Note sulla fase politica – primavera 2018

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NOTE SULLA FASE POLITICA – Primavera 2018

In un momento in cui la velocità degli avvenimenti molto spesso supera di gran lunga la capacità dei compagni di elaborarne una lettura di classe per poi orientare la propria pratica, il Collettivo Tazebao, attraverso la redazione e diffusione periodica delle Note di fase, punta a socializzare il proprio dibattito e sintesi politica, al fine di contribuire alla confronto e alla crescita del movimento comunista e proletario. Auspichiamo che questo sforzo sia utile non solo alle realtà politiche e soggettive a esso interessate, ma anche allo sviluppo e all’arricchimento della nostra stessa discussione e del nostro lavoro politico sul territorio. Per questo invitiamo tutti a farci pervenire osservazioni, critiche, proposte di confronto, collaborazione e quant’altro venga ritenuto giusto o necessario.

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Sulla situazione internazionale

«Dobbiamo avere molta fiducia nella capacità del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – di discutere con i partiti e i loro rappresentanti e andare verso la formazione di un governo stabile che permetterà all’Italia di confermare il suo impegno europeo di sempre». Nelle parole di Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici dell’Ue, tutta la preoccupazione di Bruxelles all’indomani del voto per i venti anti-europeisti che si avvertono nel risultato elettorale italiano. Non a caso poi è stato ricordato che l’Italia non naviga in buone acque rispetto agli altri paesi europei, anzi insieme a Croazia e Cipro è il paese con i conti pubblici messi peggio e con la crescita più bassa. Inoltre la spesa pensionistica è aumentata troppo. Insomma le indicazioni sono state chiare: si deve continuare nelle riforme, cioè nuovi tagli a stato sociale e diritti, e sicuramente è fuori discussione invertire la tendenza dettata dal Jobs Act e Legge Fornero. È interessante vedere il voto italiano nel contesto europeo e confrontarlo con il referendum del Spd che si è tenuto parallelamente in Germania e che ha dato il via libera, 5 mesi dopo le elezioni, alla Grosse Koalition per formare un governo con Angela Merkel. La base dell’Spd, con il 66,02% dei consensi, ha votato a favore della Grosse Koalition portando alla guida del governo per la quarta volta Angela Merkel che potrà quindi contare sulla maggioranza costituita dall’Unione cristianodemocratica (Cdu), dall’Unione cristiano-sociale (Csu) e del Partito socialdemocratico (Spd). Il risultato di questo appuntamento con le urne è di segno opposto a quello italiano, perché indica tra le file dell’Spd il sostegno alla linea europeista rappresentata dalla Merkel, agli antipodi degli slogan elettorali che hanno premiato Salvini e M5S in Italia.

Anche Emmanuel Macron ha plaudito al via libera dell’Spd tedesca ad un governo di coalizione: «Il Presidente della Repubblica accoglie favorevolmente l’esito del voto dell’Spd. È una buona notizia per l’Europa. Francia e Germania lavoreranno insieme nelle prossime settimane per sviluppare nuove iniziative e portare avanti il progetto europeo», aveva reso noto l’Eliseo. Parole di delusione, invece, sono state riservate rispetto al voto italiano, tanto dal Presidente francese quanto dalla trionfante Merkel, durante l’incontro bilaterale svoltosi a Parigi a fine marzo, in cui i due si sono ripromessi di rafforzare l’asse che li unisce e che era stata già ufficializzata a metà gennaio con il nuovo trattato dell’Eliseo, in cui spicca al primo punto la necessità di un’integrazione completa tra i mercati dei due Paesi. Tale rapporto è comunque contraddittorio fintanto che nessuno dei due paesi è disposto a cedere rispetto a quelli che sono i rispettivi punti di forza: nel caso francese l’autonomia e la leadership sul piano internazionale globale, come abbiamo visto anche di recente nell’interventismo sui fronti di guerra (Mali, Libia, Siria ecc.); mentre per Berlino si tratterebbe di fare un passo indietro sulla rigidità delle proprie politiche economiche, basate sul surplus della bilancia commerciale (acceleratore sulle esportazioni ma freno a mano sulle importazioni) e dalle rendite finanziarie derivanti dai debiti dei paesi economicamente più deboli (politica dello spread).

Nonostante questo, appare chiara una spinta unanime da parte di Francia e Germania a puntare sull’Europa: da un lato, stabilendo la propria egemonia sul Vecchio Continente e, dall’altro, cercando una propria autonomia di azione rispetto a Washington, con cui i rapporti si fanno sempre più contraddittori, si pensi ad esempio alla uscita dichiarata a maggio da parte degli Usa dagli accordi con l’Iran firmati nel 2015.

Rispetto al primo punto Parigi e Berlino incontrano l’opposizione dei paesi del Nord che all’inizio di marzo hanno firmato un Manifesto contro la maggiore integrazione dell’Ue voluta da Macron e Merkel. In particolare il fronte, capeggiato dall’Olanda e che conta tra le sue fila Svezia, Finlandia, Danimarca e i tre Paesi Baltici, è contrario al bilancio comune dell’Eurozona, a un ministro delle Finanze, ad altri trasferimenti di sovranità e competenze a Bruxelles, è per il rispetto inflessibile del fiscal compact ed è possibilista per l’unione bancaria dei mercati finanziari. I critici all’Ue, però, non si trovano solo a nord: a dare filo da torcere all’intesa franco-tedesca “per rilanciare l’Europa” è anche il Gruppo di Visegrad. L’alleanza, nata a est tra Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, si è in seguito contraddistinta per l’avversione dei premier ad alcune politiche europee, in particolare quelle promosse da Bruxelles sull’immigrazione, e ora sta raccogliendo diverse simpatie anche in Austria. Collante del gruppo è l’avversione alla maggiore integrazione voluta da Parigi e Berlino e la prospettiva di vedere nel prossimo bilancio pluriennale (2021-27) i copiosi aiuti Ue tagliati. Trazione del gruppo è l’ungherese Orban, rieletto ad aprile per la terza volta con una maggioranza parlamentare di due terzi. Per l’Ue significa: clamorosa sconfitta di Bruxelles e dei suoi avvertimenti contro i rischi di un’involuzione autoritaria, continuità della politica antagonista di Orban in Europa, rafforzamento della sua egemonia a est in nome di un nazionalismo identitario che si fa paladino contro globalizzazione, multiculturalismo e immigrazione e fautore del rimpatrio di sovranità nazionale. Anche questo risultato elettorale, insomma, si inserisce nel solco di quello italiano e della Brexit e fa eco a quelle campane che vedono le forze anti-euperiste rafforzarsi mentre si avvicinano le elezioni europee del 2019.

Rispetto al secondo punto vediamo, invece, uno svilupparsi della guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico dovuta alla linea protezionista adottata da Trump. Un’accelerata in tal senso è rappresentata dalla firma dei nuovi dazi stabiliti dal Presidente Usa a inizio marzo che hanno trovato la contrarietà sia del segretario di stato Tillerson sia del Pentagono, i quali temono l’inasprimento dei rapporti con gli alleati europei. Nonostante le dimissioni del consigliere economico, Trump ha varato una tassa sull’import pari al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio. Il Presidente aveva anche annunciato “flessibilità” nei confronti di paesi alleati che siano disposti a trattare, a cominciare da esenzioni per Canada e Messico, impegnati con Washington a rinegoziare l’accordo di libero scambio nordamericano Nafta sul quale il Presidente aveva espresso cauto ottimismo, ridimensionato dai twitter minacciosi seguiti al G7 di giugno. Erano state ventilate intese possibili con «altri partner», sulla base di una richiesta fondata sui rapporti reciproci e anche sul ruolo di partner strategico. Tra essi sembra, però, non esserci l’Europa. Infatti, dopo aver prolungato l’incertezza con la sospensione dei dazi per il mese di maggio non si è trovato l’accordo, situazione preannunciata dalle nuove imposte, nel frattempo varate dalla Casa Bianca, contro le imprese che manterranno rapporti commerciali con l’Iran, le quali si troveranno a dover scegliere tra il mercato americano e quello iraniano. La decisione presa da Trump contro l’Iran è stata accolta negativamente dai membri dell’Ue, in primis la Francia, la quale ha tentato in prima persona di evitare tale scelta. Sia per i dazi sull’acciaio, sia nel caso dell’Iran, gli Usa sfruttano la clausola della “sicurezza nazionale”, la quale ha carattere di precedenza sul “libero scambio” sancito nei vari trattati internazionali. Trump, già nella gestione pubblica della firma dei dazi, non ha mancato di ricordare all’Ue, insorta con varie voci, dei mancati pagamenti da parte dei paesi Nato del dovuto per una difesa comune che «avvantaggia più l’Europa» degli Stati Uniti, puntando l’indice in particolare contro la Germania e la sua spesa militare pari all’1% del PIL contro il 4% di Washington. A nulla sono valsi i viaggi a Washington per chiedere l’esenzione permanente dai dazi dei paladini europei Macron e Merkel che, accolti in modo molto diverso dal Presidente statunitense, grandi strette di mano e dimostrazioni di intesa per il primo e gelo artico nei confronti della seconda, sono comunque tornati a casa a mani vuote entrambi. Un ulteriore smacco poi arriva con la scelta americana di concedere l’esenzione permanente ad Argentina, Brasile (ricondotti sotto l’ala Usa nel contesto sudamericano) e Australia. È difficile quindi prevedere come le parti possano a questo punto perseguire un compromesso. Il governo francese ci aveva riprovato dicendosi disponibile a discutere con Washington di una riforma delle regole del Wto, ma il fallimento del vertice G7 dei primi di giugno, chiusosi con la mancata firma di Trump e la minaccia di nuovi dazi, conferma la volontà della Casa Bianca di continuare sulla strada del protezionismo, di conseguenza le contraddizioni tra le due sponde dell’Atlantico si faranno sempre più esplosive.

L’Ue, però, non è sola nel mirino dei dazi di Trump, anzi il nemico principale sono le importazioni cinesi. Tanto che Trump ad aprile minacciava di imporre tariffe su altri 100 miliardi di prodotti cinesi, arrivando a coprire un terzo dell’export cinese verso gli Usa, mettendo nel mirino prodotti che vanno dall’alta tecnologia fino ai beni di consumo. Dalle minacce si è passati ai fatti a giugno quando Washington ha annunciato l’imposizione di dazi del 25% su 50 miliardi di dollari di importazioni cinesi negli Stati Uniti, sulla base di una lista definitiva di prodotti che è stata tratta dall’elenco di 1.300 beni messo a punto in aprile. La lista nera prende di mira anzitutto prodotti hi-tech del piano strategico «Made in China 2025». La manovra prevede una prima ondata di dazi per complessivi 34 miliardi di dollari contro un gruppo di 818 prodotti a partire dal 6 luglio, a cui farà seguito seconda lista di 284 merci per un valore di 16 miliardi di dazi che scatterà successivamente dopo una consultazione con gli attori economici americani. Tra i prodotti colpiti da tariffe all’import del 25% figurano auto, elicotteri, aerei, navi, bulldozer, macchinari industriali, macchine utensili, turbine, motori, valvole, hard disk. Tale decisione punta, da un lato, a mettere il bastone tra le ruote al piano di Pechino di trasformare la Cina in un leader tecnologico e, dall’altro, a strappare significative concessioni economiche a Pechino. La risposta di quest’ultima non si è fatta attendere: la Cina imporrà una tariffa aggiuntiva del 25% su 659 diversi beni Usa per un valore di 50 miliardi di dollari. Le tariffe, per circa 34 miliardi su beni Usa importati, scatteranno il 6 luglio e includono prodotti agroalimentari (semi di soia, mais, grano, sorgo, carne di manzo e di maiale, pesce, formaggi) e automobili. Per altri beni come medicine, materiale medico e prodotti energetici la data in cui verranno introdotte le tariffe sarà comunicata in seguito.

L’entità della risposta appare chiara se si considera che l’anno scorso, gli Stati Uniti hanno esportato in Cina 12,3 miliardi di dollari di soia e 16,3 miliardi nell’aviazione civile e 10,5 miliardi nel settore auto. Pechino ha anche annunciato, come per i dazi su acciaio e alluminio, il ricorso al Wto. Mosse e contromosse che segnano l’escalation della guerra commerciale che Trump ha intrapreso contro Pechino, rispetto al quale però deve tenere presente che è anche il suo principale creditore e dei suoi prestiti ha un disperato bisogno. Basti pensare che il debito a stelle e strisce è, in assoluto, uno dei più grossi al mondo e che gli Usa sono indebitati con la Cina per 1.200 miliardi di dollari. Oggi, però la Cina non ha nessun interesse a spingere per il crollo dei titoli del Tesoro Usa, che comporterebbe un crollo del valore anche di quelli nelle casse cinesi.

Mentre la Casa Bianca, quindi, procede sulla strada del protezionismo c’è chi rilancia la linea opposta di apertura dei mercati. Un passo in questa direzione è la firma a marzo a Santiago del Cile di un accordo di libero scambio tra 11 Paesi della regione Asia-Pacifico. È la vecchia TPP (Trans-Pacific Partnership), che nel 2015 era guidata dagli Stati Uniti, prima che Donald Trump, appena eletto, non la affossasse. La TPP originaria era uno strumento della politica USA in Asia: il tentativo di dettare regole per il commercio internazionale limitando in questo senso il ruolo dei competitori, in particolare la Cina. Il ruolo di protagonista in questa nuova TPP è di un inedito Giappone deciso a rilanciarsi sul piano internazionale forse alla luce proprio dell’indebolimento statunitense [1].

Se quindi le contraddizioni interimperialiste tra Ue e Usa fanno profilare una guerra commerciale, si fanno sempre più esplosive le contraddizioni tra gli Usa e la Russia per l’egemonia in Medio Oriente. In questo scenario, Trump risulta sempre più determinato nel lanciare una nuova crociata contro l’Iran, rispetto alla quale trova solidi sostenitori in Israele e Arabia Saudita ma forti contrarietà in ambito europeo, che gode lautamente della riapertura delle relazioni economiche con Theran, motivo in più per Trump per attaccare l’Iran. Dalla partita mediorientale, però, certamente Macron non vuole essere tagliato fuori ritrovando la sintonia con la Casa Bianca nella richiesta della testa di Assad. In questo contesto si spiega la massiccia campagna mediatica sul presunto utilizzo delle armi chimiche da parte dell’Esercito siriano che ha preceduto la notte tra il 13 e il 14 aprile, quando Usa, Gran Bretagna e Francia, con il supporto di Israele e Arabia Saudita, hanno bombardato la Siria.

È chiaro il pretesto utilizzato, dato che un mese prima dell’attacco, il 13 marzo, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) aveva ufficialmente comunicato il risultato della seconda ispezione, effettuata al Centro Barzah nel novembre 2017, e dell’analisi dei campioni prelevati nel febbraio 2018, dichiarando che non era stata osservata alcuna attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche. Ovviamente, il Centro Barzah è stato distrutto poco prima che arrivassero per la terza volta gli ispettori della Opcw. La Siria, Stato membro della Opcw, ha completato nel 2014 il disarmo chimico, mentre Israele, che non aderisce alla Convenzione sulle armi chimiche, non è sottoposto ad alcun controllo. Ma di questo non si parla.

All’interno di questo scenario, l’Italia si è prestata anche in quest’occasione a fare da portaerei per la missione contro Damasco. L’attacco dal Mediterraneo è stato infatti diretto dal Comando delle forze navali Usa in Europa, con quartier generale a Napoli-Capodichino, agli ordini dell’ammiraglio James Foggo che comanda allo stesso tempo la Forza congiunta Nato con quartier generale a Lago Patria (Napoli). L’operazione bellica è stata inoltre appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale, appoggiando con aerei-cisterna il rifornimento in volo dei caccia. L’attacco Usa è la risposta all’incontro che era avvenuto ad Ankara la settimana precedente tra il gruppo di Astana. In questa occasione Russia, Iran e Turchia si sono posti come elemento di riferimento nell’area per la pacificazione del conflitto siriano. Per la Russia l’obiettivo era di difendere le proprie posizioni sotto attacco e salvaguardare i propri interessi cedendo diplomaticamente ciò che è al di fuori di quest’ultimi.

All’interno di questa dinamica, Israele sta rafforzando sempre di più il suo ruolo regionale, forte anche delle dichiarazioni di Trump dei mesi scorsi rispetto a Gerusalemme capitale dell’entità sionista. A Tel Aviv, infatti, Trump sembra aver lasciato mano libera per bombardare a piacere il territorio siriano.

Il 30 aprile, infatti, Tel Aviv ha bombardato delle postazioni militari nel nord della Siria, colpendo basi militari ad Hama e Aleppo, causando la morte anche di alcuni consiglieri militari iraniani. Netanyahu, poco prima dell’attacco, aveva dichiarato che avrebbe combattuto la presenza iraniana in Siria. A questo attacco è seguito quello israeliano del 9 maggio nei pressi di Damasco. A questa escalation le truppe siriane e iraniane hanno risposto, oltre che vanificando parte dell’attacco con i sistemi anti – missile, con un bombardamento sulle postazioni sioniste del Golan occupato.

Il tentativo da parte di Putin di trovare una soluzione diplomatica alla Siria, concedendo qualcosa ad ogni attore, Israele compresa, si scontra però con le mire espansionistiche di ognuno di questi, vedi la Turchia ad esempio, i quali con il passare del tempo cercano di alzare sempre di più la posta in gioco sulla pelle del popolo siriano.

Il fronte siriano non è il solo su cui Tel Aviv è impegnata: se, da una parte, sta sostenendo l’attacco alla Siria, dall’altra, continua con il suo progetto di pulizia etnica della Palestina. Dal 30 marzo infatti, Giornata della Terra, a Gaza ogni venerdì i palestinesi stanno scendendo in strada cercando di avvicinarsi al confine, dimostrando che settant’anni di occupazione non hanno scalfito la loro determinazione nel liberare la propria terra. A tutto questo i sionisti hanno risposto con la ferocia che li contraddistingue, attaccando i palestinesi con gas lacrimogeni, sparando per uccidere o per menomare, nel tentativo di eliminarli o renderli inermi. Tutto questo però non ha fermato il popolo palestinese, che continua a partecipare alle giornate di lotta come quelle del 14 e 15 maggio, rispettivamente giornata in cui gli Usa hanno spostato l’ambasciata a Gerusalemme e 70° anniversario della Nakba. Mentre quindi la mobilitazione popolare cresce e continuerà fino a che non sarà rimosso l’assedio di Gaza, la repressione sionista si fa sempre più brutale e trova a fargli sponda, tra le fila palestinesi, l’Autorità Nazionale. Essa, infatti, già complice degli arresti nell’ambito della cooperazione per la sicurezza di Israele, in questo contesto impone ingiuste ed illegali sanzioni contro la popolazione di Gaza e carica violentemente le manifestazioni di denuncia in Cisgiordania. Anche in quest’occasione l’ANP conferma di essere strumento di guardia dell’entità sionista e quindi complice di essa nell’oppressione del popolo palestinese. Alla luce di ciò, è evidente quindi, già a partire dalle dichiarazioni yankee di far diventare Gerusalemme ufficialmente la capitale dell’occupante sionista, la definitiva morte degli Accordi di Oslo e della possibilità di una soluzione “due popoli due stati”.

La questione l’aveva già liquidata Trump mesi fa, sostenendo che l’idea di uno Stato palestinese era ormai obsoleta e da rivedere. Seguito poi dal principe ereditario saudita Bin Salman che, in visita negli Usa dove ha incontrato esponenti di rilievo dell’ebraismo statunitense, affermava che “i palestinesi devono accettare quello gli viene offerto, punto e basta”. Non solo, Bin Salman ha reso esplicita anche l’alleanza strategica tra Arabia Saudita e Israele affermando che il nemico dell’Arabia Saudita non è Israele ma l’Iran.

Anche il governo italiano ha dimostrato per l’ennesima volta la sua complicità con i sionisti, permettendo che il Giro d’Italia partisse dalla Palestina occupata per ripulire e legittimare l’immagine di Israele all’opinione pubblica internazionale. La scelta vergognosa di far partire il Giro d’Italia da Gerusalemme legittima di fatto il progetto israeliano di pulizia etnica della Palestina e occulta i crimini che Israele quotidianamente commette contro la popolazione Palestinese. Questo risulta ancora più grave alla luce dei morti e delle migliaia di feriti che si contano negli ultimi Venerdì della Rabbia.

Fortunatamente la solidarietà con il popolo palestinese è stata molto forte in questi mesi in Italia, e ancor di più negli ultimi giorni. Molte sono state le manifestazioni e i presidi di protesta che hanno voluto mostrare la vera faccia di Israele e smascherare la complicità del governo nostrano. In particolare l’8 maggio, giornata della prima tappa del Giro in Italia, tantissimi compagni e solidali hanno organizzato un presidio che è stato caricato a suon di manganelli, ferendo diversi manifestanti. Nonostante questo il presidio non ha indietreggiato di un passo, ha resistito, e al passaggio dei ciclisti ha esposto bandiere e lanciato slogan in solidarietà al popolo palestinese. Così sono state caratterizzate quasi tutte le tappe del Giro a dimostrazione che il popolo palestinese può contare sulla solidarietà internazionalista, unico alleato sincero per ogni lotta di liberazione.

[1] Argomento trattato in Note di Fase – Inverno 2017-2018
http://www.tazebao.org/note-sulla-fase-politica-inverno-2017-2018/

Sulla situazione interna

Tre mesi ci sono voluti alla formazione del nuovo governo presieduto da Conte, risultato di un controverso e contraddittorio asse M5S-Lega. Tre mesi in cui i capovolgimenti di fronte, gli sgambetti, gli inciuci ecc. non si contano più. Tre mesi in cui il dato che emerge, con sempre più forza, è che per le classi dominanti, in caduta vertiginosa di legittimità, è sempre più difficile utilizzare, a loro uso e consumo, le regole della democrazia borghese per come loro stesse le hanno costruite dal dopoguerra ad oggi.

Una crisi di egemonia politica, prodotto connaturato alla crisi economica, che prosegue ormai da anni, che ha avuto una sua eclatante manifestazione con l’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 e che si manifesta oggi con il primo governo che vede escluse le formazioni politiche dirette emanazioni della grande borghesia.

Negli ultimi anni l’ingovernabilità fa da padrona e per farvi fronte il ceto politico ha messo in atto ogni possibile soluzione – aldilà degli esiti elettorali – dai governi tecnici a quelli di larghe intese, con un protagonismo inedito della presidenza della repubblica, assunta, nelle mani di Napolitano, ad organo garante degli interessi della classe dominante, dell’Ue e dei rapporti con gli Usa. Stavolta, però, qualcosa nel gioco politico-elettorale è andato talmente storto e simili soluzioni non sono state possibili.

Prima di avanzare qualche tentativo di analisi sull’attuale governo e su ciò che ne deriva in termini di scontro di classe, ci sembra utile riassumere gli esiti delle elezioni del 4 marzo. Innanzitutto, è emersa la sconfitta pesante dei partiti (Pd e Fi), cui la borghesia imperialista ha affidato negli ultimi vent’anni il compito di applicare le direttive Ue, di smantellare le conquiste sociali e destrutturare il mercato del lavoro. Ciò ha fatto saltare tutti i piani d’accordo post voto per formare il governo tra questi partiti, che avevano imposto il Rosatellum (con l’assenso della Lega) nell’intento di marginalizzare il M5S. Insomma, le masse hanno imposto con il voto e con l’astensione la sconfitta della linea politico-elettorale della borghesia imperialista. Questo è il dato, a nostro avviso, più significativo in quanto manifesta la ribellione della classe lavoratrice, dei proletari e delle masse popolari nei confronti di chi in questi anni altro non ha fatto che farle sputare sangue.

In secondo luogo, abbiamo visto la vittoria oltre le aspettative del M5S (soprattutto al sud) e della Lega (soprattutto la Nord, ma con grandi risultati al cento trasformandola in partito nazionale e non più a vocazione territoriale). Queste formazioni hanno raccolto il voto dei proletari e della piccola borghesia, bistrattati dalla crisi e dalle manovre della grande borghesia per farvi fronte. In chiave nazionalista-identitaria sono riusciti a dare espressione al malcontento, dipingendosi come formazioni anti-establisment e anti-Ue. In ogni caso, grazie alla legge elettorale, nessuno di questi due partiti (la Lega pur in coalizione con FI e FdI), ha ottenuto la possibilità di formare un governo.

A margine va anche rilevato il fallimento di progetti neoriformisti (PaP, LeU), che aspiravano a rappresentare le lotte nell’ambito istituzionale o calcare la scena a sinistra del Pd.

PaP ha cantato vittoria, ma il suo peso elettorale si limita a settori di movimento già politicizzati ed è riuscito, solo marginalmente, a penetrare più in profondità nella classe. LeU ha ottenuto un risultato ampiamente al di sotto delle sue stesse aspettative, dato che l’emorragia di voti dal Pd più che da loro è stata intercettata dal M5S.

La partecipazione al voto è rimasta in linea con le precedenti tornate elettorali, anche se un lieve trend discendente esiste. Questo, comunque, significa gran poco dal punto di vista politico, se non come indice della disaffezione della popolazione alla politica dominante. Disaffezione che, come detto prima, più che esprimersi con l’astensionismo ha finito per abbracciare le formazioni cosiddette “populiste”.

Questo, in estrema sintesi, il quadro emerso dalla tornata elettorale. In effetti, da qui non poteva che venir fuori o un governo emanazione del Presidente della Repubblica o un’alleanza dei due partiti vincitori, unico modo per raccogliere una maggioranza parlamentare. Per gli obiettivi della borghesia imperialista del nostro paese è chiaro che la prima opzione sarebbe stata la migliore, dato che essa necessita di un governo che prosegua senza distrazioni di sorta sulla strada dell’eliminazione delle conquiste sociali, sul risanamento dei conti pubblici a danno delle masse popolari, sulla destrutturazione del mercato del lavoro ecc. Ma a volte la democrazia borghese gioca brutti scherzi e, come accade sempre più spesso, il popolo vota in modo “scriteriato” e contro le indicazioni della grande industria e dell’alta finanza determinando una situazione critica per queste ultime.

Situazione critica e conseguente crisi istituzionale altro non sono se non il riflesso politico istituzionale dello scontro economico tra grande capitale e piccola-media borghesia che si acuisce nella crisi. Da una parte, il grande capitale finanziario e industriale che, nel tentativo di ricondurre alla ragione i cosiddetti “populisti”, ha mobilitato i mercati, il Presidente della Repubblica e le sue emanazioni politiche; manovre ben riassunte, all’indomani del primo tentativo di formazione del governo M5S-Lega, dal Commissario tedesco al Bilancio Europeo, Oettinger, che non ha avuto remore nell’affermare: “I mercati insegneranno agli italiani a votare per la cosa giusta”. Dall’altra parte, Lega e M5S che, con il contratto di governo, hanno tentato di portare a Palazzo Chigi le istanze della piccola e media borghesia, forti del sostegno di ampi settori del proletariato privo di rappresentanza istituzionale. Una linea che, finché strilla contro gli immigrati e contro il degrado, attacca la generica “casta”, punta il dito contro i dipendenti pubblici fannulloni e i sindacati, soffiando quindi sulla mobilitazione reazionaria, trova risalto e spazio negli stessi ambienti che, in questi giorni, tentano già di costruirle la forca, da La Repubblica a Il Sole 24 Ore.

I vari proclami sulla “ripresina” dell’ex Primo Ministro Gentiloni si scontrano con la necessità delle frazioni dominanti della borghesia imperialista di avere un governo che risponda alla crisi con un programma semplice e chiaro: altre mazzate ai proletari, tagli al sociale, investimenti pubblici alle imprese e alla guerra imperialista, all’interno della cornice disegnata dalla Ue a trazione tedesca e dalla Nato a guida USA. Questo è il programma che deve entrare a Palazzo Chigi, poco importa la figura umana e il soggetto politico che si assumeranno tale responsabilità antipopolare. Fuori da questa opzione ci sono tutti i vaccini della democrazia borghese contro eventuali “brutti scherzi” che le stesse regole della democrazia borghese produce.

Il carattere storico di partiti piccolo borghesi come la Lega e il M5S, in genere reazionario, legato all’individualismo becero scatenato dalla piccola proprietà, ma soprattutto ondivago e tendenzialmente soggetto alla sottomissione verso la grande proprietà e il grande capitale, porterà progressivamente queste formazioni a diluire fino ad annientare la carica e le promesse che le hanno fatto conquistare il governo del paese.

Proprio a ricondurre a più miti consigli Di Maio e Salvini, è servito lo stop di Mattarella al primo tentativo di governo Conte, usando a pretesto la nomina di Savona al Ministero dell’Economia e delle Finanze: l’obiettivo era far sentire il fiato sul collo dei mercati finanziari, della Ue e delle fazioni imperialiste perdenti nelle urne che non si rassegnano al fatto che il loro potere egemonico, sull’intero corpo sociale, venga messo in discussione.

La Costituzione, tanto invocata sia da chi ha visto in Mattarella un golpista, sia da chi lo ha lodato come un partigiano contro l’avanzata dei barbari penta-leghisti, attribuisce al Capo dello Stato un ruolo di garanzia per il capitale. I tanto osannati padri costituenti avevano previsto la possibilità di un elettorato indisciplinato e ribelle. Questo ci ricorda che la questione del governo, o meglio del potere, può trovare soluzione solo nella via rivoluzionaria. La possibilità di riformare il capitale è preclusa non solo ai proletari, ma anche a quei settori della piccola e media borghesia che potrebbero mettere i bastoni fra le ruote al grande capitale. Chi vuole stare ai giochi della democrazia borghese ne deve seguire le regole, ma quest’ultime sono fatte perché, a prescindere da chi vinca, siano sempre gli stessi a ritirare il premio.

La prosopopea del “governo del cambiamento”, della nascita della “terza repubblica”, del “contratto di governo”, con tutto il contenuto di discontinuità ai governi precedenti che voleva portare, sta già andando a infrangersi contro le barriere erte dal grande capitale, che non transige cambi di linea economica che non provengano da esso stesso. Intanto, non si parla più di abolizione di Jobs Act, Legge Fornero, Buona Scuola, ma di modifiche, messe a punto, ecc. Non si parla più di eliminare la Tav, ma di rivederla. Non si esce più dall’Europa e dall’euro, ma si vogliono rivedere i trattati. Infine, ma non per importanza, si ribadisce la collocazione atlantica nella Nato, che prontamente mette il veto al ritiro delle sanzioni alla Russia. Una discontinuità che Salvini non potrà vantare nemmeno sul terreno dell’immigrazione, dato che il suo predecessore Minniti può ben fargli da maestro di reazione in questo campo: avendo ottenuto una riduzione del 78% degli sbarchi grazie ai campi di prigionia libici; avendo introdotto per i richiedenti asilo il lavoro gratuito (leggi schiavitù); nonché avendo varato altre misure emergenzialiste, repressive e razziste che hanno contrassegnato particolarmente l’ultimo esecutivo a guida Pd.

Insomma, stiamo passando dalla discontinuità derivante da una ideologia piccolo borghese intenta a salvaguardare il suo piccolo orticello dalle fauci affamate del grande capitale, alla continuità imposta da quest’ultimo, il quale, nonostante le ciambelle elettorali non gli riescano sempre con il buco, ha sempre gioco relativamente facile a far chinare la testa a chi parla la sua stessa lingua, ma trovandosi in una posizione economicamente inferiore.

Con questo non vogliamo minimizzare il terremoto che ha colpito il tradizionale ceto politico borghese del nostro paese con le elezioni del 4 marzo e in particolare il Pd. Né intendiamo dare per scontato un progressivo perfetto allineamento dello strano terzetto, Conte – Di Maio – Salvini, alla classe dominante e ai suoi interessi principali in questa fase. Se, da un lato, è chiaro che il loro populismo si colloca nel quadro fondamentale del capitalismo, dall’altro lato, il processo di addomesticamento, di questo nuovo ceto politico, agli stretti interessi della classe dominante potrà riservare sorprese e, se dovesse fallire, facilmente trascinerebbe nel baratro anche un governo con pesanti contraddizioni interne, nato dalla fusione di due programmi politici, quello della Lega e del M5S, fortemente divergenti su molti punti. Ovviamente non va dimenticato che lo stesso ceto politico populista stia tentando di dimostrare l’adesione della propria proposta politica, o quanto meno alcuni assiomi che la animano, agli interessi della grande borghesia. Gli esempi in tal senso sono innumerevoli: dalla Flat Tax, che premierebbe il grande capitale a svantaggio dei lavoratori e devastando i conti pubblici; al reddito di cittadinanza, presentato come un ulteriore e necessario ammortizzatore sociale in tempi di espulsione di forza lavoro con i processi legati all’Industria 4.0; fino alle sanzioni alla Russia, che, Salvini non si stanca di ripeterlo, minacciano le esportazioni dei capitalisti italiani. Anche l’abolizione, o comunque la revisione, della Legge Fornero, se è vero che è avversata dall’Ue e dalla classe dominante italiana in nome della stabilità finanziaria, permetterebbe una sostituzione massiccia di lavoratori dipendenti anziani maggiormente pagati, tutelati e garantiti, con giovani, a cui si applicherebbe il Jobs Act e tutte le altre porcate antiproletarie messe in atto dagli ultimi governi e previste dai nuovi contratti.

Lo stesso nome di Savona, assunto a pietra dello scandalo nel primo tentativo di formare il cosiddetto “governo del cambiamento”, è emblematico, da un lato, di una rottura, quantomeno simbolica, con gli ambienti dell’Ue e, dall’altro, del tentativo di dimostrare che l’interesse a questa rottura è proprio del capitalismo italiano, ovvero della necessità di aver rapporti di forza più avanzati in una Unione egemonizzata dal capitalismo tedesco. Ricordiamoci che Savona è approdato a posizioni decisamente antitedesche e anti-Ue dopo una carriera nella cupola dell’alta finanza italiana e i suoi attacchi alla Germania e a Bruxelles sono giustificati in nome dell’autonomia economico-politica dell’imperialismo nostrano.

In ogni caso, va detto che come ci siamo opposti in tutti questi anni alle leggi e alle manovre dei governi del grande capitale, occorrerà lottare, oggi, contro un governo piccolo borghese comunque a quest’ultimo assoggettato. Non è cosa di poco conto, perché, una volta addomesticata, questa compagine di governo offre al padronato l’arma della discriminazione e della divisione sociale che, usata contro il proletariato, ne spacca e indebolisce il fronte di lotta. Un’alleanza possibile, quella tra grande e piccola borghesia, che, da un lato, si rivela strategica per la prima e illusoria per la seconda e, dall’altro, nasconde storicamente tra le sue pieghe l’ombra del fascismo. Un’alleanza che, secondo quanto ci insegna l’esperienza del movimento comunista, deve essere disarticolata a favore di un fronte popolare che unisca tutte le masse, compresa la piccola e la media borghesia, sotto la direzione operaia e in contrapposizione alla borghesia imperialista. Ovviamente non si tratta di cosa facile nella situazione concreta di oggi, che vede un arretramento pesante del proletariato e dunque una sua incapacità egemonica rispetto ad altre classi, che viceversa tendono a influenzarlo ideologicamente e politicamente (esemplare il voto ai partiti populisti da parte di una buona fetta della classe operaia e nei quartieri proletari). La capacità di superare la cultura piccolo-borghese e medio-borghese, a livello di massa, sta proprio nella possibilità che il proletariato – principalmente tramite il ruolo d’avanguardia dei comunisti – ritorni a essere una classe capace di egemonia, cioè recuperi il ruolo soggettivo che gli è dovuto come classe fondamentale all’interno dei presenti rapporti di produzione e in quanto oggettivamente antagonista alla borghesia imperialista. Questo recupero di egemonia implicherà sgretolamento e disarticolazione del blocco sociale che la borghesia imperialista punta a riunire attorno a sé e compattamento attorno al proletariato di tutte le istanze antagonistiche rispetto al dominio della borghesia imperialista, comprese quelle della piccola e media borghesia, risvegliandole dagli illusori tentativi di darsi una prospettiva politica autonoma, oggi incarnati dal grillismo e dal leghismo. D’altronde, è nell’unità delle masse popolari – dai disoccupati ai commercianti, passando per gli studenti e gli operai – che negli ultimi anni si sono espresse e continuano a esprimersi forti lotte e mobilitazioni territoriali in contrapposizione a progetti della borghesia imperialista, come in Valsusa contro il Tav, a Niscemi contro il Muos, nel Salento contro il Tap.

Sono, infatti, i processi reali di lotta che tendono a produrre l’unità delle masse; laddove, invece, vi è pace sociale, da un lato, la borghesia imperialista impone la sua egemonia politico-ideologica, dall’altro, le classi intermedie, cioè la piccola e la media borghesia, tendono a farsi carico delle contraddizioni sociali, non mettendo in discussione ovviamente i rapporti di produzione capitalistici, ma semplicemente professando l’utopia di una loro rivisitazione etica che neghi ciò che il capitale comunque necessariamente riproduce: monopolio, oligarchia, privilegio e stratificazione gerarchica all’interno della borghesia stessa.

Il punto è che la direzione piccolo-medio borghese sul malcontento di massa, non mettendo in discussione il capitalismo, tende, da un lato, a svolgere una funzione di contenimento delle contraddizioni sociali (esemplare il ruolo di sfogatoio democratico e cittadinista del M5S) e, dall’altro, a rivestire di pura retorica il dominio sulla società che rimane saldamente in mano alla grande borghesia. È così che il malcontento di massa, non potendo strutturalmente esprimersi, sotto la direzione delle classi intermedie, contro la grande borghesia, finisce per essere deviato o meglio ricondotto fra le masse stesse, fra una loro parte verso l’altra. “Il populismo trova così una sua collocazione di classe nella rappresentazione politica delle paure, della protesta e della rabbia di quella classe intermedia e non fondamentale rappresentata dalla piccola borghesia. Essa esprime così il suo malcontento nei confronti delle condizioni sociali generate dalla dittatura della grande borghesia, ma anche l’atteggiamento di distanza, se non di ostilità, verso il proletariato e il movimento operaio. Beninteso, tale rappresentazione politica non è rappresentanza reale perché la piccola borghesia, in sé e per sé, non è in grado di darsi una prospettiva di classe autonoma, essendo strutturalmente legata ai rapporti sociali capitalistici, ma materialmente più avvicinabile, per condizione di vita, al proletariato piuttosto che alla grande borghesia. Dunque, o essa si subordina alla direzione della classe lavoratrice, nella lotta contro il capitalismo monopolista, e diviene una forza progressista nel fronte delle classi oppresse o, seppur in via mediata da ideologie che si presentano in opposizione al sistema, diviene forza della mobilitazione reazionaria dietro la direzione della grande borghesia” [1].

La Lega è l’esempio più lampante di tale processo: nata come forza di ribellione della piccola e media borghesia settentrionale finisce nel blocco berlusconiano per circa vent’anni, passando intanto dal veleno razzista contro i meridionali a quello contro gli immigrati. Oggi, rifondata da Salvini, è nuovamente arrivata agli scranni dell’esecutivo, avendo costruito il proprio consenso sulle tesi cosiddette sovraniste e sull’incitamento all’odio etnico interproletario, prendendo a modello il Front National dei fascisti francesi e costituendo il polo principale di un bacino politico che, più o meno esplicitamente, guarda al fascismo.

In contrapposizione a questa deriva, l’antifascismo che si è espresso negli ultimi mesi, per dimensioni numeriche e azioni svolte, è stato l’aspetto più positivo del periodo di campagna elettorale, ma sul piano dei contenuti ci sentiamo di porre alcune questioni, che ci sembrano importanti per focalizzare l’iniziativa antifascista in un contesto più ampio di critica al sistema di sfruttamento del capitale.

Spesso si è messo al centro la battaglia tra un sistema di valori e un altro: razzismo/antirazzismo, sessismo/antisessismo, xenofobia/solidarietà, ecc. Aspetti del tutto giusti e una battaglia che va sicuramente fatta contro chi si fa strumento del capitale per dividere le masse e imporre così i suoi diktat. Non sono, però, sufficienti a comprendere quale sia oggi la portata e la natura del fascismo.

Storicamente il fascismo si sviluppa in Europa come strategia di controrivoluzione preventiva [2] di fronte alla Rivoluzione Sovietica del 1917 e all’avanzata del movimento comunista a livello mondiale. Nello specifico l’imporsi del fascismo nella scena politica del nostro paese è stato il prodotto delle necessità della grande borghesia, da una parte, di prevenire lo sviluppo rivoluzionario della lotta di classe, che aveva dimostrato la sua potenzialità nel biennio rosso (1919-20), e, dall’altra, di venire a capo delle contraddizioni economiche inasprite dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Il fascismo si è dato, insomma, come veste autoritaria del capitale che non riusciva con i mezzi a disposizione dello Stato liberale a riprodurre la sua egemonia e legittimità sull’intero corpo sociale, né ad attuare politiche strategiche per il grande capitale sul piano economico, che necessitavano di una forte centralizzazione autoritaria e di un incontrastato decisionismo governativo.

L’ideologia fascista, con il suo sistema di valori basato sul nazionalismo, il corporativismo e l’autoritarismo, è stata la copertura di una opzione del capitale per trattenere nelle sue mani il potere. Guardando al fenomeno complessivo, il fascismo unì il terrorismo di Stato, contro la lotta di classe del proletariato, alla integrazione delle masse nello Stato, configurandosi come regime reazionario di massa. Attraverso il totalitarismo, il nazionalismo, il razzismo, la riabilitazione del tradizionalismo, la promozione del culto dell’autorità, le illusioni interclassiste del corporativismo, l’integralismo religioso, politiche di Stato sociale e non da ultimo, la mobilitazione reazionaria della società attraverso la guerra imperialista, il regime fascista italiano e i suoi simili in Europa realizzarono un’integrazione delle masse popolari, a fini controrivoluzionari, superiore a quella che la grande borghesia aveva saputo realizzare con lo Stato liberale.

Il fascismo perse la sua sfida controrivoluzionaria, che con la guerra di aggressione all’Urss nel 1941 aveva assunto anche una dimensione di conflitto internazionale, venendo travolto dalla controffensiva sovietica e dalla guerra partigiana dei popoli europei. I regimi, però, che sorsero dalle ceneri del fascismo in Europa Occidentale, sotto l’egida dell’imperialismo Usa e della Nato, pur sotto le vesti della “democrazia di massa”, rappresentarono uno sviluppo della controrivoluzione preventiva della borghesia e dunque si posero anche in continuità con il fascismo.

Se il fascismo dei Mussolini, degli Hitler e dei Franco era la sintesi tra terrore + integrazione; la democrazia dei Churchill, dei De Gasperi e dei De Gaulle era costituita dalla sintesi tra disarticolazione della lotta di classe + integrazione e, all’occorrenza, terrore. Disarticolazione, poiché la democrazia, attraverso l’elasticità politica delle sovrastrutture costituzionali, parlamentati, elettorali…, riesce a prevenire lo sviluppo rivoluzionario delle contraddizioni e della lotta di classe. Integrazione, perché le masse popolari, proprio come con il fascismo, vengono spinte ideologicamente a farsi Stato attraverso i meccanismi statuali democratici, la promozione del welfare, la riproposizione, più o meno rivista sotto la lente democratica, dei miti interclassisti del nazionalismo e del corporativismo. Terrore, perché all’occorrenza, difronte a minacce strategiche o antagonistiche poste dallo sviluppo della lotta di classe, lo Stato rimette in campo tutta la sua carica repressiva e, per l’appunto, terroristica.

La conclusione del movimento comunista è dunque quella secondo cui la borghesia, pur ammantandosi di democrazia, dal fascismo non torna indietro. Tra l’altro, dato non trascurabile, la borghesia non rinuncia nemmeno all’utilizzo dei fascisti come manovalanza reazionaria, repressiva e terroristica; basti pensare alla “strategia della tensione” nel nostro paese, nella quale i gruppi fascisti funsero da esecutori materiali, agli ordini dei servizi, delle stragi di massa che insanguinarono il paese, a partire da quella di Piazza Fontana il 12 dicembre 1969.

Tornando all’oggi possiamo dunque affermare che la democrazia borghesia attuale è lo sviluppo del regime di controrivoluzione preventiva, che trovò nel fascismo la sua prima veste e di cui ha ripreso e sviluppato il patrimonio egemonico-coercitivo reazionario. Il nazionalismo e il razzismo fascisti, oggi, trovano una loro nuova concretizzazione rispetto alla questione dell’immigrazione, nel promuovere permanentemente la contrapposizione interna ai proletari tra autoctoni e immigrati. D’altra parte, la politica della “democrazia governante”, tanto cara agli ambienti del Pd, è volta a superare i limiti della “democrazia di massa” in favore di una centralizzazione autoritaria e decisionista, che il fascismo sperimentò a suo tempo per tentare di venire a capo della crisi attraverso l’imposizione di politiche antipopolari e al servizio del grande capitale [3]. Dunque, il fatto di doverci scontrare con l’accozzaglia dei gruppi fascisti come Casa Pound e Forza Nuova, così come il dover lottare contro i nuovi governanti cosiddetti populisti e sovranisti (che tanto ricordano i fascisti classici), non ci deve impedire di vedere che il fascismo proviene anche e principalmente da altre parti: esattamente da chi applica direttive e diktat antipopolari, sotto dettame delle agende di Bruxelles e della Confindustria, per smantellare le conquiste dei lavoratori e attaccare le condizione di vita delle masse. Del resto, non a caso un sedicente antifascista come Renzi definì il Pd il “partito della nazione”, con tipica retorica mussoliniana. È per questo che i vari #iostoconmattarella# ci hanno fatto proprio ribrezzo per la faccia tosta con cui si sono presentati, come se l’esito di una governo come quello in carica adesso non fosse il prodotto delle politiche messe in campo negli ultimi vent’anni proprio da quei partiti che hanno massacrato socialmente il proletariato, consegnandolo inevitabilmente alla reazione leghista e grillina.

Mettere al centro solo il sistema di valori non ci permette di distinguere l’antifascismo di classe dal cosiddetto antifascismo borghese del Pd, de La Repubblica, di Soros…e apre il campo alla strumentalizzazione politica dell’attivismo e del coraggio dei veri antifascisti, di chi realmente si mobilita e combatte contro la peste reazionaria del razzismo e dello sciovinismo. Bisogna, insomma, capire che la lotta al fascismo e la lotta al capitale sono due aspetti della stessa lotta e che solo con l’abbattimento del capitale si potrà annientare effettivamente il fascismo e i fascisti. Detto in tre parole “antifascismo è anticapitalismo” e, visto che a Di Maio e Salvini piace definirsi come contrari ai “poteri forti”, va anche ribadito che “anticapitalismo è antifascismo”.

Intanto, sul versante economico, il padronato è in allarme per il rallentamento della tanto decantata ripresina come emerso dai dati dell’ultimo trimestre economico, e non cessa di suonare la sua sirena richiamando la necessità di proseguire sulla strada delle controriforme. Ciò significa che Jobs Act, Buona Scuola, ecc. non gli sono bastati e altri attacchi alle condizioni di vita e di lavoro delle masse sono all’orizzonte. È a questo scopo che, come abbiamo detto, dovrà piegare l’attuale governo in carica impedendogli di distrarsi e sprecare risorse su altri fronti.

Non è stato ad aspettare: in attesa di uscire dalle secche in cui era impantanato il quadro politico istituzionale, padronato e triplice sindacale hanno approvato, ai primi di marzo, il “Patto della Fabbrica” su rappresentanza e contrattazione. L’accordo, da una parte, è indirizzato a contenere lo sviluppo del sindacalismo di base, sviluppando ulteriormente i contenuti del Testo Unico sulla Rappresentanza del 10-01-2014, e, dall’altra, introduce il Trattamento Economico Minimo (TEM) e il Trattamento Economico Complessivo (TEC), rispettivamente per il primo ed il secondo livello della contrattazione sul salario. Le modalità con cui TEM e TEC vengono concepiti puntano a svuotare ulteriormente i CCNL, spostando, secondo gli indirizzi degli ultimi anni, la contrattazione azienda per azienda e rompendo così i possibili fronti di lotta comuni. Il TEM andrà semplicemente a definire i minimi salariali in base agli indici IPCA (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato per l’Ue); mentre il TEC comprende le varie voci salariali oltre al minimo, compreso il trattamento legato al welfare aziendale. Quest’ultimo viene legato agli incrementi di produttività, secondo la consueta regola padronale per la quale “se e solo se mi faccio i miliardi, qualche briciolina poi te la do”. Passato senza clamori, questo accordo segna un ulteriore passo nel frammentare il fronte dei lavoratori e un nuovo attacco ai salari.

Infine, vogliamo concludere ricordando il compagno Soumaila Sacko, vigliaccamente ucciso nella notte tra il 2 e il 3 giugno a San Calogero (Reggio Calabria). Figlio di una terra depredata dagli imperialisti, bracciante e sindacalista nella Calabria del neoschiavismo agricolo, assassinato dalla violenza securitaria e razzista. La sua vita e la sua morte sono emblematici della condizioni di tanti proletari e sottoproletari oggi nel nostro paese, nonché della barbarie della classe dominante italiana. Il suo sacrificio sia di monito per continuare a lottare affinché il sangue degli oppressi e dei lavoratori non venga più versato sull’altare del profitto e in nome dell’ordine capitalistico.

 

Note

[1] Collettivo Tazebao, Note di Fase – estate metà autunno 2012.
http://www.tazebao.org/note-sulla-fase-politica-inverno-2012/

[2] Sulla nozione di controrivoluzione preventiva, vedi Antitesi n° 0, pp. 54 ss.
http://www.tazebao.org/cosa-intendiamo-per-controrivoluzione-preventiva/

[3] Sulla “democrazia governante” vedi Antitesi n° 3, pp. 60 ss.
http://www.tazebao.org/controrivoluzione/

 

L’UNICO CAMBIAMENTO PUO’ VENIRE DALLA LOTTA DI CLASSE!

ANTIFASCISMO È ANTICAPITALISMO, ANTICAPITALISMO È ANTIFASCISMO!

COSTRUIRE IL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA,
A PARTIRE DALLA LOTTA CONTRO LE BASI E LE STRUTTURE MILITARI!
TUTTI AL CAMPEGGIO NO MUOS DAL 2 AL 5 AGOSTO A NISCEMI!

Collettivo Tazebao
18 giugno 2018
collettivo.tazebao@gmail.com

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