La Terza Intifada

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La verità rivoluzionaria dell’Intifada

È dal primo ottobre del 2015 che la Resistenza Palestinese ha proclamato la Terza Intifada detta Intifada dei Coltelli o Intifada di Gerusalemme. Secondo dati aggiornati al 27 febbraio 2016, al 150° giorno di sollevazione, vi sono stati da parte palestinese 187 caduti, di cui 42 minori, 16635 feriti, 3980 arresti di cui 1527 minori; 449 case e proprietà distrutte e1432 incursioni dell’esercito israeliano nei cosiddetti territori occupati. Da parte sionista vi sono stati 33 caduti e 407 feriti.

Questi dati dovrebbero bastare a dipanare le affermazioni di coloro che, all’interno del movimento di solidarietà al popolo palestinese, hanno posto in dubbio la realtà del nuovo processo di insurrezione, sostenendo che non saremmo di fronte ad una “vera e propria” Intifada, paragonabile per forza e intensità di episodi alla Prima Intifada (1987 – 1993) e alla Seconda (2000 – 2005). Affermazioni che, a ben guardare, sono ideologicamente tese a dare una rappresentazione disarmante depotenziando la lotta palestinese, per riporla forzatamente, secondo un preciso quanto debole costrutto politico, sotto l’ombra immediata della solidarietà umanitaria–occidentalista e, in prospettiva, per liquidarla come questione che la “comunità internazionale” (cioè le maggiori potenze imperialiste) dovrà affrontare e risolvere.

Viceversa, la lotta del popolo palestinese ha proprio dimostrato il fallimento di questa cosiddetta “comunità internazionale”, di tutti i suoi orpelli politici (il farsesco processo di pace) e della sua strumentazione giuridica (gli accordi di pace e il diritto internazionale), per ribadire invece come solo la violenza rivoluzionaria delle masse può concretizzare un reale e giusto percorso di liberazione. È questa la verità storica che la lotta al colonialismo ha sempre insegnato, dalla vittoria del popolo algerino sull’occupante francese nel 1962, a quella del popolo vietnamita sugli invasori yankee nel 1975. Una verità che i sionisti conoscono bene, visto che l’hanno potuta accertare a loro spese quando il popolo libanese, guidato dal Partito di Dio (Hezbollah), li ha cacciati dal Libano meridionale nel 2000 e ha impedito una nuova invasione nel 2006.

Oggi, rispetto alla Palestina, dopo tutte le inenarrabili sofferenze e lutti che questo popolo ha subito da parte dei sionisti e dei loro complici internazionali, può suonare retorico affermare il ruolo e la necessità della guerra di liberazione dal colonialismo. Ma per i palestinesi, o almeno per le loro componenti d’avanguardia non lo è, visto che continuano a lottare e a dare la vita ogni giorno, come fecero i popoli per decenni e decenni prima di liberarsi dal colonialismo. Casomai può suonare retorico alle orecchie di coloro che qui, nel “civile occidente”, hanno delle posizioni da perdere nel farla politicamente propria perché questa verità ci richiama al dovere della lotta internazionalista e, più in generale, alla lotta di classe. Poiché se è un dato oggettivo che il colonialismo contemporaneo, di cui il regime sionista è la massima incarnazione, è una forma dell’imperialismo e l’imperialismo è uno stadio del capitalismo, allora risulta conseguente che la forma suprema di appoggio che il popolo palestinese deve avere è lo sviluppo della lotta di classe nei centri dell’imperialismo.

Dunque, nel dibattito in seno al movimento di solidarietà con la Palestina, dobbiamo insistere e ripetere che non esistono alcuna debolezza o disperazione del popolo palestinese, al di fuori del dolore atroce che l’occupazione infligge ogni giorno, perché la sua volontà di continuare a lottare è dimostrata con chiarezza dall’indomabile Resistenza e dalla nuova Intifada. Semmai, dovremmo rimediare alla nostra debolezza, quella dell’internazionalismo e della lotta di classe, che ci impedisce di essere conseguenti nell’appoggio a questo eroico popolo e a tutti gli altri popoli che fronteggiano l’imperialismo.

Alle radici dell’Intifada, la battaglia per Gerusalemme

La proclamazione dell’Intifada ha in realtà preso atto di una situazione di continua insorgenza da parte palestinese, che si protraeva da circa un anno rispetto alla battaglia per la difesa dell’identità araba (islamo-cristiana) di Gerusalemme (Al Quds), capitale irrinunciabile della nazione palestinese e città santa per l’islam e per i cristiani.

Infatti, dietro la battaglia per Gerusalemme da parte dei palestinesi, non vi sta esclusivamente la rivendicazione del diritto di esercitare la propria religione nella grande moschea di Al Aqsa, facendo fronte agli attacchi che in tal senso vengono da parte delle autorità sioniste, dei fanatici ebrei e dei coloni, ma più in generale la difesa dalla pianificazione e realizzazione del progetto di giudaizzazione della città.

Si tratta di un processo che i sionisti hanno iniziato a praticare fin dal 1948, da quando cioè è sorto il loro regime in Palestina, che si è ampliato con la conquista dell’intera Gerusalemme nella guerra del 1967, subendo negli ultimi anni un’accelerazione devastante. Ciò si deve alla convergenza di due fattori: da un lato l’azione politica specifica della destra sionista, quella facente capo prima a Sharon e poi a Netanyahu, che ha la sua base di massa tra i coloni e tra i fanatici ebrei; dall’altro la volontà strategica del regime sionista di ipotecare il destino di Gerusalemme come propria capitale, rispetto a ogni ipotesi di processo di pace, che in teoria ne prevedrebbe la spartizione. Concretamente, ciò ha voluto dire portare avanti una progressiva pulizia etnica, condotta con la distruzione o il sequestro delle case dei palestinesi o di altri edifici di uso pubblico o privato (80 nel 2015, 360 nel 2014), con la negazione del diritto di edificazione o ristrutturazione dell’abitazione, con il ritiro della residenza e della cittadinanza, con una serie di controlli e divieti ossessivi (interi quartieri assediati dalla polizia, posti di blocco, perquisizioni continue, limiti e divieti per l’accesso ai luoghi di culto islamici), con pressioni di ogni tipo sulle attività economiche in mano a palestinesi, minacce ai luoghi di culto islamici e cristiani (a partire dalla moschea di Al Aqsa) e con la negazione del diritto all’istruzione per migliaia di giovani palestinesi, privati di strutture scolastiche, e addirittura l’imposizione di programmi scolastici di propaganda sionista anche nelle scuole arabe. Contemporaneamente, il regime sionista porta avanti l’ampliamento delle colonie con la costruzione di circa 1800 nuove unità di insediamento nel 2016. Lo scopo finale è separare Gerusalemme Est, la parte dove si concentra la popolazione araba – ma che dal 1967 ha visto l’insediamento di più di cinquantamila edifici destinati ai sionisti – dalla Cisgiordania. Anche in quest’ultima parte della Palestina, peraltro, gli insediamenti coloniali proseguono: si pensi che 17 mila strutture di proprietà palestinese sono attualmente minacciate da ordini di demolizione in tale area e che, lo scorso anno, 539 abitazioni sono state demolite per lasciar spazio a coloni ebrei. Questi fanatici reazionari sono stati ulteriormente equipaggiati e armati dal regime, avendo mano libera per compiere aggressioni, sempre più gravi, a danno di palestinesi e provocazioni contro luoghi di culto islamici e cristiani.

L’Intifada nasce come risposta di ribellione di massa a tutto ciò, catalizzandosi sulla questione del libero accesso alla moschea di Al Aqsa non solo perché essa è il simbolo dell’identità araba e musulmana di Gerusalemme, ma perché, concretamente, le preghiere, soprattutto quelle del venerdì, sono tendenzialmente un momento di raccolta della popolazione palestinese di Gerusalemme, dei dintorni e di parte della Cisgiordania. Ricordiamo che già la Seconda Intifada era iniziata proprio dalla risposta palestinese alla provocazione della visita del boia Sharon sulla Spianata delle Moschee, il 28 settembre del 2000.

Il coltello come simbolo della “spontaneità d’avanguardia”

Il coltello è diventato il simbolo concreto della Terza Intifada, dopo che la Prima Intifada era stata definita quella delle pietre, lanciate contro gli occupanti durante le manifestazioni di massa, e la Seconda quella “armata” o dei “shahid”, ovvero dei combattenti che si immolano seminando morte tra il nemico sionista.

Aldilà del fatto che la presente Intifada ha visto e vedrà sia episodi di sollevazione di massa, sia di guerriglia e lotta armata, significherà però qualcosa il fatto che molti rivoltosi palestinesi, soprattutto giovani, hanno imbracciato l’oggetto potenzialmente più offensivo, tanto quanto più diffuso e comune nel mondo, e hanno deciso di brandirlo contro gli occupanti, rivendicando di farlo per la liberazione della propria terra.

Il significato reale del coltello come arma dell’Intifada è contemporaneamente quello di indicare la volontà di lotta delle masse palestinesi, la loro pochezza di mezzi e la spontaneità di questo contro-attacco popolare. I protagonisti di questo moto di ribellione non sono perlopiù quadri combattenti delle organizzazioni della Resistenza, né le larghe masse delle campagne o la piccola e media borghesia, ma principalmente i giovani dei centri urbani della Cisgiordania, di Gerusalemme e dei territori del ‘48, appartenenti al proletariato, studenti, disoccupati, coloro che patiscono di più il sistema discriminatorio e le vessazioni del regime sionista. Quest’ultimo li ha condannati alla marginalità sociale e alla miseria economica, li ha sottoposti continuamente all’umiliazione dei persistenti controlli e al razzismo, ha oppresso le loro famiglie, privandole della casa, relegandole in città-bantustan o in veri e propri ghetti, ha puntato persino a privarli della propria identità e pratica religiosa, l’unica cosa che i palestinesi potevano ancora ritenere propria in una terra resa mercé degli invasori. Allo stesso tempo essi hanno assistito, con senso di impotenza, al blocco e ai periodici massacri dell’esercito sionista contro i loro fratelli e sorelle di Gaza. La frustrazione e la rabbia conseguenti a queste dinamiche di colonialismo e di apartheid sono state il detonatore di un’Intifada che ha rotto gli argini non solo del controllo israeliano, ma anche degli apparati delle organizzazioni non governative (ong), con i loro meccanismi di clientelismo e di “occupazione morbida” nella società palestinese. Il coltello, le pietre, le molotov, le macchine con cui investire i sionisti, sono state le armi che questi oppressi avevano immediatamente a disposizione e le stanno utilizzando, estendendo i possibili mezzi della ribellione violenta, per trovare degli inevitabili buchi in un sistema di controllo da parte sionista che si presenta come totalizzante, ma che va in paranoia e può rilevarsi inefficace quando oggetti di uso comune diventano armi di Resistenza. Il diritto di uccidere dato ai coloni e ai cittadini israeliani ebrei, purché a fianco del cadavere della vittima sia posto un coltello, il terrorismo di Stato, con la repressione dell’esercito e della polizia, le migliaia di arresti, anche in detenzione amministrativa cioè senza accuse formali e processo, non sono riusciti a piegare questa nuova ondata insurrezionale. Anzi, le carceri sioniste, nonostante l’utilizzo dell’isolamento, di torture fisiche e psicologiche, diventano continuamente luoghi di battaglia, attraverso le pratiche di lotta che i prigionieri politici mettono in atto.

I giovani palestinesi si sono così spontaneamente mutati in combattenti d’avanguardia, nella fase in cui le organizzazioni storiche della Resistenza Palestinese non riescono o non vogliono adempiere al loro ruolo. Hamas ha la sua piccola fetta di potere grazie al governo di Gaza e ciò lo ha privato della carica offensiva, che questo movimento ha dimostrato soprattutto nella Seconda Intifada. Fatah ha liquidato, per volontà della sua burocrazia interna, la quale siede a capo dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), le proprie componenti organizzate che furono fra i più forti gruppi combattenti nel contrasto dell’occupazione, come le Brigate dei Martiri di Al Aqsa. Il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, che avrebbe tutto da guadagnare da un’Intifada non egemonizzata né da Fatah né da Hamas, risulta però più impegnato a porsi come possibile ago della bilancia nel rilancio dell’unità nazionale tra i due. Questo comporta che le dichiarazioni sull’Intifada da parte di Hamas e del Fronte non sono state coerentemente supportate da una capacità di azione, ma si sono rivelate una sorta di espressione di appoggio a coloro i quali stanno effettivamente conducendo la lotta. Molto spesso, quest’ultimi corrispondono alle basi giovanili e popolari dei movimenti storici palestinesi, paradossalmente quelli più compromessi con l’occupazione come Fatah, che comunque mantiene molto radicamento in Cisgiordania.

Oltre alla divisione tra le file della Resistenza e alla mancanza di piano strategico nella lotta di liberazione, sia per cecità politica o per interesse al proprio orticello, vi sono altri due fattori che pesano enormemente nel determinare l’assenza dei gruppi organizzati nell’Intifada e che vanno a rafforzare tali tendenze negative.

Il primo è sicuramente il riverbero della situazione araba in Palestina e in particolare del conflitto siriano. Hamas, o almeno la sua direzione politica, si è schierato con i ribelli, approfondendo il legame con Turchia, Qatar e persino Arabia Saudita, cioè con quell’asse islamista sunnita che, in nome della lotta contro l’asse sciita Hezbollah-Assad-Iran, è disposto a colludere più o meno apertamente persino con Israele, oltre che condividere dichiaratamente le strategie di guerra imperialista con la Nato e gli Usa. Invece, coerentemente con la natura antimperialista della lotta palestinese, gli altri maggiori gruppi della Resistenza si sono perlopiù schierati con il governo di Damasco, in particolare il Fronte e la Jihad Islamica, pur se da punti di vista diversi, visto che il primo intende contrastare così anche una deriva islamista che rischia di annientare le forze della sinistra e il secondo rimane legato alla propria prospettiva panislamica, opponendosi al settarismo dei gruppi jihadisti sunniti attivi in Siria e facendo riferimento, sul piano internazionale, all’Iran. In generale, il conflitto in Siria ha catalizzato l’attenzione politica e in taluni casi persino le forze combattenti del campo palestinese, anche perché le componenti della Resistenza e quelle della politica palestinese sono coscienti del fatto che il futuro della regione dipenderà dal suo sviluppo. Allo stesso tempo, tutte le tradizionali fazioni palestinesi sono spaventate dall’idea che l’ascesa in Siria di gruppi come lo Stato Islamico possa verificarsi anche in Palestina, tentando di egemonizzare un’Intifada largamente spontanea, visto anche che la propaganda del Califfato, dopo l’avvio dei bombardamenti della coalizione a guida Usa, ha incitato i musulmani a rispondere colpendo, ovunque e con ogni mezzo, persino i più semplici, gli “infedeli”, garantendo a posteriori una propria copertura ideologico-politica.

L’altro fattore determinante è che questa Terza Intifada, molto più di entrambe le precedenti, deve scontrarsi con l’apparato collaborazionista palestinese, strutturatosi attorno all’Anp e legato direttamente, con l’accordo di cooperazione in materia di sicurezza, alle forze occupanti. Gli sbirri di Abu Mazen, che già negli anni passati avevano esercitato un violento giro di vite contro tutte le forze della Resistenza in Cisgiordania, portano avanti oggi una funzione repressiva parallela a quella della polizia e dell’esercito sionista. Ad esempio, a gennaio il capo dei servizi segreti dell’Autorità, Majed Faraj, ha affermato che i propri apparati hanno sventato duecento azioni di resistenza contro l’occupante, arrestando un centinaio di palestinesi. La consegna dei prigionieri dell’Anp nelle mani dei sionisti è oramai una prassi assodata, così come i collaborazionisti stanno imparando dai loro padroni l’utilizzo della tortura contro gli arrestati.

Detto tutto questo, risulta evidente che l’attuale processo di Intifada e di Resistenza, per potenziarsi dovrà sviluppare una direzione politica e una sua dimensione strategica, altrimenti sarà destinata a rifluire sotto i colpi della repressione israeliana e sulla base dei limiti dell’attuale campo politico palestinese. Il movimento internazionalista ha il compito di sostenere principalmente, all’interno delle forze che lottano per la liberazione della Palestina, quelle che rappresentano politicamente le posizioni della classe lavoratrice e sfruttata, come il Fronte Popolare. D’altronde è chiaro che a tali classi appartengono i combattenti e le masse insorte di questa nuova Intifada, mentre gran parte della borghesia palestinese propende per un quieto vivere ai margini dell’occupazione o, nei casi peggiori, facendoci affari.

La Palestina: un coltello nel fianco dell’imperialismo

Dopo gli attentati di Parigi dello scorso novembre, alcuni intellettuali e politici sionisti hanno affermato che l’Europa, se vuole combattere la guerra contro il “terrorismo islamico”, deve adottare il modello israeliano perché Israele vive in guerra da sempre e da questo punto di vista può dare lezioni al mondo. Infatti, a partire dagli attacchi di inizio dello scorso anno in Francia e in Danimarca, gli introiti delle compagnie di sicurezza israeliane sono aumentati del 30% a causa di crescenti richieste da parte di clientela europea. Più in generale, il vecchio continente sta importando le modalità con cui i sionisti in Palestina gestiscono l’occupazione: dai muri e reticolati di filo spinato per impedire il movimento delle masse di profughi, alla pratica della detenzione amministrativa introdotta in Francia nell’ambito dello stato di emergenza, dai check point nelle maggiori stazioni ferroviarie fino all’aggiornamento delle tecnologie di controllo secondo gli ultimi ritrovati israeliani (ad esempio il riconoscimento biometrico mediante sistemi di videosorveglianza).

Renzi, in proposito, è stato il più esplicito dei governanti europei dichiarando lo scorso anno, che “Israele è il paese delle radici di tutto il mondo, ma è anche il paese del nostro futuro, un modello, una chiave per immaginare una nuova strategia per il futuro”.

Una strategia che il popolo palestinese conosce sulla propria pelle da decenni di occupazione. Lo Stato sionista riesce a essere il più efficace modello strategico in termini, allo stesso tempo, di guerra imperialista e di controrivoluzione perché unisce, nella dimensione della Palestina occupata, il piano bellico coloniale (nei territori del ‘67) al piano della gestione di una società imperialista fondata sull’apartheid (nei territori del ‘48). Il primo deve scontrarsi con la guerriglia contro l’invasione militare e pertanto è stato, e continua a essere, il modello attuale delle occupazioni e degli interventi imperialisti in tutti i paesi toccati dalla “guerra al terrorismo e agli Stati canaglia”. Non solo per ciò che riguarda la violenza bellica, ma anche per ciò che vi sta attorno come sua legittimazione e prosecuzione in termini politici, quindi la prospettiva del “processo di pace”, il colonialismo morbido delle ong, la costruzione di corpi collaborazionisti a cui appaltare il potere politico-militare e simulare una rappresentanza statuale nazionale ecc.

Il secondo deve scontrarsi con la tendenza all’insorgenza in una moderna società urbana e formalmente democratica, esportatrice di guerra in tutte le aree limitrofe, come ha già evidenziato la Seconda Intifada e ha confermato quella attuale. È su quest’ultimo piano che il modello israeliano finisce per essere un paradigma sempre più forte per le società imperialiste piegate dalla crisi, dove il modello del cosiddetto welfare state non è più spendibile e dove la prevenzione repressiva e la repressione dispiegate lo devono sostituire per la stabilizzazione dell’ordine costituito.

Ciò non significa che si tratti di un paradigma assolutamente vincente, anzi: la Resistenza Palestinese continua a tenergli testa da sempre, rinnovandogli la sfida storica della liberazione della propria terra dall’oppressione coloniale. Al modello reazionario sionista possiamo far corrispondere e contrapporre, dal nostro punto di vista, il modello rivoluzionario palestinese.

Ciò non significa che in Palestina si stia conducendo oggi una rivoluzione proletaria o che bisogna imitare i partigiani palestinesi in tutto e per tutto. Il modello della lotta di liberazione palestinese si rivolge alle classi e ai popoli oppressi e sfruttati di tutto il mondo ed è innanzitutto politico generale (come lo è del resto anche per le classi dominanti, perché con gli strumenti tecnici o giuridici per il controllo si fa poco, se non si ha anche il controllo politico). Tutti i popoli aggrediti e colonizzati dagli imperialisti del blocco Usa-Ue-Nato negli ultimi anni hanno attinto e trovato forza in questo modello per resistere e contrattaccare. La funzione oggettiva della lotta palestinese come antagonismo al fondamentale avamposto imperialista in Medio Oriente, è divenuta soggettiva nel globalizzarsi di un modello di resistenza.

Per noi, comunisti nel centro imperialista, il modello palestinese difficilmente può essere politico in senso pieno, perché non si tratta di una lotta per il comunismo, cioè per la rivoluzione proletaria. Però lo è nei termini di modello di lotta, anche rispetto alle forme e allo sviluppo di essa in un contesto come quello della società imperialista israeliana (territori del ‘48). I partigiani palestinesi ci insegnano oggi, che alle molteplici forme del controllo può corrispondere la molteplicità delle forme di lotta, che il movimento di lotta può avanzare combinando fondamentalmente il vasto moto delle masse e principalmente azioni di attacco, che gli strumenti del nemico, come il carcere e la repressione, possono divenire campi di lotta. In termini politici generali, la Resistenza Palestinese e l’Intifada, come processi di guerra giusta contro la guerra ingiusta degli occupanti, ci indicano come la dimensione della guerra su tutti i fronti interni (politico, repressivo, sociale, culturale) che il nemico di classe ci scaglia addosso, via via sempre più forte, mentre sul fronte esterno conduce la guerra guerreggiata contro i popoli, è la stessa dimensione su cui noi, dialetticamente, dovremmo misurare la costruzione della nostra risposta antagonista strategica.

La Palestina rimane un coltello piantato nel fianco dell’imperialismo, non una ferita mortale, ma un fendente che ne chiama altri, fino ad abbattere la bestia.

Pubblicazioni consultate

Bartolomei E., Carminati D., Tradardi A., Gaza e l’industria israeliana della violenza, DeriveApprodi, 2015;

Chiodelli F., Gerusalemme contesa. Dimensioni urbane di un conflitto, Carocci, 2012.

Siti consultati

www.agenziacomunica.net

www.analisidifesa.it

www.cocis.it

www.frontepalestina.it

www.ilfarosulmondo.it

www.infopal.it

www.it.sputniknews.com

www.limesonline.com

www.nenanews.it

www.palestinarossa.it

Fonti orali

Kutaiba Y., Il ruolo dell’Intifada palestinese nel contesto mediorientale, relazione al convegno “Palestina e dintorni” del 23/1/2016 a Roma, convocato dal Fronte Palestina.

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