Sulla divisione internazionale del lavoro

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Antitesi rivista n. 1 
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte

Sulla divisione internazionale del lavoro

Trattiamo della Divisione internazionale del lavoro (Dil) come tema necessario a tenere salda la nostra politica nell’ambito di classe, sfatando alcuni luoghi comuni dell’ideologia borghese di sinistra tanto in voga negli ultimi anni e per dotarci di una capacità di lettura della realtà che ci circonda funzionale alla pratica politica nella lotta di classe e rivoluzionaria. Le ricorrenti affermazioni sulla fine della fabbrica e del lavoro produttivo, che spesso prendono piede anche tra i compagni, o uscite propagandistiche del tipo “in Italia il turismo sarà il fattore trainante della crescita e dell’uscita dalla crisi” in bocca ai politici nostrani, allontanano dalla condizione reale vissuta nella nostra società e a livello internazionale.

Ad esempio, quando i padroni parlano direttamente, senza delegare i concetti all’elaborazione falsificante del ceto politico, sono piuttosto schietti. Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi di Confindustria, così si esprimeva sull’argomento “industria” non molto tempo fa: “l’industria è messa in pericolo dalla durata e dalla profondità della crisi. I migliori paesi avanzati ed emergenti insegnano che più manifatturiero uguale più crescita. L’inserimento nei mercati globali è indispensabile per moltiplicare i guadagni dai vantaggi comparati. L’Italia ha ottime carte da giocare”. [1]

Cercheremo qui d’indagare i meccanismi della Dil per affermare come oggi, nel nuovo secolo, pur in presenza di una riduzione dell’occupazione, il peso dell’attività manifatturiera e quindi della forza lavoro in essa impiegata, sia ancora centrale all’interno della società, in particolare in quello che viene definito occidente e anche in Europa. E, anche analizzando la questione capitale/lavoro dall’angolatura della Dil, potremo comprendere che sono le leggi stesse del capitale nella sua fase imperialista a rendere impossibile ogni idea di “Europa dei popoli” e a viceversa fare dell’Ue un’aggregato monopolistico in gran parte legato agli Usa.

Il concetto di Dil è legato all’esistenza di rapporti economici internazionali. Usando questa espressione parliamo principalmente del lavoro industriale e quindi della struttura della produzione manifatturiera e della sua estensione. Questo anche se nell’era attuale lo scarto tra i settori economici, come vedremo in seguito, si assottiglia per la sempre minor possibilità di distinzione tra di loro per come sono stati sempre considerati: primario, secondario e terziario.

Sono le forze di mercato a livello globale che spingono verso una certa Dil intesa come strutturazione ed espansione globale del processo produttivo capitalistico. Gli equilibri che esse generano sono instabili poiché la spinta concorrenziale delle diverse borghesie li porta a essere messi continuamente in discussione, perché ognuna vi promuove la ricerca del massimo profitto.

Oggi, dopo l’ubriacatura neoliberista come ideologia padronale di copertura della crisi iniziata nei primi anni ’70, i problemi dei padroni restano gli stessi, aggravati in uno stadio superiore di sviluppo delle contraddizioni. Ristrutturazione dopo ristrutturazione le forme del libero mercato, in regime monopolistico [2], hanno comunque portato alla pianificazione aziendale con processi d’integrazione in orizzontale e verticale, cioè rispettivamente attraverso l’alleanza o l’acquisto di imprese che svolgono la stessa attività oppure integrando all’interno della stessa impresa passaggi produttivi o commerciali prima separati e affidati ad altre.

Si sono così sempre più affermate, anche nella fase attuale, aziende che si sono stabilite in diversi paesi, trasformando i rapporti internazionali in rapporti intra-aziendali per controllare e dominare le forze di mercato, favorite laddove prevalgono condizioni oligopolistiche. Perché così facendo è stato possibile rafforzare anche sui mercati esteri le barriere protezionistiche all’entrata dei concorrenti sul mercato interno. Ogni impresa monopolistica, assumendo così la forma e la dimensione di “multinazionale”, ha puntato e punta a raggiungere un equilibrio oligopolistico sul piano mondiale. Le conseguenze sulla Dil non sono prevedibili e rappresentabili con modelli perché i fattori che intervengono sono molti, comprese le politiche dei governi che influiscono sugli scambi e sugli investimenti internazionali. Quindi non esiste un modello dato di Dil che le imprese monopolistiche tendono a seguire; i modelli che di volta in volta si affermano sono il prodotto di una dialettica tra i monopoli stessi e una serie di fattori oggettivi e soggettivi: concorrenza delle imprese locali, politiche dei governi, classe operaia locale, intesa in senso di livello di preparazione professionale e di capacità di lotta, cultura e costumi come variabili del mercato, demografia come variabile dell’entità dei mercati…

Le imprese monopolistiche non determinano quindi di per sé la Dil pur puntando a dirigerla e i governi storicamente hanno avuto sempre un grosso potenziale di influenzarla. Sono le contraddizioni tra le varie forze in campo che ne determinano lo sviluppo: non è tutto prevedibile e calcolato. Le multinazionali non sono onnipotenti e il loro dominio è espressione di una capacità di agire soprattutto sulle differenze (divide et impera) e sulle debolezze sia nel loro campo (del capitale) sia del campo avverso (lavoro). Resta che, nell’evoluzione della Dil, il ruolo dei monopoli nel darne sviluppo è stato ed è principale, rispetto agli altri soggetti che sono chiamati a svolgere il ruolo di supporto fondamentale (Stati, governi, enti di promozione degli investimenti…).

Se il modo di agire dei monopoli non è standardizzabile in modelli e, ciò che incide maggiormente nelle scelte sono le situazioni concrete che si determinano, il fine, invece, è sempre chiaro ed è quello di alzare i profitti. In fin dei conti è la risposta alle contraddizioni intrinseche del capitalismo (la caduta del saggio generale di profitto e la sovraccumulazione e sovrapproduzione di capitale) da parte delle multinazionali che ha ridisegnato il mondo di oggi. Non esiste dunque all’interno di questo modo di produzione una Dil più favorevole alla nostra classe, ma solo dei rapporti di forza da costruire con la lotta.

 

I mutamenti dell’organizzazione della produzione e l’estensione del mercato

 

L’organizzazione della produzione cambia necessariamente col mutare dell’estensione del mercato poiché essa deve essere sempre strutturata tenendo conto delle effettive condizioni di mercato a cui si rivolge: le relazioni che strutturano la produzione si modificano perché si trasformano i rapporti di forza tra i soggetti che interagiscono nel sistema sociale dato. Ogni cambiamento all’interno del capitalismo ha sempre portato nuovi squilibri, a volte anche drammatici e scanditi da una competizione che al giorno d’oggi è esorbitante e senza precedenti.

Storicamente le multinazionali Usa hanno investito all’estero in concomitanza con la strada intrapresa per la creazione della Comunità Europea e alla ripresa giapponese dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. In Europa c’è stato quindi un grosso afflusso di investimenti americani (nelle zone già industrializzate), non scoraggiato dai governi irregimentati prima dal Piano Marshall e poi dalla Nato, giungendo fino ad un complessivo equilibrio oligopolistico. Per tutto il dopoguerra gli investimenti diretti esteri negli Usa sono stati ben inferiori agli investimenti Usa all’estero anche perché i salari all’estero erano inferiori. Avvenimenti questi che hanno determinato, sul piano economico, la subordinazione storica dell’Europa agli Usa. Lo sviluppo delle multinazionali in Europa è stato quindi trainato dagli Usa che hanno agito per mantenere il loro predominio costruito, nel secolo scorso, sulle rovine della guerra. Si è così determinata storicamente un osmosi tra il capitale Usa e quello dei paesi che in seguito avrebbero dato vita all’Ue ed un rafforzamento dell’equilibrio oligopolistico nell’intera area transatlantica.

Con lo svilupparsi della crisi la tendenza è mutata e molte imprese hanno acquisito una testa di ponte negli Usa. Emblematico, per l’Italia, il caso della Fiat. Proprio a livello di monopoli automobilistici va inoltre considerato che in Europa esiste un limite al processo di concentrazione: tanti paesi hanno una propria casa automobilistica, quindi, c’è un difficile equilibrio oligopolistico che convive quindi anche una specializzazione nazionale nella produzione.

La crisi iniziata negli anni ’70 (una volta esauritosi il ciclo di accumulazione positiva susseguente alle distruzioni del conflitto mondiale) e che permane tuttora accentuandosi irreversibilmente, ha imposto trasformazioni notevoli nell’organizzazione della produzione e del lavoro. La risposta alla crisi è stata la rottura della rigidità del modello fordista [3] (peraltro facilmente investibile dalla conflittualità operaia) attraverso la flessibilizzazione produttiva e l’implementazione del modello di “distretto”. Ovvero in uno stesso territorio si aggregano imprese che si specializzano nelle singole fasi per produrre beni differenziati, mantenendo così la specialità per ogni singola fase di produzione. Il modello fordista poteva funzionare solo in fasi nelle quali la domanda era in crescita e prevedibile e diveniva obsoleto per affrontare una domanda mutevole.

L’impresa globale ha dovuto affrontare il problema di governare un ciclo di produzione sia fuori dal confine della fabbrica sia del “distretto”. Sono emerse, ad esempio, le economie di scopo [4] con un modello flessibile di produzione di massa. Si è sviluppato un modello di produzione definito di relazioni di filiera dove prevalgono economie di scopo nella gestione della distribuzione e del reperimento (di materie prime, di nuove applicazioni, di manodopera…) ed economie di scala [5] nella gestione delle singole fasi di produzione.

In sintesi: nella produzione fordista e nella produzione flessibile di massa la continuità della produzione è garantita dall’impresa che ne gestisce e controlla tutte le fasi; nella produzione distrettuale è il territorio che sostiene i diversi operatori; nella produzione di filiera l’elemento che unisce il processo di produzione minimizzando i tempi morti, assicurando la relazione con le richieste di mercato, è la capacità dell’impresa finale di garantire la continuità delle informazioni e la loro trasformazione in gestione combinata produttiva. Si sviluppano e si rafforzano le grandi imprese monopolistiche globali con una funzione di organizzazione sempre più complessa, che controllano il mercato acquisendo anche diversi marchi e aumentando la varietà di prodotti finali. Finiscono per affermarsi così le imprese multinazionali con una dimensione di multiproduzione, multiprocessuale e multistrategica.

Nell’incessante processo di ristrutturazione economica capitalista velocizzato oggi dall’inarrestabilità e profondità della crisi e da una competizione senza precedenti, si sono accentuati i fenomeni di:

-delocalizzazione produttiva in paesi meno sviluppati con basso costo del lavoro e possibilità legale di supersfruttamento;

– automazione senza precedenti e crescente informatizzazione dei servizi;

-spostamento di investimenti sul mercato finanziario.

Questi rimedi, già tutti esistenti fin dall’invenzione del telaio, sono usati dentro questa crisi epocale in maniera macroscopica e spregiudicata, con la particolarità, oltre che dell’enorme dimensione dei fenomeni, anche della loro interconnessione. Questa risposta alla crisi sta ridisegnando il mondo assieme alle politiche di sviluppo della guerra imperialista e al formarsi di un enorme esercito industriale di riserva a causa delle correnti migratorie che hanno offerto ulteriori possibilità di ricatto e riduzione del costo e delle condizioni di lavoro nel mercato internazionale. Il ruolo delle multinazionali in combutta con i governi locali (legislazioni permissive sia per l’entrata degli investimenti sia per le legislazioni sulle condizioni di lavoro, per i vincoli ambientali, per facilitazioni fiscali e finanziarie.) è stato centrale in tutto questo.

Nell’intreccio di questi fenomeni il capitale finanziario [6] ha aumentato straordinariamente il suo potere e la sua autonomia accentuando il ruolo di predominio rispetto al capitale industriale che già Lenin analizzava nel noto saggio “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”.

Con lo sviluppo della crisi, ogni impresa ha iniziato a destinare una parte sempre più significativa del profitto ad investimenti in attività finanziarie sotto la spinta degli investitori istituzionali (fondi comuni, fondi pensione, assicurazioni ecc) che detenevano quantità sempre maggiori delle azioni delle aziende con tassi di rendimenti molto più alti di quelli della effettiva crescita economica. L’aumento del valore delle azioni diviene così uno degli obiettivi più importanti, più di quelli connessi all’attività produttiva vera e propria. La rete di relazioni finanziarie delle aziende si è estesa a livello internazionale e la tradizionale distinzione tra imprese finanziarie e non finanziarie si è assottigliata sempre più. In questo vortice vengono acquistate imprese per poi smembrarle e rivenderle, in parti, ad un valore maggiore, si procede ad esternalizzazioni selvagge delle attività e a fusioni ed acquisizioni (meglio comprare l’azienda concorrente o fondersi e in questo c’è l’intervento diretto e il ruolo ripartitorio dei mercati assunto dal capitale finanziario). Si è progressivamente verificata un’enorme concentrazione di capitali in pochi gruppi di gestori del capitale finanziario. Gli investitori istituzionali (banche, assicurazioni, fondi…) Usa, tedeschi, italiani, britannici e francesi hanno gestito attivi finanziari che sono passati da 9,1 trilioni di dollari nel 1990 fino a superare i 60 trilioni nel 2007, il che corrispondeva alla metà dei capitali di tutte le società quotate in borsa. Da questi dati emerge il ruolo determinante che essi hanno avuto nel regolare le modalità, gli obiettivi e le strategie imprenditoriali generali e all’interno di questi passaggi diviene abnorme il fenomeno delle transazioni speculative. Tutto ciò ha coinciso, non a caso, con la deregolamentazione del mercato finanziario e, contemporaneamente, del mercato reale. Lo stesso debito pubblico è divenuto, mediante il suo acquisto dagli investitori istituzionali, una grande leva di rendita finanziaria, capace di determinare le scelte politiche dei governi.

Automazione e informatizzazione nell’industria e nei servizi

Altra risposta alla crisi è stata la forte automatizzazione dei sistemi produttivi in tutti i settori, ma principalmente nell’industria e nei servizi, resa possibile dalle nuove tecnologie e condotta con l’obiettivo di abbattere la “rigidità del mercato del lavoro” (le conquiste risultato delle lotte) cambiando le forme d’impiego e sfruttamento. La computerizzazione delle macchine ha reso possibile la riprogrammazione della produzione. Le varie fasi standardizzate e autonomizzate possono essere così compiute anche in paesi differenti e coordinate grazie ai computer riducendo il costo di lavoro, il personale, i “tempi morti” e contemporaneamente rendendo possibile anche la differenziazione dei prodotti (combinazione di automazione e delocalizzazione). Questo a scapito dell’occupazione, della sua qualificazione, stabilità e comportando la riduzione dei salari. Lo sviluppo generale delle forze produttive con l’estensione e progresso del settore informatico, se da un lato viene pagato in termini di distruzione della forza produttiva principale, che è il proletariato stesso, a beneficio del capitale e della riproducibilità allargata dei suoi rapporti di produzione, dall’altro sul lungo periodo accentua le contraddizioni di quest’ultimi in termini di aumento del costo del capitale costante (macchinari e tecnologie applicate), non sfuggendo alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, ma viceversa amplificandone ancora di più la portata. 

Integrazione tra manifattura e servizi

L’integrazione tra manifattura e servizi è oggi resa possibile dallo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tic). Con la “rivoluzione algoritmica” e cioè con il fatto che le funzioni dei servizi possono essere trasformate in processi computabili, a fronte dell’enorme crescita della capacità informatica di elaborazione (caduta dei costi, massicci investimenti nel settore, potenza di calcolo oggi esorbitante) molte attività possono essere ridotte ad espressioni, autonomizzate e automatizzate. Nelle prospettive di riorganizzazione capitalistica delle imprese i servizi oggi sono riconosciuti come fonte di aumento della produttività e in grado di cambiare la struttura dell’occupazione e della divisione del lavoro, le caratteristiche della forza lavoro e la sua dislocazione. Queste applicazioni cambiano il modo in cui si svolgono le attività e si crea il valore: un esempio è quello dell’applicazione ai servizi logistici. Per le imprese la distinzione tra servizi e prodotti a volte diviene sfocata e i prodotti manifatturieri sono incorporati all’interno dell’offerta di servizi, la distinzione dei tradizionali settori tende a cadere. Le imprese possono scegliere di esternalizzare funzioni prima interne, acquistandole sul mercato sotto forma di servizi oppure venderle come servizi. Funzioni che vanno dalla contabilità, alla gestione delle catene di fornitura fino alla manifattura di semiconduttori e alla cosiddetta “ricerca e sviluppo” sono oggi acquistabili sul mercato. Le imprese tendono così a far rientrare la produzione reale in complessiva vendita di servizi, allo scopo di generare ulteriore plusvalore e profitto.

Il processo è paragonabile a quello avvenuto nella manifattura dove la modularità della progettazione dei prodotti ha consentito l’esternalizzazione e la delocalizzazione. Sia scorporo dei servizi sia la frammentazione della manifattura sono stati usati per innalzare la produttività e la capacità di competizione. Ad esempio, la multinazionale cinese Lenovo ha acquisito il ramo computer dell’Ibm e vende servizi di consulenza con annesso l’hardware, oppure, anche nell’industria pesante, invece che vendere frigoriferi industriali si vendono “servizi di refrigerazione” o, invece che ascensori, servizi che seguono il ciclo di vita degli edifici. I prodotti possono diventare portali per i servizi o essere incorporati nei servizi stessi. Dalla concorrenza tra settori distinti si va verso la competizione di “domini di valore”. La competizione viene intensificata e la concorrenza diventa sempre più agguerrita.

La produzione viene offerta come servizio, le imprese e i loro fornitori sono sempre più connessi soprattutto agli estremi superiori della catena di produzione. Ad esempio produttori di utensili sofisticati per aziende come Ford Bmw e Audi svolgono la loro attività in capannoni industriali ma li offrono come servizi.

La produzione viene frammentata, la manifattura modularizzata e i servizi scorporati, ma il vantaggio è limitato e di breve durata, l’innovazione deve essere continua.

La tipologia di servizi basati sulle Tic può essere considerata una forma di produzione in quanto deve essere costruita e prodotta materialmente, i servizi devono essere progettati e implementati concretamente. Oggi i dati sulla produzione mondiale includono anche lo sviluppo di servizi basati sulle Tic per cui la produzione rimane di fondamentale importanza non solo nel manifatturiero ma anche nei servizi. 

Uno sguardo a Europa, Usa, Cina e Italia

In Europa la delocalizzazione è avvenuta fondamentalmente per settori; ogni impresa, o gruppo di imprese ha delocalizzato le proprie produzioni pur continuando ad essere attiva nel paese d’origine. Si è trattato di una redistribuzione di attività su scala internazionale per aumentare i profitti in casa propria. Gli investimenti esteri sono avvenuti parallelamente a quelli interni. Nella delocalizzazione sia in paesi più sviluppati sia in quelli poveri troviamo in ordine di grandezza: servizi (vanno distinti i servizi alla produzione, quelli finanziari, i servizi commerciali e quelli riguardanti le persone e le comunità); industria manifatturiera; reti di distribuzione di elettricità, acqua e gas sia per uso industriale che civile; le attività minerarie ed estrattive.

L’analisi statistica fatta per settori economici ha mostrato che gli investimenti esteri dell’area euro- atlantica ricercavano margini di profitto soprattutto nella produzione industriale e nei servizi alla produzione e di assistenza alle imprese. Era più facile alzare il profitto sia con lo sfruttamento e i bassi salari che con l’innovazione.

Invece, oggi per le borghesie aggregatesi nell’Ue torna impellente la necessità di rivitalizzare il settore manifatturiero interno e i relativi servizi alla produzione, visto lo sviluppo della tendenza alla guerra sul piano internazionale. Esse intendono così capitalizzare decenni di attacchi alla conquiste dei lavoratori dei paesi europei e far fronte a pesanti contraddizioni interne determinate dalla distruzione di forze produttive a causa della crisi e della concorrenza globale, reagendo peraltro all’aggravarsi della crisi anche anche nei “paesi emergenti”. Tutto ciò tenendo conto del “nuovo mondo industriale” illustrato dalla tabella seguente:

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I dati della tabella sono del 2012, ma danno un’idea della situazione globale. Oggi alcune cose sono cambiate, dai problemi della Cina fino a quelli della Germania con la guerra economica in corso sul settore automobilistico. Negli Usa, ad esempio, il rialzo del Pmi7 (55,7 a luglio 2015) è dovuto principalmente al settore manifatturiero. Il rialzo del pil Usa degli ultimi anni è avvenuto all’insegna dello slogan “l’industria manifatturiera americana torna a casa”. Il fenomeno si è affermato dopo due decenni di delocalizzazione all’estero, dove il costo del lavoro era più basso. Negli ultimi 5 anni 50 mila lavoratori sono rientrati per lavorare in Google, General Motors, General Electric e Caterpillar. L’inversione di tendenza è in atto e riguarda perlopiù produzioni legate all’alta tecnologia. Google ha scelto il Texas per assemblare il Moto X, primo smartphone tutto made in Usa. Il gruppo cinese Lenovo ha inaugurato un impianto per produrre pc e tablet in North Carolina. Anche nel settore automobilistico sta avvenendo la stessa cosa. Il tutto è favorito anche dal calo del costo dell’energia con la “rivoluzione” dello shale gas.

L’inversione di tendenza dell’industria americana ha contribuito a quella che è stata definita la ripresa dell’economia, cresciuta nel 2013 del 3%. [8] Questo riassestamento del settore industriale domestico da parte degli Usa ha probabilmente contribuito a determinare una certa ripresa della conflittualità operaia, come si è evidenziato, quest’anno, negli scioperi che hanno investito il settore petrolifero e nelle complesse trattative per il rinnovo contrattuale alla Fiat-Chrysler.

La situazione si sta modificando anche in Asia, la “fabbrica del mondo”, dove si registra una tendenza all’aumento dei salari soprattutto in Cina grazie alla crescente conflittualità sui posti di lavoro. Nel primo quarto del 2015 si è registrato un nuovo aumento degli scioperi, condotti a “gatto selvaggio”, essendo inesistenti diritti praticabili in tal senso dai lavoratori. Il 52,5% delle astensioni è avvenuto nell’edilizia e il 22% nel manifatturiero. Le pratiche di lotta comprendono blocchi stradali, presidi sul posto di lavoro e manifestazione davanti ai palazzi di governo. Le mobilitazioni non hanno coinvolto solo le province più industrializzate, ma anche regioni luogo di destinazione delle più recenti delocalizzazioni interne. Il continuo aumento del costo del lavoro costituisce un forte incentivo all’automazione e, infatti, la Foxconn sta collaborando con Google per la creazione di nuovi “robot operai”: oggi le catene di montaggio in Cina non hanno nulla a che vedere con quelle di dieci anni fa. Le imprese private cinesi sono tanto capital intensive quanto le loro equivalenti americane, nel senso della tendenza a maggiore investimento sul capitale costante a detrimento di quelli sul capitale variabile, indebolendo così il ruolo professionale e la capacità di lotta della classe operaia.

In questo scenario nella competizione torna necessario il manifatturiero inserito nelle filiere globali ed è questa la questione oggi all’ordine del giorno anche nell’Ue, tenendo conto della struttura produttiva storica e dei dati relativi al vecchio continente dove tra le prime 10 province più industrializzate e super specializzate dell’Ue ben 6 sono italiane e 4 tedesche e tra le prime 23 province specializzate nell’industria per produzione di valore aggiunto l’Italia ne conta ben 9, 13 la Germania e una la Polonia. Francia, Gran Bretagna, Spagna e Olanda non hanno nessuna provincia classificata. Bergamo e Brescia si collocano al primo e secondo posto della graduatoria europea. [9]

Parlando dell’Italia il “ritorno” della fabbrica, nella quale lavorano grosso modo sei milioni di italiani (siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania), è simboleggiato da Melfi dove nello stabilimento in Basilicata sono state fatte 2 mila assunzioni di lavoratori, tutti diplomati, che da agosto 2015 dovrebbero gradualmente passare dall’attuale assunzione interinale al nuovo contratto a tutele crescenti. Si tratta del primo stabilimento europeo di auto a ciclo continuo dove gli operai lavorano in 4 squadre su tre turni, compresa la notte e le feste.

La nuova catena di montaggio è stata progettata assieme da ingegneri e gruppi di operai millantando di poter garantire così una velocificazione del lavoro senza aumenti di fatica.

La realtà è ben altra e, subito, si è manifestata con le iniziative di lotta in corso che sfatano il mito della “fabbrica pacificata” sotto le insegne del Jobs Act e della limitazione dello “strapotere sindacale”, propugnato da Marchionne e Renzi e, di riflesso, fatto proprio da quelle componenti di movimento che dipingono gli operai come attori passivi o addirittura collaborazionisti.

La realtà analizzata, pur tenendo conto che i dati statistici e gli indicatori economici sono emessi da fonti borghesi [10], impone viceversa ai comunisti di riportare l’attenzione, il dibattito e l’inchiesta militante sulla questione del lavoro nell’industria e dei servizi alla produzione. Anche perché la continua ristrutturazione e riorganizzazione della produzione e del lavoro restano il centro del rompicapo dei padroni di fronte ad una crisi per loro senza uscita. Per i compagni, si tratta del terreno vitale dove far germogliare nuovamente la necessità di contendere il potere ai padroni e al loro Stato visto che tutte le altre strade seguite per cambiare la situazione operaia e proletaria non sortiscono alcun effetto duraturo. Si possono vincere alcune lotte, ma i padroni tornano sempre all’attacco perché è dallo sfruttamento sul lavoro che possono estorcere il profitto vitale per la sopravvivenza del loro sistema.

Le teorizzazioni prospettate anni fa su un “occidente” (Usa-Ue) imminente a divenire esclusivamente centro di attività direzionali, di produzioni tecnologicamente più avanzate e in generale caratterizzate da un più alto know-how, con al seguito lavorazioni più specializzate e sulla delocalizzazione del lavoro “pesante” operaio e delle attività manifatturiere e servizi massificati in paesi meno sviluppati, non hanno, alla luce di quanto scritto e degli sviluppi attuali dell’economia, molta attinenza con la realtà. La nuova organizzazione del lavoro non sana ma acuisce la contraddizione capitale/lavoro, aggravandola con la riduzione dell’occupazione indotta dall’innovazione. Si veda, esemplificativamente, la seguente tabella (fonte http://www.istat.it/it/files/2014/05/cap3.pdf):

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Osservando questi dati forniti da Istat vediamo che il solo dato positivo riguardante l’occupazione in Italia riguarda i servizi alle imprese (settore in sviluppo e legato principalmente all’industria). Il peso dei lavoratori nell’industria resta comunque alto. Altri dati Eurostat ci dicono che nell’attuale Ue, dal 2008 al 2013, il numero di occupati è calato del 2,6% con un peso più negativo per i 18 paesi dell’area euro, arrivando per quest’ultimi ad un calo del 3,5%. Le maggiori perdite di occupazione si sono avute nei paesi del sud (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo). Solamente la Germania ha avuto 1.909.000 occupati in più e ci sono state lievi crescite anche a Malta e in Lussemburgo. Solo i paesi dell’est hanno avuto una crescita di occupazione basata principalmente sulle delocalizzazioni e sul supersfruttamento. Questi pochi dati ci mostrano un’Europa che dentro al processo di formazione come polo imperialista riproduce, ingrandendole, le contraddizioni storiche tra capitale e lavoro e gli squilibri e le differenze tra lavoratori di diverse nazioni (nord/sud; est/ovest) alimentate anche da quelle tra potenze imperialiste. È manifesto il peso delle multinazionali sulle tendenze della divisione del lavoro nell’Ue e sulle gabbie salariali.

La guerra del capitale si esprime sui diversi piani. La contraddizione tra Usa e Russia, divenuta acuta con la guerra in Ucraina, crea oggi numerosi problemi all’interno della formazione europea vista la crescente contrazione del mercato per alcuni suoi Stati membri, in primis l’Italia. E la contraddizione è esplicita non solo sul piano della guerra politico-militare, ma anche su quello della guerra economica, come mostra il recente “scandalo” Volkswagen, nient’altro che un attacco frontale alla Germania da parte degli Usa all’interno delle faticose trattative per il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip) con il quale gli Stati Uniti puntano a creare il mercato più grande del mondo che dovrebbe riunire più di 800 milioni di consumatori e più della metà del pil mondiale (54%). Non è certo una vocazione ambientalista che ha mosso gli Usa e, guarda caso, in un momento cruciale per il Ttip : la questione infatti era nota fin dal 2011.[11]

Il Ttip mira a rafforzare il predomino americano ribadendo la subordinazione storica dell’Europa e mostra la volontà di costruire un compattamento Usa-Ue sulla Dil per far fronte agli altri concorrenti nel mercato mondiale.

Per uscire dalla crisi e affermarsi come potenza l’Ue, strettamente legata agli Usa, può solo sviluppare una politica reazionaria sia rivolta verso i lavoratori e le masse popolari d’Europa, con misure di rapina sociale e aggravamento dello sfruttamento, sia verso gli altri popoli, con una politica di guerra imperialista.

 

Note

[1] www.confindustria.it/indcong.nsf/0/…/lp_5%20giugno%202013.pdf.

[2] La categoria di capitalismo monopolistico o imperialismo è uno dei principali contributi analitici di Lenin all’attuale fase economica mondiale dominante a livello globale da più di un secolo in qua: “il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione, è, in linea generale, legge universale e fondamentale dell’odierno stadio di sviluppo del capitalismo” in L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin, Editori Riuniti, 1973, p. 52. Già Marx, nell’analizzare il sorgere ed affermarsi del capitalismo come sistema di produzione, aveva anticipato quest’analisi: “Il signor Proudon parla solo del monopolio moderno, generato dalla concorrenza. Ma tutti sappiamo che la concorrenza è stata generata dal monopolio feudale. Così, primitivamente, la concorrenza è stata il contrario del monopolio, e non il monopolio il contrario della concorrenza. Dunque il monopolio moderno non è una semplice antitesi, è al contrario la vera sintesi.

Tesi: il monopolio feudale anteriore alla concorrenza

Antitesi: la concorrenza

Sintesi: il monopolio moderno, che è la negazione del monopolio feudale, in quanto suppone il regime di concorrenza e che è la negazione della concorrenza in quanto monopolio. Così il monopolio moderno, il monopolio borghese, è il monopolio sintetico, la negazione della negazione, l’unità dei contrari. È il monopolio alla stato puro, normale, razionale” in Miseria della filosofia, Edizioni Rinascita, 1950, pp. 121 s.

[3]  Modello fordista: diverse fasi del ciclo di produzione avvengono in sequenza rigida e prestabilita, le stesse conoscenze sono fissate nell’organizzazione del lavoro con la catena di montaggio.

[4] Per economie di “scopo” si intendono i vantaggi di costo derivanti dalla produzione congiunta di diversi tipi di prodotti con l’utilizzo di un medesimo impianto (stesse materie prime, stessi macchinari, stesso know-how…).

[5] Per economie di scala si intende la relazione esistente tra aumento della scala di produzione (correlata alla dimensione di un impianto) e diminuzione del costo medio unitario di produzione.

[6]Una parte sempre crescente del capitale dell’industria non appartiene agli industriali, che lo utilizzano. Essi riescono a disporne solo attraverso le banche, le quali, nei loro riguardi, rappresentano i proprietari del denaro. Gli istituti bancari devono d’altronde fissare nell’industria una parte sempre crescente dei loro capitali, trasformandosi quindi vieppiù in capitalisti industriali. Chiamo capitale finanziario quel capitale bancario, e cioè quel capitale sotto forma di denaro che viene, in tal modo, effettivamente trasformato in capitale industriale” (L’imperialismo, op. cit., p. 81).

[7] Pmi è un acronimo per Purchasing Managers’ Index ed è un indicatore macro-economico utilizzato nell’analisi del settore manifatturiero, dei servizi e delle costruzioni nell’ambito di un’economia nazionale o allargato a livello di economia globale. Dovrebbe illustrarne lo stato di salute e può assumere un valore compreso tra 0.0 e 100.0. Il valore considerato come riferimento degli indici Pmi è la linea del 50.0: valori riportati al di sopra indicano l’espansione del settore di indagine, mentre valori inferiori al 50 ne segnalano la contrazione.

[8] I dati riportati sono tratti da studi pubblicati negli Stati Uniti dal Boston Consulting Group (BCG) e dal Keybridge Research di Washington, inizio 2014.

[9] Dati tratti da Il Sole 24 Ore, edizione di mercoledì 21 gennaio 2015

[10] Tutti i dati provengono da fonti borghesi, di questo va ben tenuto conto. Essi sono piegati alle necessità e alle categorie della borghesia. Ad esempio, l’Istat su indicazione di Eurostat ha modificato il calcolo del pil e le spese per ricerca e sviluppo sono considerati investimenti, il pil Ue aumenta così di circa 1,9%. Anche le spese militari rientrano negli “investimenti” avendo un “potenziale produttivo per la sicurezza”. Nei dati sulla disoccupazione va tenuto conto che basta aver lavorato almeno un’ora nella settimana precedente la rilevazione per essere considerati occupati. Inoltre è stata aggiunta ultimamente la categoria degli “scoraggiati” che non viene considerata nel tasso di disoccupazione. Per finire va considerata l’impostazione soggettiva dei rilevatori tenuto conto che, in Italia, sono tutti precari.

[11] Nel 2014 lInternational Council on Clean Transportation (che non è una organizzazione filantro­pica come si vuol accreditare, ma una potente lobby alimentata dai soldi delle fondazioni create da Bill Hewlett e David Packard, creatori di un impero elettronico con forti interessi nel settore mili­tare) investe diversi milioni di dollari per realizzare un programma di ricerche sulle emissioni delle vetture diesel di importazione tedesca, le uniche presenti significativamente sul mercato Usa. La realizzazione del programma è affidata alla West Virginia University che richiamandosi espressamente allo studio fatto nel 2011 dai ricercatori della Ue realizza un test senza precedenti: tre vetture tedesche con apparecchiature di misura a bordo percorrono, in diversi mesi, le strade di San Diego, Los Angeles e San Francisco mentre una di queste è testata lungo i 4 mila km di autostrada tra San Francisco e Seattle. I risultati confermano quanto già registrato dai ricercatori europei, con sforamenti dei limiti che vanno da 5 a 20 volte per l’anidride carbonica a 15 a 35 volte per gli ossidi di azoto. Il tutto viene inviato all’Epa (Agenzia federale di protezione dell’ambiente) e al Carb (Ente preposto alla qualità dell’aria della California). Quest’ultimo chiede immediatamente spiegazioni alla Volkswagen la quale, dopo aver tentato di attribuire gli scompensi a una cattiva calibrazione dei dispositivi antinquinamento, il 2 dicembre 2014 si rassegna a richiamare volontariamente 500 mila vetture (50 mila nella sola California) presenti negli Usa.

Tratto da http://ilmanifesto.info/volkswagen-scandalo-mondiale-bruxelles-sapeva-dal-2011/ .

Fonti e bibliografia:

Chi ha cambiato il mondo, I. Masulli, Laterza, 2014;

Il sole 24 ore, edizione cartacea e online;

Rivista Economia Italiana n°2013/2; 2014/1; 2014/3;

www.istat.it.

 

Per i fondamenti dell’analisi L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, V. Lenin, Editori Riuniti, 1973.

 

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