Note sulla fase politica – primavera/estate 2019

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NOTE SULLA FASE POLITICA – primavera/estate 2019

In un momento in cui la velocità degli avvenimenti molto spesso supera di gran lunga la capacità dei compagni di elaborarne una lettura di classe per poi orientare la propria pratica, il Collettivo Tazebao, attraverso la redazione e diffusione periodica delle Note di fase, punta a socializzare il proprio dibattito e sintesi politica, al fine di contribuire al confronto e alla crescita del movimento comunista e proletario. Auspichiamo che questo sforzo sia utile non solo alle realtà politiche e soggettive a esso interessate, ma anche allo sviluppo e all’arricchimento della nostra stessa discussione e del nostro lavoro politico sul territorio. Per questo invitiamo tutti a farci pervenire osservazioni, critiche, proposte di confronto, collaborazione e quant’altro venga ritenuto giusto o necessario.

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Sulla situazione internazionale

“L’Italia è il primo, il più credibile e solido interlocutore degli Usa nell’Unione Europea. Condivido le preoccupazioni dell’amministrazione americana nei confronti della Cina e dell’Iran”. Queste le parole del Ministro degli Interni Salvini a Washington in visita ufficiale presso il Segretario di Stato Mike Pompeo e il vicepresidente Mike Pence. Parole che, non solo non lasciano dubbi sul suo riposizionamento al fianco dello storico “alleato” atlantico, ma rappresentano un giuramento di fedeltà alla dottrina in politica estera dell’attuale inquilino della Casa Bianca, nonché uno schierarsi al fianco di quella fazione di borghesia imperialista yankee che lo sostiene.

Sono passati i tempi, rinfacciati oggi da giornali e magistrati vicini al PD, in cui la Lega si faceva sostenitrice dei rapporti con Mosca: il voltafaccia del suo leader appare chiaro, come appare chiara, non solo la sua volontà di rendere Roma, con la prossima uscita di scena di Londra, il nuovo punto d’appoggio del piano di Trump per disarticolare l’Unione Europea, ma anche la sua intenzione di candidarsi come garante di stabilità e referente politico nella compagine italiana per Washington, marcando la distanza sia con l’alleato di governo, sia con il premier Conte, l’uno responsabile di un atteggiamento ambiguo nei confronti del Venezuela e l’altro di aver firmato con la Cina gli accordi per la Via della Seta. Infatti, dopo gli apprezzamenti alla politica economica e fiscale dell’amministrazione Trump, additata a modello per l’Italia, il vicepremier, nelle sue dichiarazioni, si è concentrato sulla politica estera italiana rubando il posto al Ministro degli Esteri Enzo Moavero e dichiarando: “Ci sono visioni e soluzioni comuni con l’amministrazione Trump sui temi di politica estera dall’Iran al Medio Oriente, dal Venezuela alla Libia”.

Per l’amministrazione Trump, l’Italia, in questa fase, rappresenta non solo il consueto alleato, perfettamente inglobato nel blocco Nato e base logistica per le campagne militari contro i popoli oppressi dal Medio Oriente all’Africa al Sud America, ma anche un fondamentale grimaldello per disarticolare l’Ue a trazione franco-tedesca con cui le contraddizioni si vanno sviluppando.

Agli occhi di Trump, infatti, orfano di Londra ormai prossima all’uscita ufficiale dall’Ue, il governo italiano giallo-verde, al contrario dei predecessori europeisti PD, può essere un perfetto alleato per attaccare l’egemonia franco-tedesca nel vecchio continente, visto i rapporti sempre più critici tra Roma e Parigi sul piano delle rispettive proiezioni imperialiste nel Mediterraneo e più in generale in Africa e il braccio di ferro continuo con Bruxelles tra manovre, lettere, minacce, procedure d’infrazione e campagne propagandistiche, dall’una e dall’altra parte, sulla questione dell’immigrazione. La comunione di interessi tra Trump e Salvini sembra quindi al momento solida: se, da un lato, l’Italia garantisce agli Stati Uniti che gli interessi dell’attuale presidenza siano tutelati da un paese europeo, dall’altro lato, gli Stati Uniti sono necessari, quantomeno come sponda politica, al governo italiano per continuare la sua sfida all’Ue.

Non è certo un caso che tale sodalizio sia stato ufficializzato all’indomani delle elezioni europee, cartina tornasole degli scontri in atto nel vecchio continente tra le varie spinte sovraniste e le volontà egemoniche franco-tedesche sotto la bandiera “europeista”. Infatti, se gli esiti elettorali hanno da un lato sancito la vittoria di Salvini, consegnandoli sul fronte interno il 34,3% e sul piano europeo eleggendolo a baluardo della piattaforma sovranista, dall’altro lato hanno ridimensionato il peso di essa. Non c’è stato il temuto terremoto e il fronte “europeista” sostenuto da Macron e Merkel ha tenuto: nel parlamento europeo Popolari e S&D rimangono prima e seconda forza pur perdendo seggi e non avendo più da soli la maggioranza. Si è quindi aperto il balletto delle alleanze con i liberali dell’Alde, che salgono da 68 a 105 seggi, o con i verdi che balzano a 67.

La continuità con la precedente gestione dell’Ue è stata del resto confermata dalla nomina della francese Lagarde, già direttrice del Fondo Monetario Internazionale, al vertice della Banca Centrale Europea e di von dee Leyen, vicina a Merkel, a presidente della Commissione. Due volti che rivelano appieno, alla faccia dei paroloni spesi in campagna elettorale da tutti coloro che promettevano un cambiamento “dall’interno” dell’Ue, come quest’ultima rimane inevitabilmente un’organizzazione sovrastatuale reazionaria, promotrice dell’austerità per le masse popolari, dello strozzinaggio e dominata dai “comitati” del capitale finanziario. Ancor di più se pensiamo che l’attuale situazione economica vede nuovi pesanti segnali di manifestazione della crisi nel vecchio continente, sopratutto in relazione alla Germania, ovvero della formazione imperialista guida dell’Ue, con i recenti dati sulla produzione industriale in calo del’1,9%, una crescita annuale del PIL allo 0,6% e una gravissima esposizione debitoria e di crediti insolvibili da parte della Deutsche Bank.

Ovviamente, le crepe dell’imperialismo tedesco giungono come musica soave dall’altra parte dell’Atlantico, visto che l’attuale presidenza statunitense aveva sempre posto al centro della dottrina internazionale dell’America First il ridimensionamento del deficit commerciale degli Usa verso la Germania e l’Ue nel suo complesso, così come il freno a ogni velleità concorrenziale dell’euro nei confronti del dollaro come moneta internazionale.

Ecco perché di fronte al mantenimento dell’egemonia di Berlino in Ue per Trump diventa ancora più necessario procacciarsi un solido ariete da puntare contro il fortino della Merkel e a questo ruolo le elezioni europee hanno designato come candidato ideale Salvini.

Il contesto in cui Trump elabora la sua rete di alleanze è quello della guerra economica a suon di dazi, come dimostrano le minacce fatte a maggio di nuove tariffe sull’importazione di provenienza europea, in risposta ai sussidi concessi dall’Ue alla francese Airbus, il secondo produttore mondiale di aerei civili, diretto concorrente dell’americana Boeing, la quale, a sua volta, ha ricevuto sostegni pubblici.

I dazi Usa previsti avrebbero un valore di 11 miliardi di dollari e sono stilati in una lista che comprende diverse categorie merceologiche, dall’aeronautica ai prodotti alimentari, dai vini fino a prodotti dell’industria tessile, plastica e della carta.

L’offensiva commerciale di Washington contro l’Ue rientra nel contesto della guerra economica, di cui abbiamo spesso trattato nelle ultime Note di fase, risultato della politica protezionistica intrapresa dagli Usa che vede come principale nemico la Cina, contro la quale Trump ha imposto nel 2018 dazi su 250 miliardi di dollari di prodotti importati negli Stati Uniti, ai quali Pechino ha risposto con tariffe su 121 miliardi di export americano, colpendo prevalentemente prodotti chiave come la soia e il gas naturale liquefatto.

Se è vero da un lato che, dopo i colloqui all’ultimo G20 di Osaka, Trump pare intenzionato a bloccare temporaneamente nuovi dazi e consentire alle imprese Usa, ove non vi siano “minacce alla sicurezza nazionale”, di commerciare con il colosso cinese Huawei, dall’altro il caso dei tumulti di Hong Kong e della vendita di armi a Taiwan ha recentemente aperto nuovi fronti di frizione politica tra le due potenze imperialiste.

È evidente quindi che sulla scrivania della Casa Bianca non c’è solo il rapporto sempre più in crisi con gli alleati Nato, ma anche lo sviluppo delle contraddizioni con i competitori imperialisti cinesi sempre più legati a Mosca come dimostra il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, svoltosi il 6 giugno, in cui il progetto cinese Via della Seta e quello russo per la rete di comunicazione dell’“Unione Economica Euroasiatica” si sono ufficialmente congiunti. L’interscambio tra i due paesi già l’anno scorso ha superato i 100 miliardi di dollari e viene accresciuto ora di 22 miliardi da circa 30 nuovi progetti cinesi di investimento in Russia, in particolare nel settore energetico. La Russia, inoltre, è già il maggiore esportatore di petrolio in Cina e lo sta per diventare anche per il gas naturale: a dicembre entrerà in funzione il grande gasdotto orientale, cui se ne aggiungerà un altro dalla Siberia, più due grossi impianti per l’esportazione di gas naturale liquefatto. Non è solo il settore energetico a vedere il sodalizio di Pechino e Mosca: sono stati varati progetti di cooperazione in campo aerospaziale e nell’hi-tech, mentre parallelamente si ampliano le infrastrutture per rendere più agevoli gli scambi. Una cooperazione che ha un respiro piuttosto ampio e una visione strategica se la pensiamo saldata dalla firma di un accordo che prevede l’espansione dell’uso delle monete nazionali negli scambi commerciali e nelle transizioni finanziarie in alternativa al dollaro e dalla “Dichiarazione congiunta sul rafforzamento della stabilità strategica globale” firmata al termine dell’incontro, che marca la vicinanza di Cina e Russia rispetto alla politica estera in antitesi con quella del blocco Nato rispetto al Medio Oriente e al Venezuela.

Proprio sul Medio Oriente si è concentrata l’attenzione della presidenza statunitense nell’ultimo periodo, da un lato spingendo per una nuova escalation contro Iran promossa con continue provocazioni e, dall’altro, facendosi promotore dell’Accordo del Secolo contro il popolo palestinese. Questa politica statunitense ha come obiettivo da un lato la normalizzazione dell’occupazione sionista e quindi la cancellazione della lotta di liberazione palestinese, esempio di resistenza per l’intera area, e dall’altro rinforzare l’asse antiraniano e antisciita.

Nello scontro con l’Iran agli imperialisti yankee preme, da un lato, controllare le risorse energetiche, petrolio e gas naturale, e il loro approvvigionamento anche relativamente al mercato europeo; dall’altro il depotenziamento di un attore regionale piuttosto scomodo (legato a Russia e Cina) e paese guida del campo sciita nel mondo arabo-islamico, nemico comune contro il quale si è saldato l’asse Usa-Israele-Arabia Saudita e altre petromonarchie del Golfo.

La scelta di Trump quindi di premere l’acceleratore contro Teheran si inserisce in una trama fitta di contraddizioni interimperialiste che vede da un lato quelle antagonistiche tra l’asse WashingtonTel Aviv- Riyad e gli interessi di Mosca, Pechino e Teheran in Medio Oriente e dall’altro le relazioni sempre più critiche tra gli imperialisti del blocco Nato, che proprio sul rapporto con l’Iran, ad esempio, si trovano distanti. Ricordiamoci infatti che, con la fine delle sanzioni alla Repubblica Islamica, il mercato interno di quest’ultima si era fortemente aperto ai capitali europei; Italia, Francia e Germania potevano vantare, nel 2017, un interscambio rispettivamente di 5, 3,8 e 3 miliardi di euro; nel 2018 l’interscambio complessivo Ue-Iran era salito a 20 miliardi, con grossi investimenti di multinazionali come l’italiana Eni, le francesi Total e Psa e la tedesca Linde Group.

Al netto del rinnovarsi, alla faccia del presunto “sovranismo” dell’attuale governo giallo-verde, della tradizione italiana di “imperialismo straccione”, succube degli Usa, possiamo così spiegare la riluttanza delle altre potenze europee a sostenere lo Zio Sam nella crociata antiraniana che ha portato a nuove sanzioni, oltre a quelle già varate in precedenza le quali hanno coinvolto direttamente le imprese europee che commerciano con Teheran.

D’altra parte è evidente che la campagna politico-militare contro l’Iran da parte statunitense non è cosa facile: passare alle vie di fatto con un’aggressione militare al paese aprirebbe prospettive inedite sul piano regionale, visto che la Repubblica Islamica non è un regime isolato internazionalmente come lo erano i talebani, l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Gheddafi. I profondi legami economici, politici e militari con la Russia e la Cina depongono addirittura per la possibilità di allargamento globale dello scontro nel caso di attacco yankee a Teheran; sicuramente quest’ultima muoverebbe i propri alleati regionali, come le milizie sciite in Libano, Yemen, Iraq, la Siria di Assad e la Resistenza Palestinese. Inoltre i traffici petroliferi internazionali subirebbero conseguenza pesantissime dal paventato blocco del Golfo Persico. Se da un lato è vero che la campagna antiraniana è frutto anche della strategia di Trump di ridisegnare un Medio Oriente che sia pienamente in linea con gli avamposti e agenti locali dell’imperialismo Usa, quindi Israele e monarchie arabe, dall’altro tali regimi sarebbero i primi bersagli della risposta iraniana, che potrebbe anche venire dall’interno, coinvolgendo le masse sciite di paesi come Arabia Saudita e Barhain, costrette a vivere in una sorta di apartheid su base religiosa e già dimostratesi inclini alla rivolta. L’aggressione statunitense potrebbe anche questa volta tramutarsi in un boomerang dagli effetti ancora più devastanti di quanto già verificatosi per l’Iraq, la Siria e la Libia.

Infatti, mentre la campagna politico-militare contro l’Iran prosegue, Trump punta a costruire un clima di normalizzazione imperialista in Medio Oriente per poter avanzare più efficacemente con i propri progetti di guerra, partendo naturalmente dalla contraddizione regionale fondamentale, quella tra occupazione sionista e popolo palestinese. Non a caso quindi proprio il Barhain si è prestato ad essere il salotto buono in cui è andata in scena la Conferenza di Manama il 25 e 26 giugno, trampolino di lancio dell’Accordo del Secolo, piano patrocinato dal genero di Trump, Jared Kushner, per normalizzare l’occupazione sionista e porre fine alla lotta di liberazione palestinese, coinvolgendo in tale operazione i paesi arabi consenzienti. Alla presenza di alti funzionari e rappresentanti di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrain, Qatar, Egitto e Giordania, degli inviati del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, del vice coordinatore speciale per il processo di pace in Medio Oriente per le Nazioni Unite, Jamie McGoldrick, è stato esposto il piano economico: 50 miliardi di dollari saranno investiti da Usa, Ue e paesi del Golfo nella regione, 28 miliardi spesi nei territori palestinesi, il restante sarà diviso tra Egitto (9 miliardi), Libano (6 miliardi) e Giordania (7,5 miliardi) con l’obiettivo di liquidare il Diritto al Ritorno dei profughi palestinesi, sottrarre ancora terra e negare in toto l’autodeterminazione. Il prezzo politico di tale “investimento” è così pesante che anche l’ANP ha rifiutato di partecipare al banchetto. Mentre infatti gli Accordi di Oslo erano una truffa mascherata per proseguire l’occupazione, l’Accordo del Secolo non si pone nemmeno il problema del mascheramento: gli stessi compradores di Abu Mazen sono relegati a spettatori, senza alcun ruolo politico, non vi è una quantomeno formale spartizione, ma uno squartamento della Palestina a uso e consumo degli invasori.

Attraverso un documento riservato fatto circolare dal Ministro degli Esteri israeliano, il quotidiano Israel Hayom ha pubblicato i punti principali dell’Accordo, secondo i quali è previsto uno Stato palestinese chiamato “Nuova Palestina”, che sarà situato nella Giudea, la Samaria e Gaza, esclusi gli insediamenti israeliani presenti che cresceranno. Gerusalemme sarà condivisa tra Israele e la Nuova Palestina e sarà la capitale di entrambe. L’Egitto darà in locazione alla Palestina della terra con lo scopo di creare un aeroporto oltre che a scopo di insediamento. Il nuovo “Stato palestinese” non potrà avere un esercito ma sarà Israele ad assicurarne la difesa: tale “servizio” sarà ovviamente anche pagato dai palestinesi. Se le forze politiche palestinesi rifiuteranno tale accordo, gli Usa cancelleranno tutti i finanziamenti e faranno in modo che nessuna nazione trasferisca denaro in favore dei palestinesi. Nel caso una parte delle forze politiche palestinesi accettasse e altre no gli Usa supporteranno Israele per danneggiarle.

Di fronte a tali premesse il popolo palestinese è insorto lanciando lo sciopero generale e una mobilitazione che ha riempito le strade, il 25 giugno scorso, dalla Cisgiordania a Gaza. Nonostante l’economia palestinese sia al collasso il rifiuto è stato netto e lo sciopero ha paralizzato il settore pubblico e privato, aziende, negozi e mercati. Il comitato delle forze politiche ha invitato i palestinesi della diaspora a partecipare a eventi contro la conferenza che si sono svolti in molti paesi.

A dimostrare, come se ce ne fosse bisogno, le intenzioni sioniste va registrato che mentre a Manama si discuteva dell’Accordo, Tel Aviv stringeva la morsa contro il palestinesi bloccando la spedizione di combustibile che rifornisce l’unica centrale elettrica nella Striscia di Gaza, continuando a non rispettare gli accordi dei mesi scorsi raggiunti con ONU e l’Egitto (apertura dei borders, libertà di movimento di persone e merci, estensione a 15 miglia nautiche per la pesca), continuando i raid aerei contro postazioni della Resistenza e gli attacchi armati contro contadini, pescatori e manifestanti della Grande Marcia.

Alla luce di questo il nostro appoggio alla lotta del popolo palestinese deve articolarsi sia sostenendo le mobilitazioni lanciate in Palestina, sia smascherando la propaganda sionista e promuovendo la conoscenza dell’attualità, della storia e delle rivendicazioni della Resistenza del Popolo Palestinese, sia denunciando e contrastando gli interessi e le collaborazioni che uniscono l’imperialismo italiano, nelle sue varie componenti, con i sionisti. Una complicità che continua a passare anche e sopratutto nell’ambito della ricerca scientifica come testimoniano gli ultimi progetti lanciati a maggio sempre nell’ambito dell’accordo bilaterale di collaborazione industriale, scientifica e tecnologica del 2011. [1] Per questo vanno sostenute, rafforzate e intraprese iniziative di boicottaggio a livello accademico e scientifico dei rapporti Italia-Israele, come quella lanciata dal Comitato Boicotta Disinvesti Sanziona di Trieste in vista di Esof2020, la più importante fiera scientifica europea. [2]

Altro importante fronte di lotta in materia di guerra imperialista, è quello relativo al contrasto alle installazioni e apparati militari, italiani, Usa e Nato, di cui è disseminata la penisola da nord a sud, fungendo da portaerei atlantica per vaste aree del pianeta (Balcani, Nord Africa, Medio Oriente…). Anche quest’estate, in agosto, si terrà la mobilitazione con campeggio e corteo contro il Muos, il radar statunitense installato a Niscemi (Cl), a cui sarà importante partecipare, anche per l’esempio politico di una lotta che ha saputo muoversi dalla questione ambientale e allargarsi a contenuti antimperialisti e internazionalisti.

Un esempio importante di come le collaborazioni di guerra possono essere fermato è stato recentemente rappresentato dai portuali di Genova che con determinazione e attraverso l’arma dello sciopero hanno impedito per tre volte l’imbarco degli armamenti da guerra destinati all’Arabia Saudita dal Nord America sostenendo che “i porti sono chiusi alla guerra” e rilanciando invece la solidarietà con i profughi. Con la lotta questi lavoratori hanno dimostrato che i nemici comuni dei lavoratori e dei popoli aggrediti sono gli imperialisti e i loro servi e che l’internazionalismo può essere praticato ponendo ostacoli concreti alle strategie di guerra.

[1] http://www.opinione.it/economia/2019/05/16/domenico-letizia_farnesina-commissione-italia-israeleofer-sachs-maeci-fabrizio-nicoletti-zachi-schnarch-alexander-bligh/

[2] https://www.tazebao.org/comitato-bds-trieste-contro-lesof-2020/

 

Sulla situazione interna

Dalle elezioni del 26 maggio emerge che se sul piano europeo è stata fortemente contenuta l’ondata cosiddetta “populista-sovranista”, sul piano interno esse hanno sancito il predominio leghista nell’esecutivo che è andato subito all’incasso con l’approvazione in CdM del nuovo decreto sicurezza bis.

Un predominio che dimostra un’insofferenza crescente con le mediazioni imposte dal risultato delle politiche del 4 marzo con l’altra componente di governo, ovvero il M5S, e con il “partito europeista” del presidente Mattarella composto dal trio Conte- Tria- Moavero a garanzia del rispetto dei diktat europei.

Al momento la Lega sta mettendo in atto tutta una serie di manovre per determinare sostanzialmente le politiche dell’esecutivo: dalla scelta di campo a livello internazionale con l’investitura trumpiana a Salvini al tentativo di accelerazione sulla flat tax, dimostrando poca/nessuna propensione a mediare con il M5S.

Se Salvini mette in campo una retorica populista tipicamente piccolo-borghese (le tasse, la sicurezza, l’autonomia regionale, l’immigrazione…), il M5S reagisce propagandisticamente con le proposte del salario minimo e addirittura di una nuova scala mobile, continuando a sfoderare quella sorta di populismo “operaio” e neosocialdemocratico, già esemplificato con il cosiddetto “decreto dignità”, che punta a creare egemonia a sinistra e tra i lavoratori.

Sulla questione del salario minimo va svolta una riflessione perché riguarda strettamente la classe lavoratrice, l’elaborazione di rivendicazioni e programmi nelle lotte che questa conduce e più in generale perché è paradigmatica dei rapporti attuali tra le classi e i soggetti politico-sociali che si scontrano nella formazione capitalistica italiana.

Nel dibattito pubblico possiamo distinguere due posizioni. La prima, di destra, è quella di Confindustria e dei sindacati confederali. Per i padroni, nonostante qualche apertura iniziale (vedremo di capire perché) il salario minimo è una riforma pericolosa perché rischia di erodere profitti. Per le burocrazie confederali, è una proposta che va avversata perché rischia di eliminare il loro ruolo di mediatori (al ribasso) nella vendita della forza-lavoro. L’ipocrisia dei sindacati confederali ovviamente li porta al fianco dei padroni: essi tutelano il loro ruolo di “corpi intermedi” e di integrazione della classe nell’egemonia del grande capitale e del suo Stato. Nello specifico di questa fase, da quando si è installato questo esecutivo, non hanno fatto altro che compattarsi con Confindustria e il PD in nome di un corporativismo becero e sostanzialmente antioperaio, che isola la classe operaia dalle masse popolari contrapponendo lavoro e ambiente (vedi Tav, Ilva, trivellazioni ecc.) nonché di una sudditanza all’Ue vergognosamente mascherata da antirazzismo e internazionalismo. Ovviamente ciò non toglie che nelle mobilitazioni promosse da Cgil, Cisl, Uil ci sia ancora una certa componente operaia, specie giovanile, con la quale è importante relazionarsi e che in parte, persino tuttora, le scadenze dei confederali raccolgano un giusto malessere di massa verso le misure antipopolari del governo (si pensi al taglio delle pensioni o alle minacce al proletariato meridionale che deriverebbero dall’adozione della controriforma regionalista voluta dalla Lega).

La seconda, di centro, è quella del riformismo populista dei 5 Stelle e, alla sua sinistra, più o meno coscientemente, dei sindacati di base, che hanno fatto eco alla proposta di Di Maio e soci inserendo la questione del salario minimo nelle piattaforme rivendicative delle mobilitazioni attuali, oppure si sono mobilitati apposta per premere sull’esecutivo in tal senso (come l’Usb).

Sui primi ci siamo già pronunciati: i 5 Stelle vogliono darsi una linea di massa, borghese-riformista, fra i lavoratori, per sopravvivere alla linea di massa tipicamente piccolo-borghese della Lega di Salvini. I sindacati di base, invece, sono portati naturalmente a inseguire le parole d’ordine dei neoriformisti populisti dalla loro concezione ideologica economicistica, per cui le lotte si devono “dare un programma economico” di rottura con i padroni.

A queste due posizioni si deve affiancare, in antagonismo alla prima e in dialettica alla seconda, la posizione dei comunisti e delle forze di classe, ovvero la posizione di sinistra. Bisogna, infatti, innanzitutto rilevare come la questione del salario minimo non va compresa in termini astratti, come proposta politica e improbabile futura legge dello Stato, ma per le sue ricadute nei termini dei rapporti fra le classi, oggi. 9 euro lordi l’ora sono meglio dei minimi tabellari della stragrande maggioranza dei contratti, ma sono peggio di gran parte degli scatti salariali conseguenti all’innalzamento di livello. Un lavoratore su cinque attualmente prende meno di 9 euro lordi e dunque vedrebbe la propria paga aumentata se passasse la proposta dei 5 Stelle. Il problema è cosa accadrebbe agli altri quattro che attualmente hanno un salario maggiore. La proposta, lanciata per scopi di consenso da Di Maio e soci, rischia di mutarsi in un boomerang, nei termini di livellamento complessivo dei salari, poiché i padroni avrebbero un target minimo legale rispetto al quale essere legalmente inattaccabili, anche da eventuali rivendicazioni operaie. Non a caso parti di Confindustria avevano fatto iniziali aperture alla proposta, che a suo tempo era già stata formulata da Renzi. Tuttora esiste un disegno di legge del PD, il quale vorrebbe fissare il salario minimo legale ai minimi contrattuali di categoria secondo i contratti (salvaguardando dunque la contrattazione e il ruolo dei sindacati corporativi).

Ovviamente i padroni temono il salario minimo perché, in generale, per loro è meglio sfruttare senza nessun vincolo, ma – attenzione – astrattamente i rapporti di lavoro consentirebbero loro di rigirare questa riforma ai danni dei lavoratori, livellando il monte salari complessivo verso il basso.

La questione che si pone, in termini concreti, è dunque quella dei rapporti di forza, cioè della capacità dei lavoratori di difendere le proprie condizioni salariali sui posti di lavoro. Solo così una eventuale legge sul salario minimo potrà essere un vero argine allo sfruttamento e imporre condizioni salari migliori per tutti e tutte. Questa posizione, si badi bene, non è astratta, poiché già attualmente tutti i lavoratori e le lavoratrici che conducono battaglie e mobilitazioni per difendersi dagli attacchi padronali e strappare conquiste ai padroni, sono la materializzazione viva di questa linea. Il problema è, da un lato, essere coscienti politicamente che le rivendicazioni e le riforme sono sempre rispettivamente battaglie concrete e conquiste da difendere e praticare ogni giorno nel conflitto con i padroni. Non basta un’eventuale salario minimo proclamato per legge, bisogna puntare al massimo nel rapporto di forza tra sfruttati e sfruttatori. Dall’altro lato, comprendere come l’economicismo, senza peraltro un livello forte di lotte economiche complessivo della classe, può tendere a spianare la strada nella classe operaia al populismo neokeynesiano, paternalista e reazionario, del governo “amico”, a cui affidarsi, lasciando perdere la lotta di classe perché secondo i 5 Stelle è passata di moda (“novecentesca”) e secondo Salvini è roba da criminalizzare (vedi decreti sicurezza).

Ovviamente, man mano che passa il tempo, diventa più difficile per il governo presentarsi come “amico” e si evidenzia il ruolo del governo “poliziotto” caro ai leghisti. Ad esempio, tutta la retorica sulla tutela del popolo italiano rispetto ai diktat europei si sta sciogliendo al sole. Ne sa qualcosa la Commissione Europea che, sotto la minaccia della procedura di infrazione per debito eccessivo, ha fatto piegare la testa all’esecutivo, ottenendo rassicurazioni sui conti pubblici dal duo Conte-Tria e cioè lo stanziamento 7,6 miliardi a riduzione del deficit. Quest’ultimi sono ottenuti con il congelamento di 1,5 miliardi di risorse già attribuite a quota cento e reddito di cittadinanza, ma anche con ulteriori previsioni di tagli che inevitabilmente andranno ad essere spalmati su scuola e sanità. Con ciò mettendo una forte ipoteca sulla prossima legge di bilancio sulla quale già pesa il disinnesco delle clausole di salvaguardia di aumento dell’iva.

I dati economici parlano chiaro: produzione e fatturato industriale in calo e crescita attestata intorno allo 0,1% del PIL. Non è più recessione tecnica, ma la situazione è tutt’altro che rosea.

Le pressioni dell’Ue e il proseguire della crisi rendono maggiormente evidente l’impossibilità di realizzare assieme i programmi di Lega e M5S che, in un eterno clima di campagna elettorale, si sperticano in promesse sempre più impossibili da realizzare stanti i vincoli imposti dai trattati europei.

Se ormai la Lega, nel caso rompesse gli indugi e provocasse la crisi di governo, ha la strada spianata verso un nuovo esecutivo a sua pressoché totale reggenza, l’incartamento del M5S ne sta decretando ormai la fine come esperienza di governo. Quel che emerge è che le manovre economiche più popolari proposte dai grillini, in un contesto di crisi economica, risultano impossibili da realizzare. Quello che questo movimento sconta più di ogni altra cosa è di aver pensato che potesse esistere un capitalismo onesto e dal volto umano in grado di favorire il benessere dei “cittadini”. La sua retorica della fine del ‘900 e delle ideologie lo ha portato a sbattere contro il fatto che il capitale, dal punto di vista dei diritti e delle condizioni di vita e di lavoro, vuole andare ben più indietro dell’800. A voler trarre qualcosa di positivo anche dalla sua esperienza, ciò che risulta è che, mai come oggi, ogni questione legata non solo alla conquista di nuovi diritti e benessere, ma anche al semplice loro mantenimento allo status quo, è indissolubilmente legato alla fine del capitale come modo di produrre e distribuire beni.

In questa sempre più accesa precampagna elettorale si è infuocata anche la questione degli emigranti con il protagonismo in prima fila della sinistra borghese capeggiata dal PD, a condurre la sua propaganda in una finta contrapposizione alla canea reazionaria e fascista della Lega.

Finta perché non sono certo i vari Del Rio, Orfini, Fratoianni a potersi ergere a paladini degli emigranti. Anzi, la coalizione a guida PD che anche su questo tema cerca di ricostruirsi una verginità nel tentativo di recuperare consensi, rappresenta nientemeno che l’altra faccia della medaglia. La faccia più sporca ed ipocrita, se teniamo presente che il PD e i suoi leccapiedi sono tra i principali corresponsabili delle ondate migratorie, poiché da sempre si sono schierati al fianco di ogni operazione di guerra condotta nel continente africano e asiatico (Iraq, Somalia, Libia, Siria…) e da sempre hanno sostenuto la devastante penetrazione delle multinazionali che, come ben dimostrato dall’Eni, ad esempio, nel Delta del Niger, hanno annichilito ogni forma di sussistenza delle popolazioni domestiche costringendole all’emigrazione. A sentire questi signori parlare oggi di diritto all’accoglienza viene il vomito. Ancor più essendo i diretti promotori del decreto Minniti che ha consegnato ai lager libici migliaia e migliaia di dannati della terra in fuga da devastazioni e guerre da questi “signori” promosse o sostenute. Ancor più essendo i diretti responsabili di quella deregolamentazione del mercato del lavoro che ha regalato al capitale la possibilità di sfruttare a piacimento i lavoratori, cosicché gli immigranti si ritrovano, dopo viaggi in cui hanno dovuto sopportare l’inenarrabile, a dover essere sottoposti a paghe da fame e a carichi di lavoro mostruosi come testimoniato dal bracciantato immigrato agricolo del sud.

Insomma, per il capitale, sinistra borghese e destra reazionaria sono le due facce di quella medaglia che gli permette di ottenere enormi masse di proletari da sfruttare e sottomettere e di ricattare, con essi, anche i lavoratori autoctoni. La prima, con le bombe e la promozione della penetrazione delle multinazionali, è causa dei flussi; la seconda, con la sua ideologia piccolo borghese di difesa del proprio orticello dall’“invasione dei clandestini”, crea una situazione di sudditanza, sottomissione e ricattabilità enormi, oltre a mettere continuamente in conflitto masse contro masse, con sommo piacere dei padroni, i quali hanno sempre fatto del divide et impera la loro principale legge di comando sulle classi subalterne.

Permettere o lasciare che siano gli infami del PD e accoliti a mettersi al centro del sostegno ai naufraghi nel Mediterraneo e agli immigrati in Italia significa, oggi, consegnare alle forze della destra la legittimità di scatenare la canea reazionaria e coinvolgere, in essa, ampi strati di proletari e lavoratori incazzati da anni di politiche antiproletarie, promosse da questi figuri al soldo del capitale.

Significa, inoltre, consegnare gli immigrati nelle mani del sistema della cosiddetta “accoglienza”. Un sistema che vede negli immigrati solo merce o un problema di ordine pubblico, quindi da gestire anche in forme semidetentive (vedi Cara). All’interno di questo quadro operano le cooperative che mirano a ottenere profitti dallo sfruttamento tanto degli immigrati “accolti” quanto dei lavoratori costretti a paghe da fame e pochi diritti. Un settore da centinaia di migliaia di posti di lavoro sul quale incombono licenziamenti di massa, tagli salariali, aumento della ricattabilità e dell’intensità di lavoro dovuti alla scure della Legge Sicurezza (primo decreto Salvini). Del resto mercificazione dei bisogni e profitto sono le uniche logiche del capitalismo.

Per riuscire ad affrontare tutta la questione in termini positivi ed impostarla in termini di critica radicale al sistema oppressivo del capitale, occorre oltre e prima del tema dell’accoglienza, affrontare quello delle ragioni che muovono oggi milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. Occorre sviluppare in maniera ferrea il tema dell’antimperialismo, dell’opposizione alle guerre neocoloniali e alla rapina dei territori da parte delle multinazionali sostenute dalle cannoniere occidentali, occorre rivendicare il diritto dei popoli a poter restare nei propri territori liberandoli dagli invasori imperialisti e dal controllo economico straniero.

Solo in questo modo potremo unire i proletari di ogni nazione e tracciare una precisa linea di demarcazione tra noi e i nostri nemici, smascherando anche chi oggi nasconde dietro il tema dell’accoglienza le sue peggiori nefandezze guerrafondaie e capitalistiche (PD in primis) senza scadere in uno scontro in cui il nemico sembra essere solo la Lega o le organizzazioni apertamente fasciste e di destra, quando esso invece si dota anche e soprattutto di altre facce che oggi cercano di apparire umane salendo a bordo delle navi delle ONG. Bisogna dunque superare la semplice dicotomia razzisti-antirazzisti in cui ci vogliono confinare che, per quanto reale, risulta comunque secondaria e divisiva tra i lavoratori e sostituirla con quella proletari e lavoratori tutti contro il capitale. Coscienti che, in tempi di crisi, nella quale la torta si restringe, il razzismo è la risposta istintiva dei proletari nell’ambito dell’egemonia della borghesia: finché l’antirazzismo rimarrà questione ideale e non camminerà sulle gambe della classe – delle lotte della classe – la guerra tra i poveri rimarrà lo sfogo attraverso cui gli sfruttati, frammentati in questo caso per linee etniche, si contendono le briciole che il capitale lascia nel piatto. È compito concreto dei comunisti e delle forze di classe contendere oggi, con la propaganda e la lotta, l’egemonia alla destra reazionaria fra le masse popolari, nei quartieri e nei luoghi di studio e lavoro.

Le tante lotte dei lavoratori che si danno nei posti di lavoro con i picchetti e gli scioperi stanno a dimostrare che questa impostazione ha una strada concreta in cui rivelarsi. In tanti contesti, in cui la componente di lavoratori immigrati è pressoché la maggioranza, la lotta al razzismo è gioco forza un tutt’uno con la lotta al padrone di turno e al capitale nel suo complesso.

Qui, l’unità dei lavoratori è il punto di partenza per impostare rapporti di forza vincenti con il padronato.

Come ci hanno ben spiegato i lavoratori dell’Italpizza in lotta, non è stato sempre facile mettere d’accordo le varie nazionalità, mediare fra le varie culture e tradizioni. Ma sono state le stesse esigenze della lotta contro la direzione di Italpizza a far cadere le barriere. Da questo, come da mille altri esempi, emerge che solo nella lotta contro il nemico comune è possibile superare le spinte reazionarie presenti all’interno della classe e creare quell’unità tra proletari e lavoratori necessaria a produrre rapporti di forza vincenti, ribaltando così gli effetti negativi della globalizzazione imperialista che costringe milioni di persone ad abbandonare le proprie terre.

Restando in tema di lotte sui luoghi di lavoro, non possiamo che registrare in modo del tutto positivo alcuni fatti.

Intanto che le lotte proseguono con determinazione: dall’Italpizza alla Whirpool, dalla Knorr al Panificio Toscano, i lavoratori sono decisi a non arrendersi e scendono in campo con determinazione raccogliendo e rilanciando il ciclo di lotte che fin’ora sembrava relegato principalmente al settore della logistica. Addirittura si arriva, come nel caso dei lavoratori dell’Italpizza, a promuovere il boicottaggio delle merci da loro stessi prodotte, nel chiaro tentativo di danneggiare commercialmente l’azienda. Una pratica da sempre osteggiata dai sindacati concertativi e che rompe con decenni in cui si è introiettata nella classe la cultura che “per andare bene gli operai, deve prima andare bene il padrone”. Non solo, la coesione è tale tra i lavoratori e le lavoratrici da affrontare sempre più spesso i reparti antisommossa davanti ai cancelli che, al soldo dei padroni, cercano di intimidire con provocazioni continue e cariche.

Va poi sottolineata la presa di posizione dei camalli genovesi che per ben tre volte hanno impedito l’attracco di navi che dovevano imbarcare materiale militare per l’Arabia Saudita, che sarebbe servito per la sua sporca guerra contro lo Yemen. Una lotta, per altro vinta, la quale deve servire di esempio per far sì che, anche in questo caso, l’opposizione alla guerra imperialista esca dal piano etico-ideologico e si muova sul piano concreto del blocco alle industrie e ai traffici di morte, coinvolgendo e anzi rendendo protagonista la classe lavoratrice.

È proprio principalmente contro i dannati della terra in fuga dall’Africa, contro gli immigrati, contro le lotte dei lavoratori e tutte le forme di mobilitazioni antagonista che il governo giallo-verde ha emesso il decreto legge sicurezza bis, in linea con il precedente e, a ulteriore conferma dell’ipocrisia del PD, con i decreti targati Minniti durante il governo Gentiloni. Provvedimenti che, oltre a criminalizzare chi compie operazioni di soccorso ai naufraghi nel Mediterraneo, tendono a riprodurre condizioni di clandestinità per gli immigrati (si pensi all’abolizione retroattiva del permesso umanitario), reintroducono il reato di blocco stradale, prevedendo che possa portare all’espulsione dal territorio nazionale, inaspriscono pene, introducono nuovi reati e aggravanti inerenti alle mobilitazioni di piazza.

Guarda caso il tema immigrazione e il tema delle lotte nei luoghi di lavoro è spesso intrecciato, come nel settore della logistica, in questo momento tra i più combattivi e dove la maggioranza dei lavoratori è immigrata. Da una parte, per renderli più ricattabili e docili agli ordini del padrone di turno, dall’altro, per reprimerli quando osano alzare la testa. Come accaduto il 27 giugno a Chokri Mohammed, delegato del Si Cobas della GLS, arrestato per aver portato solidarietà e sostenuto attivamente la lotta dei lavoratori dell’Italpizza e a cui va tutta la nostra solidarietà.

Al tema della repressione delle lotte di massa, vogliamo aggiungere, in chiusura, quello del carcere, ovvero del massimo deterrente repressivo, e in particolare del 41 bis e dei sistemi di isolamento e differenziazione. Le prigioniere anarchiche Anna Beniamino e Silvia Ruggeri hanno condotto, dal 29 maggio al 28 giugno, uno sciopero della fame per la chiusura dell’infame sezione femminile Alta Sicurezza 2, dove sono rinchiuse e le cui condizioni sono paragonabili a quelle del 41 bis. Questa lotta estrema, pur non ottenendo il suo obbiettivo concreto, ha coinvolto altri prigionieri rivoluzionari nelle galere italiane e si è iscritta in una fase di insubordinazione generale al loro interno, con agitazioni e rivolte che le hanno attraversate da nord a sud, da Tolmezzo ad Agrigento, da Spoleto a Poggioreale. Una situazione che viene a generarsi a causa del sovraffollamento, della mancanza di servizi essenziali come igiene ed acqua, del taglio al finanziamento per lavoro e studio interno, dei pestaggi della penitenziaria ecc. Si tratta di un dato rilevante e positivo nello sviluppo delle contraddizioni di classe nel nostro paese, poiché, da un lato, il carcere viene sempre più brandito come strumento di repressione anche contro le lotte di massa (si pensi ai potenziali dodici anni per blocco stradale in caso di blocco stradale in concorso, previsto dal primo decreto Salvini) e, dall’altro, perché sempre di più il carcere diviene un fattore per far fuori socialmente quella parte di proletariato, specie al sud, che rimane fuori dai meccanismi legali di estorsione del plusvalore, sopratutto in tempi di crisi capitalistica. Lo dimostrano sia il fatto che, a fronte del calo dei reati, la popolazione carceraria aumenta, sia l’utilizzo dispiegato da parte degli attuali governanti del piano penale per dirimere le contraddizioni sociali (non solo la repressione delle lotte, ma un’ossessione punitiva generalizzata, che ha portato il governo ad abolire dal 2020 la prescrizione, tanto per fare un esempio). Da parte nostra sorge prioritaria la necessità di stringere i ranghi rispetto alla repressione, sviluppando la solidarietà e l’unità di classe, trasformando ogni processo alle lotte in processo di lotta e di appoggiare le rivoluzionarie e tutti i compagni e le compagne che fronteggiano il carcere.

 

SVILUPPARE LA SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA AL POPOLO PALESTINESE E A TUTTI I POPOLI AGGREDITI DAGLI IMPERIALISTI DEL BLOCCO USA-NATO-SIONISTA!

PRENDERE ESEMPIO DAI PORTUALI GENOVESI!

METTERE I BASTONI TRA LE RUOTE ALLA GUERRA IMPERIALISTA! NO ALLA COLLABORAZIONE ITALIA – ISRAELE, FUORI ISRAELE DA OGNI UNIVERSITA’ E CENTRO DI RICERCA!

SOSTENERE LE LOTTE CONTRO LE BASI E INSTALLAZIONI MILITARI!
SOSTENERE E PARTECIPARE ALLA MOBILITAZIONE CONTRO IL MUOS IN SICILIA!

CONTENDERE, CON LA MOBILITAZIONE E LA LOTTA, L’EGEMONIA DELLA DESTRA REAZIONARIA NEI QUARTIERI, NEI LUOGHI DI LAVORO E DI STUDIO!

PROMUOVERE E SOSTENERE LE LOTTE DEI LAVORATORI!

ANTIRAZZISMO È ANTIMPERIALISMO E LOTTA DI CLASSE!

CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI – LA SOLIDARIETA’ DI CLASSE È UN’ARMA DI LOTTA!

Collettivo Tazebao
10 luglio 2019
collettivo.tazebao@gmail.com
www.tazebao.org

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