingente e nella quotidianità delle lotte?
È chiaro che ci sono forti e impellenti problemi di prospettiva, ma è anche altrettanto chiara la necessità che i compagni riprendano con determinazione posto tra le fila della classe, siano presenti anche fisicamente nei territori, nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle università. Ovunque ci sono lavoratori e proletari in lotta, ovunque la rabbia popolare emerge, anche nelle forme poco ortodosse al movimento operaio, ci dobbiamo porre il problema di esserci, con l’intento di indicare alla nostra classe qual’è il vero nemico e unire tutti contro di esso. Ai tentativi del capitale di dividerci tramite i suoi sgherri dobbiamo riuscire a contrapporre l’unità di classe, così come già ci mostrano le tante lotte che vedono lottare fianco a fianco giovani e anziani, autoctoni e immigrati, precari e fissi ecc.
Oggi il nemico contingente contro cui lottare è il governo Conte con tutto il suo portato di discriminazione sociale, razzismo, patriarcato, repressione, sovranismo e sciovinismo: più resta in carica più si smaschera come un governo addomesticato dai padroni per fare i loro interessi. Bisogna cercare di sviluppare tra i lavoratori, che subiranno nei prossimi tre mesi le sirene della propaganda dei vari gruppi borghesi che si contenderanno la direzione della Ue alle prossime elezioni di maggio, la coscienza che il problema non è quello di sostituire questo governo con un altro, nel contesto del capitalismo, ma che il problema è appunto il grande capitale industriale e finanziario, che va abbattuto e sconfitto per far posto ad una società senza classi, senza sfruttamento, senza guerra e senza governi asserviti ai padroni.

[4] Note sulla fase politica – Autunno 2018
http://www.tazebao.org/note-sulla-fase-politica-autunno-2018/

 

SOSTENERE E ORGANIZZARE LE LOTTE DEI LAVORATORI CONTRO I PADRONI E IL GOVERNO CONTE!

SOSTENIAMO LA RESISTENZA IN PALESTINA, IN VENEZUELA E IN DONBASS CONTRO IL SIONISMO E L’IMPERIALISMO USA-NATO!

PARTECIPIAMO IN MASSA ALLA GIORNATA DI LOTTA DELLA DONNA DELL’8 MARZO, DIFENDIAMO LE CONQUISTE DELLE DONNE PROLETARIE!

Collettivo Tazebao
4 marzo 2019
collettivo.tazebao@gmail.com
www.tazebao.org

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