Venezuela al tempo della “reconquista”

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Antitesi rivista n.7
Sezione 3: Imperialismo e guerra
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Venezuela al tempo della “reconquista”

A fianco della resistenza popolare contro l’imperialismo USA

Con questo articolo ci interessa cercare di cogliere gli elementi di novità che presenta la situazione venezuelana come espressione della contraddizione tra la potenza imperialista Usa (e il suo sistema di alleanze) e gli Stati post coloniali che cercano uno sviluppo economico autocentrato. Contraddizione che in questa nostra contemporaneità si è già acutizzata fino a vere e proprie aggressioni imperialiste, come quelle ai danni dei popoli dell’Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria, ecc.
Necessariamente questa contraddizione si interseca con le contraddizioni interimperialiste, nello specifico con Cina e Russia, che vanno acuendosi in relazione alla crisi di egemonia globale degli Usa. Crisi che ha la sua origine storica nella vittoria del popolo vietnamita, pur vivendo fasi alterne (in relazione al crollo del blocco sovietico), ma che è andata aggravandosi nell’ambito dei contraccolpi all’interno del più vasto scenario della crisi generale del capitalismo dell’ultimo cinquantennio.
Ci interessa in particolare indagare i limiti ideologici e politici dell’esperienza bolivariana. Limiti che vengono drammaticamente messi in luce anche dall’attacco imperialista che con la sua modalità li trasforma in suoi punti di forza.
Il limite politico principale è costituito dall’ideologia e direzione borghese-nazionale del Proceso Bolivariano ovvero del processo di trasformazione bolivariana della società venezuelana avviato sotto la guida di Chavez nel 1999. Da questo limite discende anche una certa “fiducia” nel capitalismo internazionale e il permanere di posizioni di potere in mano alla grande borghesia asservita agli Usa che si convertono in veri e propri cavalli di Troia in favore degli imperialisti. Questi stessi limiti caratterizzano la maggior parte delle esperienze “populiste” progressiste latinoamericane.
Dalla concezione marxista-leninista della rivoluzione proletaria, dalla Comune di Parigi in poi, fino all’elaborazione maoista della rivoluzione di nuova democrazia, il movimento comunista internazionale ci offre l’imprescindibile strumentazione teorica per questa riflessione. Strumentazione che va attualizzata al tempo della crisi generale del modo di produzione capitalistico, della decadenza dell’imperialismo Usa e della emergenza di nuove potenze.

Venezuela sotto attacco

“…gli Stati Uniti affliggeranno le Americhe di miseria, in nome della libertà” (Simon Bolivar). [1] L’ostilità al nuovo corso bolivariano da parte degli imperialisti Usa si è mostrata subito dopo la vittoria elettorale di Ugo Chavez nel 1999. Il principale motivo strutturale di questa ostilità è riconducibile alla palese volontà del governo chavista di sottrarre la risorsa strategica rappresentata dagli enormi giacimenti petroliferi venezuelani al controllo vampiresco dei colossi petroliferi Usa. Una questione non da poco visto che lo Us Geological Survey (agenzia scientifica dell’amministrazione Usa) stima che la fascia petrolifera dell’Orinoco contiene circa 300 miliardi di barili di petrolio. Cosa che fa del Venezuela il paese con le maggiori riserve al mondo, il 18% di quelle attualmente stimate, pari a circa 10 anni dell’intero fabbisogno mondiale ai consumi attuali. [2]
Nel giugno 2000 il Venezuela chavista ha la presidenza dell’Opec (di cui il Venezuela è uno dei sei stati fondatori) e sotto la sua direzione il prezzo del petrolio passa da 8 a 30 dollari al barile. Qualche mese dopo Chavez, nella nuova veste di presidente dell’Opec, contravvenendo alle sanzioni economiche e politiche degli Usa e dell’Onu, è il primo capo di uno Stato (allora) considerato democratico a fare visita a Saddam Hussein dall’aggressione Usa contro l’Iraq del 1991. Nel settembre 2001 il governo venezuelano decide di non rinnovare l’accordo di cooperazione militare con gli Stati Uniti. Esempi semplici di cose che non hanno fatto certamente piacere ai governi e alle multinazionali statunitensi e che hanno spinto gli imperialisti Usa a dare avvio alla lunga serie di operazioni di ‘regime change’ che va dal golpe, attuato e subito fallito del 2002, al nuovo tentativo di rovesciamento messo in atto tramite l’autoproclamato presidente Guaidò nel 2019. L’attacco condotto dagli Usa contro il Venezuela è uno dei più chiari attuali esempi di “guerra senza limiti”. [3] Si tratta di un novo tipo di guerra in cui finanza, sanzioni, sabotaggio, disinformazione, hackeraggio, terrorismo, Ong, rivoluzioni colorate e altri nuovi strumenti si aggiungono a quelli tradizionali della guerra.
Nell’aggressione al Venezuela questa nuova concezione della guerra ha trovato un ambito di ampia sperimentazione ed è sempre più tragicamente applicata con grandi costi per le masse venezuelane, come nel caso del sabotaggio delle centrali elettriche venezuelane dell’inizio 2019.
Già nel dicembre 2001 gli Usa promuovono e appoggiano il primo sciopero generale contro Chavez indetto dalla Ctv (Confederacion de Trabaiadores Venezuelanos), Fedecameras (Organizzazione degli industriali), reti televisive private e organizzazioni varie finanziate indirettamente dal governo statunitense. Lo sciopero-serrata del 10 dicembre paralizza per un giorno il Venezuela e di fatto funziona come una specie di prologo del golpe del 11 aprile 2002 capeggiato dal presidente di Federcameras Pedro Carmona. Golpe subito fallito grazie all’immediata mobilitazione delle masse, principalmente dei barrios di Caracas. Il 12 aprile gli Usa danno pubblico appoggio all’insediamento del golpista Carmona nel momento stesso in cui cerca di sciogliere per decreto tutte le istituzioni democratiche del Venezuela. Il 13 aprile scendono in piazza milioni di simpatizzanti chavisti che impongono il ritorno al potere di Chavez. Cosa che avviene immediatamente la mattina successiva. Nella lunga tradizione dei golpe sudamericani è stato forse il più significativo esempio di fallimento dei piani degli imperialisti. E sul piano interno si è trattato di un episodio veramente paradigmatico della lotta di classe per il potere con la borghesia della grande industria, il suo controllo sui media e la sua influenza corporativa sull’aristocrazia operaia da una parte e le fasce sociali più basse, i contadini, i disoccupati e il popolo delle bidonville dall’altra.
In seguito l’attacco Usa prosegue nella forma del boicottaggio economico sempre più soffocante con l’uso crescente di sanzioni, con l’obiettivo di sabotare lo sviluppo autocentrato del Venezuela bolivariano, puntando a far ricadere la responsabilità della crisi sul “regime incapace” e con l’obbiettivo di fermare il Proceso.
Le mire imperialiste non demordono perchè la crisi di sovraccumulazione, che dal 2008 è diventata acuta nelle formazioni occidentali, rende sempre più feroce lo scontro tra monopoli per il controllo delle grandi fonti di materie prime anche nel “cortile di casa” (come gli Usa hanno sempre considerato il centro e sud America). Il controllo delle riserve venezuelane, non solo di petrolio, ma anche di oro, che vede il Venezuela al secondo posto per riserve dopo l’Australia, gas e ferro, che lo vedono tra i primi dieci al mondo, diventa sempre più impellente, nel tentativo di evitare che si convertano in fonti a disposizione dei concorrenti strategici come Russia e Cina.
La strategia delle sanzioni è una vera e propria strategia di guerra economica ampiamente utilizzata in questo ventennio di inizio secolo, nel quale gli Usa hanno imposto sanzioni e blocchi a 19 paesi: Afghanistan, Cuba, Iran, Iraq, Birmania, Zimbabwe, Bielorussia, Siria, Congo, Sudan, Somalia, Libia, Costa d’Avorio, Libano, Ucraina, Corea del Nord, Yemen, Sud Sudan, Russia e, ovviamente, Venezuela.
Nel caso venezuelano il pressing Usa ha anche l’obiettivo di limitare la possibilità che l’esperienza venezuelana, dopo e assieme a quella cubana, possa costituire in Latinoamerica un esempio da seguire per liberarsi dal giogo imperialista. In aggiunta gli Usa, che hanno la necessità di contrastare la crisi del dollaro come moneta mondiale, non possono tollerare l’istituzione del Sucre (Sistema Unitario di Compensazione Regionale) [4] come valuta regionale proposta in sostituzione del dollaro per gli scambi commerciali tra i membri dell’Alba (Alleanza Bolivariana per le Americhe). [5]
Accordi come quello Venezuela – Cina del marzo 2018 per commerciare petrolio venezuelano in Yuang-Reminmbi da questo punto di vista sono veri e propri coltelli nella piaga della crisi di egemonia monetaria in cui è trascinato il dollaro come moneta mondiale, anche in conseguenza della crisi di egemonia politica degli Usa. Su questa putrefazione del signoraggio globale del dollaro, la reazione Usa è diventata sempre più violenta, come hanno già tragicamente mostrato le guerre contro l’Iraq e la Libia, scatenate anche per negarne lo sviluppo autocentrato indipendente e la spinta all’autonomia finanziaria, ben espressa dall’intenzione sia di Saddam che di Gheddafi di liberare il commercio del loro petrolio dalla tutela dell’intermediazione del dollaro.
In questo quadro il ristabilimento delle condizioni storiche di dominio in America centrale e meridionale, esemplificate storicamente dalla dottrina Monroe, diventa una condizione sempre più imprescindibile per puntellare l’egemonia del dollaro e riaffermare il controllo sulle materie prime strategiche e così cercare di rilanciare la competitività del sistema Usa in declino nei confronti della Cina, ma anche dell’Ue.
Con l’intento della “reconquista” gli Usa dal 2015, tramite l’intensificazione delle sanzioni, hanno avviato un processo di vero e proprio blocco finanziario impedendo al Venezuela di ricorrere al mercato globale del credito. Le agenzie di rating Usa, vere e proprie armi di distruzione di massa in mano al capitale finanziario yankee, declassano il debito venezuelano a prescindere dai fondamentali dell’economia e dalla presenza di grandi riserve. Gli stessi che comminano le sanzioni e attuano il blocco economico-finanziario poi registrano blocco e sanzioni come fattori di insicurezza del debito e di conseguenza mettono in atto una stretta creditizia.
I provvedimenti di blocco finanziario presi dal governo Usa il 24 agosto 2017 stabiliscono in particolare il divieto di finanziamento e trasferimento di utili al governo venezuelano e alla Pdvsa (Petroleos de Venezuela S.A.). Questa società petrolifera, proprietà dello Stato venezuelano e che con la sua capacità produttiva di 3 milioni di barili al giorno è tra i più importanti produttori di petrolio al mondo, vede bloccati i profitti delle sue raffinerie collocate in Usa e impedite le transazioni sul mercato mondiale. Nel febbraio-maggio 2018 arriva un nuovo rincaro di sanzioni con il divieto imposto alla rinegoziazione del debito venezuelano emesso prima del 2017. A cui si aggiunge il divieto di effettuare transazioni in petro (criptovaluta recentemente emessa dal governo venezuelano) e quello agli investimenti di capitali in attività riconducibili allo Stato venezuelano (anche se site in Usa). Nell’agosto del 2019, Trump vara un nuovo attacco sanzionatorio, con il congelamento di tutti i beni del governo venezuelano negli Usa e il divieto di ogni transazione con la Repubblica Bolivariana.
Come dato generale dal 2013 il finanziamento internazionale al Venezuela si è azzerato con la perdita secca di 22 miliardi di dollari l’anno, mentre per gli altri Stati della America Latina aumentava. In aggiunta per il boicottaggio finanziario e commerciale il Venezuela perde nell’intervallo 2013-2017 dall’1,1 all’1,6% del Pil per un ammontare complessivo di circa 300 miliardi di dollari. [6]
In una economia petrolizzata come quella venezuelana le conseguenze più gravi del blocco economico-finanziario si verificano nel campo delle importazioni. Il Venezuela della monocultura petrolifera è costretto ad importare tutto, e a fianco all’aumento dei costi conseguente alla ricerca di attività finanziarie alternative, non tarda a verificarsi una grave carenza di prodotti vitali.
Qui il Proceso Bolivariano paga l’illusione di poter perseguire uno sviluppo autocentrato nell’ambito di una economia che resta capitalista e integrata al mercato globale, non ponendo al centro il “contare sulle proprie forze” e il suo necessario corollario dell’indipendenza alimentare da perseguire radicalmente con lo sviluppo dell’agricoltura e dell’industria dei beni di sussistenza e di consumo.

Carattere generale della lotta popolare in America Latina

Per comprendere la situazione venezuelana bisogna allargare lo sguardo al subcontinente latinoamericano di cui il Venezuela costituisce un elemento fondamentale.
Date le condizioni del latifondo e del semifeudalesimo, riprodotte nell’ambito della dominazione imperialista, la lotta dei popoli latinoamericani ha sempre assunto la forma della rivolta contadina indigena, fino alla guerriglia contro la classe dei latifondisti e della borghesia compradora che assieme alla borghesia burocratica (dalle gerarchie militari all’alto clero) hanno sempre costituito i cani da guardia degli imperialisti Usa, prestandosi all’occorrenza al ruolo di macellai dei loro popoli con i golpe più feroci (Brasile, Argentina, Cile, ecc.)
Già il dirigente comunista peruviano Mariategui sostenne che la questione india è fondamentalmente la questione della terra: “la questione indigena nasce dalla nostra economia. Affonda le proprie radici nel regime di proprietà della terra”. [7] È questa una tesi fondamentale che lega la discriminazione, l’oppressione e lo sfruttamento delle masse dei contadini di origine india all’espropriazione della terra come principale mezzo di produzione, messa tragicamente in atto col colonialismo e mantenuta nel semicolonialismo, che nella fase imperialista del capitalismo caratterizza queste formazioni sociali.
Anche quando furono attuati tentativi di riforma agraria, in seguito all’esito vittorioso delle lotte anticoloniali dirette dalla borghesia nazionale [8], che si era posta alla testa di un ampio movimento popolare (come avvenne con la lotta patriottica promossa da Simon Bolivar), si lasciarono i sistemi economici, legali, politici, militari ed educativi che costituiscono l’involucro funzionale del capitalismo e che finirono per cospirare (anche con i golpe promossi dagli imperialisti Usa) contro la riforma e far irrimediabilmente fallire l’obiettivo dell’emancipazione delle masse contadine.
Alla distribuzione della terra attuata con l’aumento dei minifondi, dato il permanere dei rapporti economico-sociali capitalisti, ha fatto seguito la perdita della sua proprietà subita dalla maggior parte dei piccoli neoproprietari, i quali sono tornati allo stato di salariati agricoli a vantaggio del processo di riconcentrazione della proprietà privata terriera. Processo che in gran parte è stato condotto dalle multinazionali del settore agroindustriale o estrattivo, diventate i nuovi “signori della terra” in sostituzione dei vecchi latifondisti (esempio tipico “nostrano” è lo sviluppo della proprietà terriera della multinazionale Benetton in Argentina).
La tesi di Mariategui sopra indicata, collegando la questione india, che è la questione essenziale delle grandi masse contadine (e inurbate) latinoamericane, alla questione della proprietà della terra, intesa come proprietà collettiva di classe, la mette in relazione diretta con la lotta di classe che matura sulla base del capitalismo, e che scaturisce e allo stesso tempo confligge con il modello di accumulazione capitalistico. Questo apre alla possibile confluenza in un fronte unico antimperialista del nascente movimento operaio, del movimento contadino, del movimento dei lavoratori dei servizi e dell’intellighenzia borghese progressista.
Però, dato che la questione della proprietà di classe dei mezzi di produzione è in definitiva una questione di potere, l’efficacia realmente emancipatoria del processo storico-sociale delle lotte dipende da quale classe realmente lo dirige.
Qui sta il vero snodo e la debolezza dei movimenti di liberazione e rivoluzionari latinoamericani, e anche del Proceso Bolivariano in Venezuela, nel cui seno non è stato fatto tesoro teorico e pratico della concezione maoista della rivoluzione di nuova democrazia. Tesi per cui anche nella fase della rivoluzione democratico-borghese nelle nazioni oppresse dall’imperialismo la direzione della lotta di liberazione non va lasciata alla borghesia, ma va presa in mano dal proletariato che la esercita tramite i tre strumenti: partito comunista, esercito rosso e fronte popolare.
La debolezza e in definitiva l’inconcludenza della direzione della borghesia nazionale patriottica è dovuta al fatto essenziale che la rivoluzione democratico-borghese nelle nazioni oppresse non ha più di fronte solo l’aristocrazia, ma deve fronteggiare soprattutto il rapporto di dominazione imperialista che sussume, riproduce e utilizza a suo uso e consumo anche i rapporti feudali e semifeudali, puntando contemporaneamente a integrare nel proprio dominio anche le fazioni borghesi patriottiche, compradorizzandole. [9]
Debolezza che le connotazioni ideologiche della socialdemocrazia, dell’indigenismo, della teologia della liberazione, dello zapatismo, fino al socialismo del XXI secolo, che hanno permeato, soprattutto negli ultimi anni, le grandi lotte delle masse popolari latinoamericane, non aiutano a superare.
Sono queste infatti espressioni ideologiche di una direzione borghese o piccolo borghese che in quanto tale è strutturalmente debole e strategicamente incapace di rompere il gioco imperialista.

La Rivoluzione Bolivariana come forma di direzione della borghesia nazionale

Le forme sovrastrutturali come il bolivarismo e il socialismo del XXI secolo sono le ideologie che una borghesia nazionale patriottica come quella venezuelana si trova ad utilizzare, per avere l’appoggio delle masse, nel suo tentativo di affrancarsi dalla soffocante tutela imperialista Usa. In definitiva sono forme utilizzate nel permanere di un’egemonia borghese sul movimento di emancipazione delle masse.
In particolare con il socialismo del XXI secolo si definisce una forma di socialismo democratico in cui matura una concezione solo difensiva della violenza rivoluzionaria. Un socialismo in cui sono inoltre garantite le libertà borghesi: dalla proprietà privata, anche dei grandi mezzi di produzione, alla “libertà” di stampa, ai “diritti umani”. In questo quadro, in cui è pregnante il cristianesimo della teologia della liberazione, la dittatura del proletariato viene consegnata alla storia e il modello non è la rivoluzione del modo di produzione verso il comunismo ma la rivisitazione del comunitarismo tradizionale.
Un modello in cui la ridistribuzione è messa al posto della collettivizzazione. Una ridistribuzione di mezzi e poteri vista come la necessaria risposta logicamente conseguente (e sostanzialmente subalterna) alla sperequazione e allo sfruttamento determinati dal rapporto di dominazione imperialista. Un’ottica di fatto passiva che arriva al massimo a porre una statalizzazione di settori e parti dell’economia nazionale, senza porre il collettivismo come motore, aprendo così la strada alla corruzione borghese nel suo seno.
Ideologo del socialismo del XXI secolo è Heinz Dieterich, un economista austriaco della cosiddetta scuola di Brema, che può considerarsi in parte uno sviluppo di quella di Francoforte. [10]
Egli scrisse “Il Socialismo del XXI secolo” negli anni ’80. Era una elaborazione che divenne punto di riferimento per i movimenti alter-globalisti degli anni ’90, soprattutto in America Latina. In esso Chavez intravide le basi teoriche che dovevano trovare applicazione nel Proceso Bolivariano. Il rapporto Dietrich-Chavez inizia con il loro incontro del 1999 e si consolida con diverse lunghe conversazioni che hanno portato il leader bolivariano ad appropriarsi della formula “socialismo del XXI secolo” e a farne la bandiera del Proceso. Formula poi rilanciata a livello internazionale come sovrastruttura ideologica della lotta contro la globalizzazione imperialista col discorso di Chavez al Forum di Porto Alegre in Brasile nel 2005. [11]
In realtà la concezione di Dietrich a dispetto della modernità della definizione ha la sua radice nella produzione teorica di Proudhon. I prezzi sono visti come sganciati dal valore-lavoro dei prodotti, “oggi hanno poco a che fare con il valore”. [12] In questa visione lo sganciamento avviene in modo arbitrario e ingiusto per opera dell’imperialismo nella sua ricerca di profitti speculativi. La borghesia imperialista falsifica il valore nella conversione in prezzo e sfrutta così l’umanità. La soluzione quindi sta, come per Proudhon, nel ricondurre i prezzi al valore con la categoria del “valore” considerata positivamente come conquista evolutiva dell’umanità, invece che come fondamento dello sfruttamento capitalistico.
Lo sfruttamento capitalistico infatti, come insegna Marx, è basato essenzialmente in primo luogo sull’appropriazione di pluslavoro-plusvalore nella produzione; pluslavoro-plusvalore che solo in una fase logicamente successiva si convalida sul mercato come profitto.
Nella visione “redistributiva” di Dietrich (e Proudhon) quello che è considerato ingiusto è il sistema dei prezzi e per questo egli propugna una Nuova Economia Politica caratterizzata dalla giustizia, in cui i prezzi corrispondano ai valori, in cui i valori sostituiscano i prezzi.
Il problema quindi veramente urgente ai fini della trasformazione non è l’abolizione del potere della proprietà privata borghese dei mezzi di produzione, lo scontro per la distruzione dello Stato borghese e delle agenzie imperialiste e l’instaurazione della dittatura del proletariato come la forma necessaria della costruzione del socialismo, ma “stabilire una contabilità socialista (di valore) accanto alla contabilità capitalista (di prezzo)”. [13] “Se tutti i beni di tutto il mondo fossero scambiati in base al tempo di lavoro in essi contenuto, questo nuovo rapporto di prezzi, prodotto naturale, prodotto industriale, porterebbe con sè la necessaria eguaglianza dei diritti dei popoli tra loro”. [14]
Pura utopia proudhoniana, condita con la fiducia nella democrazia elettorale borghese e nelle possibilità messe a disposizione dalle nuove tecnologie informatiche per il controllo dell’economia, che arriva a considerare la sua riforma possibile nell’ambito del modo capitalistico di produzione. Approdando così al neoriformismo utopistico del prospettare “un altro mondo è possibile” senza rivoluzione proletaria.
In sintesi l’ideologia di Dietrich contempla la creazione nel lungo periodo di un sistema economico più equo e una democrazia più partecipativa, senza però porsi il problema di chi detiene realmente il potere, se la borghesia o il proletariato. Il fondamento è la vecchia idea ottocentesca del socialismo utopistico nella versione di Proudhon della computazione del valore-prezzo delle merci in termini di ore di lavoro in esse incorporate come fattore di trasformazione socialista. Idea ampiamente analizzata e radicalmente contestata da Marx in “Miseria della filosofia”.
Pur in presenza di questi suoi gravi limiti ideologici e teorici l’esperienza bolivariana di governo resiste ormai da più di vent’anni agli assalti imperialisti. Questo è stato possibile grazie al consenso e alla mobilitazione delle masse contadine e inurbate (indie e creole) di cui il governo bolivariano ha potuto godere. In questo quadro va considerato in posizione rilevante anche l’Esercito Bolivariano che per il suo carattere popolare costituisce in buona misura un’organizzazione militare di massa strettamente connessa a queste fasce popolari. Queste masse hanno fin qui considerato l’esperienza di governo bolivariano come la più vicina ai loro interessi e non hanno avuto tentennamenti nello scendere in campo in prima persona con numerosi episodi di grande autodeterminazione patriottica antimperialista in risposta ai diversi tentativi di golpe, evidenziando una straordinaria situazione di masse in piedi con grandi mobilitazioni lungo tutto il processo.
A questo ha sicuramente contribuito la linea di massa bolivariana che ha codificato nella Costituzione Bolivariana un arco di diritti e poteri mai compresi prima dalle costituzioni borghesi in America Latina, in particolare quelli delle donne (orientati alla parità di genere) e quelli delle popolazioni indigene (riconoscimento linguistico, assegnazioni di terre, ecc.), che ha dato spazio di autogestione alle Comunas e ai Comitati di rifornimento e autoproduzione, nonchè impulso al proliferare di organismi di massa e al sistema delle missioni che sono andate concretamente incontro al popolo nei settori fondamentali della sanità e dell’istruzione.
Le riforme sociali, con elementi di socialismo improntati unicamente alla redistribuzione del valore, promosse nell’ottica dell’equità sociale da un establishment governativo formato da borghesia nazionale con mentalità commerciale e non operaia, nella forma dell’economia sussidiata e del salario minimo garantito contro rendita e profitto, hanno tuttavia mostrato tutti i loro limiti strutturali alimentando il mercato nero e la corruzione già foraggiata dagli imperialisti.
Allo sviluppo di una deriva negativa ha dato il suo sostanziale contributo il mancato avanzamento nel rivoluzionamento del modo di produzione (tramite l’instaurazione generalizzata di forme collettiviste di produzione) e il carattere limitato e parziale della nazionalizzazione dei grandi mezzi di produzione (industria petrolifera già precedentemente nazionalizzata, Banco Bicentenario e alcune altre grandi imprese). Il permanere della grande impresa privata, la sua influenza corporativa e la sua padronanza del sistema dei media, ha finito col mantenere e consolidare settori dello Stato e di buona parte della struttura economica in mano alla sezione compradora [15] della borghesia venezuelana.
Sono tutti limiti che testimoniano l’influenza borghese nel Proceso Bolivariano. La direzione della borghesia nazionale per sua natura non può distruggere lo Stato ereditato dalle classi dominanti compradore per instaurare la dittatura del proletariato. Solo a partire da quest’ultima si rende storicamente possibile muovere passi lungo la strada del rivoluzionamento del modo di produzione e dare impulso alla costruzione di un sistema socialista. “La Comune ha fornito la prova che la classe operaia non può impossessarsi puramente della macchina statale già pronta e metterla in moto per i propri fini”. [16] La lettura revisionista che fanno i riformisti (compresi Dietrich e Chavez) in genere interpreta questa affermazione con la necessità di una evoluzione lenta (dal potere della borghesia al potere del popolo). Invece l’idea di Marx e del movimento comunista è che la classe operaia deve spezzare e demolire la macchina statale borghese e non limitarsi ad impossessarsene. [17] In particolare l’alleanza delle classi oppresse nella prospettiva della rivoluzione si definisce sulla base dell’interesse comune a spezzare la macchina dello Stato che le opprime. Nella fase imperialista del capitalismo, le nazioni oppresse sono sottoposte ad una forma Stato più o meno integrata nell’impianto imperialista dominante, caratterizzato da gerarchia e compradorizzazione delle borghesie interne (compradore) sottoposte agli interessi della borghesia imperialista. In questa situazione, al fine dell’emancipazione delle classi oppresse, non si può combattere il potere imperialista mantenendo in piedi lo Stato della borghesia compradora ad esso inevitabilmente asservito: solo distruggendolo si può impedire realmente l’influenza dell’imperialismo sui rapporti di potere interni alla nazione. Il passaggio dalla democrazia degli oppressori alla democrazia delle classi oppresse può attuarsi solo spezzando lo Stato degli oppressori e instaurando il regime della loro repressione, regime espressione della maggioranza del popolo, degli operai e dei contadini innanzitutto e secondariamente dei settori di borghesia nazionale e piccola borghesia che intendono rompere con l’imperialismo. [18]
Provvedimenti di segno democraticoegualitario come l’eleggibilità-revocabilità dei funzionari statali (inserita nella Costituzione Bolivariana del 1999) e la riduzione dei loro stipendi al salario operaio possono assumere la loro rilevanza solo se integrati alla piena “espropriazione degli espropriatori”, alla sostanziale trasformazione della proprietà privata dei mezzi di produzione in proprietà sociale (statale, pubblica, collettiva). Derogare da questo, come mostra bene la situazione venezuelana, finisce col determinare le condizioni per lo sviluppo della corruzione dei funzionari pubblici, prima incentivata dalla borghesia imperialista (anche come forma di finanziamento della borghesia compradora) per poi essere additata propagandisticamente dalla stessa come fattore degenerativo del regime bolivariano.

Negli ultimi anni la situazione si aggrava

Dopo l’attacco sul debito promosso con il blocco finanziario attuato da Obama nel marzo 2015, gli Usa e gli altri Stati del blocco Nato danno vita a forme sempre più aggressive di attacco spionistico-finanziario, tese a perseguire la Repubblica Bolivariana e le aziende venezuelane con sequestri e blocco di fondi (l’esempio più eclatante è stato il sequestro dell’oro della Banca Centrale venezuelana in custodia presso la Banca di Inghilterra ad opera del governo inglese, a cui è seguito anche quello di 20 tonnellate di oro venezuelano da parte di Deutsche Bank che erano state date in garanzia del credito). Ciò avviene in concomitanza del trend a ribasso del prezzo del petrolio gestito in caduta dall’asse Usa-Arabia Saudita nell’ambito della guerra economica contro paesi produttori quali Russia e Iran (oltre che Venezuela).
Nel 2016-2017 sono stati chiusi dalle grandi banche Usa, come Citibank e Jp Morgan, i conti delle imprese venezuelane negli Stati Uniti. L’operazione di isolamento finanziario ha coinvolto tra l’altro anche la Commerzbank (seconda banca tedesca). La chiusura dei conti si traduce in ulteriori gravi impedimenti alle importazioni, con un attacco che è particolarmente diretto contro quelle dei beni di sussistenza e dei medicinali gestite dai Comitati Locali nell’ambito dell’economia sussidiata. Attacchi finanziari a cui si aggiungono azioni di sabotaggio tese a provocare grandi danni e sofferenze, come nel caso del sabotaggio orchestrato ai danni della rete e delle centrali elettriche venezuelane (che tra l’altro ha distrutto le scorte di cibo delle famiglie).
Sul piano interno la cosiddetta opposizione al governo bolivariano si fa forte della strumentalizzazione delle difficoltà che tutto ciò determina per il popolo. La sua azione viene rilanciata con l’autoproclamazione di Guaidò come presidente della Repubblica, all’inizio di quest’anno. Lasciando da parte la denuncia dell’illegittimità democratica dell’atto, quello che è interessante rilevare è come anche questo sviluppo sia parte integrante del carattere multimediale della guerra condotta contro il Venezuela di Maduro.
Emblematica dal punto di vista di questa nuova concezione della guerra è la piccola storia dell’autoproclamato presidente: già nel 2005 Guaidò ancora studente viene selezionato dall’intelligence Usa e portato a Belgrado per seguire un corso di formazione presso Gambas. [19] Nel 2010 frequenta un secondo corso “più avanzato” finanziato da Jp Morgan. Per finire nel 2014, di ritorno in Venezuela, organizza un tentativo di sovvertire il governo bolivariano che causa 126 morti, avviando così la sua carriera di leader dell’opposizione. [20]
Sul piano strategico nel novembre 2018 gli Usa di Trump rilanciano, tramite il neo Consigliere della Sicurezza Nazionale John Bolton, la dottrina Cebrowski. [21] I due capisaldi di tale dottrina sono: 1) stabilizzare il Medioriente affidandolo agli alleati sionisti e sauditi e 2) “esportare la democrazia” in aree più vicine agli Usa e in particolare in America Latina favorendo il crollo dei governi “filocomunisti” alleati con Russia e Cina al fine di sostituirli con governi “amici”. Si tratta, secondo i piani di Bolton, di abbattere o comunque destabilizzare i governi di Cuba, Venezuela e Nicaragua, definiti “la troika della tirannia”.
L’obiettivo principale è quello di eliminare la sempre più presente influenza russa e cinese in Latinoamerica, rimpossessandosi delle risorse naturali venezuelane anche per impedire che cadano in “cattive mani”. Un passo riuscito in questa prospettiva si è avuto con l’elezione del fascista Bolsonaro in Brasile, dopo il “golpe giudiziario” contro il socialdemocratico Lula e il Partito dei Lavoratori.
Da tutto ciò deriva che il Venezuela è destinato a diventare un altro luogo di focalizzazione dello scontro nello scenario di “guerra mondiale a pezzi” in aggiunta a Siria, Libia, Yemen, Donbass, ecc., aprendone il quadrante sud americano. Una situazione in cui la natura, la direzione, sostanzialmente borghese-patriottica, nonchè i limiti della rivoluzione “a metà” bolivariana, si convertono in debolezza strategica della resistenza del popolo venezuelano, rischiando peraltro di porre il destino delle sue aspettative di emancipazione in ostaggio delle ragioni dello scontro interimperialista. In particolare rispetto alla contraddizione tra Usa e Russia, visto che quest’ultima si sta direttamente impegnando nel supporto militare alla Repubblica Bolivariana, anche con l’invio di uomini e mezzi.
In questo nuovo quadrante si mostra la contraddizione in cui si dibatte la politica Usa, arrivata con Trump ormai alla schizofrenia, tra le spinte verso l’intervento militare diretto (più volte minacciato) e la evidente difficoltà a metterlo realmente in atto per la paura delle conseguenze che potrebbero scaturirne. Difficoltà determinate nel contesto regionale principalmente dalla compattezza del blocco sociale bolivariano ben espressa dal permanere dell’appoggio al Proceso da parte dell’esercito.
La crisi di egemonia Usa si riflette anche nel coinvolgimento nel conflitto di possibili alleati in un quadro regionale che vede il Messico mantenere un aperto riconoscimento del governo bolivariano, il Brasile in grande difficoltà e la Colombia restia a fare passi concreti. Coinvolgimento che tuttavia è strategicamente necessario a mascherare l’essenza imperialista dell’attacco e a fornire le truppe di terra in un ambiente in cui la presenza sul terreno di militari Usa, oltre ad incontrare difficoltà interne, incontra l’ostilità storica delle popolazioni latinoamericane verso i gringos. A ciò si aggiunge la temuta prospettiva di una guerra di lungo periodo da cui non uscire vincitori, il fantasma di un Vietnam nel cortile di casa.
È proprio l’eventualità di questo sviluppo, che non si può considerare improbabile, a rendere oltre modo necessario oggi porre il problema della solidarietà internazionalista nei confronti del popolo venezuelano aggredito, nella prospettiva di ricacciare nelle gole imperialiste il veleno che vomitano contro le nazioni in lotta per l’emancipazione. Infatti la vittoria in questo tipo di guerre, come ci ha insegnato il compagno Ho Chi Minh, si può ottenere solo combattendo sui due fronti: quello della lotta di liberazione delle nazioni oppresse e quello della solidarietà e della lotta nelle metropoli imperialiste: “Il colonialismo è una sanguisuga a due ventose, delle quali una succhia il proletariato metropolitano e l’altra il proletariato delle colonie. Se si vuole uccidere questo mostro bisogna tagliargli entrambe le ventose in una volta. Se se ne taglia una sola, l’altra continuerà a succhiare il sangue del proletariato, l’animale continuerà a vivere e la ventosa tagliata rispunterà”. [22] 

In conclusione

La linea dei comunisti si deve basare sull’analisi delle contraddizioni e nello specifico sul prendere posizione concreta sulla contraddizione imperialismo-nazioni oppresse che caratterizza la nostra epoca. Questa chiara presa di posizione a fianco della resistenza del popolo venezuelano, senza se e senza ma, nulla toglie alla necessità di indagare natura di classe, contraddizioni di classe interne, pregi e limiti del Proceso Bolivariano in Venezuela e di precisare una chiara distinzione ideologica nei confronti delle posizioni incondizionatamente pro bolivariane che si esprimono nel nostro contesto, come nel caso di quelle che sono arrivate a teorizzare un’Alba e un Sucre mediterranei come altra applicazione del socialismo del XXI secolo. [23] Teorizzazioni che, pur giustificate con argomentazioni apparentemente improntate al marxismo, rilanciano esclusivamente nuove forme di radicalriformismo e di “populismo di sinistra” [24], invece di porre la questione del superamento del capitalismo attraverso la rivoluzione proletaria.
Questo non per il semplice piacere della critica, ma perchè l’individuazione degli errori e lo studio dei limiti, come la comprensione della loro origine ideologica di classe, anche di esperienze di lotta e di resistenza condotte in contesti diversi dal nostro, è parte essenziale della nostra formazione e del nostro lavoro di comunisti. La lotta ideologica contro le idee sbagliate presenti nel nostro campo è il passaggio necessario per l’affermazione delle idee giuste.
Dal punto di vista della lotta ideologica è importante precisare che la principale idea sbagliata da contrastare nel nostro contesto è quella dogmatica, perlopiù di matrice bordighista e trotskijsta, che sulla base di una concezione astratta dei principi disconosce il portato progressivo della Rivoluzione Bolivariana, argomentando sulla base della direzione borghese che la caratterizza, arrivando a dipigere Chavez e Maduro come “dittatori nazionalisti” al pari della propaganda guerrafondaia filostatunitense. Escludendo in maniera pilatesca che si debba scendere in campo prendendo posizione nella parte della barricata della Repubblica Bolivariana. Un complemento di questa concezione sbagliata è quello di considerare lo scontro in atto in Venezuela essenzialmente determinato dal conflitto interimperialista tra Usa e Ue da una parte e Russia e Cina dall’altra, a cui in quanto tale ci si deve sottrarre.
Queste posizioni discendono dalla mancata comprensione delle contraddizioni della fase imperialista, che non si riassumono esclusivamente in quella comunque fondamentale – tra proletariato e borghesia – ma investono e riguardano anche quella tra imperialismo e nazioni oppresse, nelle quali il ruolo progressivo può essere svolto anche da processi guidati da forze borghesi con programmi di emancipazione nazionale. I dogmatici non considerano concretamente il compito peculiare dei comunisti, cioè la loro lotta per il potere della classe operaia e del proletariato, e che a questo fine è necessario, nell’acutizzarsi delle contraddizioni imperialismo-nazioni oppresse e interimperialiste, combattere in primo luogo il proprio imperialismo e il suo campo di alleanze interimperialiste (nel nostro caso quello Usa-atlantico) con l’obiettivo di indebolirlo. Inoltre essi non considerano come la dialettica tra le classi che partecipano ad un processo reale di cambiamento non è assoluta e statica. Proprio il Proceso Bolivariano ci conferma che è il protagonismo delle masse lavoratrici e popolari a costituire l’elemento fondamentale di ogni mutamento storico, mentre il patrimonio del movimento comunista ci insegna che la classe operaia può mettersi alla testa dei processi di liberazione nazionale, solo in quanto nella pratica riesce ad essere forza dirigente e conseguente ai compiti immediati di emancipare il proprio paese dall’imperialismo straniero. In Cina, in Vietnam, a Cuba, i comunisti vinsero perchè seppero porsi alla testa della lotta di liberazione e resistenza nazionale, non rinnegandola, ma legandola al potere della classe operaia.
La resistenza del governo e del popolo venezuelano da questo punto di vista, nella misura in cui riesce ad opporsi efficacemente alle mire degli imperialisti Usa, non può che aiutare il nostro lavoro rivoluzionario. La nostra critica ideologica al bolivarismo ha quindi anche il senso di portare il nostro piccolo contributo ideologico per comprendere la capacità del popolo venezuelano di opporsi efficacemente all’imperialismo yankee, per capire i possibili sviluppi di tale resistenza, rafforzando contemporaneamente la nostra lotta contro l’imperialismo di casa nostra.
Inoltre l’attuale evoluzione della situazione internazionale caratterizzata dal fallimento del sistema unipolare basato sulla supremazia Usa (che aveva visto le sue ultime versioni nel “Nuovo Ordine Mondiale” di Bush e nella linea obamiana dei due trattati transoceanici), dalla crisi del Wto, e dall’affermarsi decisamente caotico di una situazione multipolare caratterizzata principalmente dall’emergere di nuove grandi potenze (in primo luogo la Cina, ma anche Russia e India) nell’ambito della contesa imperialista globale, evidenzia chiaramente che nello sviluppo e radicalizzazione delle contraddizioni interimperialiste l’imperialismo che si connota come più aggressivo è senza dubbio quello statunitense. Aggressività che si manifesta anche nella recrudescenza delle guerre “economiche”, con l’uso sempre più pesante di dazi e sanzioni in primo luogo contro Russia e Cina, ma anche contro Iran e Venezuela.
Questo inasprirsi dell’aggressività Usa nella fase della loro decadenza li rende l’elemento soggettivo più evidente della concretizzazione della tendenza alla guerra, da sempre connessa alle grandi crisi del capitalismo nella sua fase imperialista. Questo in un contesto in cui il contrasto tra le potenze imperialiste decadenti e quelle emergenti non è equivalente nei due lati in questa fase, nella quale le potenze emergenti possono anche aprire spazi (pur condizionandoli) alla resistenza e alla lotta delle nazioni oppresse.
Contro questa aggressività degli Usa, con al seguito le vecchie potenze del blocco Nato, va sviluppata una linea antimperialista che ponga la solidarietà alla resistenza del popolo venezuelano come elemento fondante di un lavoro per rafforzare un fronte contro la guerra imperialista anche nei nostri territori (vedi lotta No Muos, mobilitazioni contro le basi militari, sciopero portuali genovesi contro l’imbarco di armi destinate all’aggressione in Yemen, ecc.).
A questo scopo è utile, anche nel caso venezuelano, analizzare la situazione e approfondire il dibattito al fine di fare tesoro degli errori, riconoscere e criticare le impostazioni sbagliate per rafforzarsi, affermando una linea giusta nella prospettiva della rivoluzione proletaria mondiale.

Sosteniamo la resistenza del popolo venezuelano!
10-100-1000 Vietnam!
Morte all’imperialismo – Libertà ai popoli!

 

Note

[1] “… los Estados Unidos paresen destinados por la Providencia para plagar la America de miserias a nombre de la Libertad” sono le parole del Libertador rivolte al Colonnello Patricio Campbell, Segretario Commerciale del Regno Unito in Colombia, il 5 agosto 1829. (Eva Goliner, Crociata Usa contro il Venezuela, p. 43. Zambon Edizioni)

[2] Limes n.3 del 2019, Il petrolio venezuelano resta sottoterra, pp. 63 ss.

[3] Guerra non convenzionale di nuova generazione ben descritta in un saggio redatto ancora nel 1996 da due militari cinesi: Qiao Liang e Wang Xiangsui, “Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione”, Ed. Goriziana 2001, a cura del gen. dell’esercito italiano Fabio Mini.

[4] Il Sucre è ispirato alla filosofia del ‘Bancor’ keynesiano. J.M. Keynes inviato come proprio rappresentante dal governo inglese alla conferenza di Bretton Wood del luglio 1944, propose in quel frangente il Bancor, come moneta di conto su cui basare l’unione monetaria internazionale. Moneta che avrebbe dovuto essere agganciata all’oro e accettata da tutti i membri della Banca Mondiale a saldo dei debiti internazionali. In particolare il sistema del Bancor prevedeva che i disavanzi delle bilance dei pagamenti fossero penalizzati sia che si trattasse di bilance in passivo sia che si trattasse di bilance in attivo, in modo che fosse incentivato lo sviluppo equilibrato e armonico di tutte le formazioni. La proposta di Keynes fu respinta dagli Usa che all’utopia di uno sviluppo imperialista equilibrato e armonico del Bancor opposero la cruda realtà della supremazia del dollaro, imposto come moneta mondiale a tutti gli effetti.

[5] Alba promossa nel 2004 da Venezuela e Cuba, in alternativa di Alca (Area di Libero Commercio delle Americhe voluta dagli Usa), comprende come membri Antigua, Bolivia, Cuba, Dominica, Equador, Nicaragua, Saint Vincent, Venezuela.

[6] Dati tratti da: “Le conseguenze economiche del boicottaggio del Venezuela”, www.celag.org

[7] J. C. Mariategui, Sette saggi sulla realtà peruviana, Massari editori, 2006, p. 50

[8] Vedi glossario “BORGHESIA COMPRADORA / BORGHESIA NAZIONALE”
https://www.tazebao.org/glossario-antitesi-n-7/

[9] Un esempio evidente in tal senso è quello dell’Ecuador, il cui attuale presidente – Lenin Moreno – è oggi uno dei servi più ligi di Washington nel subcontinente, pur avendo rivestito precedentemente la carica di vicepresidente nel governo Correa, il quale aveva perseguito politiche simili a quelle di Chavez e Maduro in Venezuela.

[10] Heinz Dietrich attualmente professore universitario a Città del Messico, studiò nell’ambito della Scuola di Francoforte con Horkeimer e Adorno.

[11] Il rapporto tra Dietrich e Chavez si interrompe poi in relazione allo schierarsi di Dietrich in difesa del generale Baudel che aveva guidato la campagna del no al referendum costituzionale del 2007 proposto da Chavez per rafforzare il regime bolivariano. In seguito Dietrich non si risparmiò negli attacchi al governo venezuelano in particolare alla conduzione Maduro.

[12] http://www.rebelion.org/noticia.php?id=137996

[13] Ibidem.

[14] Ibidem.

[15] Vedi glossario “BORGHESIA COMPRADORA / BORGHESIA NAZIONALE”
https://www.tazebao.org/glossario-antitesi-n-7/

[16] Marx e Engels, Il Manifesto del partito comunista, prefazione all’edizione tedesca del 1872, https://www.marxists.org/italiano/ marx-engels/1848/manifesto/mpc-72.htm

[17] Vedi sul punto quanto sostenuto da Marx nelle opere “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, “La guerra civile in Francia”, “Critica del programma di Gotha”, ribadito nella lettera a Kugelmann del 12 aprile 1871 “(…) affermo che il compito prossimo della rivoluzione francese non sarà quello di trasferire la macchina burocratica-militare da una mano all’altra bensì di distruggerla, e ciò è essenziale per ogni reale rivoluzione popolare nel continente” (K. Marx, “Letters to Dr. Kugelmann”, Martin Lawrence, 1934, p. 123, nostra traduzione, reperibile su http://ciml.250x.com/ archive/marx_engels/english/1934_marx_ letters_to_kugelmann.pdf ) e infine magistralmente sintetizzato nell’opera di Lenin “Stato e rivoluzione”, 1917

[18] Vedi Mao Tse Tung, “Sulla nuova democrazia, in Opere di Mao Tse Tung – 25 volumi, 1997, vol. 7 pp. 187 ss.

[19] Gambas, Centro di applicazioni strategiche non violente, è una Ong molto attiva nelle operazioni di “regime change” promosse dagli Usa. Tutte le cosiddette rivoluzioni arancioni erano nella “lista di Gambas” e infatti Belgrado non era un luogo scelto a caso, essendo stato teatro del golpe contro Milosevic nel 2000

[20] Dati raccolti dal giornalista Franco Fracassi m.youtube.com/watch?feature=youtube.be@v=jc666h-HQ

[21] Arthur K. Cebrowski è stato ammiraglio della marina Usa fino al 2001 quando è stato nominato da W. Bush direttore dell’Office of Force Transformation con il compito di “rimodellare le forze armate Usa nell’era della globalizzazione e del terrorismo internazionale” dopo gli attacchi dell’11 settembre

[22] Ho Chi Minh, “On Revolution – Selected Writings” in “The Ussr and the colonial peoples”, Edited by B.B. Fall, 1967, p. 43, nostra traduzione

[23] vedi: Luciano Vasapollo (docente di economia all’Università della Sapienza di Roma), Alba euromediterranea e LatinAmerica. Achille Lollo intervista Luciano Vasapollo – Contropiano.org

[24] Vedi Antitesi n° 4, p. 70.

 

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