Sull’elettoralismo

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Antitesi rivista n. 5 
Sezione 4: Controrivoluzione, repressione e solidarietà di classe
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Sull’elettoralismo

Introduzione

In questo numero proponiamo un articolo sulla questione dell’elettoralismo, ritenendo importante aprire una riflessione tra i sinceri comunisti e nei settori più coscienti del proletariato, perché spesso ci si deve confrontare con questo aspetto della vita politica, come ha dimostrato la campagna elettorale dello scorso 4 marzo.

Nella dicotomia antidoto/antitesi proposta in questo numero, l’antidoto della classe dominante è rappresentato da tutti gli strumenti di cui essa si dota per sancire e riprodurre il suo potere, e così controllare le classi popolari; l’antitesi del proletariato, invece, è rappresentata dalla capacità di articolare tattiche e di dotarsi di mezzi utili alla propria emancipazione di classe, attraverso la lotta rivoluzionaria.

Rispetto alla riflessione che faremo, possiamo dire che l’antidoto è il parlamentarismo, in relazione alla sua funzione di integrazione e disarticolazione della contraddizione e della lotta di classe, l’antitesi, invece, è rappresentata dalla lotta di classe e rivoluzionaria.

Lo Stato borghese si abbatte, non si riforma

L’assunto da cui partiamo è che lo Stato borghese, quale strumento di dittatura ed egemonia della classe dominante sulle classi dominate, non può essere riformato, bensì solamente abbattuto.

La prospettiva che si danno i comunisti è quella della conquista del potere politico tramite la lotta rivoluzionaria per transitare verso il comunismo, che incarna l’unico modello di società privo di classi (quindi di una sovrastruttura statale che ne regoli i rapporti), di sfruttamento e di guerra. Possiamo considerare questo assunto come assoluto, derivato dalla prassi-teoria scientifica del marxismo-leninismo-maoismo, ma è necessario avere la capacità di metterlo in rapporto dialettico con la realtà concreta, senza scivolare in posizioni dogmatiche. Infatti, nella realtà non c’è niente di dato e di rigidamente statico, poiché tutto seguita a muoversi nel solco – contorto e dialettico – dello scontro di classe e del suo divenire storico. Quindi, l’approccio che noi comunisti oggi dovremmo avere verso l’uso, o meno, del parlamento, delle elezioni e con quali forme, dipende da un’analisi concreta che cerca di rifarsi alle esperienze storiche del movimento rivoluzionario ponendosi ogni volta la domanda: che cosa è effettivamente utile alla prospettiva rivoluzionaria?

Questa analisi deve necessariamente tener conto delle specificità storiche, economiche, politiche e sociali della situazione che abbiamo davanti: è necessario prendere in considerazione i rapporti di forza in campo, il livello dell’organizzazione comunista e di coscienza maturato dalle masse, e la natura mutevole dei fenomeni, insita in ogni processo di sviluppo.

L’attuale importanza di tale dibattito è pari solo alla difficoltà e conflittualità che si registra in seno alle istituzioni statali e alle forze politiche che fanno capo, in maniera più o meno organica, alla classe dominante dei paesi imperialisti cosiddetti democratici. Nel nostro paese, abbiamo assistito negli ultimi anni all’incapacità della classe dominante di garantire una stabilità politica, come dimostrato dall’avvicendarsi di diversi governi, dagli annosi dibattiti sulle leggi elettorali e dalla pantomima seguita alle elezioni del 4 marzo.

Questi sintomi sono espressione di una crescente crisi della capacità egemonica della classe al potere: un’incapacità che ritrae l’altra faccia della medaglia della crisi economica, perché rappresenta il modo di manifestarsi a livello sovrastrutturale della crisi di un determinato modo di produzione.

In questo contesto di crisi, il proletariato e le masse popolari cercano risposte all’aggravamento delle loro condizioni di vita, ciò si riflette negli esiti referendari ed elettorali, come si è visto con le ultime elezioni politiche, con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 e più in generale con il fenomeno del cosiddetto populismo.

Risulta utile, quindi, aprire un dibattito, nel quadro complessivo, su come sia più opportuno rapportarsi in questa fase alle elezioni borghesi a favore del proletariato e della più generale prospettiva della lotta di classe e rivoluzionaria.

Cretinismo parlamentare e parlamentarismo rivoluzionario

Dal punto di vista storico e teorico, l’approccio che hanno i comunisti a questo tema parte dall’assunto prima citato: lo Stato borghese si abbatte non si riforma, posizione già ben chiara nel Manifesto del Partito Comunista di K. Marx e F. Engels.

In questo quadro, sono di grande modernità e importanza, le tesi espresse da Karl Marx e Friedrich Engels, che possiamo riassumere in due punti fondamentali.

Il primo chiarisce che ruolo rivestono le elezioni all’interno dello Stato, ovvero uno strumento per stabilire quale rappresentante/componente della classe dominante avrà per un certo numero di anni la direzione politica del paese. Infatti nello Stato, inteso come sovrastruttura [1] del modo di produzione capitalistico, le elezioni servono a definire il personale che assumerà la dittatura della borghesia per gli anni a venire. In questo modo, si attribuisce alle elezioni un significato più formale (di rappresentanza) che non sostanziale.

Il secondo punto afferma che le elezioni rappresentano un termometro in grado di misurare il livello di coscienza di classe e dei rapporti di forza nel conflitto sociale. Questo permette di verificare, nella pratica, l’efficacia dell’avanguardia nella sua funzione fondamentale di strumento per la maturazione della coscienza di classe.

Queste tesi si completano con le aspre critiche al cretinismo parlamentare verso chi crede che la via per la rivoluzione passi attraverso la conquista del parlamento. Infatti, si legge in Rivoluzione e controrivoluzione in Germania: “Cretinismo parlamentare, malattia che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consesso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, – guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di interi nuovi continenti, scoperta dell’oro di California, canali dell’America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un’influenza sui destini dell’umanità, – non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea”[2]

Nello sviluppo successivo della prassi comunista, assumono notevole rilevanza l’applicazione del marxismo da parte di Lenin e del Partito Bolscevico in Russia, la cui esperienza ha sancito che solo la strategia rivoluzionaria può portare alla vittoria del proletariato, dotandosi di una giusta tattica e di strumenti indispensabili, come il partito.

Lenin riprenderà la critica al cretinismo parlamentare sostenendo che: “Soltanto dei mascalzoni o dei semplicioni possono credere che il proletariato debba prima conquistare la maggioranza alle elezioni effettuate sotto il giogo della borghesia, sotto il giogo della schiavitù salariata, e poi conquistare il potere. E’ il colmo della stupidità o dell’ipocrisia; ciò vuol dire sostituire alla lotta di classe e alla rivoluzione le elezioni fatte sotto il vecchio regime, sotto il vecchio potere. (…). La realtà viva, la storia delle vere rivoluzioni mostrano che assai spesso “la simpatia della maggioranza dei lavoratori” non può essere dimostrata da nessuna votazione (per non parlare delle elezioni organizzate dagli sfruttatori, con l’”eguaglianza” tra sfruttatore e sfruttato!). Assai spesso “la simpatia della maggioranza dei lavoratori” è dimostrata non da votazioni, ma dallo sviluppo di un partito, o dall’aumento del numero dei sui membri nei soviet, o dal successo di uno sciopero che, per un qualche motivo, abbia acquistato grandissima importanza, o dal successo della guerra civile, ecc. ecc. (…). La rivoluzione proletaria è impossibile senza la simpatia e l’appoggio dell’immensa maggioranza dei lavoratori per la loro avanguardia, il proletariato. Ma questa simpatia, questo appoggio non si ottengono di colpo, non sono le elezioni a deciderli, ma si conquistano con una lunga, difficile, dura lotta di classe.” [3]

Queste critiche rappresentano il punto cardine della posizione comunista sulla questione parlamentare, a cui si vanno ad aggiungere gli insegnamenti di carattere generale che si possono trarre dall’esperienza rivoluzionaria in Russia e che Lenin sintetizza nelle pagine dello scritto “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”.

Il testo è stato pubblicato nel 1920, in vista del dibattito che si apriva in campo comunista verso il secondo congresso del Comintern ovvero della Terza Internazionale Comunista (IC). Lo scioglimento della Seconda Internazionale e la nascita del Comintern sanciscono il fallimento del riformismo socialdemocratico in favore del comunismo rivoluzionario, a cui tutti i proletari avanzati dell’Europa guardavano dopo la vittoria dei bolscevichi in Russia, con la quale si affermava storicamente per la prima volta la possibilità per il proletariato di conquistare il potere e instaurare una società socialista. La sua onda d’urto investiva l’intera Europa, che rispose con un vivace e vibrante fermento di mobilitazione e lotta, che raggiunse il suo apice nell’estate del 1920. Grandi scioperi, in primo luogo dei minatori, scuotevano l’Inghilterra, in Italia il movimento operaio assisteva ad una ascesa tumultuosa e alla nascita dei Consigli di fabbrica; la Germania, l’Austria, la Baviera, l’Ungheria venivano travolte dalla propagazione ondosa proveniente dall’Est Europa e il movimento rivoluzionario sembrava in ascesa.

Tuttavia, anche a causa della debolezza dei diversi partiti comunisti oggettivamente impreparati alla possibilità rivoluzionaria, la classe dominante fronteggia la situazione coniugando l’uso della repressione più brutale, da parte delle istituzioni degli Stati liberali europei, con la collaborazione delle vecchie formazioni socialdemocratiche traditrici.

In questo clima, la lotta all’opportunismo e alle deviazioni dell’estremismo di “sinistra” risulta indispensabile per il rafforzamento dei partiti comunisti e costituisce il cuore dello scritto di Lenin che, nel tempo, è stato considerato una sorta di vero manuale di tattica politica. L’obiettivo di questa pubblicazione è di mettere a disposizione dei partiti comunisti l’esperienza accumulata dai bolscevichi in quindici anni di formazione politica, teorica e organizzativa, ovvero nella lotta per il potere.

La critica nei confronti di chi esclude a priori la lotta sul terreno parlamentare è contestualizzata all’interno di una più generale e aspra disapprovazione verso le posizioni estremiste, che rifiutano ogni piano tattico, come l’intervento nei sindacati reazionari, funzionale a legarsi alla massa di lavoratori organizzati all’interno dei sindacati stessi.

Da questo scritto emerge anche la lucida consapevolezza che “non si può neanche parlare di una parificazione delle condizioni della Russia con quelle dell’Europa Occidentale”. [4] L’esperienza della Russia “non è applicabile alle condizioni odierne dell’Europa” perché “le masse arretrate dei lavoratori, e ancor più le masse dei piccoli contadini, sono molto più profondamente che in Russia imbevute di pregiudizi democratici borghesi e parlamentari”. [5]

Questa ferma consapevolezza indica la necessità di saper rielaborare con creatività le diverse esperienze e capire la loro attuabilità a seconda delle particolarità concrete di ogni singolo paese, in conformità con le sue peculiari caratteristiche economiche, politiche e culturali.

Lenin sviluppa tale polemica per criticare le posizioni estremiste di “sinistra” che ledono concretamente allo sviluppo della lotta rivoluzionaria, ma nonostante questa scelta di tipo tattico, la funzione del parlamento e delle elezioni sono ben chiare: “voi dovete utilizzare la democrazia borghese come un immenso progresso storico rispetto al feudalesimo, ma non dovete nemmeno per un istante dimenticare il carattere borghese di questa “democrazia”, la sua natura storicamente condizionata e limitata, non dovete condividere la “fede superstiziosa” nello “Stato”, non dovete scordare che lo Stato, persino nella repubblica più democratica, e non soltanto in regime monarchico, è soltanto una macchina di oppressione di una classe su di un’altra classe”. [6]

Fino alla stesura di queste tesi, il contesto storico politico consentiva di poter considerare il parlamento anche come un luogo in cui i comunisti possono fare politica in funzione allo sviluppo della lotta di classe e della sua prospettiva rivoluzionaria; in questo senso, la partecipazione alle elezioni e al parlamento borghesi possono anche rappresentare una forma di progresso per l’avanzamento del proletariato stesso. Polemizzando contro i comunisti tedeschi attestati su posizioni astensioniste, Lenin affermò: “Anche se non «milioni» e «legioni», ma semplicemente una minoranza abbastanza importante degli operai industriali segue i preti cattolici, e una minoranza importante dei lavoratori agricoli segue i proprietari terrieri e i contadini ricchi, ne consegue già in modo indubitabile che il parlamentarismo in Germania non è ancora superato politicamente, che la partecipazione alle elezioni parlamentari e alla lotta dalla tribuna parlamentare è obbligatoria per il partito del proletariato rivoluzionario, precisamente al fine di educare gli stati arretrati della propria classe, precisamente al fine di risvegliare e di illuminare le masse rurali, non evolute, oppresse, ignoranti. Finché voi non siete in grado di sciogliere il Parlamento borghese e le istituzioni reazionarie di ogni tipo, voi avete l’obbligo di lavorare nel seno di tali istituzioni appunto perché là vi sono ancora degli operai ingannati dai preti e dall’ambiente dei piccoli centri sperduti; altrimenti rischiate di essere soltanto dei chiacchieroni (…) la partecipazione a un Parlamento democratico borghese, non solo non nuoce al proletariato rivoluzionario, ma gli rende più facile dimostrare alle masse arretrate perché tali Parlamenti meritano di essere sciolti con la forza, rende più facile scioglierli con successo, rende più facile il «superamento politico» del parlamentarismo borghese”. [7]

In sostanza, dunque, secondo il grande rivoluzionario russo, i comunisti avrebbero dovuto di regola partecipare ai parlamenti borghesi in funzione del loro superamento politico, utilizzando la tribuna parlamentare come strumento per educare le masse alla lotta di classe e contemporaneamente per dimostrare, dal suo interno, come essa sia un’istituzione del nemico di classe, che non rappresenta realmente il popolo, ma solo la classe dominante. In altre parole era possibile utilizzare il parlamento per l’accumulo di forze rivoluzionarie, che doveva però avvenire principalmente sul piano della lotta di classe al di fuori di esso.

È chiara perciò la netta contrapposizione tra le tesi di Lenin e la visione di vecchi e nuovi revisionisti e riformisti, i quali considerano il parlamento come uno spazio politico realmente in mano al popolo e non, come nella visione leninista, uno strumento della classe dominante, la cui funzione e destino è inevitabilmente legato al potere di quest’ultima. Del resto, ne L’estremismo, Lenin afferma che la partecipazione ad elezioni e parlamenti borghesi è una questione tattica da valutare a seconda della situazione concreta. Ad esempio, egli rivendica la giustezza della campagna di boicottaggio lanciata dal Partito Bolscevico contro il parlamento convocato dallo zar nel 1905. [8]

Di fatto, dopo la Rivoluzione Sovietica, i partiti comunisti aderenti all’IC riuscirono a coniugare la partecipazione parlamentare con la direzione della lotta di classe del proletariato nel proprio paese, entrambe in dialettica con un più vasto movimento operaio e popolare. Certamente però non riuscirono a strappare il potere alla grande borghesia, anche per la durissima offensiva controrivoluzionaria che essa mise in campo.

I regimi della controrivoluzione preventiva

Le macerie sociali lasciate dalla Prima guerra mondiale, la perdurante crisi del capitalismo e sopratutto il movimento di massa ispirato soprattutto dalla Rivoluzione Sovietica, costrinsero le classi dominanti dei paesi europei più fragili socialmente e politicamente ad un’inedita offensiva reazionaria che trovo corpo nel fascismo. I sistemi politici instaurati in Italia, Germania, Spagna e in altri paesi rappresentarono il primo prototipo di regimi della controrivoluzione preventiva. [9] La borghesia imperialista, di fronte alle minacce al suo potere, consegnò le leve dello Stato liberale a formazioni politiche che lo modificarono del tutto, innanzitutto abrogando il ruolo dei parlamenti e in generale tutti gli spazi istituzionali e sociali di rappresentanza popolare. Abolendo le forme democratiche e liberali (elezioni e parlamento in primis) la borghesia ammise dunque la possibilità che gli spazi politici da essi tracciati potessero essere utilizzati dal proletariato e contemporaneamente che tali spazi rimanevano un campo di cui essa poteva disporre, potendo in ogni momento revocarne l’agibilità. Lo Stato borghese poteva dunque ristrutturarsi in chiave controrivoluzionaria rivedendo le proprie forme per adeguarle allo scontro di classe e smentendo la retorica democratica e liberale della classe dominante e le illusioni dei riformisti.

Successivamente, nell’ambito dello scontro interimperialista della Seconda guerra mondiale e sopratutto grazie alla controffensiva, sul fronte dell’Est Europa, dell’Armata Rossa sovietica, tali regimi esaurirono la loro funzione storica controrivoluzionaria e caddero travolti dalle diverse lotte di liberazione partigiane, perlopiù guidate dai partiti comunisti.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa si divise in due gradi blocchi: ad Est le esperienze socialiste legate all’URSS, ad Ovest il dominio capitalista, sotto il giogo del Patto Atlantico.

Nei paesi dell’Ovest, la grande borghesia si ritrova a dover impedire nuovamente uno sbocco politico rivoluzionario, vista la forza conseguita dal movimento comunista nella lotta contro il fascismo. Fallito quest’ultimo, la funzione della controrivoluzione preventiva assunta dallo Stato trova nuova forma nella democrazia, parlamentare o presidenziale a seconda dei casi, e multipartitica, cioè negli odierni regimi di cosiddetta democrazia di massa.

La via elettorale e la via rivoluzionaria in Italia e nel mondo

L’Italia rivestì un ruolo chiave nella nuova configurazione mondiale successiva alla Seconda guerra mondiale, poiché occupa una posizione geografica strategica, essendo funzionale al controllo dell’intero Mar Mediterraneo ad opera dell’imperialismo Usa e della Nato. Per la borghesia imperialista era indispensabile impedire la trasformazione della guerra partigiana in guerra civile rivoluzionaria, evitando l’avanzata della “minaccia comunista” in Europa occidentale. Sin dai primi giorni dalla fine della Resistenza, le forze borghesi in campo lavorarono assiduamente per imporre la restaurazione capitalista, con il pieno appoggio della direzione del Partito Comunista di Togliatti.

Il Partito Comunista Italiano, a partire dalla svolta di Salerno (aprile 1944), sancì progressivamente la scelta di campo entro cui collocarsi, ovvero l’abbandono della via rivoluzionaria in Italia. Togliatti trasformò, a tutti gli effetti, il Pci in una struttura politico egemonica a difesa dello Stato borghese: promosse un governo di unità nazionale con Badoglio, emarginò ogni posizione rivoluzionaria nel Partito, nel dopoguerra disarmò i partigiani e contemporaneamente si affrettò ad amnistiare i fascisti.

Così, mentre la dirigenza del Partito si orientava a legittimare le rivendicazioni dei capitalisti, “per la classe operaia si apriva la stagione dei licenziamenti, della compressione salariale, dello sfruttamento più selvaggio, della repressione degli elementi più in vista nelle mobilitazioni del biennio 1943-45”. [10] La politica portata avanti dal Pci e la via elettorale e parlamentare assunta come strategica, mettono in luce il duplice ruolo, traditore e revisionista, che assunse la cricca di Togliatti. Da un lato ha provveduto con ogni mezzo a disarmare il proletariato, sia dal punto di vista letterale, imponendo la deposizione delle armi ai partigiani, sia dal punto di vista ideologico, privandoli dei riferimenti fondamentali per la crescita del movimento rivoluzionario. Dall’altro lato ha prestato il fianco alla formazione del regime controrivoluzionario in forma democratica, assolvendo il compito di sterilizzare le lotte e “garantire la tranquillità sociale nella fase che va dalla guerra alle elezioni”. [11]I dirigenti del PCI dovevano usare tutto il loro prestigio per contenere e arrestare le spinte che provenivano dai lavoratori e dai disoccupati, dai reduci, dai contadini, dagli ex partigiani e da tutti coloro che vivevano sulla loro pelle l’ingiustizia del sistema sociale post resistenziale”1. [12] Il Pci si era trasformato in un “filtro della rabbia popolare, che doveva essere narcotizzata in cambio della partecipazione ai primi governi borghesi del dopoguerra. La restaurazione capitalistica aveva portato al passaggio dal fascismo totalitario al fascismo “democratico” fondato sugli arresti e l’incarcerazione di tantissimi ex partigiani e proletari e sui licenziamenti politici dei lavoratori”. [13]

Dopo le elezioni del 1948, con il consolidamento del potere della Democrazia Cristiana, il Pci basò la sua politica sull’opposizione parlamentare e legalitaria, come puntello a sinistra del regime controrivoluzionario, funzionale a contenere le contraddizioni di classe entro un alveo “democratico” che non intaccasse il potere della borghesia.

Riflettendo politicamente possiamo dire che le elezioni e il parlamento, nella visione leninista, potevano essere utilizzate, se la situazione concreta lo permetteva, come funzionali tatticamente allo sviluppo della lotta strategica rivoluzionaria. Mentre, nella visione dei revisionisti come Togliatti, divengono strategiche, teorizzando un’illusoria via parlamentare al socialismo e praticando concretamente il ruolo di guardaspalle del regime controrivoluzionario.

Ma la controrivoluzione non è solo frutto dell’azione del combinato disposto dal personale politico borghese di governo ( la Dc, nel caso dell’Italia del dopoguerra) e dell’opposizione di regime (ovvero il Pci togliattiano). Le contemporanee democrazie di massa, sorte dalle rovine dello Stato liberale e del fascismo, si basano su un complessivo apparato di egemonia [14] che contempla istituzioni statuali, partiti, elezioni, sindacati, mass media, agenti culturali, che hanno appunto come scopo integrare le masse nel regime e ottundere le contraddizioni di classe e prevenire le istanze rivoluzionarie. Ciò avviene facendo proprio il patrimonio dei precedenti regimi della borghesia – ad esempio rispetto al fascismo, del quale la democrazia recupera quantomeno la necessità del controllo preventivo delle masse e la necessità della loro mobilitazione nel quadro del regime – e in generale elaborando una sintesi controrivoluzionaria che sappia prevenire e spezzare lo sviluppo di una dialettica rivoluzionaria fra le classi. Basti pensare alla capacità di integrare le conquiste della classe operaia per prevenirne il moto rivoluzionario: il cosiddetto Stato sociale. Questo costituisce l’aspetto principale dei regimi controrivoluzionari cosiddetti democratici. L’altro, quello fondamentale, è fondato sulla loro capacità di tramutare, se necessario, il controllo preventivo in controllo offensivo, cioè in repressione. È non si tratta solo della permanente azione dei servizi, della polizia, della magistratura, che arriva al suo massimo sviluppo quantitativo e qualitativo proprio nelle cosiddette democrazie. Si tratta sopratutto della capacità di rivedere e annullare le forme democratiche e gli apparati egemonici qualora essi possano sfuggire di mano alla classe dominante o si rivelino inadatti alla fase. In sostanza la forma democratica può essere sempre rivista in chiave maggiormente autoritaria o addirittura abrogata, all’estrema occorrenza, giocando nuovamente la carta del fascismo. Facendo esempi concreti, sempre riferibili alla realtà italiana, possiamo citare il ruolo di strutture come Gladio, la “strategia della tensione”, le ricorrenti velleità golpiste di parte della classe dominante, l’istituzionalizzazione dell’emergenza e l’utilizzo dei gruppi fascisti. Ma ciò è stato dimostrato ancora più chiaramente dalle diverse esperienze sul piano internazionale: il golpe militare è stato il modello seguito dall’area sotto influenza degli Usa e Nato, sospendendo la forma della democrazia laddove la sostanza della lotta di classe la portava a esiti antagonistici per il grande capitale e l’imperialismo. Pensiamo all’instaurazione del regime dei colonnelli in Grecia del 1967 e alle dittature militari diffusesi a macchia d’olio in tutta l’America Latina: dal Cile all’Argentina, passando per la Bolivia, il Brasile, il Perù, il Paraguay e l’Uruguay, rovesciando governi di stampo socialista o della sinistra istituzionale che si opponevano agli interessi statunitensi in quell’area.

Dunque, nel quadro sistemico attuale, le elezioni e il parlamento costituiscono lo strumento principale di integrazione delle masse e di contenimento delle contraddizioni di classe nei moderni regimi di controrivoluzione preventiva a cornice democratica. A conferma di ciò, possiamo dire che l’esperienza storica ed attuale mette in luce che il piano elettorale – parlamentare è il campo di azione prediletto dei revisionisti di destra e dei riformisti; generalmente, qualsiasi forza, pur partendo da posizioni antagoniste o addirittura rivoluzionarie, che si collochi nell’alveo parlamentare, alla fine viene politicamente assorbita, finendo per essere funzionale al sistema. Possiamo perciò dire che il “parlamentarismo rivoluzionario” teorizzato da Lenin sia tendenzialmente impraticabile dal momento in cui la strategia della controrivoluzione preventiva da forma alla natura e all’azione dello Stato. Ciò si verifica nei fatti: sia perché la tribuna elettorale e parlamentare può essere chiusa in ogni momento dalla borghesia quando sfugge al suo controllo, sia perché, come avviene generalmente nella moderne “democrazie di massa”, attraverso il piano elettorale e parlamentare la borghesia è riuscita ad integrare nel regime di controrivoluzione preventiva spinte antagonistiche e rivoluzionarie.

La riproposizione di una via rivoluzionaria, dopo il totale fallimento dell’uso della via parlamentare, è stato sancito nella pratica dalle diverse esperienze delle organizzazioni comuniste combattenti in Italia e in Europa Occidentale durante gli anni ‘70 e ‘80. Il loro imprescindibile valore è stato quello di cercare un’alternativa rivoluzionaria capace di contrapporsi ai moderni regimi di controrivoluzione preventiva a partire dalla comprensione della loro natura: “Fascismo e socialdemocrazia sono state forme politiche oscillanti che il potere della borghesia ha assunto nella fase del capitalismo monopolistico nazionale. Possiamo aggiungere ancora, semplificando al massimo, che fascismo e socialdemocrazia si sono, nella storia, reciprocamente esclusi. Nello
stato imperialista invece la sostanza di queste forme politiche coesiste, dando luogo ad un “regime” originale che perciò non è fascista né socialdemocratico, ma rappresenta un superamento dialettico di entrambe”. [15]

Le organizzazioni comuniste combattenti, in particolare le Brigate Rosse, compresero che la nuova forma dello Stato, nelle vesti della democrazia di massa, comportava una strategia controrivoluzionaria che combinava integrazione ed annientamento delle spinte antagonistiche provenienti dalla società e in particolare dalle classi oppresse e per questo l’accumulo di forze rivoluzionarie poteva darsi solo nell’unità del politico e del militare, unendo la direzione politica all’azione combattente. “Nello Stato imperialista riformismo e annientamento sono forme integrate della medesima funzione: la controrivoluzione preventiva. (…) Il riformismo non è mai separato dall’annientamento. Non è un’altra cosa. Il riformismo non è una politica della classe operaia, ma una politica dello stato imperialista contro il proletariato metropolitano. (…) Questa coesistenza delle funzioni riformistico-repressive subisce poi, a seconda delle fasi del ciclo economico, delle modificazioni di qualità di una certa importanza, ma non tali da intaccare la sostanza dello Stato imperialista. Così nella fase di espansione economica, lo Stato imperialista mostra soprattutto il volto umano e pacifico del riformismo che però nasconde denti di acciaio. In questa fase regna la pace, ma si tratta di una “pace armata”. Al contrario, nella fase di crisi economica appaiono soprattutto le armi e il rapporto Stato-società si militarizza sempre più. Non per questo lo Stato imperialista rinuncia all’uso del riformismo. Solo che ora esso, avendo perduto la sua base materiale si trasforma in “pura ideologia” e tende ad assumere la funzione di “controllore delle masse”, di “polizia antiproletaria”. In questa fase lo scontro tra rivoluzione e controrivoluzione si fa sempre più generalizzato e si entra così in una nuova fase: la guerra! Il processo di controrivoluzione preventiva che caratterizza il movimento della borghesia imperialista in questa fase impone alle forze rivoluzionarie una nuova elaborazione della strategia per la presa del potere e quindi anche dei principi e delle forme organizzative. Non avendosi più una fase politica separata da quella militare perché nello Stato imperialista riforma e annientamento sono coesistenti e funzionali, l’unica possibilità di praticare il terreno politico dello scontro si dà con il fucile in mano. La strategia insurrezionalista di derivazione terzinternazionalista esce dalla storia e fa il suo ingresso la guerriglia, la guerra di classe di lunga durata”. [16] Il portato storico della loro prassi lascia in eredità al movimento rivoluzionario la consapevolezza che “in questa fase storica, a questo punto della crisi, la pratica della violenza rivoluzionaria è l’unica politica che abbia una possibilità reale di affrontare e risolvere la contraddizione antagonistica che oppone proletariato metropolitano e borghesia imperialistica”. [17]

Per dare un respiro più ampio a questa analisi, è utile guardare l’esperienza delle organizzazioni comuniste anche sul piano internazionale, anche in situazioni molto diverse da quella italiana.

Laddove il parlamentarismo viene rifiutato, le lotte rivoluzionarie guidate dai comunisti tendono ad avanzare: come nel caso delle guerra popolare in India e nelle Filippine, guidate dai partiti maoisti, o come in Turchia e nel Kurdistan turco, dove il Dhkp-C e le altre formazioni marxiste leniniste e maoiste combattono il regime di Erdogan. [18] Al contrario le forze comuniste retrocedono, si esauriscono e finiscono per diventare reazionarie, laddove il parlamentarismo diviene la via politica, come accaduto in Nepal, dove l’accettazione della via elettorale e parlamentare ha portato alla liquidazione della prospettiva rivoluzionaria, concretizzatasi con la guerra popolare guidata dal Partito Comunista del Nepal (maoista) negli anni tra il 1996 e il 2006. [19]

Gli esempi potrebbero essere innumerevoli, tanto da poter dire che la contraddizione tra partecipazione elettorale e parlamentare e prospettiva rivoluzionaria è sovrapponibile, per molti versi, a
quella tra riformismo e rivoluzione.

Conclusioni

Per riassumere gli spunti forniti fino ad ora e cercare di fornire delle valutazioni complessive, dobbiamo partire ponendoci due domande: la prima è “La classe proletaria ne esce rafforzata o indebolita dall’uso dello strumento elettorale?” e ancora “Quale prospettiva diamo oggi ai proletari con la partecipazione alle elezioni?”.

In generale, non possiamo essere contrari all’uso delle elezioni a priori e in termini assoluti, ma dev’essere innanzitutto chiaro che si tratta di una tattica che il proletariato può più o meno adottare a seconda delle fasi storiche e dei rapporti tra le classi. Oggi presentarsi alle elezioni borghesi significa illudere il proletariato, incastrandolo nei giochi di potere della classe dominante. Se Lenin, nel primo dopoguerra, riteneva che il terreno parlamentare potesse essere utile a disilludere il proletariato sulla democrazia borghese, lo sviluppo della controrivoluzione ha dimostrato che questo terreno è stato proficuamente utilizzato dalla borghesia, con complicità dei revisionisti, per illudere in merito alla democrazia borghese. Presentandosi alle elezioni si presta il fianco alla classe dominante, la quale può rafforzare la sua funzione egemonica, fagocitando istanze antagonistiche al proprio sistema e utilizzandole per legittimarsi e depotenziarle. Il meccanismo elettorale tende ad essere screditato agli occhi della parte più cosciente dei proletari ed è circondato dallo scetticismo di buona parte delle masse: oggi l’astensionismo assume il ruolo del partito di maggioranza relativa o assoluta ad ogni tornata elettorale, perché è un indice del grado di perdita di egemonia da parte della borghesia. Dall’altro lato esso evidenzia le grandi opportunità che hanno i comunisti di interagire con le masse e di incidere nelle contraddizioni che la via parlamentare ha dimostrato di non saper superare sul piano fondamentale, riuscendo però ad ottundere e annullare la loro carica antagonistica sul piano principale. In altre parole le elezioni e il parlamentarismo hanno dimostrato di non saper risolvere le contraddizioni di questa società in termini di cambiamento reale, ma contemporaneamente continuano, nei moderni regimi di controrivoluzione preventiva, ad illudere sulla possibilità del verificarsi di quest’ultimo.

Inoltre, i rapporti di forza in questa fase sono oggettivamente a favore della borghesia a causa di quel disarmo ideologico prima citato che ha portato la nostra classe a non riconoscersi più tale: nulla esclude che in altre condizioni il ricorso alle elezioni possa essere uno strumento tatticamente utile, quando i rapporti di forza tra le classi saranno più equilibrati e valutando la situazione concreta generale. Oggi il malessere delle masse sul piano elettorale viene facilmente incanalato dalla presunta alternativa rappresentata dalle forze populiste e reazionarie, ciò la dice lunga sulla necessità di costruire un’egemonia tra le classi oppresse che non deve “autorappresentarsi” nella vetrina elettorale, ma radicarsi nei luoghi di lavoro, di studio, nei quartieri, nei territori. Alla linea che propone di partecipare alle elezioni per dare una rappresentanza alle lotte, va contrapposta la linea di dare maggior risonanza e sviluppo alla lotta di classe anche in termini di una rappresentanza fuori dalle istituzioni dello Stato borghese, impedendo l’assorbimento da parte di quest’ultimo dell’antagonismo che le lotte possono esprimere.

Intervenire nei diversi settori di massa, propagandare la prospettiva della rivoluzione proletaria, radicarla tra le masse e agire attivamente per rafforzare l’avanguardia cosciente sono i nostri reali compiti da comunisti oggi. È urgente contrapporre all’antidoto del riassorbimento delle lotte tramite il teatrino delle elezioni l’antitesi dello sviluppo della lotta di classe.

 

Note

[1] Si veda Antitesi n. 3 ” Comunisti: imparare dal passato, agire nel presente, trasformare il futuro (prima parte)”
Sezione 4: Controrivoluzione, repressione e solidarietà di classe
Articolo: “La democrazia governante”
http://www.tazebao.org/controrivoluzione/

[2] K. Marx e F. Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, 1852, reperibile in lingua inglese
http://marxism.halkcephesi.net/M&E/1852/germany/index.htm .Traduzione a cura della redazione.

[3] V. I. Lenin, Saluto ai comunisti italiani, francesi e tedeschi, 10 ottobre 1919,
http://www.partitocomunistainternazionale.org/index.php/it/textes/67-pubblicazioni/documentaria-19121926/685-saluto-di-lenin-ai-comunisti-italiani-francesi-e-tedeschi .

[4] V. I. Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, 1920,
http://www.cheguevararoma.it/wpcontent/uploads/2017/08/5a_-Estremismo-malattia-infantile.pdf p. 23.

[5] Ivi, p. 24.

[6] V. I. Lenin, Democrazia” e dittatura, 1918,
https://www.marxists.org/italiano/lenin/1918/12/23.htm .

[7] Lenin, L’estremismo, op. cit., p. 23.

[8] Cfr. ivi, pp. 10-11.

[9] Vedi Antitesi, n° 0 “L’Italia nel tempo della crisi”
Sezione 4: Controrivoluzione, repressione e solidarietà di classe
Articolo: “Cosa intendiamo per controrivoluzione preventiva”
http://www.tazebao.org/cosa-intendiamo-per-controrivoluzione-preventiva/

[10] S. Solano, Il piano inclinato. I comunisti italiani tra prospettiva rivoluzionaria e politica di unità nazionale (1943-1948), Saverio Moscato Editore, Pedara, 2003, p. 94.

[11] Ivi p. 99.

[12] Ivi p. 97.

[13] Ivi p. 98.

[14] Vedi Antitesi n.4: “Comunisti: imparare dal passato, agire nel presente, trasformare il futuro (seconda parte)”
Nozione di EGEMONIA nel glossario
http://www.tazebao.org/glossario-antitesi-n-4/

[15] Brigate Rosse, Risoluzione della Direzione Strategica, senza luogo, febbraio 1978, Progetto Memoria, “Le parole scritte”, Sensibili alle foglie, Roma, 1996, p. 67.

[16] Ivi, p. 66-67.

[17] Ivi p.73

[18]

  • Sul maoismo in India vedi Antitesi n. 2: “Tendenze globali nella crisi del capitalismo”
    Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
    Articolo: “La guerra popolare in India”
    http://www.tazebao.org/guerra-popolare-india/
  • Sul maoismo in India vedi anche Cherukuri Rajkumar, Azad, voce della guerra popolare in India, a cura del Collettivo Tazebao, stampato in proprio, 2013.
  • Sul movimento comunista nelle Filippine, vedi ivi, pp. 281 e ss.
  • Sui partiti rivoluzionari turchi e curdi vedi Antitesi n. 2: “Tendenze globali nella crisi del capitalismo”
    Sezione 3: Imperialismo e guerra
    Articolo: “La lotta rivoluzionaria in Turchia e Kurdistan”
    http://www.tazebao.org/lotta-rivoluzionaria-turchia-kurdistan/

[19] Vedi Azad, op. cit. pp. 263 ss.

 

Bibliografia

S. Solano, “Il piano inclinato. I comunisti italiani tra prospettiva rivoluzionaria e politica di unità nazionale (1943-1948)”, Saverio Moscato Editore, Pedara, 2003

V. I. Lenin, “L’estremismo malattia infantile del comunismo”, Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2005
Progetto Memoria, “Le parole scritte”, Sensibili alle foglie, Roma, 1996

 

Sitografia

autprol.org

fisicamente.net

marxismo.net

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