Tra due fuochi, per una linea di classe

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Tra due fuochi, per una linea di classe.

Il risultato delle elezioni del 4 marzo rappresenta un terremoto di grosse proporzioni tra le fila della borghesia imperialista nostrana. Il Partito Democratico e Forza Italia cui la borghesia imperialista ha affidato negli ultimi vent’anni il compito di applicare le direttive Ue, di smantellare le conquiste sociali e destrutturare il mercato del lavoro, sono uscite pesantemente sconfitte. Le masse popolari hanno imposto con il voto e l’astensione la sconfitta della linea politico – elettorale della borghesia imperialista. Questo dato manifesta la crisi di egemonia della grande borghesia al potere. Un fatto questo non secondario, ma che anzi caratterizza l’attuale corso delle cose.
La crisi di egemonia è il riflesso sul piano politico – istituzionale della crisi economica del modo di produzione capitalistico e delle contraddizioni intrinseche che lo caratterizzano. Sul fronte interno: si manifesta nell’impossibilità da parte della classe dominante di uscire dalla crisi senza peggiorare drasticamente le condizioni di vita delle masse popolari, ivi compresa la piccola – media borghesia. Su quello esterno: nell’impossibilità di estendere i propri mercati o accaparrarsi risorse a costi irrisori senza entrare in contrasto con i medesimi interessi di altre borghesie imperialiste.
All’interno di questo quadro oggettivo si sviluppa la fase attuale delle formazioni a capitalismo avanzato, la quale è caratterizzata da una ridefinizione, non ancora conclusa, dell’egemonia della borghesia imperialista. Tale ridefinizione passa per la lotta al suo interno tra diverse frazioni della classe dominante. Innanzitutto, in questa fase transitoria si producono mutamenti sul piano delle strategie economico-politiche, ad esempio opponendo ricette protezioniste e vagamente neo – keynesiane al liberoscambismo e alla rigidità nelle politiche di finanza pubblica ordoliberista, quest’ultima soprattutto nell’Ue. Secondariamente si aprono le porte all’affacciarsi sul proscenio pubblico degli interessi e delle velleità della piccola e media borghesia, ovvero delle loro illusioni di porsi al potere come forza autonoma. In terza battuta si produce un cambio più o meno di facciata del personale politico chiamato a rappresentare gli interessi delle classi dominanti il che, spesso, avviene attraverso campagne mediatico-giudiziarie politiche di attacco alla corruzione e al nepotismo del tradizionale ceto politico. Infine si palesa la tendenza a costruire un’egemonia tra masse popolari impoverite, arrabbiate, prive di organizzazione politica, che le divida al loro interno sfruttando e inasprendo le contraddizioni aperte dal fenomeno migratorio in funzione di una mobilitazione reazionaria di massa che sostenga l’ascesa al potere della frazione di borghesia minoritaria.
Rispetto a quest’ultima, va sottolineato come essa assuma in sé i valori e le parole d’ordine proprie del fascismo sia sulle questioni di “razza” e di genere, sia sulla visione della proiezione imperialista. Queste parole d’ordine rappresentano da un lato il tentativo di compattare attorno a sé gli strati più arretrati delle classi oppresse usando come cavalli di battaglia i temi propri della piccola borghesia e dall’altro sono il riflesso di una visione strategica che vede nello scontro inter – imperialista e nella conseguente e necessaria “nazionalizzazione delle masse” un orizzonte molto vicino nel tempo. Attorno a questa visione, non a caso, si accodano o cercano di porsi alla testa i vari gruppi neofascisti pronti a servire gli interessi della frazione di borghesia imperialista in ascesa.

Bisogna sottolineare che le spinte reazionarie che si affermano nella piccola borghesia e in generale tra le masse popolari non possono diventare una mobilitazione reazionaria vera e propria senza che una frazione della borghesia imperialista le interpreti, le faccia proprie e si ponga alla testa.
Utilizzando una formulazione gramsciana, possiamo inquadrare il “nuovo che avanza” come una sorta di “rivoluzione passiva” che attraversa il sistema capitalista assumendo forme e funzioni reali a seconda della concreta situazione delle singole formazioni sociali toccate. Un processo che è univoco solo nel suo originarsi dalla crisi di egemonia delle classi dominanti e dunque dalla crisi sul piano economico-sociale, ma non riesce ad essere tale sopratutto all’interno delle classi dominanti stesse, permanendo lo scontro tra orizzonti egemonici e strategici diversi. Questo scontro porta le varie frazioni a mobilitare le masse in un senso o in un altro.
In Italia lo vediamo nello scontro che vede opporsi l’apologia dell’Ue e del libero mercato, i diritti civili, le quote rosa, l’ipocrisia dell’accoglienza verso gli immigrati al nazionalismo e al protezionismo, al razzismo, alla chiusura dei porti e la messa in discussione di anni di lotte delle donne come il diritto all’aborto. Una situazione che vede le masse continuamente mobilitate a favore o contro posizioni capitalizzate, in ultima analisi, sempre dalla classe dominante che sia di una frazione o dell’altra.
In assenza di una linea di classe, l’intero dibattito politico è polarizzato sulla divergenza di linee interne alle classi dominanti. In questa fase è importante riuscire a far emergere la linea di classe in grado di impedire l’arruolamento in massa del proletariato nell’uno o nell’altro fronte della classe dominante. Per questo motivo abbiamo deciso di affrontare una serie di questioni al centro del dibattito politico, con l’obiettivo di fornire una lettura di classe utile al lavoro delle compagne e dei compagni tra le masse. Questione di genere e immigrazione pur essendo delle contraddizioni secondarie, oggi assumono carattere di centro di mobilitazione di massa e per questo bisogna formare dei comunisti che siano in grado di agire al suo interno con una chiara linea di classe, evitando che la loro azione finisca oggettivamente a contribuire ad una riaffermazione dell’egemonia della borghesia imperialista “globalista”. Ad esempio, non vi può essere antirazzismo coerente senza porre la questione di classe e quella dell’internazionalismo antimperialista, così come l’antifascismo non può essere unicamente su base etica, ma soprattutto di classe e praticato a livello militante. Bisogna formare dei comunisti che siano in grado di agire tra le masse, per impedire che il malessere di quest’ultime finisca soggettivamente a trovare sfogo nel disegno reazionario dello sciovinismo populista. La lotta è di classe e non di “razza”, di genere, di religione o nazionale, ed è una verità che va ribadita nell’azione.
Chi oggi propone improbabili “fronti repubblicani” o “fronti antifascisti” tra le forze democratiche contro l’avanzata dei barbari populisti, così come chi cerca la via sinistra del populismo e del sovranismo contro le élite dell’Ue proponendo un patetico socialsciovinismo, a conti fatti prende parte allo scontro per la ridefinizione dell’egemonia all’interno della borghesia imperialista, favorendo o l’una o l’altra frazione.
Il nostro obiettivo invece è quello di sgombrare il campo per tracciare una linea più netta possibile tra noi e il nemico strategico, la borghesia imperialista tutta, e contribuire così allo sviluppo dell’autonomia politica del proletariato. Il nostro fine non è solo lottare contro l’egemonia della borghesia imperialista sulla classe operaia e le masse popolari, ma lavorare in funzione dell’egemonia dei comunisti tra le stesse.
Noi non sappiamo se la frazione minoritaria sarà in grado di tradursi in tendenza maggioritaria o se al contrario l’attuale frazione al potere chiuderà le porte in faccia al “nuovo che avanza”; quello di cui siamo consapevoli è che solo la crescita della lotta di classe e lo sviluppo di una avanguardia cosciente e organizzata all’altezza della situazione potrà imporsi nello scontro per l’egemonia e quindi per il potere contro la classe dominante.

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