Pivot to Asia

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Sta diventando sempre più chiaro che nel 21° secolo,  il centro di gravità strategico ed economico del mondo sarà l’Asia Pacifica, dal subcontinente indiano fino alle coste occidentali delle Americhe. E uno dei compiti più importanti del governo americano nei prossimi decenni sarà quello di realizzare un sostanziale aumento degli investimenti – in campo diplomatico, economico, strategico, e non – in questa regione”.

È con queste parole che, nell’ottobre del 2011, Hillary Clinton, allora segretario di Stato dell’amministrazione Obama e quasi certamente candidato presidenziale del Partito Democratico alle prossime elezioni, inaugura una nuova fase della politica di Washington verso l’Asia Orientale, firmando un articolo sul sito foreingpolicy.com e tenendo, nel novembre 2011, un discorso ufficiale a Honolulu, capitale dell’arcipelago delle Hawaii, estremo lembo yankee nell’Oceano Pacifico. È l’inizio, in termini quantomeno propagandistici, di quella fase della politica estera statunitense, definita “pivot to Asia” ossia “perno sull’Asia” o meglio “ritorno all’Asia”, che abbiamo poi visto dispiegarsi concretamente negli anni successivi fino ad oggi, seppur il più delle volte oscurata a livello mediatico, dalle notizie provenienti da altre zone del mondo, specie quelle attraversate da processi di guerra dispiegata (Siria, Iraq, Libia…).

Eppure, è proprio con l’avvio di questa fase della politica statunitense che il processo globale di guerra compie un salto di qualità generale, poiché dietro al “pivot to Asia” vi sta principalmente la conduzione di una guerra di posizione volta al contenimento e all’accerchiamento preventivo della Cina, in quanto potenza imperialista in ascesa e contendente agli Usa il primato economico mondiale. Tanto che, in meno di tre anni, dalla retorica di facciata utilizzata da Clinton per lanciare il “ritorno all’Asia”, i toni sono passati al più schietto bellicismo. Esemplarmente, nel rapporto sulla Strategia Militare Nazionale stilato dal Pentagono per il 2015, la Cina è citata tra i nemici principali degli Usa, assieme a tutte le altre variegate forze ostili quali Talebani, Stato Islamico, Corea Democratica, Iran, Russia e via dicendo. Si dice in particolare che “le azioni cinesi stanno aggiungendo tensione all’area asiatico-pacifica. La comunità internazionale continua a richiamare la Cina a risolvere tali questioni collaborando e senza coercizione. La Cina ha risposto con aggressive rivendicazioni territoriali che le consentiranno di schierare le sue forze armate su vitali linee marittime internazionali”. Il presidente della commissione difesa del senato statunitense – quel John McCain che ha avuto un ruolo in prima persona nel supportare l’insurrezione contro Assad in Siria e il golpe di Euromaidan in Ucraina – è andato persino oltre, affermando che – tanto nella fase attuale che nel futuro – la minaccia strategica per Washington non sono gli islamisti e nemmeno Putin, ma la Cina.

Vediamo, dunque, di capire come concretamente si sta dispiegando il “pivot to Asia” statunitense, affrontandolo da tre punti di vista dialetticamente connessi, ovvero quello economico, politico e militare.

Il “pivot” economico 

A inizio ottobre 2015, l’imperialismo Usa raggiungeva uno dei suoi (pochi) principali successi nell’epoca dell’amministrazione Obama, ovvero la firma del Partenariato Transpacifico , un accordo di libero scambio che lega Washington a undici paesi dell’area asiatica-pacifica: Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei e Malesia. Secondo talune stime, l’area coperta dal trattato occupa il 40% della produzione mondiale, abolendo barriere commerciali a vantaggio dei monopolisti statunitensi, da un lato aumentando la dipendenza economica dei paesi più arretrati, come quelli dell’America Meridionale, e dall’altro rafforzando l’alleanza e la compenetrazione economica con paesi a struttura imperialistica come il Giappone, il Canada e l’Australia.

Ma il dato principale, sul piano strategico, rispetto a questo nuovo trattato di libero commercio, è quello di aver lasciato fuori la Cina, tentando di bloccarne la proiezione commerciale e finanziaria soprattutto nell’area asiatica, a vantaggio invece di un riposizionamento statunitense. Obama, dopo la firma, ha infatti affermato senza peli sulla lingua che “non possiamo lasciar scrivere le regole dell’economia globale a paesi come la Cina”.

Se attualmente il Partenariato Transpacifico delinea una sorta di accerchiamento economico e commerciale del gigante asiatico, in futuro, qualora la Cina fosse costretta ad entrarvi per la propria necessità di espansione imperialista nell’’area, potrebbe rivelarsi lo strumento per imporre misure, in nome dell’uniformità delle regole per gli aderenti, che ledano l’autonomia e l’intervento politico del governo e delle autorità cinesi nel dirigere lo sviluppo del proprio sistema imperialista, ovviamente sempre a vantaggio dei rivali imperialisti statunitensi. Misure di formale liberismo economico, ma di sostanziale lotta tra monopolisti per ripartirsi i mercati mondiali, sono state da sempre gli strumenti con i quali i capitalisti statunitensi puntano a espandere la propria influenza piegando i concorrenti dall’interno o comunque riconducendoli in un alveo di sviluppo economico che combaci con il riconoscimento del primato Usa. Così sta avvenendo per l’Unione Europea rispetto alle contrastate (e segrete) trattative per il trattato di libero commercio che avrebbe dovuto essere già stato firmato. Ma per la Cina, gli elementi in campo sono diversi. La borghesia imperialista al potere nel “celeste impero” ha costruito la sua posizione di autonomia politica dagli Usa contando paradossalmente su strutture istituzionali interne e su rapporti di forza nell’area asiatica che sono stati ereditati da una rivoluzione proletaria e popolare. Pur certamente tradita dall’attuale dirigenza, essa ha storicamente fatto retrocedere gli imperialisti statunitensi dal dominio sulla nazione cinese,  preventivandola dalle loro influenze interne, e ne ha ristretto l’egemonia in tutta l’Asia.

Tutto fa pensare dunque che, almeno per il momento, la tendenza nello sviluppo del Partenariato Transpacifico rimanga quello dell’accerchiamento economico ai danni della Cina, in termini di penetrazione di capitale Usa e dunque di influenza politica regionale, piuttosto che in quella di grimaldello politico interno per forzare gli equilibri del regime cinese, rimasto finora impermeabile alle pressioni yankee.

Ma c’è un altro fattore di cui bisogna tenere conto per valutare in termini reali questo avanzamento degli Usa nel “pivot to Asia” e cioè che l’area interessata dal Partenariato Transpacifico è toccata già da un altro trattato di libero commercio che lo supera per vastità geografica e per entità della popolazione interessata. Si tratta della cosiddetta Area di Libero Mercato in vigore dal 2002 proprio tra la Cina da una parte e i paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico, più nota con l’acronimo di Asean, ovvero Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Vietnam, Thailandia, Brunei, Laos, Myanmar e Cambogia. Buona parte dei paesi asiatici interessati dal Partenariato Transpacifico sono direttamente parte dell’Area di Libero Mercato e il Giappone ne è comunque toccato in termini indiretti visto che l’Asean a sua volta è legata da un accordo di libero scambio con Tokio. In risposta al Partenariato, oggi Pechino si sta facendo promotore dell’Area di Libero Commercio dell’Asia – Pacifico fra i paesi parte della Cooperazione Economica dell’Asia Pacifico (Apec), capitalizzando così la sua presenza all’interno di tale consesso regionale, che comprende altri venti paesi dell’area tra cui gli Usa. Il regime cinese ha evidenziato così le contraddizioni e la strumentalità della diplomazia economica statunitense, che con l’accordo sul Partenariato ha privato di sostanza lo storico forum commerciale dell’Apec, in piedi dal 1989.

Inoltre la Cina è riuscita a sfondare economicamente anche nelle tradizionali roccaforti dell’imperialismo yankee, come nel caso della Corea del Sud, sulla base di un altro specifico accordo di libero scambio che il parlamento di Seul ha ratificato lo scorso novembre. Sul piano finanziario, il nuovo asso nella manica dell’imperialismo cinese è rappresentato dalla Banca Asiatica d’investimento per le infrastrutture, il gigante finanziario che sovvenzionerà progetti in tutto il continente il quale vede Pechino – ovviamente – come socio di maggioranza, seguita dall’India, contando persino sull’adesione, nonostante le pressioni contrarie da parte degli Usa, di Germania, Francia, Inghilterra e Italia.

Senza contare che alcuni paesi compresi nel Partenariato, come nel caso della Malesia e del Vietnam, attualmente vedono la Cina in forte vantaggio negli indici di scambio commerciale rispetto a Washington. La borghesia imperialista statunitense rivede anche da questo punto di vista i suoi investimenti in campo asiatico: mentre è in corso il processo di cosiddetto reshoring dalla Cina1, in Vietnam sta avvenendo un massiccio offshoring di capitale yankee, tanto che il paese indocinese sta diventando il maggior esportatore verso gli Usa nella regione del Sud Est asiatico, superando Thailandia e Malesia.

Dunque l’accordo del Partenariato Transpacifico e più in generale la politica economica degli Stati Uniti verso l’Asia in generale non può che essere vista come un riposizionamento nella lotta per la ripartizione dei mercati contro la Cina, rincorrendo l’espansione che quest’ultima ha avuto negli ultimi anni nella regione dell’Estremo Oriente e nell’intero continente asiatico.

Il “pivot” politico

L’espansione cinese in Asia ovviamente non è stata solo economica, ma si è accompagnata con una crescita dell’influenza politica e delle potenzialità militari di Pechino. Il progressivo allargamento dell’Organizzazione di Shanghai, una sorta di anti-Nato eurasiatica patrocinata da Cina e Russia, le rivendicazioni sul Mar Cinese Meridionale e Orientale, la crescita degli investimenti in campo bellico, il processo di integrazione tra apparati di sicurezza e militari tra Mosca e Pechino, dimostrano come quest’ultima intenda da un lato “blindare” i propri avanzamenti imperialistici e dall’altro persegua una politica di influenza e di alleanza per far fronte all’aggressività statunitense.

La Casa Bianca ha risposto rilanciando parimenti la propria catena di alleanze e servitù in campo asiatico, dando mano libera alle forze più apertamente guerrafondaie e revansciste nella regione, contemporaneamente innovando la propria politica estera per porsi alla testa di un ampio fronte anticinese.

In Giappone, ciò si è concretizzato con la politica nazionalista e militarista avviata dall’attuale governo di Shinzo Abe, che ha provveduto a modificare la costituzione post – Seconda guerra mondiale, autorizzando formalmente l’esercito nipponico ad interventi esteri. Che questa sostanziale svolta bellicista sia patrocinata di fatto dagli Usa, lo si può ben comprendere dal fatto che le nuove linee guida per l’interventismo fuori dal territorio nazionale, annunciate lo scorso aprile, prevedono ufficialmente che Tokio possa inviare le sue forze armate a supporto e tutela di quelle statunitensi. Il che, nel contesto di un’ Asia sempre più militarizzata dalle basi e dai contingenti yankee, significa porre le basi per conflitti a catena in tutto il continente.

Gli Usa hanno in particolare sostenuto le rivendicazioni giapponesi rispetto alle isole Senkaku – Diaoyu che la Cina invece ritiene essere sotto propria sovranità, contribuendo così a globalizzare uno dei fronti di crisi della regione asiatica-pacifica. Stessa cosa è avvenuto per il sostegno degli imperialisti Usa a Vietnam, Malesia, Filippine, Brunei e Taiwan nel contrasto alle rivendicazioni di Pechino per quanto riguarda il Mar Cinese Meridionale, ricco di giacimenti di petrolio e di gas e principale via marittima di tutta l’Asia Orientale. Gli Stati Uniti si stanno interponendo tra i paesi membri dell’Asean e la Cina per disarticolare questo rapporto, utilizzando tutte le frizioni regionali per sgretolarlo. Al punto che, tanto per fare un esempio paradossale, uno dei referenti principali per la politica anticinese degli Usa per l’Asia sta progressivamente divenendo il Vietnam: nel luglio 2013 Washington e Hanoi hanno elevato la loro relazione al titolo di “partneship allargata”, con un approfondimento dei rapporti in ambito politico, diplomatico, commerciale, scientifico, tecnologico, di sicurezza…

Per quanto riguarda Taiwan, le elezioni dello scorso gennaio hanno portato alla fine del potere del Kuomintang, con l’affermazione del Partito Democratico Progressista, che si dichiara contrario alla trattativa per la riunificazione con Pechino, contraddicendo la recente svolta nel senso del dialogo avviata dal precedente governo. Ciò pone un ulteriore fattore di surriscaldamento dei rapporti nella regione, poiché qualora Taipei proclamasse ufficialmente la propria indipendenza, la linea che la Cina potrebbe seguire sarebbe quella della soluzione militare, un conflitto che a catena coinvolgerebbe anche gli Usa. Senza contare che Taiwan è coinvolta nella disputa per il controllo del Mar Cinese Meridionale e che potenzialmente il suo ruolo può essere dirompente negli equilibri dell’area, se pensiamo che tra le sponde dell’isola e lo stretto di Malacca passa il 40% del commercio mondiale, tra cui le ingenti importazioni petrolifere della Cina. Emblematiche, del resto, sono state le opposte reazioni di Cina e Stati Uniti alla vittoria di Tsai Ing Wen, candidata del Partito Democratico Progressista, alle ultime elezioni taiwanesi. Se sul Global Times, un tabloid pubblicato dal quotidiano ufficiale del cosiddetto Partito Comunista Cinese, si ammoniva che “qualsiasi iniziativa verso l’indipendenza sarebbe come un veleno che provocherebbe la morte di Taiwan”, il Dipartimento di Stato Usa affermava “guardiamo avanti per lavorare con la dottoressa Tsai e i capi di tutti i partiti di Taiwan per procedere a realizzare i nostri molti comuni interessi e rafforzare ulteriormente la relazione non ufficiale2 tra gli Stati Uniti e il popolo di Taiwan”.

Il “pivot” militare

Il 27 ottobre del 2015, la tensione all’interno del Mar Cinese Meridionale arrivava alle stelle quando il cacciatorpediniere Uss Lassen entrava nelle acque territoriali di una delle isole rivendicate dalla Cina, provocando la ferma reazione di quest’ultima che bollava come illegale l’operazione, definendola una minaccia alla propria sovranità nazionale, e annunciava risposte ferme nel caso episodi del genere si ripetessero.

La provocazione statunitense rientrava pienamente nell’ingerenza che l’amministrazione Obama sta perseguendo rispetto alla contesa per questo spazio di Oceano Pacifico, sostenendo tutti gli attori locali che si battono contro le pretese cinesi ad un suo controllo esteso al 80-90%. E ovviamente ciò ha significato perseguire anche l’intervento diretto, ad esempio cercando di ottenere dal Vietnam la concessione della base strategica di Cam Ranh per posizionarvi propri contingenti militari. Del resto, nell’area gli Stati Uniti possono già contare su un esteso sistema di basi: dalla Diego Garcia, situata nelle isole Chagos ancora sotto controllo britannico, a quelle localizzate nel territorio di Singapore, dalla base U-Tapao in Thailandia a quella di Subic nelle Filippine, fino, più a sud, alla base Darwin in Australia.

La presenza militare statunitense nell’area è in crescita, basti pensare al recente accordo di difesa decennale realizzato con il governo filippino, che apre le porte all’aumento degli stanziamenti yankee ed è chiaramente rivolto a contenere l’espansione della Cina. Quest’ultima, ovviamente, non sta a guardare: a febbraio il gigante asiatico ha iniziato a schierare missili, radar e una squadriglia di aerei da caccia nelle isole contese, che darebbero, secondo fonti statunitensi, la possibilità a Pechino di controllare tutto il traffico navale e aereo nella zona.

Ben più a nord, nella penisola coreana, il ridispiegamento militare statunitense sta avvenendo oramai da anni. Dal 2013, il “premio Nobel per la pace” Obama ha concentrato nel territorio e nelle acque sotto controllo sudcoreano sottomarini nucleari, bombardieri B-52 con capacità di armamento atomico, caccia invisibili F-22 e sistemi antimissili, in aggiunta agli arsenali già storicamente presenti, concentrati in ben quindici basi militari, che ospitano nel complesso 29 mila soldati statunitensi. Come nel caso del Mar Cinese Meridionale, per gli Usa si tratta di intervenire in una contesa regionale, quella tra Seul e Pyongyang, per aggravarne la portata e tendendo a farla divenire fronte di guerra globale.

Lanciare minacce e provocazioni contro la Repubblica Democratica Popolare di Corea, così come accerchiarla militarmente e sostenere le spinte belliciste dei governi di Seul, è funzionale a mantenere una condizione di continua tensione nella regione che, se direttamente si riflette nell’arrocco di Pyongyang in difesa della propria sovranità, indirettamente va a scontrarsi con la Cina, territorialmente e politicamente contigua con il regime oggi guidato da Kim Jong Un. Per gli imperialisti Usa, si tratta di incunearsi in termini politici militari in un’altra area strategica dell’Asia Pacifica: brandendo il pericolo dello “Stato canaglia nordcoreano”, Obama ha voluto preventivarsi da ogni riavvicinamento tra Nord e Sud, da ogni distensione nell’area che offrisse copertura politica all’espansione economica cinese e ha presentato la propria ingerenza come “scudo militare” per Seul e Tokio.

Proprio in riferimento al Giappone, è del gennaio scorso un accordo che il governo Abe ha raggiunto con gli Usa affinché il regime nipponico aumenti i suoi stanziamenti per il mantenimento e il possibile ampliamento delle trentadue basi militari statunitensi posizionate sul proprio territorio, arrivando alla cifra di 946,5 miliardi di yen, ovvero circa 7,4 miliardi di euro.

La Cina ovviamente non sta ferma difronte a tutto ciò e ovviamente trova una corrispondente tensione nella Russia, anch’essa assediata dall’espansione Usa non tanto sul fronte orientale quanto su quello occidentale. E infatti, ad un anno dalla storica intesa sulle forniture energetiche da parte russa, che ha permesso a Putin di trovare un potenziale mercato alternativo all’Europa dopo l’esplodere della contesa sull’Ucraina, nel maggio 2015 Pechino e Mosca hanno firmato un accordo strategico sulla sicurezza cibernetica che obbliga i due paesi alla reciproca collaborazione difronte alle minacce all’integrità economica, sociale e politica attraverso la violazione del propria sistema informatico di comunicazione, informazione e raccolta dati.

Significativamente, se gli Stati Uniti provano a blindare militarmente l’Oceano Pacifico, Russia e Cina iniziano insieme a rivendicarlo come proprio spazio di potenza. Dal 20 al 28 agosto 2015, nel Mar del Giappone si è svolta la seconda fase dell’operazione Joint Sea 2015, un’esercitazione congiunta tra marina militare russa e cinese proprio nell’area dove più forte è lo scontro con Tokio per il possesso delle isole Senkaku – Diaoyu. La prima fase, beninteso, si era svolta nel Mediterraneo già a maggio, ovvero lambendo ben altri fronti di guerra a noi a più vicini (Ucraina, Siria, Nord Africa…) e poteva essere considerata la risposta russo-cinese all’esercitazione atlantica “Trident Juncture 2015”.

Insomma, se un tempo le frizioni fra il gigante eurasiatico russo e il gigante asiatico cinese non mancavano, la pressione statunitense su entrambi li sta obbligando a convergere su una collaborazione strategica, che alimenta la contraddizione interimperialista e delinea i fronti contrapposti della tendenza globale alla guerra.

Il “pivot” dell’Asia

Lenin aveva previsto, già all’inizio del secolo scorso, quanto l’Asia sarebbe stata cruciale per i destini dell’umanità e soprattutto quanto lo sarebbero state le sterminate masse sfruttate del più vasto fra i continenti3. La vittoria della rivoluzione in Cina nel 1949 e la sconfitta dell’imperialismo yankee in Vietnam nel 1975 gli diedero ragione: nella seconda metà del Novecento l’Asia fu cruciale nella storia della lotta di classe e dunque dell’umanità intera. Oggi questo continente ritorna ad essere cruciale nelle strategie e nell’immaginario ideologico legate all’uno o all’altro schieramento imperialista in lotta per la supremazia mondiale. I caporioni dell’imperialismo Usa hanno parlato del ventunesimo secolo definendolo, senza mezzi termini, come “America’s Pacific century”, ovvero “secolo del Pacifico americano”. Se, invece, i caporioni dell’imperialismo cinese stanno molto più attenti a sbilanciarsi rispetto ai tracotanti loro corrispettivi a Washington, i più svariati osservatori internazionali hanno affermato, talvolta a denti stretti, che il ventunesimo secolo appartiene alla Cina.

La borghesia, da qualunque parte guardi e da qualunque collocazione lo faccia, quando osserva il mondo non può che vedere sé stessa e basta. Il movimento comunista, all’incontrario, deve osservare la realtà nel suo movimento eterno, diseguale nel suo sviluppo concreto, ma uguale nelle tendenze che lo connotano. Una di queste è la spinta che l’Asia ha nel suo essere centrale nelle vicende umane o meglio a ritornarlo comunque ad esserlo, per fattori oggettivi, non da un ultimo il peso demografico che la caratterizza. Ora è chiaro che questa sua riaffermazione nelle teorizzazioni borghesi non può che corrispondere ai sogni di potenza dell’una o dell’altra potenza imperialista, ovvero all’incubo reale della guerra mondiale interimperialista.

Per noi è chiaro anche l’opposto: le masse sfruttate dell’Asia, la quota più vasta del proletariato internazionale e delle altre classi oppresse, possono ancora una volta scuotere e mutare i destini dell’umanità. I segni in tal senso – in primis le guerre popolari in India e nelle Filippine4 – sono tangibili, pur nei limiti del loro sviluppo nei determinati contesti nazionali. Le lotte operaie e contadine non mancano in Cina, ma il regime revisionista controrivoluzionario qui instauratosi rappresenta un nemico inedito per lo sviluppo della rivoluzione proletaria.

Il “ritorno” dell’Asia, se avverrà come ritorno sulla scena mondiale delle vastissime masse asiatiche e della rinascita del movimento comunista, aprirà più di ogni altra forza mondiale, inevitabilmente e concretamente, l’alternativa storica alla barbarie imperialista nello sviluppo della rivoluzione proletaria.

Note

1 Sul punto vedi anche Antitesi n° 1 Sulla divisione internazionale del lavoro pp. 32 s.

2 Non ufficiale nel senso che gli Usa, pur avendo sempre appoggiato Taiwan, sono sempre stati costretti a riconoscere ufficialmente la Repubblica Popolare quale unica nazione cinese.

3 Vedi scritti come I destini storici della dottrina di Karl Marx (Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, 1965, pp. 481 ss.) L’Europa arretrata e l’Asia avanzata (Ibidem, pp. 485 ss.) Meglio meno, ma meglio (Ibidem, pp. 1815 ss.).

4 Sulla guerra popolare in India vedi l’articolo ad essa dedicato nella sezione due del presente numero di Antitesi (pp. 31 ss.). Sulla guerra popolare nelle Filippine si può consultare l’appendice del libro Azad – voce della guerra popolare in India, a cura del Collettivo Tazebao, 2013 pp. 281 ss. Il sito dei compagni filippini è philippinerevolution.net.

5 Vedi supra pp. 24 ss.

Fonti bibliografiche

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Siti consultati

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