La superiorità della civiltà europea-occidentale come maschera ideologica dell’imperialismo

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[Dalla sezione 5 del numero 1 di Antitesi]

Difronte alla massa di “dannati della terra” in fuga dall’Africa e dall’Asia verso l’Europa abbiamo visto, in seno alla classe dominante italiana e in quelle dell’intero vecchio continente, due modi contrastanti di affrontare la questione: quella becera, xenofoba e razzista della destra che grida all’invasione, tacciando gli immigrati di parassiti della società, di incivili, ladri, stupratori e chi più ne ha, più ne metta, e quella “diritto-umanista” e “caritatevole – assistenzialista” che abbraccia uno spettro politico ampio, dal Vaticano fino ai vertici dell’Unione Europea, per arrivare ai partiti della sinistra borghese, la quale finisce per influenzare una buona parte dei movimenti che si battono contro il razzismo e la guerra.

Infatti, mentre molti si esprimono senza esitazioni, e giustamente, in solidarietà a chi lascia la propria terra per fame, guerre, mancanza di prospettive ed è disposto a rischiare la propria vita per cambiarla, non si verifica altrettanto ardore nel condannare le politiche imperialiste di rapina e di guerra nei paesi oppressi (causa prima delle ondate migratorie) e, soprattutto, nell’appoggiare i popoli che, con i mezzi a disposizione e con mille contraddizioni, combattono armi in pugno contro l’imperialismo. Anzi, anche coloro che sentono repulsione difronte alle stragi in mare e alle più evidenti ingiustizie dell’ordine mondiale (la fame, lo sfruttamento, la distruzione ambientale…) spesso condividono sul piano politico, culturale e morale le categorie, le valutazioni e l’ideologia che giustificano l’interventismo imperialista. Negli ultimi tempi, un esempio in tal senso è venuto dalla passività, omertà e complicità in Italia e in Europa che ha coperto la questione dell’interventismo imperialista in Siria, più o meno inconsapevolmente coprendolo dapprima dietro la formula della cosiddetta “rivoluzione siriana” contro il “tiranno” Assad e poi giustificandolo con la campagna per la “salvezza” di Kobane dai “mostri” dello Stato Islamico.

D’altronde, la forza egemonica dell’imperialismo è tale da cooptare a proprio vantaggio elementi ideologici che appartengono anche e in buona parte al nostro campo, al movimento di classe, per dispiegarli a giustificazione e a creazione di consenso, attivo o passivo, rispetto ai propri interventi politici-militari. Pensiamo solo quanto riesce a far breccia a “sinistra” la questione della laicità, per giustificare il contrasto imperialista alle formazioni islamiste quando esse si pongono alla testa della Resistenza dei popoli, oppure lo spauracchio dell’antisemitismo, per legittimare il regime sionista di “Israele” e finanche tutta la tiritera dei “diritti umani”, quando bisogna disgregare e abbattere gli stati che si frappongono al dominio imperialista americano ed europeo.

Se condividiamo l’assunto per il quale la contraddizione principale della nostra epoca è quella tra imperialismo e nazioni oppresse (e il dilagare dei conflitti non fa altro che confermarla), lo sforzo da fare, per i proletari che vogliono orientarsi nella realtà attuale con gli strumenti ideologici dei comunisti, è tentare di comprendere quali sono le forze in campo oggi, di quali interessi di classe si fanno portatrici e come porsi di fronte ad esse.

Prima di tutto, però, occorre dipanare la nebbia che la borghesia pone di fronte ai nostri occhi, una nebbia molto spessa, fatta di pregiudizi, di razzismo, in poche parole di convinzione della superiorità “occidentale” rispetto a tutto il resto del mondo. Una nebbia che confonde la realtà, che cambia il nome alle cose, che ha lo scopo di convincere il proletariato “occidentale” a unirsi strettamente alla propria classe dominante perché la guerra imperialista serve a difendere una “civiltà superiore” o addirittura ad esportarla a popoli primitivi o abbruttiti da qualche loro componente “malvagia” (i “terroristi”, gli “integralisti”, i “dittatori”, fino ad arrivare oggi agli “scafisti”…).

Ovviamente, l’ideologia della guerra imperialista viene declinata dalla classe dominante anche sul piano interno, in modo da dividere un proletariato sempre più multietnico e multiculturale, sfruttando ad esempio le differenze di religione, abitudini, stili di vita…E a farlo non sono solo i leghisti e i fascisti, che sbandierano la loro xenofobia e islamofobia a più non posso, ma anche il Pd, che – dietro al mito della cosiddetta integrazione nella società democratica – non vuole null’altro che imporre l’egemonia della classe dominante al proletariato straniero, ovvero della sue politiche di sfruttamento sul fronte interno e di guerra imperialista sul fronte esterno.

Questa ideologia è un cancro che si sta diffondendo ad una velocità mostruosa, complice la crisi del capitalismo che impone agli imperialisti di prevenire il conflitto di classe, anche e soprattutto soffiando sul fuoco della guerra tra poveri e costruendo, giorno per giorno, il mito della civiltà europea e occidentale, per scongiurare che la rabbia proletaria si rivolga contro di loro.

A promuoverla non sono dunque solo i Salvini, gli Orban, i Le Pen…Ma anche gli ipocriti della cosiddetta “Europa dei diritti” e dell’asilo politico cioè i Renzi, i Bergoglio, le Merkel, gli Juncker…Non solo perché quest’ultimi vedono nei profughi manodopera ad ancora più buon mercato dei proletari europei, non solo per alimentare una proficua industria dell’accoglienza, ma anche per una funzione eminentemente ideologico-egemonica, nel senso di costituire delle “masse funzionali alla distrazione di massa”. La gestione emergenzialista del fenomeno migratorio – con un connubio di apparati politici, mediatici, sociali, umanitari, militari, polizieschi – serve non solo ad occultarne le cause, insite nella rapina e nelle guerra imperialiste, ma a costituire un potente fattore di stabilizzatore della società, vuoi che essa assuma a tratti il volto della fortezza impenetrabile o del monastero che distribuisce gli avanzi ai poveri. Dietro al falso scontro tra le due retoriche della carità e del razzismo, si nasconde una manovra strategica di controrivoluzione preventiva volta ad avvolgere il proletariato europeo figurandogli la sua differenza e superiorità – in senso razzista o umanitario – dai suoi compagni di classe africani ed asiatici e, dall’altro verso, a far figurare, per le masse di oppressi che arrivano con ogni mezzo possibile, l’Europa come nuova “madre democratica” o nuova “matrigna autoritaria”, ma pur sempre come il lido ideologico, politico e sociale a cui adattarsi e a cui essere, in fin dei conti, grati. La sintesi controrivoluzionaria che esce dalla gestione del fenomeno migratorio, non va dietro né alla borghesia “caritatevole” né a quella razzista, ma ne finalizza in chiave antiproletaria entrambe le versioni politiche: sia il proletariato autoctono che quello straniero subiscono nell’uno o nell’altro senso le sirene ideologiche-politiche e persino morali-psicologiche che le classi dominanti fanno loro subire, pagandole poi in termini di mancanza di autonomia, di unità e di lotta di classe. Infine, la guerra tra poveri – molto più efficacemente dei paladini dell’Europa “bianca e cristiana” – la scatenano direttamente i padroni sui luoghi di lavoro, giocando al più possibile ribasso salariale con le tessere di un proletariato confuso e balcanizzato purtroppo anche su base etnica, con una quota di esso in permanente ricatto di perdita del permesso di soggiorno in caso di disoccupazione.

Si tratta di una nuova versione, adattata ai tempi che vedono il travaso spontaneo di masse verso i centri imperialisti, dell’ideologia suprematista europea che affonda le sue radici nel primo periodo coloniale, a partire dal XVI° secolo, quando Spagna e Portogallo diedero il via al sistema coloniale europeo, a partire dai domini nelle Americhe.

Lo sviluppo economico delle borghesie emergenti degli stati nazionali europei è stato possibile grazie al gigantesco sfruttamento delle colonie oltreoceano e al famigerato “commercio triangolare”, la più grande deportazione di massa di esseri umani che la storia abbia conosciuto e che ha coinvolto buona parte del continente africano. La tratta dei neri, durata più di tre secoli, ha privato l’Africa di intere generazioni di giovani uomini e donne, condannandola a un “sottosviluppo” cronico. E sempre grazie alla rapina delle risorse naturali dei popoli africani, asiatici e americani, le borghesie europee e statunitensi hanno potuto accrescere il loro potere economico e politico, tanto da entrare in feroce competizione per sostenere lo sforzo produttivo della seconda rivoluzione industriale (seconda metà del 1800), scaricare la crisi di sovrapproduzione capitalistica proprio nelle colonie (costrette a comprare le merci europee senza la possibilità di dare vita a una propria economia autonoma dalle potenze imperialiste), sfociata poi nei due conflitti mondiali.

L’era dell’imperialismo è dunque nata parallelamente al progressivo impoverimento di milioni di persone nel tricontinente e che ha avuto bisogno, per legittimarsi, di una giustificazione morale: la civiltà dei bianchi, in quanto superiore, ha il diritto/dovere di dominare e la responsabilità storica di civilizzare i selvaggi. Già ai tempi dei conquistadores tale convinzione era supportata dall’ideologia cristiana che benediva i massacri degli indios americani contrari alla conversione forzata all’unico dio; anche, e a maggior ragione, nell’800, il processo di spartizione del mondo tra le grandi potenze imperialiste ebbe bisogno del “supporto” religioso/culturale: i missionari, tra cui spiccarono i gesuiti, tentarono per decenni di convertire alla religione cristiana, di educare e civilizzare milioni di asiatici e africani, distruggendo intere culture millenarie. Quando non riuscivano nell’intento e vi era resistenza da parte dei colonizzati, subentravano il piombo e le torture dei civilizzatori. L’avvento dell’epoca contemporanea, attraverso le rivoluzioni borghesi dei secoli XVIII° e XIX°, che doveva portare libertà, uguaglianza e fraternità per tutti gli uomini e spazzare via le vecchie credenze e superstizioni fondate sulla religione attraverso il “lume della ragione”, non ha modificato l’assunto per l’Europa di essere civiltà superiore. Anzi, ha aggiunto alle vecchie giustificazioni ideologiche (è necessario che l’occidente civilizzi i popoli barbari) la convinzione di agire nel nome del progresso dell’umanità. Il razionalismo illuminista ha imposto infatti ai popoli colonizzati la sua cultura della modernità in senso reazionario: la Francia, ad esempio, per bocca del suo primo ministro Jules Ferry, nel 1885 esaltò la propria superiorità rispetto agli arretrati spagnoli per aver abolito per primi la schiavitù dei neri (non più funzionale per lo sviluppo del capitalismo, basato ora sulla forza lavoro salariata) con queste argomentazioni: “le razze superiori hanno un diritto nei confronti delle razze inferiori e sotto questo aspetto la Francia non può sottrarsi al dovere di civilizzare i popoli rimasti più o meno barbari. (…) Può forse qualcuno negare che ci siano maggiore giustizia, ordine materiale e morale, maggiori virtù sociali nell’Africa del nord da quando la Francia se n’è impadronita?”.

Il concetto di “razza” permeò in questa fase tutte le discipline scientifiche, umane e sociali in particolare, che concorsero a dimostrare la superiorità della civiltà occidentale: in biologia, con la corrispondenza tra colore della pelle e tipi di cervello (nobile quello dei bianchi, ottuso quello dei neri, perfido e dissoluto quello dei gialli); in antropologia, con la misurazione delle parti anatomiche del corpo umano, rapportandole alla perfezione delle statue greche come modello della razza bianca; in sociologia, con la definizione di comportamenti sociali superiori (quelli dei bianchi) e inferiori (quelli di tutti gli altri); in criminologia con la nascita delle teorie sulla personalità criminale, applicata ovviamente in primis agli immigrati italiani negli Usa, colpevoli di non essere alti e biondi come gli statunitensi di stirpe anglosassone.

E quando le teorie razziste non sono state più sostenibili dalla scienza grazie allo studio della genetica e dopo che non erano più spendibili politicamente con la sconfitta dei loro più fanatici assertori ovvero i nazifascisti, l’imperialismo Usa e delle potenze europee ha avuto bisogno di nuove motivazioni per legittimare la rapina di manodopera e risorse, proseguita con il neocolonialismo, nuova arma per accaparrarsi le sfere d’influenza degli altri imperialismi, combattere le lotte rivoluzionarie dei popoli e stabilire la propria egemonia mondiale.

Alla formula “portare la civiltà” si è sostituita prima quella della “lotta all’impero del male sovietico” e poi, caduta l’Urss, quella della “esportazione della democrazia”; allo slogan “conquista per eliminare la barbarie dello schiavismo e dei sacrifici umani”, quello della “guerra al terrorismo e agli stati canaglia”, etc. Sono cambiate le parole, ma la sostanza è rimasta la stessa.

Abbiamo cercato di riassumere da quanto tempo e come si sia radicata la visione ideologica dell’Occidente e dell’Europa in particolare nel nome della superiorità morale, e quindi politica, dell’imperialismo. E quindi possiamo comprendere quanto sia fondamentale combatterla rigettandola in blocco, rompendo con la sua influenza nefasta che fa giudicare ciò che accade nel mondo attraverso la lente “eurocentrica”.

Il movimento contro la guerra, per uscire dall’attuale senso di impotenza e riprendere efficacia, non può condividere il giudizio e il metro della classe dominante nei confronti dei popoli che lottano nel Tricontinente, non può accodarsi all’imperialismo in una sorta di “unione sacra” contro presunti mali peggiori, siano essi, nella propaganda occidentalista, i “terroristi islamici” o gli “spietati dittatori”. Deve invece saper compiere un’analisi di classe delle forze in campo, della funzione reale che ideologie come l’identitarismo religioso o nazionale svolgono talvolta nella resistenza alla penetrazione imperialista e di come esse , in tali casi, siano riflesso di frazioni di borghesia nazionale che si pongono alla testa del movimento delle masse per propri fini di potere, ma comunque scontrandosi con l’ordine imperialista. È la forza che assume il proletariato nei paesi oppressi a determinare qual’è la classe a guidare il moto antimperialista delle masse: oggi l’indebolimento del movimento comunista ha lasciato campo aperto ad altre forze, ad esempio nel mondo arabo alle diverse varianti dell’islamismo. Ma per riaffermare qui e ora, in Italia e in Europa, il ruolo dei comunisti nella lotta all’imperialismo non possiamo che partire dall’appoggio incondizionato ai popoli che lottano.

Rifiutandosi di portare solidarietà alla lotta di un popolo solo perché diretta da fazioni di borghesia, analizzandone principalmente la parte culturale e morale, dimenticando di partire dall’analisi di classe e delle forze politiche in lotta, significa debolezza ideologica difronte alla classe dominante, diserzione del proprio campo anche rispetto allo sviluppo della lotta di classe all’interno dei paesi imperialisti. “Secondo l’internazionalismo proletario, il proletariato e i comunisti delle nazioni che opprimono devono sostenere attivamente il diritto delle nazioni oppresse all’indipendenza e la loro lotta di liberazione. Non è che con il sostegno delle nazioni oppresse che il proletariato delle nazioni che opprimono disporrà di un possibilità più grande di far trionfare la rivoluzione”2.

Allo stesso modo, nell’affrontare la questione dell’immigrazione dobbiamo stare attenti a non sottomettersi ideologicamente e politicamente all’approccio che su di essa ha la borghesia “illuminata” oggi alla guida dell’Unione Europea: quello dell’integrazione che significa sottomissione politica e sociale e quello della carità coattiva che significa egemonia occidentalista tra le masse di immigrati e affarismo capitalista sulla pelle di questi “dannati della terra”. Dobbiamo perciò contrastare la deriva razzista e contemporaneamente smascherare l’ipocrisia della cosiddetta accoglienza imperialista, ponendo come fondamento della nostra visione l’unità di classe tra gli sfruttati autoctoni e immigrati e come principale la questione dell’opposizione alla guerra imperialista contro i popoli del Sud e dell’Est del mondo. A partire dal fatto che tutte le pratiche di ribellione che gli immigrati pongono contro strutture, apparati e sistemi atti a gestirne il flusso, a reprimerli, a terrorizzarli oppure ad “accoglierli” in cambio della loro accettazione dell’ancora di salvezza della “civiltà giuridica europea” – ennesima maschera dell’imperialismo – vanno nella direzione di contrastare meccanismi e strategie complessivamente rivolti contro l’intera classe.

 

Note

1 Jules Ferry ,”Discorso al parlamento francese”, 1885.

2 Mao Tze Tung, Sui difensori del neocolonialismo”, in Opere di Mao Tse Tung, 25 volumi in versione cd rom, vol. 20, p. 191.

 

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