Operazioni sioniste “Giusta retribuzione” in Libano e “Pioggia d’Estate” in Palestina, 2006

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Memoria di Classe
12 luglio – 14 agosto 2006, Libano

I militanti di Hezbollah esplodono razzi Katyusha e colpi di mortaio verso alcune postazioni militari israeliane di confine con il Sud del Libano, mentre un’altra unità oltrepassa il confine per effettuare un attacco a due Humvee che stanno pattugliando la rete. Dei sette soldati sionisti presenti nei due mezzi colpiti, due vengono feriti, tre uccisi e due prelevati e portati in Libano. Altri cinque vengono uccisi in seguito, durante un tentativo di salvataggio. Inizia l’offensiva israeliana “Giusta retribuzione”, un’operazione militare su vasta scala che durerà 34 giorni, coinvolgendo il territorio libanese e il nord di quello sotto il controllo dello stato sionista. Israele bombarda le vie d’accesso al Libano per isolarlo e impedire l’arrivo di aiuti da Siria e Iran.

Decine di razzi piovono sul Nord di Israele. Il 19 luglio Israele annuncia l’ingresso in Libano di alcuni soldati ed esplodono alcune bombe sul quartiere cristiano di Beirut. Il quartier generale Onu in Libano viene colpito da proiettili israeliani. Nei giorni successivi continuano gli scontri violenti al confine. Il 22 luglio l’esercito sionista entra in Libano, attacca e occupa Marun al Ras, altura strategica del Sud, intima ai civili di spostarsi a Nord del fiume Litani. Nel frattempo inizia l’assedio di Bint Jbeil con durissimi scontri: almeno 12 soldati israeliani restano uccisi. Il Consiglio di Difesa israeliano decide il richiamo di 15 mila riservisti. Continuano i duri combattimenti nel Libano meridionale fino al cessate il fuoco per intermediazione delle Nazioni Unite che ha effetto il 14 agosto 2006, anche se formalmente le operazioni sono terminate l’8 settembre 2006, quando Israele ha rimosso il blocco navale del Libano.

Alla fine degli scontri si contano 195 combattenti e 954 civili libanesi morti, mentre tra i caduti israeliani risultano 118 militari e 43 civili. Parallelamente al massacro della popolazione libanese i sionisti hanno portato avanti un piano di distruzione delle infrastrutture: a essere colpiti non sono stati solo l’aeroporto, ponti e strade, cioè obiettivi che possono essere considerati militari, ma anche quartieri e industrie che producevano mobili, prodotti farmaceutici, tessili, carta, ecc.

Mentre avviene ciò, Israele aveva già aperto un altro fronte, il 27 giugno, contro Gaza. Infatti, l’esercito israeliano aveva dato inizio all’operazione “Pioggia d’estate”, consistente in una serie di attacchi terrestri e aerei, con il fine dichiarato di liberare un soldato israeliano catturato da militanti palestinesi. Al 9 agosto il bilancio è di 768 attacchi contro Gaza, con l’utilizzo di aerei F-16 ed elicotteri da combattimento, che portano alla morte di 170 palestinesi tra cui molti bambini. Esattamente come in Libano, al massacro della popolazione si è accompagnata la sistematica distruzione di infrastrutture pubbliche e private: in primis gli impianti idraulici, elettrici e telefonici, nonché le scuole, i ministeri, le abitazioni e i terreni agricoli. La Resistenza, tanto in Palestina quanto in Libano, stava rispondendo, la repressione doveva essere brutale.

Infatti, il fine dichiarato di Israele, quando ha dato il via all’attacco al Libano, era la liberazione dei due soldati catturati da Hezbollah. In realtà, fin da subito, questo obiettivo è scomparso sia dalla propaganda israeliana sia dai media occidentali, venendo sostituito da quelli di colpire in maniera decisiva Hezbollah e di sradicarlo dal Sud del Libano. Israele attaccava forte dell’appoggio degli USA, dimostrato dalle dichiarazioni del Presidente George W. Bush che, dopo l’inizio dell’attacco israeliano, sosteneva che il cessate il fuoco sarebbe stato possibile solo dopo che Israele avesse conseguito l’obiettivo di distruggere i “terroristi” di Hezbollah. Infatti, se per i sionisti eliminare Hezbollah significava eliminare una forza della Resistenza Libanese che si opponeva alle logiche coloniali, che come potenza regionale Israele si poneva, dall’altro lato gli imperialisti a stelle e strisce miravano a indebolire un alleato dell’Iran, “stato canaglia” già all’epoca rispetto ai piani statunitensi sul Medioriente, oggi nemico contro cui gli Usa di Trump, Arabia Saudita e Israele consolidano la loro alleanza.

Le cose, però, nel 2006 non sono andate come auspicato da Tal Aviv e Washington: quando entra in vigore la tregua mediata dall’ONU, i sionisti non avevano raggiunto né l’obiettivo propagandistico della guerra, la liberazione dei due soldati catturati in Libano né di quello a Gaza, né quelli reali, la distruzione militare di Hezbollah e il suo sradicamento dal Libano del Sud, il che avrebbe indebolito anche la Resistenza in Palestina. La Resistenza Libanese aveva vinto, nonostante le grandi perdite tra i civili e tra i resistenti, aveva mantenuto il controllo di una larga parte del territorio libanese attaccato dalle truppe israeliane, inflitto a queste danni importanti ed era riuscita a colpire con i propri razzi Israele. L’infallibilità dell’esercito sionista era stata sbugiardata. Circa 3.000 combattenti avevano fermato un esercito dai 15.000 ai 30.000 soldati, abbondantemente provvisto di potenti carri armati e appoggiato dall’aviazione e dalla marina. Inoltre, anche l’operazione militare contro la Striscia non era andata a buon fine, Israele si era dovuta piegare e aprire le trattative per la liberazione del soldato catturato: dopo cinque anni il soldato Shalit viene liberato in cambio del rilascio di 1027 prigionieri palestinesi che erano rinchiusi nelle galere sioniste.

Oggi, come nel 2006, troviamo il popolo palestinese impegnato nella lotta per sua liberazione, attraverso la Grande Marcia del Ritorno ogni venerdì si presenta ai borders sfidando i cecchini sionisti determinato nel rivendicare la propria terra. Così come troviamo Hezbollah impegnato, da oltre sette anni, al fianco del popolo siriano nella lotta contro le mire imperialiste occidentali che ne vorrebbero balcanizzare il territorio. La resistenza dei questi popoli è un esempio per quanti oggi si pongono sulla strada della lotta e ad essi non ci può che unire la solidarietà internazionalista che stringe insieme gli oppressi contro gli oppressori.

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