Realtà e strumentalità della nostalgia sovietica nell’est Europa

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[Dalla sezione 5 del numero 1 di Antitesi]

9 Maggio. Mosca. Piazza Rossa. Una delle più grandi parate degli ultimi tempi rende omaggio ai caduti e ricorda il 70° anniversario della vittoria della Grande Guerra Patriottica.

Sullo sfondo troneggia una enorme falce e martello, tra la gente si sprecano foto di Stalin e Lenin e ovviamente dei caduti, bandiere rosse e bandiere russe. Nessuno dei capi di Stato dei paesi della Nato e dell’Ue partecipa alla commemorazione e sembra davvero uno scorcio da guerra fredda. Un revival dei tempi in cui la Russia era l’Urss e gli Stati Uniti erano il nemico numero uno. La tendenza alla guerra è sempre più esplicita, diretta conseguenza di una crisi economica in cui ormai si dibatte tutto il mondo e dei sempre più contrastanti interessi imperialistici. Le posizioni si polarizzano, da ovest ad est la guerra si combatte a livello economico, militare e politico. Ai tentativi forzati di occidentalizzazione sempre più spesso i popoli stanno reagendo in direzione contraria. Talvolta recuperando anche certi fasti del passato, certe esperienze alternative al capitalismo. Di “nostalgia del comunismo” ad est se ne parla dal giorno dopo la caduta del muro di Berlino e molti sono gli articoli (talvolta vere e proprie sirene d’allarme) che segnalano un suo acutizzarsi. Ciò continua a far tremare i polsi alla borghesia, sopratutto quella dell’ovest, cioè dominante nei paesi che si sono proclamati vincitori, in nome della “democrazia” e del capitalismo, nella “guerra fredda” contro il campo socialista guidato dall’Urss.

Cercheremo di capire nelle prossime righe quanto questo sentimento di nostalgia sia reale e quanto invece vi possa essere di strumentale. Analizzandolo da una parte alla luce delle promesse tradite dal capitalismo nell’est Europa e dall’altra tenendo presente la progressiva tensione a livello internazionale.

Cominciando da dati e fatti: una veloce panoramica su Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia

La Bulgaria entra nell’Unione Europea nel 2007. Poco meno di 7 anni dopo il governo è travolto da grosse mobilitazioni popolari contro i bassi standard di vita, l’alto costo dell’energia e l’alto livello di corruzione. Nel giugno 2014, Rosen Plevneliev, il presidente, scioglie il parlamento a causa della ormai ingestibile instabilità bancaria. Nel 2015 risulta, secondo dati Eurostat, il paese europeo col più basso salario minimo pro capite ovvero 184 euro1. La sostituzione del lev bugaro con l’euro, che doveva attuarsi il primo gennaio 2013, è stata rimandata. Nel 2011, la quota del 10% più ricco della popolazione possedeva il 25% del reddito complessivo.

Questo il quadro generale entro cui inserire i dati di un sondaggio dell’istituto Alpha Research condotto nel 2014. Le giovani generazioni bulgare ammettono di fatto di non conoscere quasi nulla del passato comunista della Bulgaria: il 91% dei giovani tra i 16 e i 30 anni non ha conoscenze approfondite del periodo socialista, segno di una forzata rimozione di un preciso periodo storico. In generale per il 40% dei bulgari l’anniversario della caduta del muro di Berlino non significa nulla. Contestualizzato storicamente o vissuto come periodo “astorico”, resta il fatto che il 55% degli intervistati ha istintivamente un atteggiamento positivo verso il passato comunista e solo il 25% si schiera contro quel periodo. La maggior parte degli intervistati è convinta che gli unici che hanno guadagnato dalla transizione al libero mercato siano stati i politici e i corrotti2.

La Romania entra nella Nato nel 2004 e nell’Unione europea nel 2007. Esattamente l’anno dopo l’ingresso nella Ue, nel 2008, finisce in una profonda recessione a seguito della crisi mondiale. Il governo effettua enormi tagli alla spesa pubblica al fine di ridurre il debito pubblico e privatizza alcune delle maggiori imprese statali. La corruzione è rimasta a livelli altissimi, mentre il salario minimo si aggira attorno ai 218 euro, risultando così il secondo più basso in Europa. Nel 2011 il 10% della popolazione possiede circa il 24% del reddito totale.

Nel 2013 l’istituto di ricerca Inscop dedica un sondaggio al rapporto tra la popolazione e la nostalgia del comunismo. Il 47.5% degli intervistati ha una opinione positiva di Ceausescu, il 46.9% una opinione negativa. Se il 45.5% degli intervistati ha risposto che il comunismo è stato un male per la Romania, il 44.7% lo ritiene invece un momento storico positivo. E anche se il comunismo è ritenuto positivo principalmente dagli anziani e da chi ha un titolo di studio basso, buone percentuali di atteggiamento positivo si riscontrano anche tra i giovani e tra chi ha alto titolo di studio (intorno al 30-40%)3.

Quando l’Ucraina era ancora la Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina il posizionamento mondiale dello sviluppo economico la vedeva al decimo posto. La fine dell’esperienza socialista comporta lo smembramento della proprietà pubblica, il progressivo indebolimento dell’industria metalmeccanica e di beni ad alto valore aggiunto. L’economia si concentra sulla produzione di materie prime e proprio da questo settore emerge una casta di oligarchi e corrotti che concentra il potere nelle proprie mani. Nel 2000 le importazioni superano le esportazioni, il debito (sopratutto estero) cresce a dismisura finché l’associazione all’Unione Europea dopo gli eventi del Maidan comporta il medesimo meccanismo di austerità già visto altrove.

Gli unici dati disponibili riguardo alla nostalgia del comunismo risalgono ad uno studio del sito Levada.ru del 2011 da cui emerge che il 45% degli intervistati rimpiange la vecchia Urss e di questi il 70% ritiene che fosse evitabile la dissoluzione del blocco sovietico. Ma le differenze tra territorio e territorio sono evidentissime: è sopratutto nei territori dell’est (55%) e del sud (58%) che è forte la nostalgia4. Nel Donbass si arrivava al 65% di “nostalgici”. È anche per questo che, nel luglio 2015, la Rada golpista ucraina decreta il divieto di apologia del comunismo e mette sotto inchiesta i tre partiti comunisti ucraini.

In Germania c’è addirittura un termine specifico che rimanda alla nostalgia della vita nell’ex Germania Democratica (Ddr), l’“ostalgia”, nato dall’unione dei termini Ost (est) e nostalgie.
Nasce in ambienti cabarettistici, ma nel 1993 la Gesellschaft für Deutsche Sprache (Società per la Lingua Tedesca) lo inserisce nelle 10 parole più rappresentative dell’anno. Lentamente entra nei vocabolari. Un misto di volontà conservativa di fronte ad una società che cambia ad una velocità impressionante e reale nostalgia di un preciso sistema economico-politico. L’ostalgia di per sé ha avuto per decenni un valore che potremmo definire “privatista”, legato al collezionismo di oggetti di epoca sovietica o a fenomeni di turismo nostalgico (dall’acquisto delle vecchie Lada all’apertura di pub, locali e musei dove si rivive la vita quotidiana nel socialismo reale, dalla collezione di medaglie e divise all’organizzazione di festival ecc…), ma ad oggi sarebbe limitante descriverlo così, come un mero fenomeno di moda e forse non lo è neppure mai stato. Nel 2009 l’istituto di statistica Emnid pubblica un sondaggio sulla nostalgia del comunismo. Divide gli intervistati tra ossi (tedeschi dei lander orientali) e wessi (tedeschi occidentali). Ben il 49% degli ossi afferma che la Germania Democratica fosse uno Stato con più lati positivi che negativi. Il 52% dei wessi invece si dichiara convinto dell’esatto opposto. Addirittura l’8% degli ossi si dichiara sicuro del fatto che la vita fosse migliore nella Germania divisa che in quella unificata: ben il 57% degli ossi quindi, nel 2009, preferisce la Ddr alla attuale Germania (e la crisi economica era appena esplosa!). L’80% dei wessi invece dichiara che mai avrebbe voluto vivere nella Germania socialista: di questi, il 26% la considera una delle peggiori dittature.

Nel gennaio del 2015 la Free university of Berlin pubblica uno studio dal titolo “against the state and capital – to revolution”. Lo scopo è “rivelare i punti di contatto e le differenze tra l’estrema destra e l’estrema sinistra”, ma sono emersi dati interessanti: lo studio ribadisce una profonda differenza di vedute tra chi vive nella Germania dell’est (più vicini alle idee di sinistra) e chi vive in quella ovest. Il 60% degli intervistati residenti in quella che era la Germania dell’est considera il socialismo una buona idea, nell’ovest invece solo il 37%5.

La Russia è stata un’economia in relativa crescita, anche se negli ultimi anni, gli effetti della crisi mondiale, la questione ucraina, le sanzioni, la svalutazione del rublo e la caduta del prezzo del gas hanno sicuramente comportato conseguenze pesanti. Pur essendo un paese dove il 40% delle famiglie riceve in qualche modo sostegno dallo stato, essa è stata promossa nel 2013 dalla World Bank tra i paesi ad alto reddito, avendo superato il reddito pro capite di 12 mila e 700 dollari, barriera che separa gli stati ad alto reddito da quelli a medio reddito.

Nel marzo del 2015 l’agenzia di ricerca Levada, all’approssimarsi del 70° anniversario della Grande Guerra Patriottica, ha pubblicato un sondaggio sulla figura di Stalin dopo aver intervistato, sia in distretti urbani che rurali, circa 1600 persone dai 18 anni in su6.

Alla domanda “che reazioni avresti se, durante la parata del 9 Maggio venisse eretto un monumento a Stalin”, il 9% si è dichiarato fortemente favorevole, il 28% favorevole, il 29% indifferente e solo il 25% contrario o fortemente contrario. Il 10% non ha saputo rispondere.
Alla domanda “che sentimento provi per Stalin” il 39% ha detto di ammirarlo, averne stima o rispettarlo. Il 5% lo odia, il 30% è sostanzialmente indifferente.

Alla domanda “che cosa associ alla morte di Stalin” il 46% vi ha associato la fine del terrore, delle carcerazioni e la libertà per molti innocenti, il 24% la perdita di un grande capo e maestro. Il 45% ritiene giustificati o del tutto giustificati i sacrifici dei sovietici durante il periodo di governo di Stalin. Tutto questo nonostante perfino il partito comunista, da Kruscev in poi, abbia duramente attaccato Stalin.

Del marzo 2015 è invece un sondaggio sul ruolo di Lenin, sempre ad opera di Levada7. Il 31% degli intervistati ritiene che la memoria di Lenin vada preservata nella storia, ma che non si debba più ripercorrere quella strada, il 21% ritiene che le idee di Lenin siano state distorte dai suoi successori, il 17% ritiene che Lenin abbia portato il paese verso il progresso e la giustizia.

Alla luce di questi dati pare del tutto scontato che il periodo sovietico sia ritenuto parte integrante della storia russa con una forte difesa della memoria dei dirigenti comunisti, anche di Stalin nonostante gli anni della destalinizzazione ad opera delle stesse autorità sovietiche. Però nel caso russo risulta interessante anche capire che rapporto hanno i russi con la propria storia, con la propria nazione e con il capitalismo.

In un sondaggio del giugno 2015 il dato che emerge chiaramente è il forte patriottismo dei russi8.
Alla domanda “pensi che alla Russia sia necessaria l’economia di mercato?” il 69% risponde di sì e solo un 19% risponde no.

Alla domanda “pensi che per la Russia sia più importante essere economicamente forte o militarmente forte?” il 58% privilegia l’economia alla potenza militare, il 33% l’opposto. Infine il 64% degli intervistati ritiene importante l’integrazione con l’occidente.

Nell’aprile 2015, l’80% specifica che il patriottismo è un sentimento personale molto profondo e che non spetta allo Stato stabilire cosa sia patriottico e cosa no. Il 78% comunque si è dichiarato patriota9.

Infine nel marzo 2015 solo il 19% ha ritenuto che bisognerebbe ripercorrere la strada dell’Unione Sovietica, il 55% ha invece affermato che la Russia deve continuare a percorrere il suo unico e proprio percorso e solo il 17% ha dichiarato che sarebbe da seguire la via che la civiltà europea occidentale ha percorso nella modernità.

Al di là dei sondaggi però vi sono anche vari “volti noti” che hanno più volte espresso simpatia per il periodo sovietico. Alcuni esempi:

Lukashenko, attuale presidente della Bielorussia, ha ad esempio dichiarato nel 2013 che non solo ha nostalgia dell’Unione sovietica, ma che fu anche l’unico, al tempo, a votare in parlamento contro la sua dissoluzione. Ha affermato anche che se l’Unione Sovietica fosse ancora esistente il Medio Oriente e il mondo arabo non sarebbero in fiamme perché l’Urss avrebbe negoziato, dispiegato la flotta e a nessuno sarebbe venuto in mente di fare guerre10. Gorbacev, uno dei massimi artefici diretti del disfacimento dell’Urss ed estremamente impopolare in Russia proprio per questo, ha dichiarato nel 2011 a Mark Franchetti, corrispondente italiano a Mosca, di avere un grande rimpianto, ovvero proprio la caduta dell’Urss come entità politico-geografica. Magari un’Unione Sovietica “riformata”, non di certo “l’esperienza totalitaria” che era stata, ma sicuramente più rispettata della Russia attuale11. Putin stesso ha definito la caduta dell’Unione Sovietica come una delle più grandi catastrofi geopolitiche del 20° secolo.

Il fantasma si aggira di nuovo per l’Europa?

Una prima e rapida occhiata ai dati fa pensare ad un recupero del socialismo in molti stati dell’est Europa. Proviamo, con tutti i limiti del caso, a contestualizzarli ed analizzarli più a fondo.
Azzardiamo, e diciamo di azzardare perché l’analisi di alcuni sondaggi non può rendere idea di una complessità, che vi sono almeno tre ordini di motivazioni assai diversi tra loro rispetto a questo ritorno di fiamma del “socialismo reale”.

In quasi tutti gli Stati dell’ex Urss la transizione al capitalismo ha comportato una serie terribile di peggioramenti nelle condizioni di vita dei proletari: smembramento della proprietà statale attraverso privatizzazioni e svendite a capitalisti (spesso esteri), corruzione dilagante, riconversione totale dell’economia per riadattarla alla divisione mondiale del lavoro, politica fortemente influenzata da un numero ridottissimo di oligarchi.

In generale quindi una prima motivazione di tale nostalgia può essere intimamente legata alla frustrazione di quelle aspettative che il passaggio al “libero” mercato e alla democrazia liberale avevano portato con sé.

Una seconda motivazione può essere il mero bisogno di ordine. Quasi tutti gli ex stati socialisti hanno vissuto veri momenti di caos e di radicale cambiamento della vita quotidiana, in una transizione talvolta incerta e contraddittoria. Inoltre il disfacimento dell’Urss e della Jugoslavia ha comportato una lunga quantità di guerre spesso di origine etnica: inutile negare che la destabilizzazione dell’Est Europeo era ed è uno strumento degli Usa e di alcuni Stati europei per i propri interessi imperialistici12. Si sono appositamente create deflagrazione politiche e militari sulla base di frizioni interetniche o interconfessionali, laddove invece gli Stati socialisti aveva trovato il sistema di far convivere pacificamente più popoli.

In questo caso il recupero del socialismo può essere visto come la nostalgia per un periodo di certezze e di pace.

Infine la crisi del 2008 ha “esteso” ai più giovani una nostalgia che, come si vede in più sondaggi, era stata fino a qualche decennio fa appannaggio delle generazioni più anziane o di chi aveva vissuto in prima persona il cosiddetto socialismo reale, mettendo nei fatti fine all’ubriacatura di aspettative da parte del capitalismo alla occidentale.

Il terzo motivo, a prima vista contraddittorio, ma che nel caso della Russia e del suo blocco di potere è invece molto importante, è il recupero dell’esperienza dell’Urss come strumento per la costruzione dell’identità russa da opporre al modello occidentale. Fatta eccezione per il Partito Comunista di Ziuganov e alcuni ridotti partiti della sinistra extraparlamentare, la discussione politica non ruota assolutamente intorno alla ricostituzione del socialismo, ma unicamente intorno alla ricostruzione della potenza russa.

Più volte Putin ha ribadito che alla Russia, nell’attuale ordine globale, non è concesso perseguire i propri legittimi interessi. Questa è nei fatti la descrizione minima di un problema ben più grosso: imperialismi più forti impediscono alla Russia un libero sviluppo della propria economia e dei propri interessi politici internazionali. Passata come un trionfo della democrazia e della cooperazione tra gli Stati, l’allargamento della Nato ad est ha ormai assunto la forma di una vera e propria invasione: che la Russia sia ormai accerchiata da basi militari Nato e confini con alcuni Stati che si fanno propugnatori dell’odio antirusso è un dato di fatto. La Russia e i suoi alleati sono chiaramente sotto attacco anche se ufficialmente non v’è una guerra aperta: la questione si gioca su alcune guerre locali (Ucraina oggi, Georgia nel 2008, Siria dal 2010 ecc..), su una vera e propria guerra economica e una guerra culturale. Per questo Putin ha spesso ribadito l’ipocrisia che si cela dietro le dichiarazioni di Stati Uniti e Unione Europea, le quali spesso violano il diritto internazionale pur facendosene a parole i paladini e ha anche duramente criticato il doppio metro di giudizio usato come vera e propria arma di delegittimazione contro la Russia. Se in Europa occidentale si sono sprecati litri di inchiostro sulla morte della giornalista Anna Politosvkaia, non una riga è stata invece spesa sui giornalisti filorussi uccisi in Ucraina dallo scoppio del conflitto. Questo per fare un esempio tra molti.

Ugualmente si è molto parlato dell’omicidio di Nemtsov, capo di un piccolissimo partito filoeuropeo di opposizione, ma poco si è parlato degli oppositori ucraini antigovernativi scomparsi nel nulla, delle torture nelle carceri del boia Poroshenko e così via…

Ancora: la vicenda della legge contro la propaganda omosessuale o quella dell’incarcerazione delle Pussy Riot sono stati motivi di ulteriore attrito con Usa e Ue. Se Putin ha sempre avuto spinte reazionarie in tema di cosiddetti diritti civili, cosa che gli ha nei fatti permesso di cementificare l’alleanza con la chiesa ortodossa, la questione è andata incancrenendosi e diffondendosi mano a mano che le sirene della guerra si avvicinavano ai confini della Russia. Allo stato attuale quindi il governo russo, per cementificare il fronte interno, sta giocando alla guerra di contrapposizione tra la la tradizione russa contro la “cultura occidentale”, ormai ritenuta amorale e decadente. Per la Russia, dunque, lo scontro con Stati Uniti e Ue non si gioca solo su questioni geopolitiche e economiche, ma anche e molto su questioni di etica, morale, cultura e storia (la concezione della famiglia, i limiti alla libertà di espressione, l’identità cristiana…).

Così, all’interno della tradizione russa, viene forzosamente fatta rientrare in un unico “patrimonio nazionale irrinunciabile”, l’esperienza sovietica, la costruzione del socialismo, la Grande Guerra Patriottica e la proiezione internazionale che Mosca aveva ai tempi del Patto di Varsavia.

Tutti siamo rimasti colpiti dalla grande quantità di persone, nel Donbass ma non solo, che si sono poste in difesa dei monumenti celebrativi dell’Urss, diventati obiettivi prediletti delle truppe d’invasione ucraine. Ad un’occhiata superficiale vedere da una parte i fascisti del battaglione Azov con la celtica sul casco intenti a distruggere monumenti di Lenin e Stalin e la strenua opposizione della popolazione locale può suggerire in maniera semplicistica uno scontro in campo tra nazisti e comunisti. Lo sviluppo politico della Novorossija ha dimostrato che in realtà sono poche (e anzi rigidamente osteggiate da Putin) quelle forze che portano avanti uno sviluppo in senso socialista delle Repubbliche Popolari. Il motivo reale della difesa dei monumenti di Lenin e Stalin va ricercato in una difesa di un’identità storica collettiva che l’offensiva atlantista sta cercando di cancellare e depotenziare, piuttosto che in una precisa collocazione politica. Contano qui almeno un paio di episodi importanti, che vengono dall’Ucraina maidanista ma sono utili a capire il livello dello scontro in corso. Nel gennaio 2015 l’oligarca ucraino, nonché primo ministro, Arseniy Yatseniuk, in un incredibile tentativo di riscrivere la storia mondiale, ha avuto il coraggio di affermare: “Tutti noi ricordiamo chiaramente l’invasione sovietica di Ucraina e Germania e vogliamo evitarla. Nessuno ha il diritto di riscrivere i risultati della Seconda Guerra Mondiale, il presidente Putin sta facendo esattamente questo. E mentre il collaborazionista del Terzo Reich Stepan Bandera viene riscoperto come eroe nazionale, nell’aprile del 2015 la Rada golpista approva la legge “sulla condanna dei regimi totalitari comunista e nazional-socialista (nazista) e sul divieto della propaganda dei loro simboli”: siamo alla vigilia del 70° anniversario della vittoria della Grande Guerra Patriottica e questa legge, che nei fatti equipara nazismo e comunismo, è un vero e proprio schiaffo alla Russia13.

Da questo punto di vista è in atto una sussunzione del periodo socialista entro la storia nazionale russa che, basandosi sul genuino e spontaneo riconoscimento della memoria sovietica da parte delle masse popolari, è funzionale agli interessi della classe dominante stretta attorno a Putin. Non è azzardato quindi affermare che in questo caso la nostalgia del socialismo è strumentale ad una ridefinizione ideologica attuale dell’imperialismo russo, come un rimando ad un periodo in cui la Russia e gli altri stati dell’Urss erano nei fatti la seconda entità politica, economica e militare mondiale e quindi capaci di opporsi al predominio statunitense e delle potenze europee.

Nazionalismo russo: Putin, l’etnonazionalismo e l’eurasiatismo

La Russia oggi cerca di darsi una identità diversa, poiché è seriamente sotto attacco, anche culturale, a causa dell’espansione verso est della Nato e dell’Ue. In questo frangente bisogna rafforzare il fronte interno, rendendolo coeso e compatto, allo scopo di affrontare la tempesta senza affondare. In una nave, ricordiamocelo, storicamente multientica e multiconfessionale. Ecco perché il dibattito interno, è incentrato sui temi della difesa della patria e dell’identità russa variabilmente declinati, in una società che viene spinta, dal clima di guerra, verso la xenofobia e il conservatorismo.
Il problema dell’identità nazionale oggi ruota intorno a tre correnti principali: il nazionalismo neozarista di Putin, l’etnonazionalismo e l’eurasiatismo.

Il nazionalismo neozarista di Putin

Putin non ha mai nascosto la sua rigida opposizione al sistema sovietico.

Nel 1991 rilasciò una intervista in cui spiegava come il comunismo sia stato l’origine del disfacimento in cui si trovava la Russia in quel periodo, definendolo una “bomba a scoppio ritardato sotto l’edificio di uno Stato unitario che si chiamava Russia (…) [i rivoluzionari] hanno (…) diviso la Russia in tanti principati e hanno assegnato ad ogni principato un governo e un parlamento (…) hanno cancellato il libero mercato, ucciso i germogli del capitalismo e cercato di tenere insieme lo Stato col filo spinato (…) quando poi il filo spinato è stato tolto lo Stato si è dissolto”14. In tal senso, la “catastrofe geopolitica” del crollo dell’Urss, nella visione di Putin, non è relativa alla restaurazione del capitalismo nel primo paese socialista nella storia umana, ma viceversa all’effetto nefasto che la caduta del sistema sovietico produsse, di rimando, sulla nazione russa, sulla sua potenza e sulla sua proiezione globale.

Egli fu nominato primo ministro nel 1999 dal presidente Eltsin, trovandosi in mano un paese economicamente distrutto, squassato dalla corruzione e con forti tendenze secessioniste. Il primo incarico di Putin fu infatti quello di risolvere la seconda guerra cecena. Lui stesso dichiarò, in alcune interviste, di aver accettato l’incarico perché finalmente si sarebbe potuta creare una nuova Russia, libera dal giogo della contrapposizione ideologica (ovvero libera dal comunismo) e con un potenziale nuovo ruolo di importanza negli equilibri mondiali15.

Varie sono state le critiche a Stalin, descritto più volte come un dittatore e un assassino, con forte accento sulla repressione politica di quel periodo, specie quella riguardante la Chiesa Ortodossa, ritenuta invariabilmente il pilastro fondamentale dell’identità nazionale russa16. Nel 2005 Putin abolì la commemorazione della Rivoluzione d’Ottobre, che era sempre stata una delle più importanti celebrazioni in Russia. O meglio cambiò a quella festa data e nome: divenne la Festa dell’Unità nazionale e fu spostata al 4 Novembre per celebrare la liberazione di Mosca dalle schiere dei “papisti” polacchi.

Nella narrazione putiniana, la creazione dell’Unione Sovietica ha solcato un deragliamento dalla “necessaria” storia della Russia: ha cioè distrutto l’impero e ora lascia il paese nel bisogno strategico di ricostruirlo. Quell’impero formalmente multietnico e multiconfessionale che restò unito perché vincolato alla Rus (la cultura russa) e alla lingua russa. Putin sa perfettamente che le sfide interne alla società russa sono legate alla questione dei “diritti umani” (problema sollevato da pochi, ma potenzialmente assai pericoloso, perché strumento di propaganda dell’imperialismo americano ed europeo), ma anche e sopratutto alle frizioni interetniche e quelle legate ai flussi migratori. Che la società russa stia declinando verso la xenofobia è testimoniato non solo dal fatto che elementi di propaganda razzista provengono da più partiti e ambiti politici, ma anche da continui e specifici episodi di violenza, anche omicida, contro immigrati, caucasici, minoranze religiose e attivisti antirazzisti.

Pur essendo il promotore di un clima fortemente nazionalista, Putin ha quindi risposto ribadendo l’idea di una Russia imperiale e multietnica in cui, parafrasando una intervista, “centinaia di etnie vivono nella propria terra insieme e vicino ai russi. La conquista di territori immensi, che occupa tutta la storia della Russia, è stata un obiettivo comune di molti popoli: è sufficiente dire che gli ucraini vivono nello spazio compreso tra i Carpazi e la Kamcˇatka, e così i tatari, gli ebrei, i bielorussi”. Nella propaganda ufficiale putiniana il popolo russo ha sempre giocato il ruolo del “costruttore di Stati”, avendo la capacità di cementificare unioni tra popoli differenti tramite la cultura e la lingua russa, che avrebbe valore universale.

Per ricostruire “l’impero” e combattere le frizioni interetniche interne, la soluzione verte sull’assetto federalista, mentre per allargarlo allo spazio ex sovietico la Russia si è fatta promotrice dell’Unione eurasiatica che oggi comprende il Kirghizistan, il Kazakistan, l’Armenia e la Bielorussia.

Tutto questo affiancato dal quasi totale divieto di costituzione di partiti a vocazione regionalista (nel ben vivo ricordo, da parte di un Putin ai primi anni di presidenza, di una situazione di quasi totale scollamento delle autorità regionali da quelle centrali) e di una durissima repressione contro ogni protesta in questo senso. Il modello, per la Russia, è in sunto quello della “nazione delle nazioni”.

Il governo russo ha seguito coerentemente questa linea nel marzo del 2014, al momento dell’annessione della Crimea come Repubblica federata alla Federazione russa: visto che in Ucraina, legalmente e nei fatti, si stava stabilendo la cancellazione della lingua russa, Mosca ha messo per iscritto che le lingue ufficiali della Crimea russa sono tre cioè il russo, l’ucraino e il tataro di Crimea.
In questo senso ciò che è strumentalizzabile nell’esperienza dell’Unione Sovietica è la Grande Guerra Patriottica, sia come strumento di ricatto morale verso l’Ue e gli Stati Uniti visto l’immenso tributo di sangue dei sovietici e il loro fondamentale contributo nella sconfitta del nazismo e del fascismo, sia come memoria della vittoria ottenuta contro un nemico il nemico che, anche allora, proveniva dall’occidente e tentava di sottomettere la Russia.

Qui i significati e le tradizioni si legano creando una vera e propria eclettica unione di vari momenti storici. Il tutto è quasi riassumibile nella storia dell’ormai celeberrimo nastro nero e arancio, diventato simbolo della Resistenza in Novorossija: questo riconoscimento militare ha origine zarista, ma è stato concesso a moltissimi veterani della Grande Guerra Patriottica per i servizi resi all’Urss contro il nazismo. Oggi è diventato un simbolo diffussisimo in Russia, in Novorossija e anche nei comitati internazionali di sostegno al Donbass. Ed è, nei fatti, un simbolo riconosciuto sia da chi si riallaccia alla tradizione sovietica sia da parte di quei nazionalisti che si rifanno alla sua origine zarista e la ricollocano oggi nella difesa di “Santa Madre Russia”.

Allo stato attuale in Russia c’è molta polemica intorno al manuale unico di storia, presentato su richiesta di Putin dai vertici accademici: il sunto della visione della storia russa da parte del regime e dunque anche della strumentalizzazione in chiave nazionalista del passato sovietico. Le fonti di matrice occidentalista lo hanno già stigmatizzato per una certa indulgenza, nel giudizio storico, sul “periodo staliniano”.

La destra etnonazionalista

Si tratta di un gruppo di intellettuali militanti che fa riferimento alla rivista “Voprosy Nacionalizma” (ovvero “Problemi del nazionalismo”), che potremmo definire di collocazione nazionalista-liberale. Sono molto attivi intorno al tema dei diritti umani e nella difesa legale e politica degli attivisti nazionalisti in carcere o sotto processo. Essi si contrappongo nei fatti al disegno multietnico neozarista di Putin, nella ferma convinzione che sia stata proprio l’esperienza imperiale ad impedire la nascita e la diffusione di una coscienza nazionale specificatamente russa. Sostengono che il nazionalismo sia una dottrina politica alla base di una supposta “modernità europea” che alla Russia manca, rigettando il tradizionalismo ortodosso, elemento centrale del neozarismo putiniano e propagandano modelli come quello degli Stati baltici o della Polonia, dove la destra nazionalista avversa la Russia. Di fatto, dunque, spingono per un’integrazione della Russia con l’Ue, contro il progetto dell’Unione eurasiatica voluto da Putin e si oppongono al multipolarismo su scala globale che attualmente Mosca sta perseguendo. Il loro motto non a caso è “Nacija! Svoboda! Evropejskij vybor!” (Nazione! Libertà! Scelta europea!).

In questo progetto non trova ovviamente spazio tutta l’attuale Federazione Russa: è del 2011 la loro campagna per l’abbandono del Caucaso da parte russa al grido di “Chvatit kormit’ Kavkaz!” (Basta sfamare il Caucaso!), perché ritenuta una regione del tutto impossibile da inquadrare nella cultura russa e sopratutto economicamente parassitaria. Cosa che segna un ulteriore allontanamento dall’esperienza imperiale ( e federale) che invece ha sempre difeso l’appartenenza del Caucaso alla Russia. Anche da questo punto di vista, la loro visione politica oggettivamente coincide con quella degli Usa e delle potenze europee che hanno puntato a indebolire le posizioni russe nella regione caucasica per mettere le mani sulle ingenti risorse e sulle vie energetiche di quest’area, oltre che per accerchiare e disarticolare l’imperialismo russo.

Inutile dire che, anche dal punto di vista ideologico-storico, gli etnonazionalisti si avvicinano al pensiero occidentalista: la loro demonizzazione del passato sovietico è totale.

Dugin e l’eurasiatismo

Dugin è oggi uno dei maggiori intellettuali russi conosciuti, o meglio famigerati, all’estero. Egli rappresenta il punto di congiunzione tra la scena culturale russa e il mondo dell’estrema destra europea. La sua teoria politica è definibile come fascista-comunitarista, la cui influenza su Putin non è del tutto trascurabile. La sua forza sta proprio in un eclettismo filosofico che mescola di fatto comunismo e fascismo, accettando di fondo l’equivalenza tra i “due totalitarismi” che costituisce il dogma storico-ideologico del pensiero occidentalista, ma puntando a rovesciarlo in una sorta di critica e proposta antagonista a quest’ultimo. Lo sforzo teorico è quello di dare una base ideologica positiva all’imperialismo russo nel suo riposizionarsi sulla scena mondiale, portando all’estremo l’infame strumentalizzazione del patrimonio sovietico, che finisce così inevitabilmente a essere forzato e violentato ad uno e consumo di un costrutto ideologico borghese. In particolare, egli propugna la costituzione di un fronte “eurasiatico” guidato dalla Russia che possa contrapporsi alla “talassocrazia” statunitense-atlantica. Non solo una mera suggestione ideologica, se pensiamo a quanto perseguito dalla diplomazia russa con la costruzione dell’Unione eurasiatica, al supporto che Mosca sta dando a gran parte dei movimenti nazionalisti e populisti anti-Ue nell’Europa occidentale (tra cui il Front National in Francia e la Lega Nord in Italia) e alla linea di intervento che Putin ha seguito prima in Ucraina e ora anche in Siria.

Conclusioni

Nei fatti ad est si respira aria nostalgica. Occorre però saper separare una sincera nostalgia, ben diffusa nelle masse popolari, da una riabilitazione strumentale ad uso e consumo della propaganda politica della borghesia e in particolare della classe dominante russa, che la sta strumentalizzando in funzione antistatunitense e antieuropea.

Non dobbiamo però dipingere la realtà solo a tinte fosche. Il fatto che la borghesia russa ricorre al passato sovietico per giustificare il suo potere e le sue manovre odierne significa che essa stessa è cosciente di quanto quell’esperienza trovi ancora spontaneamente radici e consenso tra le masse popolari , nonostante venticinque anni di demonizzazione ideologica e restaurazione capitalista. Fra la nostalgia spontanea e la strumentalizzazione borghese, abbiamo però recentemente visto come l’ideologia ritorna, nei momenti di sviluppo repentino delle contraddizioni, ad essere positivamente una forza materiale capace di muovere le masse. Lo dimostrato l’opposizione che le popolazioni del Donbass e della Novorossiya hanno esercitato, armi alla mano, contro il regime golpista di Kiev. Certamente sta alle forze autenticamente comuniste presenti in questo terreno di guerra far sì che questo slancio non venga esclusivamente capitalizzato dalle forze borghesi oggi egemonizzanti le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk.

Per quanto ci riguarda direttamente, sta a noi comunisti nel ventre della bestia atlantica costruire un movimento contro la guerra imperialista all’altezza di una situazione mondiale che avanza pericolosamente, per il futuro dell’umanità stessa, sul crinale della contraddizione interimperialista. Da questo punto di vista, se il compito principale è costruire con la pratica di lotta, risulta comunque fondamentale l’analisi e la comprensione politico-teorica. Ed è quello che abbiamo tentato di fare in questo articolo e ci riproponiamo anche in futuro di riprendere, volendo dare delle direttrici di riferimento per capire una realtà, quella russa ed est-europea, rispetto alla quale anche fra i compagni e le compagne sovente fra capolino, dietro alle analisi sulla situazione internazionale e sul ruolo odierno di Putin, un’idealistica e ingenua “nostalgia politica” del ruolo dell’Urss, che forza anche la visione attuale delle cose, fino a non far comprendere la natura di classe della Russia di oggi.

 

Note

1 http://www.infodata.ilsole24ore.com/2015/02/27/europa-il-salario-minimo-piu-basso-e-in-bulgaria-dieci-paesi-sotto-i-500-euro/?refresh_ce=1
2 http://www.globalist.ch/Detail_News_Display?ID=65080&typeb=0&nostalgia-del-comunismo-in-bulgaria
3 https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/raluca-besliu/communist-nostalgia-in-romania
4 http://it.rbth.com/articles/2011/02/14/ucraina_nostalgia_di_urss_11931
5 http://www.rt.com/news/234939-germans-want-revolution-report/ e http://www.fu-berlin.de/presse/informationen/fup/2015/fup_15_044-studie-linksextremismus/index.html
6 http://www.levada.ru/eng/stalin,
7 http://www.levada.ru/eng/lenin%E2%80%99s-role
8 http://www.levada.ru/eng/economy-and-defense
9 http://www.levada.ru/eng/patriotism-and-state
10 http://fr.sputniknews.com/international/20131011/199530282.html
11 http://www.lastampa.it/2011/08/19/esteri/con-l-urss-eravamo-piu-rispettati-j35xpvIgiW82UrazgGLdJM/pagina.html
12 Ad esempio vedi: http://www.cnj.it/CHICOMEPERCHE/index.htm
13 http://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-europa/25423-il-parlamento-golpista-ucraino-approva-il-divieto-della-propaganda-e-dei-simboli-comunisti.html
14 https://www.youtube.com/watch?v=u3bqmcCbbqE
15 https://www.youtube.com/watch?v=GcISZeC6KOU
16 Vedi, ad esempio, http://www.christiantoday.com/article/russias.putin.honours.stalins.victims.at.moscow.killing.field/14356.htm.
Va comunque aggiunto che la figura di Stalin sta tendendo anch’essa ad essere formalmente riabilitata dalla borghesia russa stretta attorno a Putin, sfruttandone il valore di unitarietà che ha per i popoli ex sovietici e nella costruzione di una memoria nazionale rispetto alla difesa dell’Urss dai nazifascisti, metafora non tanto implicita della necessaria difesa della Russia di oggi dalle minacce statunitensi ed europee. In proposito testimonia anche la proposta di ripristino del nome di Stalingrado per Volgograd: già attualmente per cinque giorni l’anno – in occasione dell’anniversario della vittoria del 2 febbraio 1943 – la città viene ridenominata col suo vecchio nome. Fonti governative russe hanno comunque tenuto a precisare che si tratta di un onorificenza ai caduti della guerra antifascista e non a Stalin. Ma Putin stesso, commettando la recente legge varata in Ucraina, che vieta allo stesso tempo sia i simboli nazisti sia quelli comunisti, ha affermato che parificare Hitler a Stalin è sbagliato perchè nonostante “le deformità e la repressioni” il secondo non si è “mai posto l’obbiettivo di eliminare dei popoli“, suscitando nuovo scandolo tra i sostenitori del dogma occidentalista della parificazione tra nazismo e comunismo. Vedi http://www.lintraprendente.it/2015/04/stalin-era-meglio-di-hitler-dice-putin-putiniani-nostrani-muti/
17http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.phpname=Forums&file=viewtopic&t=70200&highlight

 

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