Sul baratro tra i salotti elettorali e le contraddizioni reali

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La definizione di “analfabeti politici” torna di moda in parte del mondo giornalistico e sociologico che arriva a scomodare Bertolt Brecht per indicare gli “appartenenti” al più grande partito d’Italia e d’Europa: quello dell’astensionismo.

Alle elezioni dello scorso giugno, rispetto al 2012, la percentuale degli astenuti è cresciuta ancora del 7% e, alle ultime elezioni comunali, diverse città – come Taranto e Como – hanno registrato numeri inferiori al 35% degli elettori recatosi alle urne, quando anche capoluoghi di regione – come Genova – sono arrivati a poco più del 40%. Secondo i dati è previsto un astensionismo del 48% tra gli under 25 e si calcolano in circa 17 milioni gli italiani che non si recheranno alle urne. Un fenomeno che non è poi così nuovo come viene presentato, se consideriamo il fatto che l’obbligo di partecipare al voto aveva condotto l’Italia al record europeo di schede bianche e nulle. L’astensionismo, in aumento dalla metà degli anni ‘70, viene messo all’indice come “de-responsabilizzazione del cittadino” che, secondo chi utilizza impropriamente Brecht, sarebbe espressione di soggetti lobotomizzati di fronte alle reti televisive unificate e alle fake news che animano il web.

Seppur ci siano buone ragioni nel notare che l’aumento dell’astensionismo non si traduca ora in moti popolari nelle strade, è anche vero che la rabbia e il malcontento aumentano di giorno in giorno nei confronti di un sistema che non ha più briciole da elargire a lavoratori, pensionati e giovani che, spesso, non sono “de-responsabilizzati”, ma solo disgustati dalla politica istituzionale. Un fenomeno che manifesta la perdita di egemonia della classe dominante, o quantomeno delle sue istituzioni, tra le masse popolari.

Il teatrino elettorale

Mentre i “grandi” partiti perdono oggi terreno e consenso, c’è chi non si capacita di come lavoratori, pensionati e soprattutto giovani e giovanissimi non vadano a votare. Così, di fronte ad un sistema palesemente in putrefazione, non pochi si affannano a cercare di “convincere i delusi e gli indecisi”, persino “gli indifferenti”, citando di nuovo a torto Gramsci.

Addirittura capita di sentir citare Lenin e la tribuna politica, decontestualizzando l’esperienza bolscevica e tralasciando, accidentalmente (?) la prospettiva rivoluzionaria che incarnò, armi in pugno.

Da comunisti non siamo contro le elezioni per partito preso, ma cerchiamo di far discendere l’uso degli strumenti dalla prospettiva per la quale lottiamo.

A partire da questa premessa, il quesito al quale rispondere è “L’opzione elettorale è oggi utile all’avanzamento della classe nella prospettiva rivoluzionaria?”. La risposta che diamo, nel nostro piccolo, è negativa.

Siamo nel contesto di crisi del capitale e la borghesia, per mantenere i suoi margini di profitto, non può che andare all’attacco delle conquiste dei proletari sul fronte interno. Contemporaneamente su quello esterno cerca di ritagliarsi un nuovo protagonismo coloniale, dimostrato dalla rapida estensione e dal cospicuo finanziamento delle guerre imperialiste (si veda ad esempio la recente approvazione dell’invio di truppe militari italiane in Niger). Queste due traiettorie di “uscita dalla crisi” non possono essere messe in discussione da nessuna forza politica all’interno dell’arena parlamentare soprattutto in assenza di rapporti di forza esterni sostanziali. La partecipazione al teatrino elettorale si traduce, quindi, nella legittimazione di quelle istituzioni borghesi che fette consistenti delle masse popolari schifano.

Di fronte alla barbarie concretizzatasi sia sul fronte interno, che su quello esterno, chi blatera di una ricomposizione a sinistra (su basi elettorali!) invoca la legalità della Costituzione, peraltro quotidianamente calpestata anche sul terreno dell’antifascismo, e spesso modificata per essere adattata alle esigenze odierne del capitale, estromettendone i frutti della Resistenza; a dimostrazione dei mutati rapporti di forza tra proletariato e borghesia che nel ’45 vedevano la Costituzione come fotografia degli stessi, come prodotto della forza che le classi subalterne avevano accumulato durante la guerra di liberazione.

Pensiamo che piuttosto la questione centrale sia sempre quella dello Stato che, per sua natura, non può considerarsi – come molti fanno – un campo “neutro”, bensì al servizio degli interessi della borghesia. È sulla base di questi ultimi che proseguono i continui tagli allo stato sociale, dalla sanità all’istruzione, dalle pensioni al trasporto pubblico: sono le cosiddette “riforme” – dalla Buona Scuola al Jobs Act, fino ai decreti Minniti – che dovrebbero “sanare” i bilanci di quella barca sulla quale saremmo tutti sopra, ma che invece assomiglia sempre più palesemente ad una piramide in cui il lusso del vertice è mantenuto dalle lacrime e dal sangue di chi sta alla sua base. Ed ecco allora che, per tenere buona la popolazione, si propinano “innovative” ricette, quali il “reddito di inclusione”, come se non fosse scontato il conseguente gioco delle tre carte in cui, per garantire la soglia di sopravvivenza a 700 euro al mese, si andrà a tagliare ulteriormente. Inoltre, gli strumenti di sostegno al reddito propagandati come la manna dal cielo altro non sono che uno dei mezzi che porteranno il welfare ad essere sostituito con il workfare, ovvero con ulteriori ricatti ai proletari costretti ad accettare salari da fame in cambio di sussidi come accade nelle decantate democrazie nord europee.

Un altro leitmotiv ricorrente è il noto slogan “lavorare tutti lavorare meno”. Premesso che, con un salario degno, ognuno ci metterebbe la firma, sappiamo bene che fino a quando gli interessi al centro non saranno quelli della classe, questo slogan non potrà concretizzarsi. A questo proposito è lampante il caso del settore della grande distribuzione: quando si preparò il terreno alle aperture domenicali selvagge di centri commerciali e negozi -mai seriamente osteggiate dai sindacati confederali- si citò proprio la favola di meno tempo di lavoro e maggiori assunzioni. La realtà delle commesse e dei commessi oggi è invece quella di ulteriore sfruttamento, peraltro festivo. Un lavoro sfruttato che, in molti settori, viene anche in parte sostituito non solo dagli stage, ma anche con la gratuità dell’alternanza scuola lavoro.

Da questa situazione, ne discende il moltiplicarsi di partiti, partitini e liste civiche che propongono obiettivi irrimediabilmente irrealizzabili in questo tipo di sistema, spesso nascondendo tra le proprie fila vecchi volponi della politica istituzionale corresponsabili della situazione drammatica in cui ci troviamo dal punto di vista economico-sociale e del disarmo politico della classe proletaria. Quegli stessi partitini che affermano di voler “cambiare il sistema dall’interno”, illudendo le masse che si possa fare davvero, nonostante ci siano gli esempi recenti di Syriza in Grecia o di Podemos in Spagna. Milioni di elettori greci hanno votato credendo che un miglioramento fosse possibile secondo le regole della borghesia, convinti che i loro interessi per una volta fossero al centro dell’agenda di governo. Grandi promesse finite nel tritacarne della BCE – FMI e della borghesia ellenica, per non parlare del partito Podemos in Spagna, oggi parte integrante della classe dirigente e strumento per silenziare le lotte delle masse.

Il loro tentativo è purtroppo quello di rianimare la fiducia nello stesso sistema che fa dello sfruttamento e della guerra la sua bandiera, affermando in buona sostanza che il capitalismo si può riformare (un po’ come profumare la merda verrebbe da dire…). In altre parole il tentativo, anche a questa tornata elettorale, è quello di tenere viva “la speranza” del riformismo, una speranza che, in quanto tale, per citare uno dei più grandi registi italiani, è una “trappola inventata dai padroni” per continuare a mantenere il potere ben saldo nelle loro mani.

Che fare oggi

Tornando al campo cinematografico appena citato, possiamo solo affermare che “la sceneggiatura non è scritta”. Certo è che i cambiamenti repentini del nostro presente spiazzano le nostre analisi e di conseguenza la nostra pratica, ma altrettanto certo è che, nel dibattito politico di oggi c’è una riscoperta del patrimonio comunista, a cent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre. Pensiamo sia necessario riprendercelo, per farlo nostro come classe, al fine di utilizzarlo.

Infatti, se torniamo al quesito “La via elettorale oggi è utile ad un avanzamento della classe?” rispondiamo di no, perché principale non è il numero di seggi o la conta dei voti, quanto piuttosto lo sviluppo della coscienza di classe – il passaggio da quella classe “in sé” a quella “per sé” – verso la rottura rivoluzionaria di questo sistema.

Ribadiamo che pensiamo non si possa sfidare il nemico sul terreno elettorale che gli è proprio, con le relative regole e con le conseguenti divisioni. Altrettanto, non può essere fattibile e concreto il tentativo di una “ricomposizione di classe” prima sul terreno elettorale, anziché su quello della lotta al capitale.

Perciò di fronte al famigerato “Che fare?”, non ci sentiamo certo di affermare di avere la soluzione a portata di mano, ma sentiamo l’esigenza nel nostro piccolo di ribadire – dato che spesso ci viene chiesto – che la via elettorale non serve alla classe sfruttata, a politicizzare le lotte sociali, né tanto meno a svilupparle o rappresentarle, anzi. Il tempo impiegato nelle conferenze, nei comunicati stampa o nei banchetti per le raccolte firme pensiamo sia meglio speso all’interno di inchieste, intrecci di legami tra famiglie e singoli nei quartieri, nell’organizzazione delle lotte sui posti di lavoro e nelle scuole.

Ps. E se proprio ci deve essere riformulata la domanda “Se schifate la via elettorale, quale tipo di rapporto si può avere con la controparte?” ci viene da rispondere che la prospettiva è la stessa vincente che i bolscevichi ebbero con lo Zar al Palazzo d’Inverno.

Collettivo Tazebao

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