Trump on tour: la guerra della Nato e la guerra nella Nato

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“Se gli alleati non aumentano la spesa per la difesa al 2% del Pil, io farò per conto mio”. Sono queste le parole con cui Trump, nel recente vertice Nato a Bruxelles, sembrava volesse porre in discussione l’esistenza stessa dell’Alleanza Atlantica o quantomeno il parteciparvi degli Usa. Si è trattato di affermazioni dirompenti che hanno portato, alcune ore dopo averle pronunciate, il presidente statunitense a dichiarare di non voler abbandonare l’Alleanza, a fronte di un accordo raggiunto con le potenze europee perchè aumentinassero le spese militari, addirittura al 4%.

Lo scorso vertice Nato è stato inedito nei suoi contenuti: per la prima volta nella storia gli Usa hanno fatto intendere di non escludere l’abbandono del patto atlantico, tanto che il segretario generale  Stontelberg ha affermato lapidario che l’alleanza tra Usa ed Europa non è scritta nella pietra. Si tratta solo secondariamente di una questione di ripartizione delle spese militari. Principalmente hanno pesato le sempre più gravi contraddizioni interimperialiste all’interno della Nato stessa, con le recenti sanzioni reciprocamente inferte tra Washington e Bruxelles e la linea destabilizzatrice che Trump ha portato avanti, ancora prima del suo insediamento, contro l’Ue. Tanto che, subito dopo la conclusione del vertice atlantico, il presidente statunitense ha dapprima attaccato il primo ministro britannico May definendola troppo morbida nei confronti dell’Ue rispetto alla trattativa sulla brexit e successivamente ha annunciato l’avvio di trattative con Londra per la conclusione di un trattato di libero scambio.

Insomma, Trump sta dimostrando all’Ue che è pronto a infilarsi in ogni sua crepa e come si sia già potentemente inserito in quella del giugno 2016, con il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Ue. Sta inoltre stimolando l’isolamento della direzione tedesca sull’Unione, accusando la Germania di vendersi al nemico russo per rifornire la propria industria, il proprio mercato interno e buona parte del vecchio continente con il gas di Putin, attraverso il North Stream e il suo costruendo raddoppio, quest’ultimo recentemente colpito da sanzioni statunitensi. Parole che ovviamente non possono che trovare echi positivi ad Est Europa, specie in Polonia e nei paesi baltici, letteralmente oltrepassati dal North Stream e da sempre più vicini a Washington che ad un’Europa a guida tedesca, percepita come troppo debole o addirittura ambigua nei confronti del minaccioso vicino russo. Ma anche in Italia, simili strali contro le relazioni pericolose in ambito energetico tra Germania e Russia, non possono non trovare orecchi attenti, se pensiamo che sia il progetto Tap, trasportante il gas azero in Puglia, che quello Rete Adriatica, riguardante invece il gas depredato da Israele nel Mediterraneo orientale da portare nelle Marche e in Abruzzo, sono pensati sopratutto in funzione antirussa e come alternativi a North Stream.

L’allargarsi della faglia atlantica è il frutto della continuità della crisi del sistema capitalista internazionale, che determina lo sviluppo di contraddizioni interimperialiste sempre più gravi anche all’interno del campo Nato, nel quale si scontrano gli appetiti di ogni potenza rispetto alla ripartizione dei mercati mondiali.

Ovviamente, la specifica linea di spaccatura con l’Europa, scelta da Trump, non è condivisa da tutta la classe dominante statunitense, che ne teme l’effetto di isolamento in campo economico e politico derivante per il paese, nei termini di costi per le esportazioni statunitensi, visto le controsanzioni europee e di perdita da parte Usa delle relazioni politiche privilegiate con Bruxelles. Pochi giorni prima che il “mostro arancione” iniziasse il suo giro nel vecchio continente, il senato statunitense ha votato due mozioni contrastanti con le recenti politiche presidenziali: la prima era volta ad affermare la compattezza della Nato, la seconda puntava a richiedere l’autorizzazione del congresso prima di varare tariffe per motivi di sicurezza nazionale, richiamando le recenti imposizioni di dazi all’Unione. Un’altra riprova della divisione interna alla politica statunitense tocca varie questioni, dal rapporto con i tradizionali alleati a quello con i tradizionali nemici, come la Russia; punti sui quali l’amministrazione in carica vuole mutare gli indirizzi storicamente seguiti dall’imperialismo Usa.

Ed infatti il vero colpo che Trump ambirebbe a dare all’Ue può derivare paradossalmente dal rapporto con la Russia, con la quale l’amministrazione Usa ha puntato a riavviare relazioni normali con il vertice tra il presidente statunitense e quello russo tenutosi a Helsinki il 16 luglio. Il terrore europeo è quello che Washington e Mosca costruiscano una relazione che, dall’alto del loro potere economico e politico, li spinga a decidere di avviare una sorta di spartizione consensuale dell’Europa. Un timore ben espresso dal presidente del Consiglio d’Europa Tusk il quale, rivolgendosi a Trump, gli ha ricordato che “è sempre importante conoscere chi è il vostro partner strategico e chi è il problema strategico”. Il “vecchio bacucco”, d’altronde, è stato sufficentemente chiaro nell’affermare che l’incontro più semplice del suo giro in Europa è proprio quello con Putin. Alla conclusione del vertice di Helsinki, Trump ha affermato che è aperta la strada per la normalizzazione delle relazioni con Mosca, arrivando a sostenere la versione di Putin sull’inconsistenza del Russiagate. Dichiarazioni subissate da critiche interne, quindi puntualmente (e ridicolmente) smentite una volta tornato negli Usa, a dimostrazione di come la linea di compromesso interimperialista con Mosca, propugnata da Trump, riceva determinanti resistenze da gran parte della classe dominante yankee.

Se dunque la spartizione russo-statunitense dell’Europa è una prospettiva possibile ma non attuale, lo è quella in corso in Medio Oriente e in Siria in particolare, dove l’avanzata dell’esercito siriano nel sud del paese è frutto anche delle mediazione tra Mosca e Washington e in particolare della decisione di Trump di abbandonare al loro destino le fallimentari milizie cosiddette ribelli, che avevano da anni sotto loro controllo le province meridionali del paese. Trump pare così ammettere la sconfitta yankee nella campagna siriana, paventando anche il ritiro definitivo dei militari Usa stanziati nel paese nelle zone sotto controllo delle Forze Democratiche Siriane (Fds), nella cosiddetta Rojava, lasciandola alla mercé dell’espansionismo turco e portando la direzione delle Fds ad aprire negoziati per ricollocarsi a fianco della Repubblica Araba di Siria. Trump, del resto, ha ammesso il fallimento della campagna siriana durante la conferenza stampa congiunta dopo il vertice con Putin; utilizzando una metafora calcistica ha affermato che in Siria la palla è in mano ai russi. Tale sconfitta è frutto certamente del posizionamento russo, ma fondamentalmente costituisce il risultato della Resistenza del popolo siriano, che dal 2011 ha tenuto e sta tenendo testa all’aggressione imperialista, sia per procura, sia diretta, impedendo che il governo di Assad venisse rovesciato, com’era nei piani degli aggressori.

D’altra parte, se la Siria è indubbiamente un fronte su cui inevitabilmente cedere, le manovre atlantiche in Europa non paiono assolutamente porre in discesa il rapporto tra Washington e Mosca, se pensiamo all’annuncio dell’entrata della Georgia nella Nato e alla risoluzione della disputa macedone-greca sul nominativo dell’ex repubblica jugoslava, che nasconde il tentativo di assicurare il via libero di Atene all’entrata di Skopje nella Nato. E infatti Putin e Trump, nel vertice di Helsinki, hanno dovuto ammettere che la frattura tra Russia e Stati Uniti permane, a partire dalla questione della Crimea.

In conclusione, in Europa i cantori della borghesia ci avevano detto che la caduta del muro di Berlino apriva un’epoca di pace eterna. Menzogne già smentite dallo squartamento della Jugoslavia negli anni novanta; ora addirittura viviamo in un continente che non solo ha nuovamente scavato ad est una frontiera di guerra con la Russia, che dichiara a sud, nel Mediterraneo, guerra ai profughi dei conflitti di cui ha disseminato l’Asia e Africa, ma anche finisce per ritrovarsi con una frontiera di guerra, quantomeno commerciale, ad ovest lungo l’Atlantico.

18 luglio 2018
Collettivo Comunista Tazebao

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