Alcuni spunti in merito a “La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo” di Carlo Formenti

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Antitesi n.4
Sezione 5: Ideologia borghese e teoria del proletariato
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Alcuni spunti in merito a “La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo” di Carlo Formenti

La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, di Carlo Formenti, edito nel 2016 da DeriveApprodi, come recita la sua prefazione, “è un testo atipico[1], ma non tanto, come si afferma di seguito, per la difficoltà a classificarne il “genere di scrittura[2], bensì perché pone ai lettori molteplici e urgenti questioni su almeno alcune delle quali vale la pena di soffermarsi, per l’attualità che esse rivestono rispetto al movimento antagonista e di classe nel nostro paese e quantomeno in ambito europeo.

Formenti apre la riflessione del testo con l’affermazione che “negli ultimi anni le sinistre (tutte!) hanno relegato ai populismi di destra la rappresentanza degli interessi delle classi inferiori, accontentandosi di gestire interessi e diritti di individui e minoranze appartenenti alle classi medie colte, mentre solo i populismi di sinistra hanno cercato di raddrizzare il timone” [3].

Secondo l’autore i soggetti collettivi sono stati sostituiti con quelli individuali: la sinistra non ha più guardato al terreno della lotta per i diritti sociali, ma si è concentrata sui cosiddetti diritti civili. Mentre innegabilmente si consolida il pensiero del singolo “cittadino” e l’interesse di classe viene meno, è pur vero che bisogna capire cos’è questa sinistra alla quale l’autore rivolge la sua critica.

La prima questione posta dal testo è rappresentata infatti dall’identificazione di quelle che vengono chiamate “tutte le sinistre”.

L’autore si riferisce innanzitutto ad un élite intellettuale svincolata dalle contraddizioni reali, ma anche a quel femminismo che non ha mai messo in discussione il sistema capitalista, collocandosi nell’alveo riformista secondo cui le pari opportunità o le quote rosa possono essere validi strumenti per perfezionare un semplice malfunzionamento, che invece è vera e propria oppressione strutturale a danno delle donne. Muove la sua critica anche nei confronti di chi si ritaglia “piccole isole felici” nella logica dell’“autogestione dell’esistente”, della “sopravvivenza dignitosa” e del “Verde pallido[4], ovvero quei movimenti ecologisti “né di destra, né di sinistra”, antirivoluzionari, ma convinti del cambiamento del capitalismo a partire dal sé, cioè dai valori del singolo individuo[5] Rispetto al loro “contributo” Formenti afferma: “il bilancio è fallimentare. Né potrebbe essere altrimenti, perché denunciare la catastrofe senza indicarne le cause, senza cioè far capire a tutti che nessun miglioramento potrà essere ottenuto senza uscire dal modo di produzione capitalistico, significa rimuovere il fatto che viviamo in un mondo in cui gli interessi di politica, tecnologia e finanza sono talmente integrati che solo una rivoluzione può rovesciare i rapporti di forza che hanno determinato l’interminabile sequenza di fallimenti dei vertici mondiali sull’ambiente”.  [6]

Il capitalismo infatti non si è piegato alla cultura figlia del Sessantotto, né l’ha plasmata, ma “l’ha piuttosto integrata a un punto tale da renderla tutt’uno con i propri dispositivi di funzionamento, controllo e dominio”. [7] L’autore sottolinea a più riprese come femministe, ecologisti, pacifisti e simili non aspirino alla conquista del potere, bensì illusoriamente a controllarlo dall’esterno, con le ipotetiche pressioni della società civile che finiscono per essere inglobate nell’egemonia del grande capitale.

È in questo filone che Formenti approfondisce l’evoluzione del partito postmoderno, con particolare riferimento al Pd di Renzi, candidato alla gestione delle “riforme” antipopolari in competizione con le destre, dalle quali si differenzia solo sul terreno sopracitato della presunta tutela dei diritti civili e del rifiuto a parole di sessismo e razzismo, lavorando ideologicamente e politicamente a favore di un’”integrazione” dei soggetti deboli (immigrati, donne, omosessuali…) nell’attuale sistema di sfruttamento.

Pertanto la tesi che emerge è quella secondo cui “la sinistra è contro la classe”.

Una tesi che porta non poche contraddizioni, dato che l’unico modo per definire una forza di sinistra in quanto tale è proprio nel rapporto con la classe, nel suo porsi la questione di classe e dei rapporti di forza tra le classi oppresse e quelle dominanti.

Il marxismo e il materialismo dialettico ci insegnano che nell’individuare la sinistra dobbiamo prendere in considerazione in prima battuta l’elemento oggettivo di classe, secondariamente l’elemento soggettivo che si rapporta con tale oggettivo, cioè il punto di vista politico e ideologico di classe sulla più vasta dimensione delle contraddizioni e infine l’andamento mutevolmente concreto delle contraddizioni.

La sinistra, in altre parole, è da sempre l’espressione politica delle classi oppresse e rivoluzionarie – quindi nel sistema capitalista riflesso ideologico della classe operaia – mentre le argomentazioni dell’autore partono dal preconcetto che la sinistra sia una questione di idee, con una visione dunque pienamente idealista.

Per i comunisti non ha senso accettare una definizione idealistica di cosa costituisca la “sinistra”, che va invece ricondotta ad una definizione reale rispetto al connotato oggettivo di classe, da cui partire eventualmente per elaborare un punto di vista di classe sui movimenti che si esprimono nella società.

Ad esempio, a livello pratico, anziché elaborare delle generiche accuse di riformismo o collaborazionismo ai movimenti ambientalisti e femministi tout court, bisogna comprendere in primis che essi sono oggi particolarmente influenzati dalla borghesia perché è l’unica classe oggi capace di produrre egemonia, in un momento nel quale la classe operaia è per molti versi all’angolo. Partendo dalla positiva partecipazione che talvolta li caratterizza in termini popolari e giovanili, compito dei comunisti è portarvi all’interno il contributo del punto di vista di classe, della classe operaia, dunque della sinistra di classe, l’unica effettivamente tale.

Se invece per sinistra dobbiamo intendere quell’élite intellettuale esterna alle masse, espressione della medio-alta borghesia colta, finiamo per alimentare non poca confusione sotto un cielo già particolarmente difficoltoso da leggere.

Veniamo ad un secondo punto: il saggio spazia più volte nel contesto europeo, in particolare rispetto all’Unione Europea e alle questioni della sovranità statuale e nazionale e del loro esercizio.

Formenti definisce l’Ue come un’architettura oligarchica coerente che cala le proprie decisioni sui nostri territori in barba ai principi di rappresentanza e di sovranità nazionale. Parla di Unione Europea come una “struttura di governance multilivello” che risponde a “lobby finanziarie e industriali”  [8], rispetto alla quale bisogna “non avere paura di rivendicare la riconquista della propria sovranità nazionale”.  [9]

Ma anche in questo caso dimentica il dato oggettivo di classe, o meglio delle classi nel loro rapportarsi. Innanzitutto poiché parlare di lobby, cioè di gruppi di pressione, significa negare una struttura di classe alla società, nella quale i gruppi economici dominanti non sono tali per pressione esercitata su un corpo politico (il quale, dunque, liberato da tali pressioni potrebbe essere socialmente neutro) ma perché i rapporti produttivi e strutturali della società ne determinano questo ruolo, che poi sul piano politico significa detenzione del potere di fatto. I rapporti sociali determinano sempre delle relazioni tra uomini in carne ed ossa, dividendo così la società in classi. Nella società capitalistica odierna, questa divisione si definisce sempre di più tra la grande borghesia e le restanti classi sociali, sulle quali la prima esercita sfruttamento e rapina sociale, in primis rispetto alla classe operaia.

L’Ue non può dunque essere concepita come una struttura che risponde a lobby, bensì come una sovrastruttura di potere politico che corrisponde al potere economico delle diverse frazioni delle borghesie imperialiste e capitaliste europee, corrispondenti agli Stati aggregatisi nel progetto europeo. Le istituzioni politiche, finanziarie e monetarie dell’Ue rappresentano da un lato l’interesse oggettivo che tali classi hanno, nel contesto di fondo della crisi capitalistica, rispetto all’unirsi sul piano economico e strutturale per dividersi un mercato interno più vasto, massimizzare lo sfruttamento dei lavoratori e dei popoli europei e resistere, sul piano globale, ai poli concorrenti (Usa, Cina, Russia…). Dall’altro le contraddizioni interborghesi e interimperialiste che scuotono l’Unione Europea rivelano gli interessi contraddittori che comunque dividono queste classi dominanti “nazionali” nello stabilire una gerarchia di potere al loro interno, nel lottare per ripartirsi i mercati, nel continuare a perseguire ognuna i propri interessi a scapito dell’altra.

Negando di fatto la natura di aggregato interimperialista e intercapitalista all’Ue e la sua contraddittorietà interna, Formenti finisce per concepirlo come un moloch oligarchico aclassista, ordoliberista e cosmopolita che va combattuto recuperando la sovranità nazionale. Coerente con la sua visione fondamentalmente anticlassista, Formenti dimentica che anche la sovranità nazionale è sempre espressione di una classe, della classe, per l’appunto, esercitante il potere su una nazione (spesso su più nazioni delle quali una dominante), tramite uno Stato nazionale o Stato-nazione che dir si voglia. Far credere al lettore che oggi una sovranità nazionale più forte risolverebbe la nostra condizione e quella degli altri popoli europei è illusorio: non porterebbe beneficio al proletariato e alle masse, ma darebbe più potere alla borghesia italiana e alle altre classi dominanti nazionali rispetto alla necessità di appianare le contraddizioni interborghesi a livello europeo e rispetto a quelle borghesie che, all’interno dell’Ue, giocano un ruolo preponderante e dominante (ad esempio quella tedesca). Del resto, il fenomeno principale, all’interno dell’Ue, non è oggi la cessione di sovranità nazionale, ma il rafforzamento della direzione e del dominio della borghesia imperialista nel suo complesso e in funzione antiproletaria; rafforzamento che opera di concerto tra istituzioni comunitarie e istituzioni nazionali. Ad esempio, per il nostro paese, controriforme come legge Fornero, Jobs Act o il “pareggio di bilancio” in costituzione, corrispondono sia agli interessi del progetto imperialista europeo, sia a quelli specifici della borghesia imperialista italiana.

Le politiche lacrime e sangue conseguenti ai diktat dell’Unione Europea vanno contestate da un punto di vista di classe e non nazionale, affermando quella sorta di “sovranità di classe” che è l’autonomia politica del proletariato, cioè rilanciando la lotta di classe dei lavoratori contro l’Unione Europea.

Il soggetto politico rivoluzionario è la classe operaia che lotta e non lo Stato-nazione e la sua forza; il fatto che, come auspica Formenti, gli Stati-nazione delle borghesie imperialiste abbiano più forza grazie al populismo, non è il fine dei comunisti e non può esserlo neanche per nessuna forza coerentemente antagonista e può portare a derive ulteriormente reazionarie; dobbiamo guardare invece all’orizzonte della “sovranità di classe” e quindi dell’autonomia politica del proletariato verso la rivoluzione.

Rispetto alla condizione della classe operaia e lavoratrice, l’autore argomenta della penetrazione fra di essa della cultura d’impresa, che si realizza, oggi, con le tecnologie della sharing economy e si traduce nell’ideologia del “lavoratore autonomo e libero”, ma in realtà incline ad accettare compensi estremamente bassi e ad evitare il conflitto, oltre che ad essere potenzialmente sottoposto continuamente a controlli a distanza che ne misurino produttività e fedeltà al ruolo. È l’esempio di Foodora che non a caso, a partire da Berlino, si è diffusa nelle principali metropoli capitaliste, lucrando su giovani studenti muniti della propria bicicletta e del proprio smartphone. Altro esempio, approfondito nel libro, è relativo a Uber, che prevede formalmente degli autisti che sono “indipendent contractor” ovvero lavoratori autonomi che utilizzano la propria auto, con tutte le spese affini a loro carico. Questi lavoratori non sono assunti o federati tramite cooperativa, ma Uber garantisce solo l’accesso alla rete per l’aspirante autista e la visibilità di quest’ultimo dentro il sistema di geo-localizzazione autista/cliente; in cambio preleva sul pagamento di ogni corsa un dazio che di fatto corrisponde a plusvalore estorto direttamente e telematicamente.

L’ottenimento della massima produttività, attraverso l’autocontrollo dei dispositivi tecnologici, con il minimo investimento di capitale, è il leitmotiv che riguarda sempre più lavoratrici e lavoratori, costretti a compensi ridotti e ad una disponibilità in tempo reale, in un contesto culturale che impone come assolutizzante il modo di produzione capitalistico, fino ad arrivare alla compenetrazione totale tra vita privata e vita lavorativa, per cui i beni privati del salariato divengono mezzi di produzione del padrone.

Il lettore si ritroverà nel quadro lavorativo tracciato da Formenti – che dimostra una spiccata attenzione alle forme più innovative ed estreme dello sfruttamento – ma la sua analisi resta su un piano ideologico, scarsamente legato al reale: viene delineata la situazione, ma essa è monca di contestualizzazione e delle risposte conseguenti da parte della classe lavoratrice.

Infatti la crisi palesata e incancrenita nell’ultimo decennio sembra rimanere sullo sfondo nella narrazione del testo, non come dato fondamentale, ma come dato secondario. La mancata contestualizzazione nell’alveo della crisi strutturale del sistema capitalista conduce le argomentazioni del libro a perdere via via il contatto con la realtà oggettiva, a favore d’una interpretazione dello sfruttamento di classe come frutto di dinamiche soggettive piuttosto che di necessità intrinseche al sistema capitalista.

Il piano descrittivo inerente alla ristrutturazione produttiva portata avanti anche della sharing economy nel testo è molto parziale rispetto ad una contestualizzazione temporale più approfondita: arriviamo infatti solo agli anni Novanta per accennare al concetto di “rete” e non a quella ristrutturazione produttiva che ha avuto avvio fin dalla fine degli anni Sessanta, quando il padronato italiano si pose la problematica della ristrutturazione produttiva e del salto tecnologico agli albori della crisi ancora in corso. L’argomentazione di Formenti sulla tecnologia si sofferma al contingente e al massimo all’ultimo ventennio, ma lo sviluppo costante della composizione tecnica va considerato come una tendenza propria del capitale per sviluppare produzione e produttività del lavoro, alla quale corrisponde, nel lungo periodo, la tendenza alla caduta del saggio di profitto come riflesso della crescita del capitale organico rispetto al capitale variabile e dunque al saggio del plusvalore.

Rispetto ai knowledge workers – i lavoratori della conoscenza o precari cognitivi, ovvero tutta quella forza lavoro dotata di un livello accademico medio-alto, de mansionata e sottopagata – Formenti critica – giustamente – la definizione di “lavoro immateriale”, perché “nel capitalismo e nell’economia (…) digitali non c’è nulla di immateriale, a partire dalle tecnologie su cui si fondano” prendendo in considerazione “due evidenti verità: 1) non c’è software senza hardware, le informazioni non sono “puri” segni ma iscrizioni materiali su disco rigido, né l’intera industria informatica potrebbe esistere senza il lavoro “fisico” di milioni di operai e operaie dei paesi in via di sviluppo; 2) anche il lavoro dei cosiddetti lavoratori della conoscenza è fatto di carne e sangue: cervelli resi ottusi dalle ipersollecitazioni, muscoli irrigiditi dalle ore passate davanti allo schermo, sensibilità mutilate dai ritmi e dalle esigenze delle interfacce ecc”.  [10]

In altre parole l’autore critica la definizione stessa di “lavoro immateriale” e la “mitologia” inerente alle forze produttive – i lavoratori della conoscenza – che ne sarebbero protagoniste, affermando che non è sufficiente ripulire il campo dalle molteplici narrazioni sui “nuovi soggetti immateriali”: è necessario “capire come rimettere assieme i frammenti di un proletariato globale che, dopo decenni di guerra di classe dall’alto, sono sparsi come le tessere di un mosaico fatto a pezzi”.  [11]

Un discorso analogo riguarda molte altre figure professionali che vengono classificate nei servizi. Infatti il “terziario” che è cresciuto non è quello dei “lavoratori cognitivi”, ma quello legato alla manifattura: chi è classificato come “operatore dei servizi” è spesso in realtà un operaio impiegato in una fase del processo produttivo industriale esternalizzato. Parliamo ad esempio dei facchini, operai ma formalmente inquadrati come “lavoratori del terziario”: non è un caso che il blocco delle merci condotto dai facchini di SDA a fine settembre abbia causato il caos nelle poste e un grande ritardo nelle consegne dei pacchi, tali da aver scatenato i padroni nello sguinzagliare delle squadracce filopadronali a danno dei lavoratori in sciopero e presidio permanente.  [12]

Il blocco della logistica, e di conseguenza delle merci, è l’esempio calzante di come non ci sia immateriale che tenga: qualcuno che produca e lavori deve esserci poiché la forza lavoro è l’unica merce in sé produttiva di valore.

Nel libro poco si dice sulla possibilità della classe stessa di organizzarsi e lottare contro il maggior sfruttamento a cui è sottoposta e, dopo aver mostrato una carrellata di nuove forme di sfruttamento, le soluzioni dell’autore esulano dal piano del lavoro e si rivolgono a quelle entità politico-ideologiche formalmente interclassiste, ma intrinsecamente borghesi, della “sovranità nazionale” e del “populismo di sinistra”.

In realtà, le riflessioni più propriamente politiche dell’autore partono dalla domanda: “è possibile immaginare la rinascita di una qualche forma di socialdemocrazia?”.  [13] Da Bernie Sanders a Jeremy Corbyn, Formenti analizza questi fenomeni, affermando che “il sistema non è più “scalabile” dalle opposizioni, né tanto meno riformabile dall’interno”.  [14] Tentativi di questo tipo vengono ricondotti all’esperienza di Syriza e alla sua ingloriosa fine di garante delle imposizioni della troika sul popolo greco.

Successivamente egli muta la domanda in “Da che parte si comincia per costruire l’unità dell’insieme degli oppressi e degli sfruttati?”.  [15] Nonostante quanto argomentato circa gli strati proletari, Formenti equipara marxisti e post-operaisti che, a suo dire, darebbero risposte insufficienti, perché i primi sarebbero degli inguaribili dogmatici che guardano alla classe operaia come soggetto rivoluzionario e i secondi si illudono sui knowledge workers come forza di trasformazione del sistema.

Formenti lascia perdere dunque il lavoro e ogni traccia di riferimento di classe e introduce categorie come “comunità” e “sovranità popolare” a loro volta posti in correlazione alla già sopracitata tesi della necessità del recupero di “sovranità nazionale”. Per illustrare esemplarmente tali concetti viene fatto in particolare riferimento ad un’intervista di Ross@ al greco Panagiotis Sotiris, aderente a Unità Popolare, formazione fuoriuscita da Syriza. Interrogato sulla possibilità di definizione di sovranità popolare, l’esponente della sinistra greca afferma che la sovranità popolare comprende la questione della sovranità dello Stato-nazione e pone l’accento sulla democrazia come volontà popolare e l’enfasi sul “popolo” come “comunità emergente di tutte le persone che lavorano, lottano e sperano in un particolare territorio”.  [16] Il ragionamento di Sotiris viene definito “prezioso” perché “si colloca” – secondo l’autore – “all’intersezione tra campo populista e campo marxista rivoluzionario” e permette di “marcarne i punti di convergenza e di divergenza”.  [17] Ed è qui che arriviamo al titolo stesso dell’opera, “La variante populista”, in quanto, secondo la tesi dell’autore, “non è possibile opporsi al capitale globale senza lotta per la riconquista della sovranità popolare, la quale, a sua volta, comporta la riconquista della sovranità nazionale. Se a egemonizzare la lotta sarà il populismo di destra, assisteremo al trionfo di razzismo e xenofobia, se sarà quello di sinistra, potremmo assistere alla nascita di un’idea “postnazionalista” di nazione, intesa come comunità di tutti quelli che lavorano e lottano in un determinato territorio”.  [18]

Il concetto di popolo è in questo senso anch’esso fuorviato perché basato sulla nozione idealistica di comunità che Formenti non riesce a ridefinire se non con le sopracitate formule, chiaramente improntate all’interclassismo e inevitabilmente richiamanti suggestioni già patrimonio della destra politica (quelle della comunità come unione tra terra e popolo). A differenza, il patrimonio comunista ci riporta al concetto di popolo sulla base delle classi e in particolare di “masse popolari” come insieme delle classi produttive indirettamente o direttamente di valore, contrapposte al parassitismo della borghesia imperialista.

Le argomentazioni sul populismo dovrebbero essere secondo Formenti l’occasione per “archiviare l’operaismo”  [18], rinnegando sia il cosiddetto dogmatismo marxista e il post-operaismo globalista e positivista di Negri. Di fatto egli ne opera una rivisitazione, nella quale il concetto astratto di popolo e di comunità riproduce la vecchia ossessione operaista di trovare un’incarnazione del soggetto sociale in sé e per sé rivoluzionario.

L’operaismo è infatti una corrente del movimento comunista sviluppatasi in Italia a partire dagli anni Sessanta, fondato sulla concezione teorica per cui la soggettività rivoluzionaria si determina non sul piano politico-strategico della classe operaia, ma sul piano dell’esistenza sociale di una parte della classe o di un settore sociale, che in sé rappresenterebbe il fattore capace di mettere in moto le contraddizioni del capitalismo, altrimenti privo di contraddizioni intrinseche nel suo stesso modo di produzione. L’operaismo tende perciò da un lato a negare una definizione oggettiva delle classi sul piano dei rapporti di produzione e sociali, dall’altro ad affermare come il capitalismo in sé non presenti più contraddizioni oggettive (il cosiddetto “piano del capitale”) e infine a ridurre la lotta di classe alla sua dimensione immediata, privandola del suo necessario sbocco in lotta rivoluzionaria per il potere. A ben guardare, le comunità di Formenti sono l’ultimo prodotto di una serie di soggettività rivoluzionarie via via più nebulose che l’operaismo e i suoi epigoni hanno più o meno definito. Se la categoria dell’operaio massa degli anni Sessanta rappresentava l’idealizzazione di certi settori di classe effettivamente più combattivi, le successive categorie dell’operaio sociale, delle moltitudini, del cognitariato…appaiono man mano maggiormente slegate dalla realtà e tese ad assecondare più o meno coscientemente la borghesia nella sua guerra alla classe operaia e lavoratrice, negandone la centralità produttiva, sociale e dunque politico-rivoluzionaria.

Formenti, nell’archiviare a modo suo l’operaismo, ne coglie solo il lato esteriore e formale del legame ideologico che da sempre i suoi teorici pongono tra il “soggetto rivoluzionario in sé e per sé” sia alla dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione e sia ai movimenti di massa. Per questo, nell’enfasi di archiviarlo, finisce per fare l’apologia del luddismo  [19] e rischia quasi di criminalizzare interi movimenti e relative sensibilità, come quello ambientalista e quello femminista. In questa caccia all’operaismo non ne riesce a cogliere la radice soggettivistica della concezione idealistica della classe e del soggetto rivoluzionario e casca nuovamente nel mito delle “comunità” e del populismo come in sé e per sé antagonistici al sistema.

Dunque, alla ricerca del vero populismo di sinistra, l’autore sposta il suo sguardo da Italia ed Europa, per indirizzarlo verso l’America Latina dove sembra trovare il paradigma politico ideale nelle sinistre sudamericane (Correa in Ecuador, Morales in Bolivia, Chavez e Maduro in Venezuela), di cui loda il comunitarismo, manifestatosi ad esempio rispetto alla tutela dei nativi, la difesa della sovranità nazionale, la “rottura populista” e il “processo costituente”, associate nel testo al termine “rivoluzione”.  [20]

A ben guardare questi esempi di “sinistra populista” da seguire sono chiarificanti sulla confusione di fondo della tesi dell’autore. Da un lato egli rende astratta la nozione di “sovranità nazionale”, per cui la sua difesa, sacrosanta nei paesi aggrediti dall’imperialismo, statunitense in primis, sarebbe equivalente a difenderla rispetto al suo esercizio da parte di un paese imperialista, come l’Italia e gli altri aderenti all’Ue, in contrapposizione a quelle non meglio definite “lobby finanziarie” che starebbero dietro a Bruxelles. Dall’altro il perdere ogni riferimento di classe fa sì che processi di resistenza all’imperialismo e di trasformazione politico-sociale promossi da borghesie nazionali democratiche e progressiste possano divenire una sorta di modello universale, anche per il proletariato. E infine, rende chiaro che tutto questo cianciare di ridefinizione della sinistra su basi populiste arriva ad approdare a soluzioni politiche di riproposizione, in senso magari maggiormente radicale, di quella che è la vecchia socialdemocrazia. Se infatti esuliamo dal contesto di resistenza all’imperialismo, strettamente necessaria per comprendere cosa significhi “difesa della sovranità nazionale” in questi paesi, quello che ci rimane della prassi politica della sinistra bolivariana in Sudamerica sono riforme in seno al capitalismo, avanzate e radicali fin quanto vogliamo, specie in Venezuela, ma pur sempre riforme e nessun sovvertimento del capitalismo.

Formenti afferma infine la necessità di “partire dal basso, organizzando la lotta dei nuovi barbari, delle comunità del rancore” ovvero “degli esclusi, dei perdenti del gioco della globalizzazione”, ammonendo che “solo laddove si è riusciti a farlo (…) si è riusciti a contrastare l’egemonia delle destre sulla rappresentanza degli strati sociali inferiori”. Quanto subisca però egli questa egemonia è chiaro nella chiosa finale dove ribadisce che “imboccare questa strada vuol dire compiere un salto di paradigma, a partire dalla comprensione della necessità di sfruttare le difficoltà e le contraddizioni del processo di globalizzazione per riconquistare sovranità popolare (…) vuol dire lottare contro questa Europa, vuol dire non avere paura di rivendicare la riconquista della propria sovranità nazionale”. [21]

Il problema che pone però Formenti rispetto alla rappresentanza delle classi popolari – lasciando perdere per un attimo l’abbaglio teorico delle comunità e del populismo – non è però sicuramente cosa di poco conto, specie nelle contraddizioni attuali che lui identifica come “contraddizioni del processo di globalizzazione” e che potremmo più realisticamente definire come frutto dell’aggravarsi della crisi globale del capitalismo, visto che fondamentalmente non derivano dalla estensione dei rapporti capitalistici sul piano mondiale, ma dalla loro natura intrinseca, dalle contraddizioni insite nel modo di produzione. Ad esempio, il sentimento di malcontento contro l’Ue, diffuso a livello di massa, tende a sfociare più o meno spontaneamente nel nazionalismo, essendo comunque quest’ultimo un riflesso del sistema capitalista e dell’egemonia della borghesia e, d’altra parte, ci pare assolutamente sbagliato tentare di dare al nazionalismo (dei paesi imperialisti come l’Italia) un connotato anticapitalista, al fine di riorganizzare l’egemonia di massa della “nuova sinistra”.

Il punto è quello di avere e sviluppare la capacità di dirigere le masse stando al loro interno, nello sviluppo in chiave rivoluzionaria, non ponendosi in maniera antagonista alle idee delle masse, ma lavorando per elevare la loro coscienza, nella pratica. Imparare dalle masse non significa abbassarsi al livello che esprimono spontaneamente, ma porsi nella giusta dialettica con le masse, per farle avanzare.

In altri termini, non abbiamo bisogno del populismo, né di scimmiottarlo, bensì di quella che il movimento comunista definì linea di massa e così fu definita da Mao: “In tutto il lavoro pratico del nostro partito, una direzione giusta deve fondarsi sul seguente principio: dalle masse alle masse. Questo significa che bisogna raccogliere le idee delle masse (frammentarie, non sistematiche), sintetizzarle (attraverso lo studio trasformarle in idee generalizzate e sistematiche), quindi portarle di nuovo alle masse, diffondere e spiegare queste idee finché le masse non le assimilano, vi aderiscono fermamente e le traducono in azione e verificare in tale azione la giustezza di queste idee. Poi sintetizzare ancora una volta le idee delle masse e riportarle quindi alle masse perché queste idee siano applicate con fermezza fino in fondo. E sempre così, ininterrottamente, come una spirale senza fine; le idee ogni volta saranno più giuste, più vitali e più ricche. Questa è la teoria marxista della conoscenza”. [22]

La questione della prospettiva politica rivoluzionaria rispetto al popolo (non ovviamente in senso di comunità, bensì di masse popolari costituite dalle classi oppresse) “deve dunque necessariamente trovare il suo spazio immediato nella condizione strettamente attuale: sia all’interno delle masse, soprattutto quelle che si mobilitano contro gli effetti devastanti della crisi, sia rispetto alla costruzione di rapporti di forza rispetto alla borghesia, che devono essere obbligatoriamente innanzitutto ideologici. E sta alla capacità di sviluppare tale prospettiva, il tramutare la condizione attuale non in un precipizio o in una gabbia, come ci impongono padroni e revisionisti, o in una combattività che si risolve nel contingente – certamente molto meglio ma non del tutto – ma nella potenzialità autenticamente rivoluzionaria che l’attuale condizione oggettiva e soggettiva cela sempre con più difficoltà”. [23]

Frequentemente oggi le masse esprimono idee che potremmo definire “populiste”, di protesta verso il grande capitale, ma non in senso proletario, perlopiù come riflesso delle classi intermedie, della piccola borghesia, spaventata dal vecchio mondo che scompare sotto l’onda delle contraddizioni capitalistiche. Ma queste idee non sono monolitiche, bisogna indagarne e scoprirne l’evoluzione: per questo è nostro compito “osservare la situazione: non bisogna sclerotizzarsi, bisogna prendere delle iniziative, sentire la situazione politica, scoprire l’evoluzione delle idee, annusare la situazione economica”. [24]

Il nostro intento infatti non è quello di sposare le idee spontaneamente espresse dalle masse e cavalcarle, bensì “sia in seno a un’organizzazione sia nel corso di una lotta, la direzione può formulare idee giuste solo se raccoglie le idee delle masse e le sintetizza, per poi riportarle di nuovo alle masse, perché queste possano applicarle con fermezza, fino in fondo (…)”. [25]

In conclusione, riprendendo il grande assente all’interno del testo – la crisi – va rilevato che le contraddizioni interne alle leggi del modo di produzione capitalistico sono oggi esplosive in questa fase, tanto da costringere il governo a ripensare formule di welfare (quali il reddito di cittadinanza) pur di tenere sotto controllo la rabbia popolare di fronte a delle condizioni di vita sempre più difficili. Una rabbia senz’altro disorganizzata e disunita, ma che monta e porta implicito il bisogno concreto di una trasformazione rivoluzionaria, a pena di una deriva via via più reazionaria.

Se è innegabile che la risposta del proletariato negli ultimi anni non sia stata all’altezza della ferocia degli attacchi padronali, i segnali di una ripresa della lotta di classe sono già nel presente. Un presente che la borghesia cerca di chiudere in tante barriere: da quelle che preservano i nostri centri città-vetrina a quelle che respingono tutti coloro che fuggono da miseria e guerre scatenate dagli imperialisti. Ma le barriere – che siano pattuglie, filo spinato o acciaio – sono destinate a crollare: “I palazzi degli imperatori feudali, con le loro muraglie e i loro fossati, non hanno mostrato forse per millenni la loro solidità? Le masse si sono sollevate ed essi sono caduti l’uno dopo l’altro. Lo Zar di Russia era uno dei più feroci governanti del mondo, ma cosa restò di lui quando il proletariato e i contadini si levarono per fare una rivoluzione? Nulla. E le sue barriere d’acciaio? Sono tutte crollate. Qual è, compagni, la vera barriera d’acciaio? Sono le masse, i milioni e milioni di uomini che sinceramente e con tutto il cuore sostengono la rivoluzione. Questa è la vera barriera d’acciaio ed è impossibile, assolutamente impossibile, per qualsiasi forza al mondo, abbatterla”. [26]

 

Note

[1] Formenti C., La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, Derive Approdi, 2016, p. 5.

[2] Ibidem.

[3] Ivi p. 9.

[4] Ivi p. 110.

[5] Cfr. ivi p. 111.

[6] Ivi p. 112.

[7] Ivi p. 93.

[8] Ivi p. 45.

[9] Ivi p. 258.

[10] Formenti, op. cit., pp. 133 s.

[11] Ivi p. 152.

[12] https://sicobas.org/news/2711-sda-gravissima-aggressione-squadrista-contro-operai-sda-in-sciopero-a-carpiano – 26/9/2017

[13] Formenti, op. cit., p. 83.

[14] Ivi, p. 84. 

[15] Ivi, p. 193.

[16] Ivi, p. 208.

[17] Ibidem.

[18] Formenti, op. cit., pp. 125 ss.

[19] Ivi, pp. 50 ss. L’autore finisce addirittura per celebrare la resistenza dei kulaki alla collettivizzazione in Urss (vedi p. 196).

[20] Cfr. ivi pp. 212 ss.

[21] Ivi, pp. 257 s.

[22] Mao Tse Tung, Alcune questioni riguardanti i metodi di direzione, 1943, in Opere di Mao Tse Tung in 25 volumi versione cd rom, volume 8, p. 213.

[23] Collettivo Comunista Tazebao, note di fase gennaio 2012.

[24] Mao Tse Tung, Sedici punti sui metodi di lavoro,1959, in op. cit., volume 17, p. 139.

[25] Mao Tse Tung, Alcune questioni, op. cit., p. 213.

[26] Mao Tse Tung, Preoccuparsi delle condizioni di vita delle masse, fare attenzione ai metodi di lavoro,1934, ivi, volume

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