Siria: i venti di guerra infuriano.

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Mentre scriviamo questo post le navi americane partite da Cipro alla volta della Siria aspettano il via libera da Trump per attaccare. La guerra per procura portata avanti dal 2012 potrebbe essere ad un punto di svolta. Fallito il tentativo di replicare lo scenario libico che ha visto l’instaurazione di un per nulla riconosciuto governo fantoccio devoto agli interessi occidentali; USA, Francia, Gran Bretagna, assieme a Israele e Arabia Saudita, passano all’attacco aperto e dispiegato .
Anche in questo caso, come già visto in Iraq, Libia e, tornando indietro, ex Jugoslavia, la causa scatenante sarebbe un attacco chimico delle truppe di Damasco contro i “moderatissimi” ribelli di Duma. Mentre la stampa internazionale suona la fanfara di guerra, anche in Italia le anime pie filo imperialiste capeggiate da Saviano raccontano la solita storiella, alla quale nessuno crede più, sulla difesa della democrazia e dei “valori” occidentali, sempre pronte a puntare il dito contro i nemici dell’imperialismo e veloci a girarsi dall’altra parte quando i massacri, quelli veri, li compiono quotidianamente i nostri alleati, non ultima la strage a Gaza ad opera dell’entità sionista. Del resto rispecchiano le direttive degli imperialisti nostrani ben arroccati sul carro dei guerrafondai guidato dagli Usa. L’Italia, quindi, si presta anche in quest’occasione a fare da portaerei per la missione di morte contro Damasco.
Il possibile cambio di passo in Siria è il prodotto del fallimento della linea perseguita finora da Washington a vantaggio dell’imperialismo russo, il quale è riuscito non solo a bloccare la caduta del governo siriano, ma anche ad allargare la propria influenza, raccogliendo nel percorso nuovi alleati come la Turchia. Il sultano di Ankara, dal canto suo, cerca di raccogliere il maggior numero di frutti possibili dalla guerra in corso, sia con commesse nel campo energetico, sia estendendo il proprio territorio sulla pelle del popolo siriano con l’occupazione di Afrin.
Il possibile attacco Usa è la risposta all’incontro tenutosi ad Ankara la settimana scorsa tra il gruppo di Astana. In questa occasione Russia, Iran e Turchia si sono posti come elemento di riferimento nell’area per la pacificazione del conflitto siriano. Per la Russia l’obiettivo e duplicare il risultato ottenuto a Minsk rispetto alla situazione nel Donbass, ovvero salvaguardare i propri interessi difendendo le proprie posizioni sotto attacco e cedendo diplomaticamente ciò che è al di fuori di questi.
Una linea, quella russa, che lascerebbe a bocca asciutta oltre che gli USA, costretti a fare i perdenti della situazione, tutti quegli attori regionali che tanto hanno investito nel regime change siriano. Questa guerra, lungi dall’essersi esaurita con la sconfitta del Califfato Islamico, è solo agli inizi. Fintanto che l’ISIS occupava ampie zone strategiche della Siria, ogni attore internazionale ha cercato di occupare più suolo possibile, impiantando le proprie basi, addestrando i propri ascari e facendo sbarcare i propri uomini, in previsione del conflitto aperto e dispiegato.
La guerra in Siria è il riflesso dello scontro tra potenze imperialiste nel fuoco della crisi del capitalismo, per cui ogni forza in campo combatte per la vita o la morte della propria economia. La ripartizione e l’allargamento delle sfere di influenza, l’eliminazione dei concorrenti, il tentativo di sottrarre terreno al nemico sono i movimenti che legano la guerra in Siria all’invio di truppe italiane in Niger, all’installazione del Muos a Niscemi, alla costruzione del TAP in Puglia, ecc.
Mentre viene tagliato sempre più pesantemente il sociale, lo stato e i padroni, investono nella guerra e nel settore militare, coscienti che dalla crisi si uscirà realisticamente solo con il sangue dei popoli.
Dal canto nostro è necessario rilanciare l’opposizione alla guerra imperialista, in difesa dei popoli, come quello siriano, che difendono la propria autodeterminazione contro gli interessi imperialisti.

Giù le mani dalla Siria!

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